È solo la fine del mondo

schermata-2016-12-11-alle-19-32-06recensione del film:
È SOLO LA FINE DEL MONDO

Titolo originale:
Juste la fin du monde

Regia:
Xavier Dolan

Principali interpreti:
Gaspard Ulliel, Nathalie Baye, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard – 95 min. – Francia 2016.

Gran Premio della regia, quest’anno a Cannes è finalmente visibile anche da noi.

Louis, (Gaspard Ulliel), che è un apprezzato scrittore, è su un aereo per tornare a casa, ma il suo viaggio, senza futuro, è pieno di incognite, come ben si comprende all’inizio del film, quando, su quello stesso aereo, un bimbetto seduto dietro di lui (che gli sorriderà indulgente), gli copre gli occhi con le sue manine con un gesto pieno di grazia, ma fortemente significativo. Louis aveva abbandonato quella casa da dodici anni, durante i quali non aveva mai dato notizie di sé, ciò che lascia indovinare uno strappo alquanto drammatico. Il giovane, ora malato e prossimo a morire, non aveva più visto Suzanne (Léa Seydoux), la sorella allora molto piccola, diventata una bella e infelice ragazza, e neppure Antoine (Vincent Cassel), il fratello maggiore invidioso e rancoroso, né aveva cercato di incontrare la madre (Nathalie Baye), affettuosa ma lontana da lui e dai suoi problemi, troppo presa dalla propria garrula vanità. Nulla sappiamo della sua famiglia in quei dodici anni, se non che Antoine, diventato padre da pochi mesi, usava anche con con la moglie Catherine (Marion Cotillard) l’atteggiamento odioso e arrogante che gli era solito e che la donna vanamente provava a mitigare, opponendo all’aggressività di lui la propria dolce remissività. Allo stesso modo ignoriamo tutto dei dodici anni di Louis lontano da loro, se non che era diventato un noto e acclamato scrittore: tutti i diversi personaggi vivono, infatti, nel momento stesso del loro agire, del loro parlare o del loro silenzio, come si conviene  a personaggi che, prima di diventare cinematografici, appartengono a una pièce teatrale.
Louis era tornato animato dall’intento di offrire la rivelazione della sua fine inevitabile, quale segno del suo profondo bisogno di pacificazione, quasi che ritrovare persone e luoghi che lo avevano visto crescere potesse fargli ricuperare, proustianamente, il tempo lontano delle memorie affettuose (inutilmente ?) perduto. Del tutto vano, però, si sarebbe rivelato questo suo tentativo in una famiglia dove ognuno ascoltava solo la propria voce, cercando di sovrapporla a quella degli altri: solo Catherine sembrava in grado di comprendere con sincera compassione, ma non essendo sufficientemente forte da imporsi era destinata a subire. Il ritorno di Louis, perciò, non avrebbe mutato la situazione di sempre, cosicché qualunque rivelazione diventava impossibile; il suo sorriso tra l’ironico e lo sconsolato non poteva che ribadirne l’impotente solitudine, anche quando una passeggiata con Antoine in auto, nell’aperto paesaggio di una domenica assolata, avrebbe potuto rallentare la tensione e favorire la pacificazione.

L’atteso sesto film di Xavier Dolan è alquanto insolito, poiché questa volta l’enfant prodige del cinema mondiale abbandona il Canada e il suo Quebec (e soprattutto i suoi attori e il suo colorito parlato québécois), per trasferirsi in Francia, attratto dalla possibilità di adattare allo schermo il testo teatrale, dal titolo Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, altro enfant prodige, morto di AIDS a Parigi nel 1995, a soli trentotto anni e, fino a quel momento, sconosciuto autore (solo in seguito le sue pièces sarebbero diventate le più rappresentate d’oltralpe e questa sarebbe stata la più rappresentata di tutte. In Italia questa stessa pièce fu messa in scena da Luca Ronconi al Piccolo di Milano nel 2009).
Dolan, dunque, per la seconda volta, come già era accaduto con Tom à la ferme, si cimenta con un testo teatrale: in quel caso l’autore Michel Marc Bouchard ne era stato anche co-sceneggiatore; in questo caso, invece, egli, unico sceneggiatore, ha largamente utilizzato, spesso senza modificarlo, il testo altamente claustrofobico di Lagarce facendone un Kammerspiel, ciò che gli ha permesso di isolare ogni personaggio nel proprio incomunicabile dolore, ma anche di scavare nelle contraddizioni di ciascuno, mettendone in luce, l’umanità, nella convinzione personale che anche i personaggi meno positivi della vicenda soffrano, e che cerchino di difendersi dal dolore ciascuno a suo modo: chi con fatua nevrosi, come la madre; chi con sprezzante arroganza, come Antoine; chi con la trasgressione della droga, come Suzanne. Una lunga intervista, rilasciata nell’agosto 2016  a Stéphane Délorme* contiene a questo proposito molte interessanti dichiarazioni circa i modi con i quali il regista  aveva cercato di rendere cinematograficamente accettabile un testo di estrema durezza, senza tradirne la forza sconvolgente, sia attraverso l’uso ampio dei primi piani, sia attraverso la ricerca continua dell’ equilibrio fra il parlato ossessivo e violento, il silenzio insopportabile del non detto, e la musica (composta per questo film da Gabriel Yared). Ancora una volta il giovane regista si è rivelato ottimo direttore degli attori, perfettamente e credibilmente calati nel proprio ruolo. Non so se, come alcuni sostengono, questo sia il film meno riuscito di Dolan: egli sostiene di aver voluto con questa sua fatica rendere omaggio a un autore sfortunato, cercando di ottenere un’opera molto fedele all’originale (sia pure con le differenze implicite nel mezzo cinematografico) senza riconoscersi perciò pienamente in essa. Credo che a un giovane di ventisette anni, al suo sesto film, vada riconosciuto il diritto di tentare nuove strade e di sperimentare nuove forme espressive! Da vedere.

* pubblicata nel numero di settembre dei Cahiers du Cinema alle pagine 30-33.

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The Lobster

Schermata 2015-10-15 alle 22.14.29recensione del film:
THE LOBSTER

Regia:
Yorgos Lanthimos

Principali interpreti:
Colin Farrell, Rachel Weisz, Jessica Barden, Olivia Colman, Ashley Jensen, Ariane Labed, Aggeliki Papoulia, John C. Reilly, Léa Seydoux, Michael Smiley, Ben Whishaw, Roger Ashton-Griffiths, Rosanna Hoult – 118 min. – Grecia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Francia

The Lobster, ovvero l’aragosta: questo è l’animale che David vorrebbe diventare, al termine dei quarantacinque giorni di residenza coatta nell’albergo creato appositamente per i single come lui in una realtà sociale distopica, forse futura, in cui, per qualche misteriosa ragione, a nessuno, uomo o donna, è permesso di vivere da solo. Il potere dominante in quella società, è, infatti, molto ben organizzato per provvedere immediatamente alla cattura dei vedovi, delle vedove, o degli amanti che si sono lasciati, per ricoverarli in quell’hotel. Chiunque, alla fine del soggiorno, non abbia trovato la propria metà viene trasformato in un animale, secondo la scelta che ciascuno ha dichiarato prima di essere accolto, si fa per dire, nella struttura. Le regole a cui i “villeggianti” si devono attenere sono poche e semplici, né mancano di una qualche “correttezza” politica: sono accettati gli omosessuali, per esempio, per i quali, naturalmente, valgono le stesse leggi; non i bisessuali, però, che come i single non possono essere tollerati. Si comprende subito, allora, che quelle poche e semplici norme sono state create per favorire il controllo dei comportamenti, che è più difficile se le persone vivono da sole, oppure se il percorso della loro vita non segue i binari rassicuranti della “normalità”, secondo l’accezione comunemente accettata in una realtà dominata dalla paura della diversità in cui sono amate le definizioni nette e manichee, tanto quanto detestate le sfumature e le analisi sottili. Ecco, dunque, che il nostro David (un Colin Farrell perfetto per quel ruolo) entra in quella struttura accompagnato da un bel cane (così era stato trasformato suo fratello), senza molte speranze di trovare la partner giusta per lui. Riuscirà, però, fortunosamente, a fuggire e a ritrovarsi in mezzo a un bosco, accolto all’interno di una comunità di single irriducibili, guidata da una virago spietata (bravissima Léa Seydoux), ben decisa a far rispettare a qualsiasi costo la libertà (?) dei single che sono scampati alla metamorfosi animalesca. La situazione di David, com’è facilmente intuibile, non migliora di molto, essendo ora, per sua disgrazia, vittima di un altro fanatismo ideologico, rovesciato specularmente rispetto al primo, ma non perciò meno stupidamente tirannico. Nulla come le imposizioni e i divieti invogliano a trasgredire, soprattutto se si riferiscono a quella sfera di opzioni privatissime che riguardano l’amore, in cui ciò che è lecito o illecito non può essere deciso da chi è esterno a quell’esperienza: in men che non si dica, infatti, David si innamora d’una donna che a sua volta lo ama. La coppia si è questa volta formata liberamente: per sottrarsi alla nuova tirannia, però,  non le resta che fuggire alla ricerca di una libertà assoluta, cioè sciolta da vincoli e controlli sociali. E’ possibile questa condizione?

La domanda che costituisce, probabilmente, il tema centrale del film, non è nuova: aveva trovato una drammatica risposta in un film molto diversamente raccontato da Bernardo Bertolucci nel 1972, L’ultimo tango a Parigi. In The Lobster, dove l’intera situazione si invera in un’allegoria grottesca e spesso crudelmente umoristica, le conclusioni non sono meno drammatiche (non intendo ovviamente anticiparle) e mettono in risalto, simbolicamente, a quale insostenibile prezzo sia possibile.

Questo film, del regista greco Yorgos Lanthimos, quasi sconosciuto da noi, (nonostante sia alla sua terza pellicola), evidenzia, con un linguaggio nuovo, razionalistico e nero fino alla perfidia e davvero poco sentimentale, la precarietà dell’equilibrio di coppia, ma anche la fragilità del nostro equilibrio individuale, sottoposto di continuo alle sollecitazioni che vengono dalle attese che la società esprime nei nostri confronti, alle quali è difficilissimo se non impossibile sottrarsi del tutto. E’ uno di quei film che può molto divertire (come è successo a me), perché fa appello alla nostra ironia e alla nostra curiosità indagatrice, ma può anche molto irritare chi si aspetta di trovare altra cosa da un racconto filosofico condotto con la precisione di un teorema.

Bellissime e accuratamente selezionate le immagini del paesaggio irlandese del Kerry, sfondo dell’intera vicenda; bellissime e perfette le musiche; splendida la recitazione degli attori, guidati molto bene da questo bravo regista, premiato con premio della Giuria, per quest’opera, all’ultimo festival di Cannes. E’ troppo chiedere che si possano conoscere anche i suoi due film precedenti in questo nostro paese?

P.S.Vorrei aggiungere che il regista di questo film deriva qualche scena dal cinema di Bunuel, talvolta apertamente citato (l’ultima scena rimanda ad esempio a Un Chien andalou, alcune al Il fascino discreto della borghesia, altre a L’angelo sterminatore), ma che in fatto di citazioni è assai evidente quella del suicidio, che sembra tratta di peso da Miss Violence, del suo collega greco, Avranas.
Questo dimostra l’attenta conoscenza della tradizione cinematografica da parte di Lanthimos, che cita non a caso due registi di cui coglie appieno sia lo spirito dissacrante e anticonvenzionale, sia la rappresentazione assai spiazzante di un’umanità costretta a vivere senza libertà

Gustave, concierge in Zubrowka (Gran Budapest Hotel)

Schermata 04-2456758 alle 21.54.07recensione del film:
GRAND BUDAPEST HOTEL

Titolo originale:
The Grand Budapest Hotel

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Ralph Fiennes, F. Murray Abraham, Mathieu Amalric, Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Harvey Keitel, Jude Law, Bill Murray, Edward Norton, Saoirse Ronan, Jason Schwartzman, Léa Seydoux, Tilda Swinton, Tom Wilkinson, Owen Wilson, Tony Revolori – 100 min. – USA 2014.

Nell’inesistente regno di Zubrowka, fra la Polonia e la Germania, il fascinoso Gustave (Ralph Fiennes) era il concierge (e anche un po’ il direttore) di un grande albergo, il Grand Budapest Hotel. Si trattava di uno di quei prestigiosi alberghi presenti nell’immaginario di molti lettori dei romanzi mitteleuropei e perciò anche delle opere di Stefan Zweig* a cui, non a caso, il regista Wes Anderson dedica questa sua ultima fatica. L’Hotel aveva tutte le caratteristiche del luogo di vacanza per vecchi aristocratici e per ufficiali al servizio dell’imperatore asburgico alla vigilia della prima guerra mondiale: era monumentale nell’imponenza delle dimensioni, illeggiadrito, tuttavia, dalle decorazioni Liberty; isolato e lontano dal mondo; in cima a una montagna di difficile accesso e molto spesso innevata **. Il regista, anzi (forse per sottolinearne l’ irraggiungibilità, non solo spaziale, ma anche e soprattutto temporale), ci porta a conoscere il grande edificio dell’albergo utilizzando la tecnica mista del cartoon e della ripresa cinematografica, provocando l’effetto di un approccio singolare, come se la facciata dell’enorme costruzione fosse stata anch’essa disegnata, appiattita sullo sfondo di cartone, per staccarsene progressivamente acquistando profondità e assumendo l’aspetto di un grande albergo vero e proprio, ricco di saloni, lussuosamente arredati, di stanze, appartamenti e corridoi, di cucine e dispense e anche di piccole mansarde senza servizi per la servitù. Dopo la grande guerra l’albergo aveva subito alcuni passaggi di proprietà, per giungere infine nelle mani di un anziano signore, chiamato Zero Moustafa, che aveva potuto venirne in possesso dopo una serie di peripezie, vissute prima della seconda guerra, per la maggior parte con Gustave.
Zero Moustafa era infatti giunto in quel luogo prestigioso quando era ancora un ragazzino, tanto che, per invecchiarsi un po’, si era creato dei sottili baffi a colpi di matita; egli non sapeva nulla di nulla (si chiamava Zero!), ma era sveglio e dispostissimo a imparare l’arte della conciergérie da Gustave, a sua volta dispostissimo a insegnargliela. Questo suo maestro, però, era anche un gran seduttore di vecchie e facoltose signore sole, che corteggiava senza eccezione alcuna, amandole devotamente e ricevendone ricche ricompense, arte che gli aveva cambiato la vita quando l’ottantaduenne Madame D. (Tilda Swinton, irriconoscibile, e perfettamente “invecchiata” a dovere) si ricordò di lui nell’ultimo testamento, lasciandogli un’eredità così cospicua da innescare violente reazioni a catena nei suoi eredi che, a cominciare dal figlio Dimitri (un Adrien Brody, spassosissimo vendicatore), condussero contro di lui una guerra senza esclusione di colpi, mentre vere guerre fra il 1914 e il 1945 avrebbero sconvolto l’assetto delle gerarchie sociali in ogni parte dell’Europa, spazzando via il mondo da operetta di arciduchi, principesse e sovrani, in vacanza al Grand Budapest Hotel della terra di Zubrowka.
E’ lo stesso Zero Moustafa a raccontare a uno scrittore in cerca di ispirazione (Jude Law) e di passaggio nell’Hotel, ormai profondamente diverso, il tempo passato e le avventurose storie, di cui fu testimone e protagonista, insieme al leggendario concierge, che ne ricambiò fiducia e amicizia, intervenendo più volte in sua difesa, quando la sua condizione di immigrato senza documenti lo rendeva sospetto e indesiderabile in una realtà nella quale, di lì a pochi anni, qualcuno avrebbe creato la propria fortuna politica teorizzando e praticando il più spaventoso razzismo.

Una vicenda, dunque, fantastica nell’impianto, che ripercorre, secondo gli stilemi dei racconti di avventura più classici (i viaggi; il rapporto servo-padrone; la casualità degli eventi e degli incontri; i colpi di scena; i misteri; la lotta fra bene e male) la formazione del giovane Zero, collocandosi però in una realtà storica che ha i contorni ben precisi della “Finis Austriae” e che conferisce al film notevole complessità e un innegabile fascino, senza perdere la leggerezza divertente e un po’ surreale tipica di tutti i bellissimi film di Wes Anderson (I Tennenbaum Il treno per il Darjeeling, Moonrise Kingdoom).
Un cast di attori straordinari (oltre ai già menzionati ricorderei particolarmente Bill Murray e Mathieu Amalric) fa della visione di questo film un’esperienza indimenticabile.
Gran Premio della Giuria all’ultimo Festival di Berlino.

* scrittore (1881-1942) viennese le cui opere furono bruciate dai nazisti nel 1933,

**riferimento possibile a La montagna incantata di Thomas Mann?

***Tony Revolori interpreta il personaggio Di Zero Moustafa da giovane; F. Murray Abraham interpreta lo stesso personaggio da anziano

il caldo colore blu (La vita di Adele)

Schermata 10-2456590 alle 22.02.00recensione del film
LA VITA DI ADELE

Titolo originale:
La vie d’Adèle

Regia:
Abdellatif Kechiche

Principali interpreti:
Léa Seydoux,Adèle Exarchopulos, Salim Kechiouche, Mona Walravens, Jeremie Laheurte – Francia, Belgio, Spagna 2013 – min.179.

Adele cresce in una famiglia semplice e solida, di gente per bene, che vive di lavoro e tiene molto a quest’unica figlia, la educa con cura, non le fa mancare nulla, e, lasciandole scegliere il percorso di studi che le piace, è attenta a che il medesimo le consenta, già prima della fine dell’università, una qualche forma di impiego a lei gradito, così che possa rendersi presto indipendente. Adele, avendo sempre amato i bambini, vorrebbe specializzarsi come insegnante d’asilo, ma ora ha solo quindici anni: frequenterà l’indirizzo umanistico del liceo più vicino. Nella scuola non riesce ad appassionarsi agli analitici esercizi di lettura del suo prof. di francese. Benché le piaccia leggere, detesta i tentativi di interpretazione; apprezza il testo, ma non lo sforzo di comprenderlo attraverso l’uso della ragione: preferisce vivere in modo emozionale le opere letterarie, anche abbandonandosi all’ondata di associazioni e di sogni che i grandi scrittori riescono a indurre nella sua mente, tanto che, ora, davanti a un romanzo che ritiene bellissimo: La vie de Marianne di Marivaux (lo scrittore-feticcio del regista,*), farebbe volentieri a meno delle lezioni “noiose” dell’insegnante. Nella vita quotidiana la giovinetta apprezza in modo particolare i cibi semplici che le vengono preparati in famiglia: gli spaghetti al ragù, sopra ogni altro piatto, che gusta con voluttà da ghiottona, senza troppo preoccuparsi quando l’eccesso di ragù imbratta la sua bocca e i suoi denti bianchi, su cui si posa con insistenza significativa la cinepresa del regista, molto attento anche alla grazia provocante delle sue curve, che Adele inguaina, compiacendosene, in un paio di jeans attillati. Il ritratto di Adele, quale, attraverso un uso molto massiccio e abbastanza insolito del primo piano, il regista delinea nella prima parte del film, è quello di una giovane quindicenne, sensibile e sensuale, né bella nè brutta, ma dal volto eccezionalmente espressivo, grazie alla notevolissima mobilità dello sguardo che, indagando su un mondo per lei ancora tutto da scoprire, lascia trasparire ora la gioia, ora il dolore, ora lo sconcerto, ora la meraviglia, cosicché i fatti che alimentano la sua percezione delle cose si leggono dai suoi occhi come da un libro aperto, cosa che contribuisce non poco all’identificazione empatica degli spettatori con la protagonista. La prima esperienza amorosa di Adele non era stata fra le più felici: “lui” era uno studente simpatico e innamorato, ma si era rivelato anche un amante fallimentare, ciò che l’aveva indotta a lasciarlo senza troppi complimenti. Sarà Emma, la giovane coi capelli blu (“colore caldo”, come recita il titolo della Grafic novel che ha ispirato il regista**), incrociata casualmente mentre sta attraversando la strada, la persona capace di rispondere ai suoi sensi curiosi e molto all’erta, quella in grado anche di farle perdere, fin da questo primo momento, letteralmente e metaforicamente, l’orientamento.

Dopo questo incontro inaspettato, nella vita di Adele, tutto sarà improvvisamente e definitivamente diverso: sarà, infatti lei, turbata e decisa, a mettersi sulle tracce della ragazza dai capelli turchini, trovandola, infine, in un locale notturno frequentato da gay. Qui si lascerà corteggiare, in una scena molto tenera e dolce, in cui Emma adatta il proprio comportamento alla ingenua carnalità della fanciulla, come per liberarla da qualsiasi imbarazzo: la bevanda analcolica, la cannuccia per sorseggiarla, il sorriso affettuoso… Emma è più adulta e più matura di lei: sa che diventerà pittrice, assecondando il suo naturale talento; in realtà è la sua provenienza sociale e familiare a renderla sicura di sé e poco preoccupata del giudizio altrui; sa che i suoi pensano alla sua futura realizzazione umana e creativa, piuttosto che al suo lavoro, che non hanno preoccupazioni economiche e che accettano senza problemi la sua omosessualità. Il cibo, così fondamentale nella vita di Adele, è molto meno importante per Emma, per nulla attratta da spaghetti al ragù, ma estimatrice esperta di frutti di mare e di ostriche, di vini pregiati e di tutti i lussi grandi e piccoli che allietano le ricche cene della buona borghesia. Queste differenze profonde nei gusti, nei comportamenti e nelle frequentazioni sono all’origine del lento logorarsi del loro ménage, in cui a poco a poco, senza che se ne manifesti un’esplicita volontà, si riproducono ruoli sociali di dominio e di subalternità, che rendono difficilissima la continuità di un rapporto d’amore, poiché alla passione fisica non si affianca una convivenza ricca di progetti condivisi, di amicizia e di reciproca intesa.
In dieci anni di vita insieme le due donne sviluppano separati interessi professionali, e accrescono la rispettiva coscienza di sé, ma Adele in misura minore di Emma, che ora è una intellettuale raffinata, una affermata pittrice, alla quale si interessa un vasto entourage di persone di cultura. Adele, invece, non è che la modella prediletta di lei, colei alla quale è affidata la cura della casa, l’organizzazione delle cene e dei banchetti, nonché la preparazione di piatti squisiti, rimanendo fondamentalmente esclusa, però, da qualsiasi discorso culturalmente interessante e impegnativo, né è senza significato simbolico che il colore dei capelli di Emma tenda sempre più al biondo, perdendo quel blu, colore caldo e riferimento passionale, che Adele aveva immediatamente intuito e che tanto l’aveva impressionata.

Ho coscienza di non aver neppure accennato alla parte centrale del film, l’insieme delle sequenze per le quali il regista, rappresentando senza veli, quasi brutalmente, la passione fra le due donne, ha scatenato una scia di interminabili polemiche e di discussioni tuttora molto vivaci, che sembrano quasi delegittimare la Palma d’oro di Cannes, ottenuta da questa pellicola nel maggio di quest’anno.
Precisando che non mi imbarazza parlarne, perché difficilmente mi scandalizzo, ritengo che il film potrebbe probabilmente trarre qualche vantaggio (dura ben tre ore!) da una bella sforbiciata, non dettata da intenti censori, rivedendone il montaggio (sempre che sia possibile), per eliminare quelle scene di sesso più meccanicamente ripetitive, della cui necessità ai fini narrativi nutro qualche dubbio. Aggiungo, però, che le scene più crude (quelle che molti critici hanno definito brutali e in contrasto con l’aura di tenerezza che impronterebbe l’intero film) non mi sono parse del tutto fuori luogo: il ritratto di Adele, che le precede, ha evidenziato, con primi piani insistenti e abbastanza impressionanti, soprattutto la sua spontanea carnalità, la sua ghiottoneria, l’abbondante salivazione della sua bocca che gusta il cibo, le lacrime che scendono e si confondono col cibo, coi goccioloni dal naso… e via inondando di secrezioni. In che cosa, allora, quelle sequenze sarebbero fuori luogo?

Il film, secondo me, è da vedere, per la sua intrinseca fluidità narrativa, che, nonostante le tre ore di proiezione, riesce a mantenere ben desto ogni spettatore, il che conferma l’abilità del regista, che manifesta la propria la sostanziale fedeltà alla visione del mondo e dei rapporti sociali, che già aveva trovato espressione di alto livello nella sua prima pellicola: La Schivata, di cui presto vorrei pubblicare la recensione. Eccellente l’interpretazione delle due attrici protagoniste.

*Il romanzo, La vie de Marianne, di Marivaux, dimostra che, ancora una volta, l’autore settecentesco sembra essere il punto di riferimento non solo letterario di Kechiche, così come era avvenuto nel suo primo grande film, La schivata, ispirato al Jeu de l’amour et du hazard,.

**La “grafic novel”, di Julie Maroh, uscita a puntate e ora raccolta in un solo volume, è molto popolare in Francia e ha per titolo: Il blu è un colore caldo.

piccoli Dardenne crescono (Sister)

recensione del film:
SISTER

Titolo originale:
L’enfant d’en haut

Regia:
Ursula Meier

Principali interpreti:
Léa Seydoux, Kacey Mottet Klein, Martin Compston, Gillian Anderson, Jean-François Stévenin – 100 min. – Francia, Svizzera 2012.

Vedendo questo bel film, mi è tornato alla mente Il ragazzo con la bicicletta dei fratelli Dardenne, nonché la loro attenta e asciutta indagine sull’infanzia e sulla adolescenza nei quartieri marginali delle nostre ricche città occidentali.
Qui siamo in una località svizzera di montagna, frequentata da turisti che arrivano da altri luoghi, pieni di soldi e assai distratti. Capita, infatti, che se un ragazzino povero rubacchia il cibo dai loro zaini, o i guanti, o gli occhiali, o la giacca a vento o addirittura un paio di sci lasciati incustoditi, questi signori non se ne preoccupino e provvedano subito a riacquistare il maltolto, senza problemi.
Questo è ciò che vediamo sbigottiti davanti allo schermo, mentre trepidiamo per il ladruncolo, Simon, un piccino senza nessuno che si occupi di lui, che vive in una “torre” cioè in un casermone popolare e solitario, appena al di sotto delle piste innevate, che egli raggiunge in funivia, vestito come deve essere vestito un bambino che scia, con il casco, la giacca a vento, gli occhialoni, i guanti. Nessuno nota la sua solitudine: tutti invece credono con indifferenza alle sue spiegazioni: i genitori non sono con lui perché hanno ben altro da fare, in quanto gestiscono un grande albergo. In realtà Simon non ha genitori: sono morti, apprenderemo in un primo momento. La giovane ragazza, Louise, che invece abita con lui e che lavora fuori, assentandosi per lunghi periodi, in cui Simon si sente ancora più solo, è sua sorella. Non tarderemo a capire che alle assenze per lavoro Louise somma anche assenze per incontri più o meno turbolenti con uomini che ama o che crede di amare e che sono tutti, in ogni caso, prepotenti e violenti. Vivere con Simon le pesa, perché sembra che il piccolo ostacoli il suo tentativo di crearsi una relazione stabile con un uomo che le piaccia, come l’ultimo, che convive qualche giorno con lei nel casermone e che vorrebbe che Simon si allontanasse per un po’. Sempre più dolorosamente escluso, Simon si vendicherà semplicemente raccontandogli la verità su Louise.
Naturalmente io non lo farò, limitandomi a dire che da questo momento il film diventa un’altra cosa: il colpo di scena ci farà assumere su tutta la vicenda un punto di vista più complesso, aprendo, anche sulla storia dolorosissima di Louise, squarci inquietanti che mettono in crisi molti luoghi comuni sulla maternità e sui ruoli genitoriali. Il passaggio tra i due racconti non è brusco, il registro narrativo rimane quello di un’analisi attenta dei comportamenti e delle loro motivazioni, all’origine delle quali possiamo comunque sempre scorgere un’estrema povertà materiale e culturale, che infine si traduce in un disperato bisogno di amore e di sicurezza, soprattutto per Simon.
Il racconto, anche se può sembrare patetico, quanto al contenuto, scorre fluidamente, lasciando attonito e sorpreso lo spettatore, che ha vissuto in piena empatia con Simon e in fondo anche con Louise, senza angoscia e senza lacrime, grazie alla durezza veristica e priva di compiacimenti dello stile della bravissima regista, al suo secondo film.
Aggiungo che questa pellicola ha conquistato l’Orso d’argento a Berlino e che la recitazione del piccolo attore, nella parte di Simon, è assolutamente eccezionale.

un americano a Parigi (Midnight in Paris)

recensione del film
MIDNIGHT IN PARIS

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Owen Wilson, Rachel McAdams, Michael Sheen, Nina Arianda, Kurt Fuller, Tom Hiddleston, Corey Stoll, Mimi Kennedy, Adrien Brody, Alison Pill, Marion Cotillard, Léa Seydoux, Kathy Bates, Carla Bruni, Gad Elmaleh, Manu Payet – 94 min. – USA, Spagna 2011.

Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano, che, scontento del suo lavoro, nonostante gli permetta di guadagnare bene, vorrebbe dedicarsi a tempo pieno all’arte dello scrivere. Per la verità, ha già scritto un romanzo, di cui è gelosissimo custode, ma non è sicuro del risultato ottenuto, né gli pare che le persone che si trovano con lui, a Parigi, in viaggio di piacere, siano le più adatte a capirlo e a darne un giudizio. Sono con lui, infatti, la graziosa fidanzata, da cui Gil è fortemente attratto, insieme ai genitori di lei, repubblicani per convinzione e tradizione. In modo particolare, il futuro suocero di Gil è un fior di reazionario, accanito difensore dei “Tea party”, nonché ottuso avversario di tutto quanto esuli dalla materialità della borsa e degli affari. Ciascuno di questi personaggi da una città come Parigi attende sorprese, emozioni, opportunità, occasioni. E’ d’altra parte tipico delle grandi città offrire ai visitatori un ampio ventaglio di possibilità, dal turismo usa e getta, alle più approfondite meditazioni, allo shopping, agli affari. Questo è ciò che avviene anche per i nostri americani, cosicché Gil, diversamente da tutti gli altri, si abbandona alle suggestioni culturali che a Parigi sono particolarmente evocative e in tal modo compie un viaggio diverso da quello dei suoi compagni. Il suo personale viaggio avviene ogni sera, allo scoccare della mezzanotte, ed è un percorso a ritroso nel tempo, lungo gli anni ’20 del Novecento a bordo di una vettura d’epoca, nella quale viene accolto con cordialità da alcuni degli intellettuali che egli ha conosciuto e amato attraverso le loro opere. Questi lo conducono in giro per la città nei locali, nei salotti, laddove, cioè, cultura, discussioni sull’arte, musica, costituiscono un laboratorio di innovazioni quanto mai stimolante: lì potrà avvicinare i grandi di quel passato, dai coniugi Fitzgerald a Hemingway, da Cole Porter a Gerdtrude Stein da Picasso a Dali e a Bunuel. Un viaggio vero, però, senza effetti di flash-back, perché la smaliziata tecnica del regista è in grado di inserire con estrema naturalezza queste divertenti parentesi notturne del nostro eroe, imbranato, ma amabilmente naïf. I suoi incontri gli permetteranno di impostare con maggior sicurezza il suo romanzo, e di fare scelte precise per la sua vita.
Il film, però contiene numerosi altri spunti di riflessione, principalmente sul senso di un rapporto col passato, in cerca di una perfezione che molto somiglia a una fuga dalla realtà, di cui però non tutto è da buttare (memorabile la battuta di Gil sugli antibiotici!).
Tutta la narrazione ha come sfondo la grande bellezza dei luoghi più noti di Parigi e dei suoi dintorni (Versailles con la sua reggia e con la divertente apparizione di Luigi XIV nella Sala degli Specchi o Giverny col ponticello e le ninfee di Monet): è un racconto pieno di grazia, che si segue senza noia: un po’ poco per Woody Allen.
Il fatto è che Parigi è da cartolina, certamente bella, ben fotografata, ma troppo vista per commuovere davvero, mentre dal passato degli anni venti arrivano nel film compendiosi estratti, le formulette che Gil vuole riascoltare (la debauche della signora Fitzgerald, il suo tentato suicidio, la sofferenza di lui, il vocione rude e macho di Hemingway, i tori di Picasso, le stravaganze di Dalì e via elencando), ma non si coglie un vero rapporto dialogico fra lui e quel tempo. In altre parole Gil, anche se, “venuta la sera, si spoglia di quella veste cotidiana, piena di fango et di loto, et rivestito condecentemente entra nelle antique corti degli antiqui huomini…da loro ricevuto amorevolmente”, non riesce a cogliere se non molto superficialmente il senso di quel lavoro culturale: e cerca solo quelle risposte che già sono nella sua mente nella forma un po’ banale della citazione.

Avrete tutti capito che anch’io ho appena citato Machiavelli e la sua lettera (10 dicembre 1513), famosissima, a Francesco Vettori!

Lourdes

Recensione del film:
LOURDES
Regia:
Jessica Hausner

Principali interpreti:
Sylvie Testud, Léa Seydoux, Bruno Todeschini, Elina Löwensohn, Elina Lowensohn, Katharina Flicker, Linde Prelog, Heidi Baratta, Jacky Pratoussy, Walter Benn, Hubert Kramar, Helga Illich, Thomas Uhlir, Irma Wagner, Gilette Barbier, Gerhard Liebmann – 99 min. – Austria, Francia, Germania 2009

Una cosa emerge con chiarezza nel film di Jessica Hausner, almeno a parer mio: la solitudine profonda e incolmabile di chi soffre. Non mancano a Lourdes, naturalmente, luoghi deputati all’accoglienza e alla cura dei malati, volontari che aiutano, preti che danno assistenza spirituale, tuttavia l’impressione che rimane è quella di una efficientissima macchina organizzativa che non dà e non può dare un vero e solidale aiuto, perché il dolore non è solo quello che proviene dal corpo, ma è quello dato dal senso di ingiustizia che coglie ogni malato grave, quando riflette sul proprio individuale destino. Alle domande dei sofferenti che non sono diverse da quelle che ciascuno di noi, o prima o poi, nella vita si pone, riflettendo sulla morte, non arriva risposta, perché una risposta, probabilmente non è possibile.
“Dio è libero”, dirà il sacerdote a chi gli chiede ragione di una guarigione improvvisa, che sembra ingiusta, di fronte al persistere della malattia di chi è a sua volta malato ugualmente sofferente.
Da un punto di vista teologico e filosofico la risposta è ineccepibile: Dio è l’essere incondizionato per definizione. Bisogna ammettere però che non è una risposta sufficiente a risarcire chi di questa libertà si sente quasi vittima. L’altra domanda correlata è infatti quella, presente a sua volta nel film, circa il rapporto fra l’onnipotenza e la bontà di Dio. Perché Dio infinitamente buono e onnipotente permette tanto dolore? Christine, la giovane protagonista del film non chiede altro che di vivere, facendo ciò che fanno gli altri giovani e che una crudele malattia le nega: amare, ballare, progettare la propria vita, ma anche gli altri malati non chiedono altro e vivono come un’ingiustizia il “miracolo” che sembra aver graziato solo lei. “Che cosa bisogna fare?” per tenere il dolore lontano da noi? Anche in questo caso la risposta teologica, secondo la quale la Chiesa cura le anime e non i corpi, appare davvero poco convincente e certo in contraddizione con l’apparato medico e terapeutico che intorno al santuario sorge. Il gigantesco rito propiziatorio di massa, che si ripete negli anni e nei secoli, è quindi uno strumento di organizzazione del consenso e una esibizione di potere? La regista,immergendosi in questa realtà, non dà giudizi: prende atto e comunica impressioni, dubbi, sensazioni, ma non ha soluzioni da proporre e ciò, secondo me, va ascritto a suo merito, perché, induce lo spettatore a esercitare il suo senso critico e a rifuggire dalle semplificazioni comode.
Film molto interessante, alieno da retorica apologetica, splendidamente interpretato.