Burning

recensione del film:
BURNING

Titolo originale:
Beoning

Regia:
Chang-dong Lee

Principali interpreti:
Yoo Ah-In, Steven Yeun, Jong-seo Jun, Joong-ok Lee, Soo-Kyung Kim – 148 min. – Corea del sud 2018

Tornato a girare dopo alcuni anni di silenzio (Poetry era del 2008) grazie alla lettura ispiratrice di Granai incendiati* (Murakami), il regista sud coreano Chang-dong Lee ha realizzato questo gran film, in apparenza lineare nel lento svolgersi della vicenda, ricchissimo però di implicazioni estetico – gnoseologiche, che ingarbugliando un po’ le impressioni dello spettatore, lo invitano a interrogarsi sull’arte del narrare; sul vero e sul falso, in un quadro complessivo in cui non mancano, neppur molto sottotraccia, temi politici e sociali. Si tratta perciò di un’opera ardua, che mai offre risposte univoche alle innumerevoli domande che si affacciano alla mente di chi guarda.

 …Non si tratta tanto di far finta che ci siano i mandarini, ma di dimenticare che non ci sono. ( Murakami, cit.)

– Un incontro

Lui si chiama Jong-su (Yoo Ah-In); è un fattorino addetto alle consegne, con un diploma in tasca di scrittura creativa. Vuole diventare scrittore e ci prova senza successo, poiché non trova la sua ispirazione, neppure nella storia amorosa che sembra legarlo ad  Hae-mi (Jong-seo Jun), l’enigmatica donna che con la sua presenza, ma soprattutto con la sua assenza, è sempre al centro del nostro inquieto interrogarci. Anche lei ha un lavoro precario: vende coupon pubblicitari davanti a un grande magazzino, dove incontra e riconosce Jong-su, ex compagno di scuola ed ex vicino di casa durante l’infanzia in un piccolo paese vicino al Nord Corea. Le sembra strano che lui non ricordi…gli regala un piccolo orologio di plastica rosa e si accorda con lui per rivederlo.
Avverrà al bar il nuovo incontro, memorabile non tanto per ciò che accade (nulla), quanto per quello che Hae-mi racconta, con straordinaria abilità affabulatoria, incantando Jong-su: presto partirà per il Kenia, dove spera di trovare qualche Great Hunger, insaziabile nella sua fame di conoscenza e infaticabile nella sua ricerca del senso della vita, poiché, come tutti i saggi, ogni Great Hunger non si accontenta del poco cibo che è indispensabile a sopravvivere (condizione dell’uomo Little Hunger). È importante per lei, aggiunge accennando un ascensionale movimento di danza, staccarsi dai bisogni più elementari protendendosi con tutta se stessa verso l’alto, verso il cielo.
Successivamente Hae-mi avrebbe dato prova di strabiliante abilità mimica, simulando di sbucciare e inghiottire un invisibile mandarino: davvero un’insolita serata, conclusa
con un  po’ di sesso nella piccola e disordinata abitazione di lei, che gliene affida  le chiavi. Dopo la partenza, infatti Jong-su, avrebbe dovuto prendersi cura di Boiler, gattino introvabile, che non risponde ai richiami della padrona, ma che tuttavia avrebbe lasciato concretissime tracce di sé
Un frutto inesistente sbucciato; un gatto dallo strano nome che evoca l’incendio da cui si era salvato, ora sparito: dure prove davvero per il piccolo fattorino smisuratamente ambizioso, vero Little Hunger sempre più sbalordito e mai tormentato da qualche dubbio…

– Inquietudine

Costretto a tornare al paese natale per problemi familiari, Jong-su vive in attesa del ritorno di Hae-mi, che crede di amare. Sarà lui a prelevarla all’aeroporto per riportarla a casa, coll’autofurgone del padre allevatore di bestiame. Sorprendentemente la donna è accompagnata da Ben (Steven Yeun), bel giovane elegante nell’abito e signorile nei modi, connotati da quella gentilezza un po’ speciale di chi sa come mantenere le distanze, senza essere sprezzante. È sicuramente anche ricco, come vedremo in seguito, quando, “passando da quelle parti” sarà con Hae-mi in visita alla casa di Jong-su, al volante di una magnifica Porsche.
L’incontro fra i due maschi, presumibilmente rivali, evidenzia la complessità della situazione; la differenza delle origini, che è in primo luogo differenza di classe, la differenza della percezione del reale; il diverso giudizio sulla propaganda di regime, che arriva ossessivamente dal Nord Corea fino alla casa di Jong-su, avvertita come interessante da un Ben snobisticamente divertito; le diverse predilezioni letterarie: Faulkner, col suo realistico amore per le campagne (e i granai fonte di ricchezza) opposto a Scott Fitzgerald, con i suoi tormenti esistenziali.
Durante la visita, un sorprendente coming-out: Ben confessa che gode nel bruciare le serre vuote; e che, allo scopo di predisporre lo spettacolo del fuoco, egli va instancabilmente alla ricerca della serra giusta, che non contenga tracce di vita: inutile e ormai inservibile, ma sfolgorante e luminosa nell’incendio che ne conclude l’esistenza. La prossima serra sarà vicinissima alla casa di Jong-su…
Dopo quella visita, la vita di Jon-su non sarebbe più stata la stessa: la paura delle fiamme sta diventando ossessiva, cosicché il nostro aspirante scrittore ora brucia (è il caso di dirlo) molta parte della giornata a seguire Ben, per controllarne i movimenti e a individuare le serre predestinate alle fiamme, mentre, inghiottita nel nulla, sparisce Hae-mi, né Ben ha notizie di lei, l’impareggiabile affabulatrice ed evocatrice di memorie che nessuno è in grado di confermare…

La conclusione del film, che non intendo anticipare, è così straordinariamente inaspettata, che ci induce a riconsiderare tutto ciò che abbiamo visto; il ruolo dei personaggi e gli schemi entro i quali erano stati fissati dalla nostra mente.
Visione magnifica per lo splendore delle immagini, e per la densità dei loro significati, ma anche visione sconvolgente per le sorprese continue della seconda parte del film nella quale gli elementi perturbanti si susseguono, poiché il racconto procede secondo il punto di vista di Jong-su, che certo non sembra capace di volare oltre le apparenze delle cose, come pare suggerire il regista fin dall’inizio. Il punto di vista, d’altra parte, è fondamentale nella ricerca di ogni veritò, come ci dice la moderna fisica dei quanti, diventata in questo caso l’incerto e inquietante supporto delle nostre conoscenze.
———

* é un racconto breve dello scrittore giapponese Murakami Haruki, nella traduzione di Antonietta Pastore: si può leggere alle pagine 26/43 della silloge uscita nel 2009 per i tipi di Einaudi: L’elefante scomparso e altri racconti. (probabilmente reperibile, oggi, anche in formato ebook).

Martin Eden

recensione del film:
MARTIN EDEN

Regia:
Pietro Marcello

Principali interpreti:
Luca Marinelli, Jessica Cressy, Vincenzo Nemolato, Marco Leonardi, Denise Sardisco, Carmen Pommella, Autilia Ranieri, Elisabetta Valgoi, Pietro Ragusa, Savino Paparella, Vincenza Modica, Carlo Cecchi – 129 min. – Italia 2019

È stato un piacere ritrovare al cinema Pietro Marcello, singolare e originale regista italiano, ora al terzo lungometraggio distribuito nelle sale, dopo i due bellissimi racconti-documentari, apprezzati e presentati sulle pagine di questo blog alla loro uscita: La bocca del lupo (2010) e Bella e perduta (2015).

Questa volta, senza tradire il proprio inconfondibile modo di girare, il regista si è cimentato con la fiction, raccontando la storia di Martin Eden*, liberamente traendola dal bel romanzo di Jack London, alle cui pagine, in parte autobiografiche, mi riportano i miei ricordi di ragazzina amante della lettura: pagine, allora, a me molto care (e, ora temo, poco capite).
Il grande scrittore aveva descritto l’ascesa sociale del giovane Martin, il “selvaggio” marinaio, che, infiammato d’amore per la bella e raffinata Ruth, studentessa alto-borghese dei quartieri prestigiosi di San Francisco, aveva individuato nella cultura e nella conoscenza dell’arte e della poesia la strada da percorrere per diventare degno di lei, uscendo dalla povertà e dall’irrilevanza sociale, costringendosi a riprendere gli studi, fra sacrifici e umiliazioni di ogni genere.

La vicenda del selvaggio marinaio di San Francisco viene ripresa quasi alla lettera, ma spostata a Napoli, dove Martin Eden è un bellissimo marinaio che ha il volto e il corpo di Luca Marinelli (Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile, assegnata a Venezia pochi giorni fa).
Martin era cresciuto nei vicoli straccioni e sordidi del capoluogo, aveva interrotto gli studi e si era irrobustito imparando a lottare contro i feroci monelli di strada che lo prendevano di mira. Aveva incontrato casualmente la bella Elena Orsini (Jessica Cressy), dopo aver sottratto il fratello Arturo (Giustiniano Alpi) alle botte di un gruppo di feroci teppisti che lo stavano massacrando…La storia, mutati i nomi, è la stessa del romanzo, poiché
Pietro Marcello si è limitato a trasportarla a Napoli, in un periodo imprecisato del secolo breve, collocabile, comunque fra la fine degli anni ’30, alla vigilia della guerra e l’inizio degli anni ’60 (forse prima del boom economico). Ha utilizzato fotografie e spezzoni di documentari e anche di film, per delinearne in modo spezzato la dimensione storica; infine, ha fissato su pellicola da 16 mm. il singolare mosaico, in coerenza con il suo cinema precedente, sempre a basso budget e molto personale.

A spiegare le origini del progetto è lo stesso regista in occasione della partecipazione, in concorso, al Festival di Venezia 2019 quando, intervistato in merito alla scelta di quel testo, apparentemente lontano dai nostri giorni e dalla nostra sensibilità, ha precisato che al di là delle vicende personali di Martin e del drammatico scacco esistenziale che lo avrebbe indotto al suicidio, il romanzo si rivela, se attentamente meditato, quasi profetico delle inquietudini e degli errori che hanno attraversato la storia del ‘900 fra le due guerre, in Europa e nel nostro paese
Le variazioni non piccole che il regista ha apportato nei confronti del romanzo non ne hanno perciò tradito lo spirito (benché, a mio avviso, quell’antico racconto di formazione, riletto con gli occhi di oggi, riveli, oltre ai suoi anni, la sua profonda “americanità”). Si direbbe, anzi, che il film gli restituisca un’imprevista vitalità, grazie ad alcuni arditi accostamenti che forse ne costituiscono la parte più discutibile. Mi riferisco alla seconda parte del film, quella relativa alla nascita della coscienza sindacale del protagonista affascinato dapprima dal socialismo, poi dal darwinismo sociale spenceriano, coerentemente col suo individualismo.
Gli scritti di Spencer, in realtà, ebbero nel corso dell”800 un’importanza enorme, quasi determinante per la nascita della sociologia sociale e per le teorizzazioni del socialismo, ma in Italia (e nella Napoli hegeliana e successivamente neo-hegeliana in modo particolare) erano rimasti per lo più sconosciuti, anche in pieno periodo positivistico**.
Se, come ha dichiarato il regista, lo aveva colpito “la capacità di Jack London di vedere come in uno specchio le fosche tinte del futuro, le perversioni e i tormenti del Novecento”, forse avrebbe potuto e dovuto pescare in altre acque, quelle dell’anarco-sindacalismo soreliano, per esempio, o del sindacalismo rivoluzionario in Italia e delle sue ambiguità.***
Il film, comunque, al di là di questi rilievi, che non intendono sminuirne la bellezza, è tra i migliori visti in Italia in questi ultimi anni, ricco com’è di immagini poetiche belle e suggestive, di citazioni e autocitazioni, di passione registica e interpretativa.
Da vedere.

                                                      ∞Ω∞Ω∞

* era uscito in Italia per la prima volta nel 1925, ma l’edizione americana risaliva al 1909

** Si veda, a questo proposito, QUI

*** Qui troverete un interessante scritto di Marco Masulli:
« Il rapporto tra il sindacalismo rivoluzionario e le origini del fascismo: appunti di lavoro », Diacronie [Online], N° 17, 1 | 2014, documento 8, Messo online il 01 mars 2014, consultato il 13 septembre 2019.