Il filo nascosto

recensione del film:
IL FILO NASCOSTO

Titolo originale:
Phantom Thread

Regia:
Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:
Daniel Day-Lewis, Vicky Krieps, Lesley Manville, Sue Clark, Joan Brown, Camilla Rutherford, Gina McKee – 130 min. – USA 2017.

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Premessa forse non inutile:

È Alma (Vicky Krieps), la protagonista del film, a raccontare nella prima scena, a un amico medico, il suo rapporto difficile con Reynold Woodcoock (Daniel Day-Lewis), l’uomo che era diventato suo marito dopo che un loro casuale incontro aveva cambiato la vita di entrambi.
Questo implica due conseguenze: la prima è che tutti i fatti di cui veniamo a conoscenza sono ricostruiti solo attraverso le parole di lei, della cui attendibilità tocca a noi decidere; la seconda è che le ultime scene del film non ci dicono nulla circa il seguito della loro storia, che rimane aperta alle nostre interpretazioni.

Reynolds, Cyril e la Maison 

Nella Londra del secondo dopoguerra (anni ’50) l’atelier di Reynolds Woodcock vestiva le donne della casa reale inglese, nonché molte signore della più alta nobiltà europea: alla creazione degli abiti-capolavoro, esclusivi per l’inventiva e per il sontuoso pregio dei tessuti, si dedicava, con tutto se stesso Reynolds, che personalmente li disegnava e della cui perfetta realizzazione si faceva completamente carico, curandone anche i più piccoli particolari e intervenendo durante le prove, quando conferiva loro l’inconfondibile impronta della suo gusto infallibile.
La Maison che portava il suo nome era diretta in modo deciso e inflessibile da sua sorella Cyril (Lesley Manville), che, profondamente comprendendolo, sapeva come liberarlo dai problemi che avrebbero potuto limitarne la creatività: era lei la segretaria che organizzava  e controllava gli orari di lavoro dello staff, o che gli fissava appuntamenti e impegni; era lei che si occupava della cucina, dei cuochi, del cibo, nonché del lindore e del decoro discreto delle molte stanze della casa. Era sempre lei, infine, ad accogliere e a congedare, con poche parole e senza spiegazioni, le signore che avevano occupato per breve tempo il cuore (forse) arido di lui, divorato dalla passione creativa, alla quale egli sacrificava ogni piacere e ogni affetto, in una sorta di ascetico slancio, alla ricerca della perfezione e della bellezza assoluta. La sua passione crudele lo stava allontanando dalla vita e gli procurava ora una stanchezza triste, da cui, per una volta, seguendo il suggerimento di Cyril, egli si sarebbe sottratto durante il tempo breve di un weekend.

Alma

Reynolds, dunque, aveva vissuto quel fine settimana fra le brume del paesaggio attorno a Londra, nell’antica casa di campagna, con le fotografie di famiglia e con i numerosi ricordi di sua madre, morta troppo presto: la sola donna che egli avesse molto amato,  quella che lo aveva iniziato ai segreti della sartoria e che gliene aveva trasmesso la passione. Nei pressi della casa era il locale in cui, insolitamente sereno, Reynolds avrebbe ordinato il suo breakfast, sotto l’urgenza di una fame inusitata, sconosciuta da tempo, ciò che aveva colpito la cameriera, pronta ad accontentarlo e anche ad accettarne la corte nonché l’invito a cena per la sera stessa. Si chiamava Alma ed era una bella e giovane creatura che, un po’ intimidita, era riuscita a strappare, finalmente, a quel volto scavato e triste, il sorriso e uno sguardo speciale, annuncio dell’amore nascente e  segnale, anche nel successivo svolgersi del film, dei momenti belli di un rapporto sempre più difficile, quasi una… storia d’amore e di tenebra spiazzante e sorprendente.
All’origine del conflitto era l’impossibilità per entrambi di rinunciare a se stessi: la cenerentola, che aveva incontrato e sposato il suo principe azzurro, ora presentava il conto delle rinunce e delle umiliazioni che non le erano state risparmiate, trasformando il suo amore in una sfida crudele per imporre a lui la propria visione del mondo.
L’arte era stata per lui la malattia ossessiva necessaria per ritrovare, senza soluzione di continuità, il filo segreto, cucito negli abiti meravigliosi, che lo legava alle proprie origini, alla memoria della madre venerata, fantasma grazie al quale l’intera sua vita si colorava di senso.
Non esisteva, al contrario, alcuna memoria positiva per lei, il cui passato le ricordava la propria marginalità irrilevante, le insofferenze mortificanti della propria vitalità poco tollerata e spesso compressa. Per Alma, dunque, il senso della vita si esauriva nei piaceri del momento, nella “normalità” quotidiana, in una continuità che poteva trovare un senso solo nel suo naturale perpetuarsi. Si faceva strada nella sua mente un delirante e perverso progetto di dominio (quasi una volontà di potenza), al fine di rendere il marito inerme, indifeso e pronto ad  abbandonarsi completamente nelle sue mani. Il finale del film, che come ho detto non è quello della loro storia, ci presenta alcune immagini allusive della capitolazione umana di lui, che sembrano prefigurare il loro futuro possibile secondo le speranze di lei, che sadicamente lo aveva indotto ad accettare, con piena consapevolezza, la sofferenza e il sacrificio di sé. Quelle immagini ci parlano anche della solitaria inattualità della sua arte, sopravvissuta ma senza prospettive, in un mondo che cominciava a sostituire alle immortali creazioni dell’artista prodotti di consumo privi di ogni pregio e di ogni bellezza.

Il film*

La visione dei film di P.T.Anderson mi lascia ogni volta una sensazione mista di ammirazione e di sgomento inquieto. All’ammirazione sono indotta dall’eccezionale qualità di ogni sua opera, dalla perfezione tecnica, dalla quasi amorosa attenzione a ogni particolare, dalla naturalezza fluida della narrazione che non ci lascia cogliere il dilatarsi del tempo, che scorre molto velocemente. I suoi racconti, inoltre, sfuggono a qualsiasi tentativo di frettolosa interpretazione, ci spiazzano, ci interrogano, ci inquietano, sollecitano la nostra riflessione, ciò che costituisce, secondo me, uno degli aspetti più affascinanti del suo cinema. Il regista è sempre presente, ma è abilissimo nel non comparire: suggerisce i possibili collegamenti, soprattutto evocando atmosfere, molte delle quali ci riportano ai grandi registi del passato, mai citati esplicitamente: c’è un po’ di Hitchcock in Cyril, ma il thriller è ancora lontano e ci suggerirà un inaspettato collegamento: Siegel e il suo Soldato Jonhatan; c’è un po’ di Shining nei lunghi corridoi, ma Kubrick sarà invece indirettamente ricordato con la musica di Schubert, quella del Piano Trio op. 100 che, col secondo movimento, accompagna la resistibile ascesa di Barry Lyndon, il piccolo arrivista che forse rassomiglia ad Alma, o forse no… Certo è impressionante e stupefacente l’attacco schubertiano al primo arrivo di Alma nella Maison…

Da vedere, da rivedere e da meditare. Un film capolavoro, anche senza gli Oscar: peggio per l’Academy se, ancora una volta, non saprà distinguere il grano dal loglio.

Non ho parlato degli attori, interpreti davvero tutti eccezionali: spero che Daniel Day Lewis non mantenga la parola e che non ci abbandoni.

Avverto che la visione in lingua originale ci aiuta a liberarci dal birignao del fastidioso doppiatore che trasforma Reynold Woodcoock in un insopportabile snob.

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*Il film è ispirato liberamente alla figura di C. Balenciaga da tempo al centro della curiosità di P.T. Anderson.Sull’ispirazione del film e sulle ricerche d’archivio condotte per la sua realizzazione, può essere utile e interessante questo articolo del Corriere della Sera che contiene, una bella intervista a Daniel Day Lewis, l’eccezionale interprete del personaggio di Reynolds

 

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S is for Stanley

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recensione del film /documentario:
S IS FOR STANLEY

Regia:
Alex Infascelli

Principali interpreti:
Alex Infascelli, Emilio D’Alessandro, Janette Woolmore – 78 min. – Italia 2015.

 

 

Che sia un film o un documentario o un oggetto alieno in attesa di essere identificato, per incollargli l’etichetta adatta a definirne il genere, quest’opera alla quale Alex Infascelli si è dedicato per tre anni è bella e interessante. E’, per prima cosa, il ritratto di un uomo, Emilio D’Alessandro che ha avuto un ruolo importante nella vita di uno dei massimi registi della storia del cinema, che tutti abbiamo amato e continuiamo ad amare: Stanley Kubrick, ovvero S che, come dice il titolo, sta per Stanley (is for Stanley). Così infatti Kubrick firmava i bigliettini che lasciava nei locali della sua casa affinché Emilio D’Alessandro li leggesse, ne prendesse nota e si attivasse di conseguenza. Emilio, londinese di genitori italiani, era il suo autista-meccanico-segretario-uomo di fiducia e talvolta anche la sua memoria, ma soprattutto era un amico speciale e vero.
Si erano conosciuti in modo strano: appassionato di auto e motori, Emilio sognava un futuro in Formula Uno, ma, avendo moglie e figli, non poteva permettersi di attendere la gloria e, dopo qualche gara, si era accontentato di fare il taxista, prestandosi anche a effettuare trasporti particolarmente difficili o delicati.
Kubrick aveva bisogno di trasportare l’enorme fallo di ceramica di Arancia Meccanica, ma l’ingombro, il gran peso, la relativa fragilità, nonché la difficoltà di percorrere le strade della metropoli piene di neve e scivolose, rendevano l’impresa ardua. Emilio accettò di buon grado ottenendo però di coprire almeno un poco, per ragioni di…decenza, l’imbarazzante oggetto. Fu l’inizio di una conoscenza che col tempo sarebbe diventata amicizia e familiarità profonda. Il regista, che era quel genio che conosciamo, era quasi del tutto sprovvisto di senso pratico: nessuno come lui era in grado di intuire l’utilità di un oggetto, di una location, di un edificio, magari in stato di abbandono, per realizzare un progetto, ma nessuno come lui necessitava, oltre che di uno staff che conducesse trattative e stipulasse contratti, anche di un factotum che con la sua intelligenza comprendesse subito come adattare, con le dovute modifiche o riparazioni, ciò che sarebbe servito alle esigenze delle riprese, a chi affidare certi compiti, come intervenire anche sul set in caso di problemi tecnici imprevisti. Erano passate fra le mani di Emilio le armi di Barry Lyndon, ma anche l’ordine per le  migliaia di candele che ne avrebbero illuminato gli interni; le trasformazioni per i locali di Shining, ma anche quelle di un’intera fabbrica dismessa e acquistata per Full Metal Jacket.
S aveva trovato con Emilio il collaboratore ideale, su cui poter contare in qualsiasi momento del giorno e persino della notte poiché una linea telefonica privata con l’abitazione di lui gli permetteva anche questa “invasione” della sua pace familiare. Un po’ troppo forse anche per un uomo così affezionato e paziente, per non parlare di quella povera moglie che pur essendosi abituata ad affrontare da sola quasi tutti i problemi della casa e dei figli, continuava a sperare che sarebbe arrivato il momento, con l’età della pensione, di godersi, finalmente, la compagnia del marito, andando a vivere a Cassino, dove una vecchia casa di campagna dei nonni li attendeva. Era stato difficilissimo lasciare S, ma era giusto così…o no? Dopo un rapporto così faticoso, ma anche interessante e ricco, non era facile adattarsi alla vita sonnolenta del paese, soprattutto dopo che S si era rifatto vivo: aveva ancora bisogno di lui, ora che stava realizzando il vecchio progetto, a lungo accarezzato, di girare il film dal bellissimo romanzo breve di Schnitzler Doppio sogno. Stava nascendo Eyes Wide Shut, l’ultimo dei suoi film!


Infascelli racconta, ma soprattutto ascolta e ci fa ascoltare le rivelazioni strabilianti di quest’uomo umile e mite, che di S conosceva ogni aspetto, dalla vita familiare ai rapporti con gli animali, ai problemi di salute, ai farmaci che gli servivano, ma al quale non aveva chiesto mai nulla, accontentandosi di portar via, su suo invito, qualcosa che gli servisse per la casa di Cassino: i tappeti dell’Hotel di Shining, che infatti lì fanno ancora bella mostra di sé! Fu ripagato dall’affetto profondo e sincero di quel genio, che morì, si può dire, fra le sue braccia, dopo avergli persino dedicato un omaggio riconoscente nell’ultimo film.
Magnifica ed emozionante ricostruzione che ogni amante del cinema di Kubrick dovrebbe vedere, magari con qualche sacrificio: la distribuzione non è stata facile, as usual!
Chi riuscirà a vederlo, però, potrà anche divertirsi: un’ironia commossa (irresistibili le osservazioni di Emilio sugli attori, specialmente quelle su Jack Nicholson) permea ogni scena e salva dall’agiografia retorica il genio e il piccolo uomo a lui devoto.

Turner

Schermata 2015-02-06 alle 21.49.46recensione del film:
TURNER

Titolo originale:
Mr. Turner

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Timothy Spall, Dorothy Atkinson, Marion Bailey, Paul Jesson, Lesley Manville – 149 min. – Gran Bretagna 2014.

William Turner (1775-1851), il più innovativo fra i pittori inglesi del primo Ottocento, viene raccontato in tutta la sua complessità in questo straordinario film biografico del grande Mike Leigh (Belle speranze, Another Year), che ricostruisce con grande rigore storico l’epoca in cui si sviluppano le vicende della sua vita, distribuendo lungo tutto il racconto, non solo perciò nei paesaggi e negli ambienti nei quali il pittore aveva concepito ed elaborato le sue opere, le magnifiche immagini della fotografia di Dick Pope che ha saputo coglierne impareggiabilmente i colori, le luci e le atmosfere. L’ultima fatica di Leigh si è protratta nel tempo, inevitabilmente, poiché il personaggio di cui ricostruisce la storia  è un uomo complesso, sulle cui contraddizioni e sulla cui autenticità (Mister Turner è, infatti, il titolo originale) si incentra molta parte del film. Egli era rude e brutale, di aspetto sgraziato e sgradevole; si esprimeva per lo più a grugniti; si comportava come un animale, soprattutto con le donne. D’altra parte lo splendore luminoso della sua pittura paesaggistica, la pietosa rappresentazione, sulla tela, dei naufraghi trasportati in catene dal continente africano da negrieri senza scrupoli, l’attenzione commossa alla musica con coloriture sentimentali, l’amore per il padre ci parlano di un uomo diverso, sensibile e intelligente, la cui presenza nel film avvertiamo attraverso almeno due scene emblematiche, che, secondo me, hanno quasi la funzione di cerniera utile a stabilire la continuità senza soluzione del suo essere duplice, dionisiaco, e, insieme, paradossalmente, apollineo. La prima ce lo descrive quando, tornato alla casa del padre dopo uno dei suoi molti viaggi continentali in cerca di ispirazione e di conoscenza, comincia a riportare sulla tela le sue impressioni di viaggio. Colpisce che egli lavori impastando le sue terre colorate, le biacche e gli oli con le mani che a poco a poco diventano tavolozza e pennello. Sul palmo di quelle mani egli valuta, infatti, la intensità dei colori che stenderà sulla tela, così come con le dita di quelle stesse mani  egli trasformerà gli effetti uniformi delle campiture più vaste, creando  profondità, sfumature, giochi delle ombre e di luci. Si tratta di un momento del film stupefacente per la sua significanza: l’uomo non teme lo sporco, la terra, la manualità della pittura; sembra, anzi, che se ne compiaccia, quasi che solo entrando nella confidenza più intima e carnale con gli elementi materiali del dipingere gli sia possibile ottenere quei sublimi effetti luminosi che gli permetteranno, nelle ultime opere, di attingere a una particolare forma di spiritualità, dematerializzando e disperdendo nella luce le ultime tracce di rappresentazione “naturalistica”. La seconda scena (che il regista gira accreditando una leggenda a lungo circolata, ma non documentata, sul conto dell’artista) descrive Turner che si fa legare saldamente all’albero di una nave durante una spaventosa tempesta, allo scopo di non farsene  travolgere, abbandonandosi, però, alla terribile potenza delle forze naturali, per diventare egli stesso elemento in sintonia con quella natura selvaggia e primigenia. La memoria corre a Ulisse, che nello stesso modo si era difeso dal canto malioso e distruttivo  delle Sirene, non rinunciando, tuttavia, a conoscerlo: l’arte avrebbe ricomposto in una superiore sintesi, sensazioni ignote e dolorose sofferenze.

Emerge dunque dal film il potente ritratto di un artista che, nonostante l’evidente e imbarazzata rozzezza nei rapporti d’amore*, aveva saputo infondere nelle proprie opere il fuoco profondo di un animo innamorato dell’arte e della bellezza, talvolta insospettabilmente delicato (nella pietà per la prostituta giovanissima, il cui corpo non vorrà violare o per la giovane annegata approdata sulla riva del mare), talvolta fiero nel dignitoso silenzio che quasi sempre oppone all’invidia ipocrita dei più noti pittori del tempo, da Constable a Hydon, così come all’attenzione ammirata, ma supponente, del giovane Ruskin, il futuro grande critico. Egli, inoltre, ignorando i complimenti e i consigli interessati, difende la propria opera preservandone l’integrità complessiva, evitandone la dispersione nelle mani dei mercanti d’arte e disponendone, invece, la donazione allo stato inglese, in modo che, nello spazio pubblico di un museo, tutti i cittadini possano ammirarla e goderla.
Lo splendore straordinario delle immagini, la verità della narrazione, condotta con scrupolo filologico e la superba recitazione di tutti gli attori, del protagonista Timothy Spall, in primo luogo (gli è valsa la Palma d’oro a Cannes), ripagano largamente della inevitabilmente lunga durata della pellicola.

* il film ci parla dell’indifferenza astiosa per Sarah Danby, madre delle due figlie, mai amate; della brutalità degli assalti “usa e getta” alla fedele domestica e anche della tiepida relazione tardiva con la gentile e generosa vedova Booth, con la quale egli avrebbe condiviso, senza troppa continuità, gli ultimi anni della vita.

il ruolo del caso (Locke)

Schermata 05-2456782 alle 21.10.48recensione del film:
LOCKE

regia:
Steven Knigh

Unico interprete:
Tom Hardy

Voci al telefono:
Ruth Wilson, Olivia Colman, Andrew Scott, Ben Daniels – 85 min. – USA, Gran Bretagna 2013.

Ivan Locke (Tom Hardy) era un uomo come tanti, un gran lavoratore con una bella famiglia: moglie affettuosa, Katrina, e figli che lo aspettavano ogni sera, dopo le lunghe giornate del suo lavoro da costruttore edile. Era un bravissimo capo cantiere, attentissimo non farsi sfuggire neppure il più piccolo particolare del lungo processo al termine del quale sarebbero sorti, come per miracolo, i “suoi” grattacieli altissimi e solidissimi, a prova di uragani e terremoti. Lo scrupolo, in effetti, non è mai troppo in questo tipo di lavoro, perché le fasi delicate sono molte e, apparentemente,  insignificanti: basta una minima, quasi impercettibile variazione nella composizione del calcestruzzo per mettere in pericolo l’equilibrio statico della costruzione; basta non aver comunicato per tempo ai comuni di competenza che occorre bloccare il traffico a una certa ora, per non rendere possibili i controlli indispensabili a evitare adulterazioni e frodi nella fornitura di quel miracoloso impasto! Ivan era, perciò, diventato un vero genio della programmazione, nel lavoro, come nella vita. Aveva costruito e organizzato con altrettanta cura anche la sua famiglia, luogo della condivisione degli affetti e dei riti domestici davanti alla TV, cementato dal comune tifo per la squadra di calcio: tutti con la stessa maglia dei calciatori, con gli hot dog e le bibite giuste per discutere delle prodezze e degli errori durante la partita. Figlio non riconosciuto da un padre irresponsabile che l’aveva costretto a umilianti situazioni e a percorsi in salita sempre e dovunque, Ivan aveva scrupolosamente badato di evitare ai propri figli condizionamenti così negativi e aveva trovato in Katrina la madre, la moglie e l’alleata serena ed equilibrata, giusta per i bambini e ideale per lui. La vita, però, per quanto organizzata e programmata con ogni attenzione, perché nulla venga lasciato al caso, può riservare sorprese e imprevisti, come quella volta che, al termine di uno stage che per due settimane lo aveva tenuto lontano da casa, dopo qualche bicchiere di troppo, Ivan aveva passato la notte fra le braccia di Bethan: una scappatella senza importanza e senza implicazioni sentimentali, scusabile dopo tanti anni di matrimonio. Bethan, però, era rimasta incinta, gliel’aveva comunicato dicendogli anche che avrebbe tenuto il bambino ad ogni costo. Questo, davvero, gli aveva scombinato i piani: avrebbe di sicuro riconosciuto quel bambino, perché quel figlio mai sarebbe stato umiliato come lui da piccolo. Katrina avrebbe capito e lo avrebbe aiutato. Il problema era quello di parlargliene, ma mancavano due mesi, c’era tempo: giusto il tempo per portare a termine la “sua” costruzione più impegnativa, la più alta del mondo. Senonché, del tutto all’oscuro dei problemi della famiglia, dei guai e dell’arrivo del calcestruzzo, quel bambino, impaziente di nascere, aveva anticipato di due mesi la data prevista e ora costringeva Ivan a occuparsi di lui, che avrebbe invece dovuto essere già a casa per guardare la partita!
Tutta questa vicenda ci viene raccontata da Ivan, alla guida dell’auto, mentre, in piena notte, percorre l’autostrada, cercando di raggiungere Londra, dove Bethan è stata inaspettatamente ricoverata all’ospedale per partorire. Non vedremo mai né Katrina, né i due bambini, né Bethan, né il suo sostituto Dolan che dovrà farsi carico dell’arrivo del calcestruzzo: sentiremo le loro voci, impaurite, preoccupate, incredule, furenti, attraverso il cellulare a cui freneticamente, in un crescendo di tensione emotiva, Ivan cerca di rispondere, mettendo, per la prima volta in gioco tutto se stesso, il proprio lavoro, e gli affetti familiari, e sfogando la rabbia, a lungo covata, nelle feroci invettive contro il padre.

Il film che ne risulta, con un solo interprete, il bravissimo e semi sconosciuto Tom Hardy, riesce eccezionalmente a dilatare lo spazio dell’abitacolo minuscolo in cui avvengono gli scambi telefonici per offrirci squarci e scorci della vita di Ivan e del suo passato familiare senza flashback, e senza effetti claustrofobici, ma semplicemente grazie a una sceneggiatura solidissima e impeccabile, accompagnata da una straordinaria e coloratissima fotografia, ricca di effetti astratti, bellissima.
Cinema di alto livello, costato pochissimo e girato in tempi brevissimi (meno di una settimana), accolto con molto successo all’ultimo Festival di Venezia, dove avrebbe sicuramente stravinto se non fosse stato presentato fuori concorso. Chapeau!

Londra thatcheriana (Belle speranze)

recensione del film:
BELLE SPERANZE

Titolo originale:
High Hopes

Regia:
Mike Leigh

Principali interpreti:
Philip Davis, Ruth Sheen, Heather Tobias – 112′ min. – Gran Bretagna 1988

Se le sale programmano film che non interessano, si può sempre vedere un bel DVD come questo, scovato per caso fra quelli dell’edicola di un paesetto di montagna!

Quando il grande regista Mike Leigh (ricordate Another Year?) girò questo magnifico film (il suo secondo, dopo quasi vent’anni di assenza dalle scene), nel Regno Unito stava per concludersi l’era thatcheriana, ma era ovunque già visibile lo sconvolgimento sociale prodotto da quella politica. Leigh ne valuta le conseguenze umane sullo sfondo di una Londra sfigurata anche nell’aspetto: vennero messe in vendita, infatti, a costi molto bassi, e successivamente ristrutturate, le case dei quartieri popolari, già affittate dal Comune, a prezzo politico, alla working class, ciò che diede luogo a colossali speculazioni e stravolse i rapporti sociali fin allora esistenti. Alla solidarietà di classe e di vicinato, si sostituì l’indifferenza, quando non l’insofferenza, per gli anziani, troppo poveri per comperare le loro vecchie abitazioni, che, rimasti lì, si sentivano sopportati a fatica, perché erano spesso invitati ad andarsene, per permettere una piena riqualificazione del quartiere. L’atteggiamento sdegnoso dei nuovi ricchi si diffuse anche fra i parenti più stretti, dispostissimi a barattare il legame familiare con la proprietà di un alloggio, probabile fonte di futuri lauti guadagni. Il regista indaga con amara attenzione l’avvenuto mutamento dei cuori e della mentalità, raccontandoci la vicenda della signora Bender e dei suoi due figli, Cyril (Philip Davis) e Valerie (Heather Tobias). L’anziana donna (eccellente Edna Doré), dal volto segnato dal dolore e dai sacrifici, riceve da loro poche attenzioni, in modo particolare da Valerie, casalinga isterica e frustrata, trascurata dal marito, ma pienamente convinta della necessità di sacrificare la madre al proprio desiderio di ascesa sociale. Cyril, al contrario, non rinnega le sue origini e non ambisce a diventare ricco: è affezionato al suo passato familiare e sociale, ma è depresso e si sente vinto: è un personaggio pateticamente ancora fedele agli ideali del socialismo sconfitto, tanto che, insieme a Shirley (Ruth Sheen), la donna con cui convive da dieci anni, va spesso a visitare la tomba di Karl Marx al cimitero di Highgate. Il loro rapporto si è un po’ deteriorato, perché Shirley, che è una donna tenerissima, vorrebbe un bambino, mentre a lui manca il coraggio di progettare il futuro, dopo che le speranze rivoluzionarie si sono spente. Sarà il calore umano di lei, nonché la sua profonda sensibilità, a fargli comprendere le ragioni della vecchia madre e ad aiutarlo a superare il pessimismo che sta mettendo a rischio il loro legame. Il film, che fu presentato in Italia, al festival di Venezia nel 1988, è ancora visibile in DVD. Si tratta di un lavoro molto interessante e convincente, soprattutto là dove Mike Leigh coglie le dolorose conseguenze della spietata “modernizzazione” del paese, avviata dalla Thatcher con fredda lucidità. Il ritratto dei vinti, che ancora orgogliosamente rivendicano, come Cyril e Shirley, l’antica appartenenza a un mondo di valori che, condivisi in un ambiente solidale, rendevano più sopportabile vivere, è raccontato con dolente tristezza e umanissima partecipazione, così come la drammaticità della vecchiaia solitaria e della povertà, disprezzata e snobbata da cinici e ignoranti arrivisti, è resa con drammatico e sobrio pudore, grazie anche all’eccellente gruppo di attori (molti dei quali Leigh riproporrà nei film successivi), di eccezionale espressività.

il medico delle donne (Hysteria)


recensione del film.
HYSTERIA

Regia:

Tanya Wexler

Principali interpreti:
Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
– 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Il film non è un capolavoro, ma è divertente ed è altra cosa da quanto ci viene proposto dal trailer e dai numerosi “prossimamente” delle sale, il che mi fa pensare che le promozioni cinematografiche presentino ogni nuova pellicola al peggio, poiché solleticano più le curiosità morbose e pruriginose del pubblico che il suo gusto o la sua cultura (alla larga da questi oggetti misteriosi, per carità!). Il risultato è che un film come questo, che con grazia e garbo ricostruisce accuratamente alcuni aspetti importanti della Londra di fine Ottocento, attira molti spettatori che, illudendosi di vedere scene particolarmente osé, cominciano a ridere sguaiatamente ancor prima che gli attori aprano bocca o si muovano. Nonostante tutto ciò, è piacevole vedere questo lavoro, che è ben costruito, e ci restituisce la verità storica della Londra “fin de siècle”, quando in pieno vittorianesimo puritano e ipocrita, emersero le importantissime lotte sociali condotte dalle suffragette per il diritto femminile al voto, nonché per l’emancipazione delle donne e dei loro bambini dall’indigenza e dall’ignoranza. A questa importante missione si dedica nel film, anima e corpo, Charlotte, una delle figlie del dottor Dalrymple, cioè di colui che curava le signore borghesi di Londra, infelici e depresse per la presunta malattia isterica (prima che gli studi di Freud chiarissero le vere origini di questo disturbo femminile, si pensava che malinconia, tristezza e depressione dipendessero dall’ utero particolarmente irrigidito). Nel corso del film si alternano intrecciandosi le vicende di due mondi paralleli: quello dei quartieri miseri e sordidi di Londra, nei quali si svolge l’opera filantropica di Charlotte, e quello della ricca casa – studio di suo padre, che ne detesta le bizzarrie umanitarie, consolandosi con la tranquilla presenza dell’altra figlia, la più giovane, Emily, tutta casa, pianoforte e studi frenologici. Quando il vecchio Darlymple decise di lasciare il proprio studio, trasmise al suo designato successore, il giovane medico, appena licenziato dall’ospedale dei poveri, Mortimer Grenville, i segreti della cura grazie alla quale era riuscito a “guarire” l’isteria delle sue pazienti: un massaggio esercitato con pressione crescente sulla vulva delle signore, fino al “parossismo”, termine che, secondo la terminologia medica del tempo, avrebbe dovuto indicare l’avvenuto ammorbidimento dell’utero, ma vero e proprio orgasmo, in realtà. Il lavoro di Mortimer ebbe immediato successo, ma gli causò gravi dolori alla mano deputata al massaggio: le invenzioni di un amico, col pallino delle applicazioni elettriche agli oggetti di uso quotidiano, gli diede l’idea di aiutarsi con uno strumento costruito appositamente, un vibratore, che venne dapprima, fra mille cautele, utilizzato in studio, ma che successivamente divenne uno strumento portatile, fonte per lui di guadagno e di indipendenza dal vecchio Darlymple, ciò che gli permise di dedicare le proprie attenzioni a Charlotte e alla sua causa, lasciando al suo destino la sdolcinata Emily. Non voglio aggiungere altro: il film va visto, perché diverte con intelligenza, talvolta maliziosa, non è mai volgare, come lascerebbe immaginare l’argomento trattato. La regista, Tanya Wexler, americana di Chicago e residente a New York, non proprio esordiente, ma poco nota presso il grande pubblico, potrebbe aver trovato l’occasione giusta per farsi apprezzare.

che bello quel discorso! (Il discorso del re)

Recensione del film:

IL DISCORSO DEL RE

Titolo originale:
The King’s Speech

Regia:
Tom Hooper

Principali interpreti:
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle
– 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010.

Questo bellissimo film storico ricostruisce le vicende che, in un drammatico momento per la storia britannica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, portarono nel 1936 Alberto, duca di York sul trono britannico, col nome di Giorgio VI. Questo avvenne dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, diventato duca di Windsor per sposare Wallis Simpson, l’americana pluridivorziata e molto chiacchierata anche per le simpatie filo-naziste. Il trono, in realtà, non era mai stato nelle ambizioni del giovane Alberto. Egli era cresciuto in una famiglia reale poco affettuosa con lui, considerato quasi malato di mente, sempre schiacciato dalla sicurezza prepotente del fratello maggiore, la cui mancanza di stima e di amicizia probabilmente fu all’origine del blocco psicologico che nelle cerimonie ufficiali gli procurava un’ostinata balbuzie. Forse, proprio in considerazione della scarsa stima di cui godeva in famiglia, nessuno si era opposto al matrimonio d’amore (rarissimo all’epoca nelle corti europee) con la giovane Elizabeth Bowes-Lyon, discendente da famiglia di nobiltà secondaria. La scelta fu davvero felice: Elizabeth gli diede due figliolette di cui egli fu padre affettuoso e tenero, ma soprattutto gli fu vicino e lo aiutò con la sua presenza amorevole e attenta nei momenti più difficili dei suoi impegni pubblici, insistendo per fargli accettare il logopedista, Lionel Logue. Questi, individuando la causa dei suoi guai, non si lasciò intimidire né dagli scatti d’ira o di arroganza, né dalle umiliazioni che il giovane re non gli risparmiava, e cercò di condizionarlo positivamente per fargli superare ansie e paure che gli avevano impedito di avere stima e rispetto di sé. Il discorso che, alla vigilia della guerra contro la Germania (1939) egli pronunciò, senza balbettamenti, ma con grande calore, assistito da Lionel, fu ascoltato con commozione in ogni angolo dell’impero, grazie allo strumento della neonata radio, e sancì il legame d’affetto e di stima che da allora, fino alla sua morte, legherà il re al suo popolo. Il film racconta, in modo estremamente limpido e classico la storia del re che vorrebbe guarire, ma anche la vicenda della sua difficile fiducia verso Lionel, grande deuteragonista. La grande storia del Novecento non si limita a fare da sfondo, ma accompagna in ogni momento del film le scelte di Alberto: è dalla consapevolezza della sinistra minaccia che Hitler costituisce per il suo paese che nasce la ferma volontà del re di accettare la sfida compiendo il suo dovere fino in fondo, anche avvalendosi della radio,cioè del prodotto tecnologico che i dittatori europei avevano cominciato a usare come strumento di manipolazione del consenso, e della quale, nonostante la difficoltà di parola, egli vorrà servirsi, intuendone le enormi potenzialità comunicative. La narrazione tratteggia con grande cura le ansie collettive del momento e con altrettanta precisione storiografica ci presenta una bellissima ricostruzione della Londra di allora, delle case, delle stanze reali, e di quelle più semplici, grazie a una calda e nitida fotografia. Gli attori sono guidati molto bene e manifestano eccezionali capacità interpretative, dall’ottimo Colin Firth, grande re, ma uomo timido impacciato, all’eccelso Geoffrey Rush, perfetto Lionel, alla bella e sensibile Helena Bonham Carter nella parte di lady Elizabeth, moglie innamorata e preoccupata, ma fiduciosa nelle qualità del marito.

amore, amicizia, diversità (London River)

Recensione del film:

LONDON RIVER

Regia: Rachid Bouchareb.

Principali interpreti:Brenda Blethyn, Sotigui Kouyaté, Roschdy Zem, Sami Bouajila, Bernard Blancan – 87 min. – Gran Bretagna, Francia, Algeria 2009.

La bionda Jane e il nero Alì sono due giovani che si amano: studiano a Londra, dove vivono nel modesto alloggio di in un quartiere multietnico e frequentano anche un corso di arabo. In seguito agli attentati del 7 luglio 2005, i rispettivi genitori, che non hanno da tempo loro notizie, partono per Londra e si mettono alla loro ricerca. La madre di Jane, Mrs. Sommers, è una vedova che vive, col fratello, in una villetta a Guernsey, isola della Manica. Il padre di Alì, Ousmane, è una guardia forestale che lavora in Francia. Egli è un africano, emigrato per garantire a sé e alla sua famiglia un futuro; non ha avuto né tempo, né modo di seguire il figlio a Londra: ha promesso alla moglie di riportarlo da lei, ma è preoccupato che il giovane si sia fatto trascinare in qualche sciagurato progetto terroristico. I due si incontreranno proprio durante i numerosi tentativi di ritrovare i ragazzi. Per entrambi si tratterà di conoscere davvero i propri figli: neppure Mrs. Sommers, infatti sa chi è Jane, l’ha vista, in realtà, durante l’ultimo Natale, ma mai avrebbe immaginato che la figlia studiasse l’arabo o che vivesse con un nero, islamico, in un quartiere talmente pieno di musulmani, che persino il padrone di casa della figlia, macellaio nel quartiere, lo è. La donna è sgomenta e impaurita: le notizie di Jane sono incerte e il timore che la figlia sia vittima degli attentati si fa sempre più forte, ma ciò che sembra maggiormente preoccuparla è che la giovane si sia messa in qualche guaio, perché, l’equivalenza pregiudiziale tra musulmano e attentatore le sembra ovvia; né la donna riesce a capire a che cosa possa servire a Jane la conoscenza dell’arabo. Molto lentamente Mrs. Sommers riuscirà a vedere il nerissimo e africanissimo Ousmane con amicizia, avvicinandosi a poco a poco a lui e al suo mondo, avendo finalmente compreso che nelle cose fondamentali della vita, quali l’amore e le preoccupazioni per i figli, o il dolore, gli uomini, qualunque sia il colore della loro pelle, sono davvero uguali, e che solo la pietà e la solidarietà reciproca ci aiutano a sopportare le angosce, pur nella diversità con cui ciascuno si esprime: si può essere rassegnati di fronte a ciò che è ineluttabile, come Ousmane o non riuscire a nascondere la rabbia, come Mrs. Sommers. Il film, di alto valore morale e civile, è condotto con grande cura. Il regista segue attentamente il mutamento che si produce nell’animo di Mrs. Sommers, e crea nello spettatore una forte tensione, perché riesce a dar vita ai due giovani svelandone a poco a poco gusti, aspirazioni, stili di vita, tanto che si attende con trepidazione di conoscere la loro sorte, sebbene vengano visivamente rappresentati solo attraverso qualche sbiadita fotocopia appiccicata sui muri di Londra. Ottimi gli attori: a Sotigui Kouyaté, umanissimo Ousmane, è andato il riconoscimento prestigioso del premio quale miglior attore al festival di Berlino 2009, poco prima della sua morte avvenuta nell’aprile di quest’anno a Parigi

una difficilissima formazione (Fish Tank)

Recensione del film:

FISH TANK

Regia: Andrea Arnold.

Principali interpreti:
Katie Jarvis, Kierston Wareing, Michael Fassbender, Rebecca Griffiths, Harry Treadaway – 123 min. – Gran Bretagna, Paesi Bassi 2009

In una degradata periferia londinese, vive Mia, quindicenne che affronta nella più squallida solitudine la sua adolescenza. La madre, che avrebbe il compito di aiutarla a superare un delicatissimo passaggio della vita, si rivela immatura e infantile: la sente come un peso e la vede come rivale in amore, mentre la sorellina è ancora molto piccola per capirla davvero. Mia, dunque, impara presto a difendersi da sola, con gli strumenti dell’aggressività, esercitata nei confronti delle amiche, che riesce perciò ad allontanare da sé, ma anche nei confronti dei maschi che tentano di abusare di lei e che sono costretti a una precipitosa ritirata. La fanciulla ha due sogni: impadronirsi di una mite cavallina bianca, malata, per sottrarla alla crudele volontà di chi la vuole abbattere, e danzare, affermandosi nel mondo dello spettacolo. A questa seconda passione, Mia si dedica con metodo, allenandosi in vista di un’esibizione, ma l’ambiente equivoco in cui verrà accolta la induce a fuggire. Il film si svolge indugiando sulle vicende della ragazzina, con pietosa partecipazione, anche quando la rabbia della giovinetta sembra oltrepassare davvero il segno, e precipitare nella tragedia anche chi è innocente e non porta alcuna responsabilità delle sue sciagure. Lo spettatore capisce che non potrà esistere per lei altro che un futuro incerto e marginale, mancandole quegli strumenti culturali minimi che le permetterebbero di affrontare la vita secondo i suoi desideri (davvero struggente la scena in cui Mia, aggirandosi nella casa di Connor, l’uomo che aveva approfittato della sua ingenuità, esprime, con lo sguardo che si posa su angoli e oggetti, il sogno di una vita normale e organizzata). La regista affronta quindi un tema non molto originale: quello dello squallore delle periferie urbane, in cui si infrangono i sogni di riscatto di un gran numero di ragazzi, che non hanno chi li ascolti e li guidi con fermezza e comprensione e, nonostante qualche lungaggine, riesce a dar vita credibile a una figura contraddittoriamente violenta e tenera come quella di Mia, splendidamente interpretata dalla giovanissima Katie Jarvis, al suo primo film.

An Education

Recensione del film:
AN EDUCATION

Regia:
Lone Scherfig

Principali interpreti:
Peter Sarsgaard, Carey Mulligan, Alfred Molina, Dominic Cooper, Rosamund Pike, Olivia Williams, Emma Thompson, Cara Seymour, Matthew Beard, Sally Hawkins, Amanda Fairbank-Hynes, Ellie Kendrick, William Melling, Connor Catchpole, Kate Duchène, Bel Parker – 100 min. – Gran Bretagna 2009

Il difficile passaggio dall’adolescenza all’età adulta viene raccontato con molta finezza dalla regista danese di questo film, che, ispirandosi alle memorie della giornalista inglese Lynn Barber, racconta una vicenda ambientata nella Londra del 1961. La giovane Jenny studia in un severo College della città, con ottimi voti, e coll’obiettivo di ottenere l’iscrizione a Oxford per l’università. Gli insegnanti e i genitori la incoraggiano in questa direzione, ma senza offrire alla ragazza motivazioni sufficienti a sacrificare il proprio tempo e la propria giovinezza allo studio. La scuola, infatti, offre esempi di severità, e anche di ottusità, soprattutto attraverso il comportamento della preside (una Emma Thompson, che nessuno immaginerebbe in questi panni, così poco consoni a lei), mentre la famiglia spera di ottenere, grazie alla affermazione della figlia, quello “status” che le è negato per la modestia delle sue condizione sociali e culturali. L’insufficienza delle motivazioni emerge con chiarezza nel momento in cui un affascinante e un po’ attempato giovanotto, corteggiando Jenny, le prospetta un avvenire del tutto diverso, fatto di piaceri, ricchezza e divertimenti. Una “Londra da bere”, in cui il denaro comincia a scorrere con una facilità sospetta, incanta la fanciulla che immagina, ora, il suo futuro in modo un po’ diverso, ma incanta anche i suoi banali genitori, che pensando a Jenny, ma anche un po’ a se stessi, ritengono che una scorciatoia sia praticabile e vantaggiosa per tutti. Il risveglio dal sogno sarà durissimo. Il film affronta dunque un momento difficile per una giovane del 1961, ma pone contemporaneamente anche il problema di come possano gli adulti rapportarsi agli adolescenti offrendo loro valori veri, che diano un senso ai sacrifici che lo studio comporta, e quale linguaggio debbano usare affinché la comunicazione fra le generazioni sia possibile. L’interesse del film è nella semplice fluidità con la quale il tema assai complesso viene raccontato e nell’ottima interpretazione degli attori, fra cui spicca in modo particolare la bravissima e molto espressiva Carey Mulligan, davvero emozionante nei panni dell’adolescente umiliata e ferita, che a durissimo prezzo raggiunge la propria maturità.