Il lago delle oche selvatiche

recensione del film:
IL LAGO DELLE OCHE SELVATICHE

 

Regia:
Yi’nan Diao

Titolo originale:
Nan Fang Che Zhan De Ju Hui

Titolo internazionale:
The Wild Goose Lake

Principali interpreti:
Hugh Hu, Lun-Mei Kwei, Liao Fan, Regina Wan, Liang Qi – 113 min. – Cina 2019. –

Le notizie che troverete nell’articolo e che possono servire a comprendere il film, non tra i più facili, provengono da alcune  interviste al regista Yi’nan Diao (se ne trovano molte sul Web), e anche dai Cahiers du Cinema (n°761 del dicembre 2019, pag.64-65).

Yi’nan Diao, come altri cineasti cinesi e come l’amico JiaZan-Ke*, è tra i maggiori esponenti di una nuova cinematografia di grande suggestione, che intende raccontare la realtà della Cina di oggi utilizzando tecniche e generi che in occidente hanno fatto la storia della settima arte. e inserendo, nelle  rappresentazioni del paese che sta rapidamente cambiando, elementi della tradizione storica locale – dall’organizzazione difensiva para-mafiosa del Jang-hu, alla prostituzione – nonché della  raffinata tradizione figurativa dell’antichità  cinese.

 

Dalla famigerata città di Wu-han prende le mosse questo film, girato e terminato quando ancora del corona-virus non si parlava: è stato presentato, infatti, in concorso all’ultimo festival di Cannes nello scorso maggio.
Da tempo il regista – che aveva girato precedentemente un bellissimo e originale giallo** con occhio attento ai noir europei e americani degli anni ’40 – desiderava realizzare un film sulle rive del lago nei pressi di Wu-han, megalopoli cinese, capitale di una vasta regione che, nonostante i suoi 130 moderni grattacieli con vista sul lago e sulla pianura, non era riuscita a cancellare il degrado delle umide periferie, eternamente piovose, labirinti di viuzze e vicoli che incrociandosi, rendono facile nascondersi e far perdere le proprie tracce: luoghi adatti alla guerra per bande in cui alcuni clan malavitosi si fronteggiano per la spartizione delle zone più adatte ai furti di moto.

Si tratta di un film, perciò, a lungo vagheggiato, che sarebbe rimasto allo stato di progetto se un fatto di cronaca nera, avvenuto da quelle parti, non lo avesse fatto riemergere nella memoria del regista, che si era adoperato per trovare i necessari finanziamenti, arrivati finalmente grazie alla sinergia di produttori cinesi e internazionali, e al prestigio di cui egli gode in tutto il mondo, oltre che nella sua Cina.

Questo è ancora un noir ed è la storia di un fascinoso balordo Zenong Zhou (Hugh Hu) ricercato per aver ucciso un uomo della polizia, sul quale pende una taglia piuttosto allettante, ciò che lo condanna, inevitabilmente a morire e che lo rende diffidente e cauto negli spostamenti, ostile alle confidenze e ai rapporti umani. Da un incontro, ambiguo, con la giovane prostituta che gli offre rifugio e protezione, ha inizio l’ odissea che il film ci racconta fra flashback e presente, fra realtà e sogno. Nulla svelerò.

È un’opera che di Yi’nan Diao porta l’inconfondibile firma, raggiungendo i risultati più astratti di sempre: gli elementi realistici trascolorano, le ferite sanguinanti diventano eleganti disegni, le atrocità più efferate perdono la loro consistenza nel buio dei notturni in cui si moltiplicano le sfumature dei blu e dei neri e in cui le sole luci tremolanti e indefinite dei neon e dei fari perdono la capacità di illuminare.
Ciò, però, non significa che perdano la loro verità: questo è l’aspetto più sorprendente, perché dopo la visione di questo film ci accorgiamo che l’eleganza della forma non riesce a celare l’orrore di una società nella quale in nome del denaro, supremo valore, si accetta lo spaccio della droga, la prostituzione senza riscatto, l’omicidio perpetrato dai teppisti di strada, la malavita, lo sperdimento di sé, l’omertà e la corruzione diffusa che inghiotte, quasi ridicolizzandole, le luci catarifrangenti delle belle scarpe sportive, indossate dalle guardie e dai ladri, nonché le bianche e buffe “ali” che ricoprono con eleganza il capo delle donne che si vendono. Nessun altro regista, prima di Yi’nan Diao, aveva reso con tanta evidenza l’annullarsi dell’uomo negli oggetti del desiderio, testimonianza della catastrofe drammatica di un grande paese che sta perdendo se stesso.

* prestigioso regista di grandi film, come Still Life, Il tocco del peccato, Al di là delle montagne, I figli del fiume giallo 

**il bellissimo Fuochi d’artificio in pieno giorno

 

I figli del Fiume Giallo

 

recensione del film:
I FIGLI DEL FIUME GIALLO

Titolo originale:
Jianghu ernü.

Regia:
Jia Zhangke

Principali interpreti:
Zhao Tao, Liao Fan, Zheng Xu, Casper Liang, Feng Xiaogang,Yinan Diao, Yibai Zhang – 141 min. – Cina, Francia, Giappone 2018.

Un precedente: Still Life

Torna con questo film Jia Zhangke, l’importante regista che ci ha fatto conoscere le tragedie e le sofferenze seguite alla modernizzazione che aveva reso la Cina, in pochi anni, un paese sfigurato e irriconoscibile.

Preceduto da alcune opere meno note in occidente, nel 2006 Jia Zhangke era entrato nel mondo universale del cinema d’autore col suo bellissimo Still Life (Leone d’oro a Venezia), opera che mi sembra costituire la premessa dei suoi film successivi.
Vi si raccontava la sorte del bellissimo sito delle Tre Gole, sul fiume Yangtze, emblematica della sconvolgente trasformazione in atto: evacuata l’intera popolazione dell’antica Fengije per rendere possibile la costruzione della diga colossale, il paesaggio naturale, un tempo meta dei viaggiatori interni e di qualche turista, era stato sommerso: un immenso lago aveva inghiottito anche l’antico villaggio, con effetti ambientali catastrofici e con  gravissime ripercussioni sulla società e sui singoli individui, le cui sofferenze l’acqua non avrebbe facilmente cancellato.
Lo sgomento e l’incertezza per i processi che erano stati avviati e che ancora si dovevano concludere erano ben sintetizzati dall’ultima metaforica scena: un acrobata, in bilico su un cavo, tentava di raggiungere ciò che rimaneva degli antichi sobborghi in via di demolizione:

I figli del fiume giallo

Questo (girato dal 2017 e presentato a Cannes nel 2018) è il racconto crudele e struggente del definitivo disinganno: l’equilibrio fragilissimo tra il vecchio e il nuovo si era irreversibilmente frantumato; la “modernità” si era imposta con spaventosi costi umani e sociali.
Il film nasce con l’intento di ripercorrere la storia della Cina dal 2001 allorché stava per essere smantellato il sistema dell’economia comunista che aveva garantito a tutti sicurezza, lavoro e istruzione, generalizzando la povertà. La scelta del governo di introdurre massicce dosi di liberismo secondo i dettami del’accumulazione capitalistica, richiedeva di abbandonare gli investimenti nei settori meno produttivi ( i “rami secchi”), per dirottarli altrove. Stavano chiudendo, per questa ragione, le   miniere carbonifere della regione nordoccidentale dello Shanxi: sarebbe seguita la fine del sindacato, nonostante la volontà di resistere dei lavoratori. Agli abitanti più giovani della città di Datong si apriva la prospettiva di emigrare verso sud in cerca di lavoro; agli operai più vecchi, animati ancora da una decisa volontà di lottare e di resistere, non rimaneva che avviarsi verso una vecchiaia povera e quasi certamente minata dalla malattia polmonare dei minatori di carbone: il cancro, come era accaduto al padre di Qiao (grandissima  Zhao Tao) la protagonista del film, a lui molto legata.

La giovane amava Bin (Liao Fan), piccolo malavitoso, boss locale di un’organizzazione para-mafiosa che, nella latitanza degli organi istituzionalmente preposti alla difesa dei cittadini e alla mediazione fra i conflitti, tentava di imporre una forma primitiva di giustizia, secondo criteri che obbedivano a un codice d’onore interno.
Il potere di Bin era insidiato, però, da nuove e più aggressive manifestazioni di violenza senza regole e senza scrupoli: un sanguinoso assalto a colpi di spranga, da cui era uscito vivo solo grazie all’intervento di Qiao che lo aveva difeso sparando in aria, lo aveva dapprima mandato in galera per un anno e in seguito spinto a ricercare la propria strada nella nuova Cina del lusso e del potere, quella sorta nel lussuoso e prestigioso centro degli uffici finanziari di Fengije, ricostruito sulla grande diga, a ottomila chilometri da Datong… Qiao, invece, in galera era stata per cinque anni, senza più ricevere da lui né visite, né notizie.

La seconda parte del film: Qiao

Se la prima parte del film sembra muoversi tra la ricostruzione degli ambienti fumosi del gioco clandestino a Datong, controllato da Bin (con numerose citazioni da Scorsese) e l’accorata denuncia sociale alla Ken Loach, la seconda parte del film trova il suo centro nei viaggi di Qiao alla ricerca di Bin, che a sentire  le voci ricorrenti, cercava di evitarla, avendo intrecciato una storia con un’altra donna.
Qiao non si arrendeva con facilità: la sua promessa d’amore a Bin era impegnativa per il futuro e consolidata dall’atto di eroismo che aveva duramente pagato, come si conveniva a una donna innamorata.
Il suo spostarsi dal nord, per ottomila chilometri verso la diga delle Tre Gole è anche, come nei road movies, un racconto di peripezie e di avventure,

nonché un viaggio di formazione che la porterà a una più compiuta conoscenza di sé: si fa più dolorosa la delusione per la pusillanimità meschina di lui, che la sfugge, ma ritorna l’antica autostima e si fa strada con chiarezza l’esigenza di mantenere lucidamente la propria dignità e la fedeltà al sogno d’amore nel quale aveva creduto. Bin non la merita, questo lo sa bene, ma Qiao non può tradire se stessa in primo luogo, facendosi sedurre dal miraggio della ricchezza e dell’egoismo individualista: quando avrà ancora bisogno di lei, la ritroverà.

Ci troviamo, dunque, di fronte a un film (da vedere sicuramente) che attraversa i generi, ripercorrendo più di quindici anni di storia cinese e offrendo alla nostra visione un’opera molto ricca di sfaccettature e fitta di corrispondenze interne: è un lungo percorso storico che si riflette nel dilatarsi degli spazi ampi del viaggio, è un mélo nel quale la tragedia personale di Qiao è un pallido riflesso della diaspora dolorosa di grandi masse di uomini e donne alla ricerca di lavoro e di maggiore sicurezza.

Fuochi d’artificio in pieno giorno

Schermata 2015-08-01 alle 07.27.45recensione del film:
FUOCHI D’ARTIFICIO IN PIENO GIORNO

Titolo originale:
Bai Ri Yan Huo

regia:
Yinan Diao

Principali interpreti:
Liao Fan, Lun Mei Gwei, Xuebing Wang, Jingchun Wang, Yu Ai Lei, Ni Jingyang – 106 min. – Cina 2014.

L’Orso d’oro al film e l’Orso d’argento al suo protagonista Liao Fan suggellavano, alla Berlinale del 2014, la qualità di questo lavoro del regista cinese Yinan Diao, quarantenne al suo terzo lungometraggio, mentre l’Asian Film Awards del 2015 ha aggiunto anche i propri riconoscimenti all’attore Liao Fan e alla sceneggiatura del film, scritta dallo stesso regista. In Italia, però, un consistente numero di amanti del cinema rischia di non vederlo affatto, dato che è proiettato in poche sale semi-deserte del Centro-Nord durante questa infuocata estate. No comment!

Il giovane regista che, senza ignorare l’ironia di Hitchcock e dei fratelli Coen, mostra di aver appieno assimilato la tecnica narrativa dei più famosi noir americani degli anni ’40, quali Il mistero del falcoIl terzo uomo, talvolta anche apertamente citati, racconta una vicenda che si svolge in due momenti distinti ma collegati fra loro, rispettivamente nel 1999 e nel 2004.
Nell’estremo nord-est della Cina, in una cava carbonifera della Manciuria, ha inizio nel 1999, infatti, la storia da cui il film prende le mosse: allora erano stati trovati, forse per caso, alcuni resti umani insanguinati, frammisti al carbone appena scaricato dal vagone di un treno. Una rapida indagine aveva permesso di accertare che altri brandelli erano stati disseminati lungo un percorso molto ampio e irregolare, con l’evidente intento di far perdere le tracce di un delitto efferato e di difficile ricostruzione. Un intelligente poliziotto, l’ispettore Zhang Zili, tuttavia, aveva messo le mani su una coppia di giovanotti sospetti e, probabilmente, in qualche modo implicati nell’oscura vicenda. Ne era uscito, però, con le ossa rotte: in un imprevedibile scontro a fuoco era stato gravemente ferito, mentre i due colleghi che lo avevano affiancato nell’operazione di arresto degli indiziati erano stati uccisi.
Nel 2004, quando Zhang era ormai tornato alla vita dopo la lunghissima convalescenza, tutto in Cina era profondamente cambiato, a cominciare da lui, che aveva dovuto licenziarsi dalla polizia ed era diventato un detective privato, ora dedito smodatamente al bere, cosicché era accaduto che, nella sua nevosa Manciuria, un uomo lo avesse scorto mentre, ubriaco, dormiva sul bordo di una strada ghiacciata e lo avesse “soccorso”, derubandolo poi della bella moto parcheggiata accanto a lui: un episodio quasi emblematico della deriva che l’intera Cina si accingeva a percorrere, nella corsa sfrenata all’arricchimento individuale, e nell’oblio di ogni forma di solidarietà sociale.
L’incontro con alcuni vecchi colleghi della polizia di stato aveva indotto Zhang, però, a occuparsi ancora di quell’antico e mai risolto omicidio, che era diventato, almeno all’apparenza, il primo di una lunga serie di delitti simili, tutti misteriosamente legati a una donna graziosa, la vedova dell’assassinato del treno: Wu Zhizhen (Lun Mei Gwei). Wu è timida, malinconica, dai modi gentili e riservati; conduce un negozio di lavanderia in una cittadina non lontana dal percorso dei treni che trasportano il carbone.

La vicenda si sviluppa in un groviglio di contraddizioni che risulta difficile da dipanare: nel caos apparentemente insensato verità e menzogna si equivalgono, così come nella realtà della nuova Cina che continua a essere definita comunista, la crudeltà quale i meccanismi dell’accumulazione capitalistica non può più nascondere gli aspetti sordidi, dallo sfruttamento alla mercificazione del corpo femminile, dall’arricchimento illegale all’indifferenza morale, potente anestetico al dolore e alla sofferenzaaltrui e anche propria.

Non rivelerò altro del film: è un noir ben congegnato ed è giusto che rimanga avvolto nel mistero, proprio come Wu, la bella e ambigua protagonista che, com’è ovvio, farà perdere la testa a Zhang.
D’altra parte il film, pur con tutti i richiami e le citazioni di cui ho parlato, a cui potrei aggiungere anche quelli della letteratura gialla, da Chandler a Simenon, è di sorprendente e insolita bellezza, non tanto per l’originalità del racconto, che rimane un racconto di genere, sia pure Made in China, quanto per la straordinaria cura della sua realizzazione.

Ciò che maggiormente colpisce, infatti, è l’eleganza delle sue immagini: quelle degli interni, dai colori laccati e sfavillanti, che sembrano appartenere alla sensualità di certo cinema cinese tradizionale, ma anche quelle molto insolite e originali del gelido inverno locale in cui vengono meno i toni più accesi, e in cui i colori della tavolozza del regista sembrano ridursi a cogliere le infinite sfumature dei neri (il carbone) e dei bianchi diafani del ghiaccio sottile, che imprimono al film la loro nota dominante, metafora del progressivo raggelarsi dei rapporti sociali all’interno del paese che sta perdendo le sue peculiarità e che diventa sempre più simile al mondo occidentale, difetti compresi (come ci racconta anche l’altra coeva pellicola cinese: Il tocco del peccato). Nessuna meraviglia, perciò, se la provincia cinese narrata da Yinan Diao è solo apparentemente sonnolenta, percorsa com’è da tensioni e inquietudini che ci sembrano familiari: nel mondo globalizzato il processo di omologazione sta investendo ogni angolo del pianeta, cosicché la Cina, nel bene e nel male, è vicina davvero.