Parasite

recensione del film:
PARASITE

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Song Kang-ho, Sun-kyun Lee, Yeo-jeong Jo, Choi Woo-Sik, Park So-dam, Hyae Jin Chang – 132′ . Corea del sud, 2019.

Bong Joon-ho è tornato a girare nel Sud della Corea e ha presentato questo amarissimo film a Cannes, dove ha vinto la Palma d’oro nel maggio di quest’anno.
Quest’ultimo suo lavoro ha fatto molto discutere e ha diviso critica e pubblico, come sempre accade quando l’invenzione cinematografica propone situazioni e immagini che ci disturbano e ci angosciano, come in questo caso in cui anche a noi occidentali il regista indirizza l’invito a rispondere con urgenza alle angosce degli altri abitanti del pianeta per i quali costumi e tradizioni da secoli consolidati sono stati spazzati via nel giro di pochissimi anni dal rapidissimo affermarsi del libero mercato e della tecnologia.
I comportamenti umani sembrano ovunque dominati dalla perversa convinzione reazionaria, diventata purtroppo anche comune sentire, che il mondo dell’ingiustizia e del degrado in cui viviamo non sia che la conseguenza inevitabile della condizione “naturale” dell’umanità e che, perciò questo mondo ingiusto sia anche l’unico possibile.
Questo si pensa anche all’interno delle due famiglie protagoniste del film: quella dei Kim che vivono a Seul nella più nera miseria e quella dei Park, i più ricchi della città, che emblematicamente rappresentano la tragi-commedia universale dei nostri giorni: null’altro li accomuna se non la fede condivisa nel denaro e nel capitalismo che, permettendone l’accumulo, rende più facile la vita e più semplice la risoluzione di ogni problema.

I Kim e i Park

I primi vivono nella zona più degradata della della capitale sud-coreana, in fondo a una strada in discesa, sbarrata dalla loro casa, che abitano in quattro. Il poco denaro che riescono a guadagnare, piegando il cartone per il trasporto delle pizze, non basta a saldare completamente i loro debiti, ma serve a mala pena per non morire di fame. Di lì, nessuno di loro esce volentieri: gli altri non devono conoscere la loro povertà vergognosa, socialmente interdetta. Dall’isolamento li salva lo smartphone, uno a testa per tenersi aggiornati sulle cose del mondo. È ben vero che non sempre è facile connettersi, soprattutto  se le bollette telefoniche non si sono pagate… in questo caso non resta che affollarsi attorno al W.C., dove il segnale arriva.
La casa riceve un po’ di luce da una finestrella in alto, che dà sulla strada; troppo spesso, però, nelle vicinanze, qualcuno in cerca di privacy se ne arriva per far pipì, ciò che rende oltremodo sgradevole quell’abitare, simile al vivere oscuro degli insetti parassiti che sbucano da ogni lato e manifestano, con la loro presenza, il degrado dell’intera famiglia dei Kim, che si affannano, con qualche successo a cancellarne le tracce.
Della loro condizione, però, tutti loro si portano addosso un segno che non si può nascondere: l’odore, schifoso e insopportabile, almeno a sentire le parole dei ricchissimi Park, nella cui dimora lussuosa, per effetto di una quasi miracolosa raccomandazione, era stato dapprima accolto, come ripetitore di lingua inglese, il figlio, seguito quasi subito dalla sorella, che, sotto le mentite spoglie di una conoscenza lontana, si sarebbe dedicata ai disegni del piccolo di casa; qualche tempo dopo entrambi i genitori, senza tradire alcuna parentela, li avrebbero seguiti.
Il profondo mutare della loro vita, le ricchezze che cominciavano ad affluire nelle loro tasche, la convinzione di trovarsi ormai fuori dalla deriva sociale, a cui sembravano destinati, non erano stati però sufficienti a cancellare quell’odore di miseria che li rendeva diversi dai loro padroni riconoscibili alla finezza dell’olfatto di Mister Park che l’aveva definito schifoso, ma sensualissimo ed eccitante…I Park ora non avrebbero potuto fare a meno di loro, ognuno dei quali, in modo diverso, era diventato indispensabile all’organizzazione perfetta della casa e della famiglia: la madre era l’insostituibile addetta alla gestione della casa, mentre il padre era l’autista di fiducia, sempre disponibile. Il loro ingresso nella bellissima casa di vetro dei padroni era stato sottilmente intelligente e non violento: senza rivendicazioni, senza sindacati, senza rabbia e, soprattutto – importantissimo per gli ultra liberisti coniugi Park – senza stato, burocrazia, carta bollata e scuola: per questo la coppia si era affidata volentieri ai nuovi arrivati, alla superficiali conoscenze dei due ragazzi, all’iniziativa della madre, alla finta devozione del padre: lui e lei ben lieti che nessuno chiedesse di essere assunto secondo le procedure regolari che gli stati, di solito, prevedono a garanzia di tutti.
Sarebbe arrivata per tutti, però, ricchi e poveri, il momento della verità, la dolorosa resa dei conti e della riflessione inevitabile sui parassiti e sui parassitati…
Qui mi fermo senza altro rivelare per non togliere a chi lo vedrà (spero che saranno molti) il piacere della sorpresa, poiché le svolte del film, costruite con intelligenza tagliente e surreale, quasi bunueliana, accompagnano la visione, con l’esattezza di un teorema, fino allo spiazzante e tragi-comico finale.

Mi è parso che il regista, con questo film, di fronte alla rapidità con cui il modello egemonico del capitalismo occidentale si è diffuso nell’intero pianeta stravolgendo antichi valori umani e azzerando le culture solidaristiche, senza che qualche voce si levasse per mitigarne almeno la disumanità, inviti noi tutti a ripensare al futuro impegnando le nostre energie e la comune razionalità alla ricerca di vie d’uscita, abbandonando le illusioni ottimistiche circa una presunta naturale bontà dell’uomo, che qualcuno avrebbe stoltamente deviato, ma anche senza rimpiangere i vecchi tempi ormai improponibili.
Bong Joon-ho ci ha detto, dunque, con questa sua ultima fatica, che è ora di reagire, prima che la tragedia, non solo ambientale, ci travolga definitivamente, senza scampo per nessuno.

 

 

Cina violenta (Il tocco del peccato)

Schermata 11-2456625 alle 12.13.32recensione del film
IL TOCCO DEL PECCATO

Titolo originale:
Tian Zhu Ding

Regia:
Jia Zhang-Ke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Jiang Wu, Wang Baoqiang, Lanshan Luo – 129 min. – Cina, Giappone 2013.

Una Cina grigia soffocata dallo smog, che avvolge paesaggio e case, senza lasciar mai scorgere almeno un po’ di quegli sprazzi di cielo azzurro capaci di aprire il cuore. La speranza, ci dice Jia Zhang-Ke, il regista di questo stupendo film, è morta e sepolta in quello sterminato paese, che sa offrire a chi la guarda, ormai, solo spettacoli di devastazione ambientale, di paesi in rovina, di mostruose costruzioni, di brutti palazzi tutti uguali, che nelle periferie delle vecchie città costituiscono i nuovi insediamenti urbani. E’ morta anche la gentilezza proverbiale dei cinesi: l’impetuoso sviluppo industriale non solo ha fatto piazza pulita della civiltà dei rapporti umani (che non sono vuote formalità, ma comportamenti che aiutano a star meglio); ha purtroppo annullato anche le leggi che regolavano la convivenza; ha reso del tutto vuote di contenuto parole come solidarietà, fratellanza, compassione, col risultato che l’individualismo più egoistico spadroneggia, portando con sé mafia, corruzione, violenza e soprusi. Il più forte è, come dappertutto, il più ricco, quello che può comprare tutto, compresi gli esseri umani, la loro dignità umiliata e beffata, nonché i loro diritti. Nessuna meraviglia, perciò, che gli onesti, non avendo a chi rivolgersi, trovino il modo di farsi giustizia attraverso quella che è la sua negazione: la vendetta crudele e barbarica dei torti subiti, magari col vecchio pesante e ingombrante fucile da caccia, o uccidendo a colpi di revolver i tre grassatori che, armati di ascia, attendono sulla strada il passaggio del motociclista per derubarlo. In quattro episodi che per qualche breve tratto si incrociano, come in un antico retablo policromo, emerge un quadro terribile di quattro diverse realtà geografiche della Cina, paese senza leggi, Far West di vendette impazzite, di soprusi così gravi da spingere anche il più mite degli uomini (o delle donne) alla furia omicida. Troppo spesso, però, la volontà sanguinaria si esercita per il puro gusto della sopraffazione violenta: ne fanno le spese gli ignari passanti, colpiti da un revolver che spara nel mucchio, senza un perché, o i miti e pazienti animali sopraffatti a loro volta da una dissennata e feroce crudeltà, ciò che non può trovare altra spiegazione se non quella di una innata propensione al male nell’uomo che, qualora non sia opportunamente contenuta in una società governata dalla legge e dalla giustizia, dilaga ovunque disgregando l’intero corpo sociale.

In queste condizioni, le donne e i giovani pagano prezzi altissimi: le prime, come sempre preda degli appetiti maschili, sono costrette a difendere la propria libertà di scelta con la violenza per legittima difesa, in ogni caso difficilissima da dimostrare, in un universo maschile per il quale le donne hanno tutte quante un prezzo che basta rilanciare, come ci viene spiegato nel dolorosissimo penultimo episodio; i secondi, emblematicamente rappresentati dal ragazzo onesto che, non riuscendo ormai più a comunicare ad alcuno la propria ansia di valori ideali e la sua aspirazione a vivere con la donna della sua vita in modo semplice e pulito, si uccide, sopraffatto dalla disperazione, gettandosi dal balcone della fabbrica, nell’episodio conclusivo del film.
Colpisce che due registi lontani per ragioni geografiche e culturali come Jia Zhang-Ke e Alexandros Avranas (Miss Violence) abbiano immaginato entrambi il futuro dei più giovani senza altro sbocco possibile, tanto si rassomigliano l’inizio di Miss Violence e la conclusione di questo Il tocco del peccato. I due registi evidentemente sono arrivati entrambi alla medesima visione cupa e disperata: in un universo liberista gli sconfitti che non accettano la supremazia del denaro e non vogliono scendere a compromessi con se stessi e le proprie convinzioni, si rendono presto conto della impossibilità di farsi ascoltare, di parlare con qualcuno che non abbia a cuore solo il denaro e il prestigio che il suo accumulo comporta. La Cina purtroppo, quindi, è oggi più che mai vicina.
Questo è, a mio avviso, uno dei film più belli dell’anno, durissimo, ma non spietato, anche se la violenza sanguinosa e splatter di certe situazioni urta sicuramente la nostra sensibilità. Va tenuto presente, comunque, che, come nelle tragedie greche, la violenza può essere catartica – è questo il caso – quando non ha caratteri di gratuità, ma trova la sua spiegazione nella volontà disperata di rispondere a un ordine sociale fondato sull’ingiustizia più sfacciatamente ostentata, sui ricatti mafiosi, sulla prepotenza del più forte, sostenuta purtroppo dal consenso di un’intera società che si lascia corrompere, nella convinzione che non si possa far nulla contro il presunto ordine naturale delle cose.
Attori eccellenti: l’infelice e soave protagonista del terzo episodio è la moglie del regista, ma gli italiani che vanno al cinema la conoscono per aver interpretato la parte di Li nel bellissimo Io sono Li di Andrea Segre.

Marsiglia e i Marsigliesi (La ville est tranquille)

recensione del film:
LA VILLE EST TRANQUILLE

Regia:
Robert Guédiguian

Principali interpreti:
Ariane Ascaride, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin, Jacques Boudet, Alexandre Ogou – 132 min. – Francia 2000.

Film assai disuguale del regista franco – armeno Robert Guédiguian, l’autore del recente Le nevi del Kilimangiaro.
L’opera, che è del 2000, ha avuto una scarsa distribuzione nel nostro paese e sarebbe passata inosservata se non fosse stata messa in vendita, in DVD, qualche tempo dopo, insieme a un quotidiano, il che ne ha permesso una più ampia diffusione. Il film contiene una serrata ed esplicita critica del liberismo degli anni 80, che, indicando nell’iniziativa individuale il modo per risolvere i problemi delle società avanzate del mondo occidentale, ha in realtà disgregato quel tessuto solidaristico che nel nostro mondo si era affermato dal dopoguerra e aveva conosciuto il massimo della sua espansione nel corso degli anni ’70. L’incapacità di elaborare prontamente risposte alternative a quelle liberistiche fu all’origine della crisi progressiva delle organizzazioni sindacali e dei partiti della sinistra in tutta l’Europa, e della conseguente solitudine di tutti coloro che dovettero affrontare da soli problemi enormi di cui si era in passato ignorata la complessità: la disoccupazione di massa, conseguenza della concorrenza internazionale, le difficoltà create dallo spostamento di migliaia di persone da altri continenti, la diffusione della droga fra i giovani, spia del malessere delle nuove generazioni. Il film in questione trasferisce questi problemi così grandi nelle piccole storie individuali di alcune persone che vivono a Marsiglia, la metropoli portuale del sud della Francia, le cui vicende vengono intrecciate dal regista con sapienza narrativa e con forte empatia, ma senza patetismi, in un film durissimo, che sembra quasi raccontato da Ken Loach. La città è tranquilla, ci dice il titolo; giustamente, però, uno dei personaggi del film, Abderamane, un nero che ha conosciuto la prigione per piccoli furti, fa notare alla donna che ama, Viviane, e che l’ha educato in prigione, insegnandogli il gusto per la musica, che vista da alcuni punti alti dei quartieri “per bene” della città, Marsiglia non solo è tranquillissima e pacifica, ma è bellissima. Bisogna assumere altri punti di vista per capire che cosa non va, quali sono i tormenti e le contraddizioni in cui si dibattono tanti cittadini, anch’essi presenti nel film: dal crumiro Paul, che ha abbandonato i suoi compagni di lotta e ha acquistato un taxi, caricandosi di debiti che non è in grado di affrontare, a Michèle (stupenda Ariane Ascaride), venditrice di pesce che invano cerca di combattere l’assuefazione alla droga della figlia, ai genitori di Paul, ancor giovani, ma vecchi dentro, avendo dovuto anticipare la pensione, per la crisi del porto, a Gerard, deluso dopo tante speranze , che porrà tragicamente fine ai suoi giorni.
Il film quindi ci fa entrare nel mondo degli sconfitti, di chi non ha potuto farcela, senza colpa, trovandosi di fronte alle esigenze capricciose di una società in cui le differenze fra ricchi e poveri stanno trasformandosi in barriere che separano mondi incomunicabili. Il guaio è che non sempre i “vinti” di Guédiguian hanno coscienza della loro progressiva emarginazione, perché molti si rifugiano nella idea folle e autoconsolatoria di appartenere, in ogni caso, al mondo privilegiato dei bianchi, dei francofoni, che non intende mischiarsi ai diseredati dell’emigrazione, il che non fa che allontanarli, sempre di più da ogni forma di solidarietà, che pure è imprescindibile per risolvere i loro difficili problemi. Il film, che contiene spunti numerosi che confluiranno nel più recente Le nevi del Kilimangiaro, merita di essere visto, nonostante l’evidente arrancare di un finale un po’ melodrammatico.