La Favorita

recensione del film:
LA FAVORITA

Titolo originale:
The Favourite

Regia:
Yorgos Lanthimos.

Principali interpreti:
Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz, Nicholas Hoult, Joe Alwyn, James Smith, Mark Gatiss, Jenny Rainsford, Jack Veal, Jon Locke – 120 min. – Grecia 2018.

Dopo averci abituati alle distopie bizzarre dei suoi film precedenti,Yorgos Lanthimos firma l’ultima pellicola, che gli fa riconquistare una larga parte di quel pubblico che, turbato e scontento, in seguito a Il sacrificio del cervo sacrosembrava lo avesse abbandonato. Anche la critica, che aveva accolto con molto malumore quel film e si era divisa (soprattutto in Italia dove più facilmente le obiezioni diventano tifoseria astiosa), pare ora quasi unanimemente essersi riconciliata col suo cinema.

Questa volta il regista greco ha girato La Favorita (terzo film in lingua inglese) senza l’apporto dell’inseparabile sceneggiatore Efthimis Filippou, utilizzando la sceneggiatura, già esistente ma in attesa di regista, di Deborah Davis, cui egli ha affiancato Tony McNamara.
Ne è risultato un sontuoso film storico in costume, con tanto di castello, regina, corte e cortigiani sullo sfondo dell’amena e verdissima campagna inglese, come ci si attende in questi casi, ma che in realtà è un film ancora una volta spiazzante e per molti aspetti sgradevole, come ci si attende da Lanthimos.

I fatti raccontati sono ambientati ai primi del ‘700, durante l’ennesima guerra tra la Francia di Luigi XIV e la Gran Bretagna in crisi dinastica, poiché la matronale regina Anna Stuart (Olivia Colman), dopo diciassette inutili gravidanze, non era riuscita ad assicurare l’erede al trono e ora viveva depressa e malata, esercitando di mala voglia le proprie prerogative regali, incerta fra la pretesa autoritaria di farsi obbedire dai sudditi senza discutere e la volontà di compiacere i cortigiani più servili del partito dei Tory di cui era segretamente portavoce Sarah Churchill (Rachel Weisz), la sua favorita. Sarah, assecondando i capricci e le inclinazioni saffiche di Anna, riusciva a influenzarne le decisioni politiche, spingendola ad autorizzare maggiori finanziamenti alla guerra in corso e anche a reprimere il malcontento che arrivava dai contadini e dai proprietari della terra.
A contendere il suo primato nel cuore e nella mente della regina, era arrivata a corte la graziosa e giovane Abigail (Emma Stone), una cugina decaduta e ridotta in miseria, che sulla propria pelle aveva sperimentato le umiliazioni degradanti che le donne povere erano costrette a subire dai maschi del tempo, fossero nobili o contadini.
Ben fiera della propria appartenenza di classe, la giovane era decisa a risalire nella considerazione sociale e a riconquistare, grazie alla regina, un ruolo degno di lei, nobile per nascita ed educazione, che aveva imparato a rispondere alle sciagure e alle violenze difendendosi, senza troppi complimenti, dalle pretese maschili, e a vincere le proprie battaglie senza molti scrupoli. La rivalità fra le due donne per assicurarsi il favore di Anna Stuart aveva, perciò, presto assunto, oltre che la coloritura politica dello scontro fra il partito della guerra e quello della trattativa con la  Francia, anche le connotazioni di uno scontro senza esclusione di colpi.

Il film
Nelle immagini del film si possono cogliere compiutamente le inconfondibili impronte del regista, che, evitando la narrazione storico-politica della lotta per il potere (qui al femminile), più volte rappresentata al cinema e a forte rischio mélo, ci rivela, con spietata e sarcastica cattiveria, le ingiustizie e l’orrore celati dallo sfarzo un po’ kitsch che ricopre le severe architetture degli interni elisabettiani: i soffitti con le loro decorazioni in gesso, i saloni straripanti di arazzi, quadri e oggetti di pregiata fattura con funzioni inimmaginabili (un vaso d’argento raccoglie il vomito; le raffinate decorazioni di un paravento celano gli inconfessabili divertimenti sessuali di un nobile che ignudo e imparruccato si fa colpire da arance; la biblioteca ricca di volumi, che diventano corpi contundenti nelle mani di Sarah per colpire la propria rivale, ovvero l’unica persona, in quella corte, interessata a leggerli..)
Assegnando loro un’analoga disturbante funzione, Lanthimos fa muovere nei bellissimi e accurati giardini gli animali da cortile, nonché, talvolta, nella stanza della regina i 17 coniglietti (abitualmente in gabbia) che nella sua mente disturbata e sempre più manipolata da chi decideva al suo posto, sono l’equivalente simbolico dei figli perduti, mentre nell’amena e verdissima campagna che circonda il bosco attraversato dalle carrozze dirette alla reggia, facilmente ci si imbratta sprofondando nello sterco che lorda calzari e vezzose crinoline…

Il regista fa larghissimo uso del grandangolo per rappresentare dall’alto spazi dilatati e distorti nei quali i volti e i corpi appaiono deformati in una caricatura feroce, che sembra ricordare i “mostri” di Goya, o la livida umanità di Egon Schiele. Numerose le citazioni cinefile: dal cinema grottesco di Luis Buñuel, a quelle da Kubrick. A Barry Lyndon ci riporta, oltre che l’illuminazione a lume di candela degli interni, l’apparente serenità della campagna verde; a Shining l’angoscia inquieta della mente di Anna assediata dai fantasmi.

La stupefacente colonna sonora, (in cui alla musica barocca fanno da contrappunto ripetuti effetti distorsivi perfettamente funzionali a rendere spiazzante la pellicola e ad accrescere lo straniamento dello spettatore) e la superba performance di Olivia Colman contribuiscomo a rendere estremamente interessante il film, sicuramente da vedere.

Applauditissimo a Venezia, dove ha ottenuto il Leone d’argento per la miglior regia e dove la grandissima Olivia Colman ha ricevuto la coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile, il film è candidato a dieci Oscar, come Roma di Cuaron: sarà una bella sfida.

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La forma dell’acqua


recensione del film:
LA FORMA DELL’ACQUA

Titolo originale:
The Shape of Water

Regia:
Guillermo Del Toro

Principali interpreti:
Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Doug Jones, Michael Stuhlbarg, Octavia Spencer – 119 min. – USA 2017

A me, colpevolmente all’oscuro dei trascorsi cinematografci di Guillermo Del Toro, questo film ha detto davvero poco, essendomi sembrato l’ennesima versione, sotto mentite spoglie, della favola antica della Bella e della Bestia.

Dopo il “muto” del 1920, con la regia di Umberto Fracchia, fu il film di Jean Cocteau del 1946, La Bella e la Bestia, a iniziare la lunga serie delle belle e delle bestie, che, con altri titoli e con variazioni e contaminazioni da altre fiabe, è arrivata fino ai nostri giorni, per il grande schermo e anche per gli schermi televisivi. Dall’antica fiaba originaria (Amore e Psiche dall’Asino d’oro di Apuleio) molta strada è stata percorsa, ma la malìa di quel racconto e delle sue implicazioni simboliche sembra aver attraversato i tempi incantando ancora. Nella premessa che Jean Cocteau aveva anteposto al proprio film si trova forse il segreto di questo fascino permanente: a molti piace ritornare, nel buio della sala, all’infantile e ingenua disposizione d’animo grazie alla quale, senza sforzo, si crede all’incredibile, ci si abbandona ai sogni e, immaginando che il Bene, incarnato in alcuni personaggi, sconfigga il Male, incarnato in altri, si accoglie la narrazione con grande candore, la razionalità essendo riservata, semmai, al dopo, all’analisi degli strumenti utilizzati per dar vita a un racconto ricco di effetti (talvolta anche di effettacci) sbalorditivi per il loro realismo, o all’abilità narrativa, al montaggio… La favola bella, insomma, deve illudere!

Guglielmo del Toro, a quanto ho appreso, colloca le fiabe dei suoi film in uno scenario storico preciso: così era avvenuto nelle opere precedenti, così  avviene ora  per questo ultimo lavoro.
Ambientato nel Maryland degli anni sessanta in piena guerra fredda, quando dopo il lancio del primo uomo nello spazio da parte dell’URSS, gli scienziati americani progettavano una risposta spettacolare che offuscasse la memoria di quel successo, il film narra che allo scopo si pensava di utilizzare un uomo-pesce, creatura marina “mostruosa” ma intelligente, che era stato catturato in Amazzonia e, successivamente, imprigionato a Baltimora.
L’infelice creatura, in condizioni ai limiti della sopravvivenza, in un laboratorio acquatico sotterraneo, subiva sul proprio corpo squamoso e bellissimo (?) i test più crudeli che permettessero di capire se in futuro avrebbe potuto essere inviato nello spazio, colmando il gap con l’Unione Sovietica. Lo seguiva un medico, spia russa in incognito, a contatto continuo con altri spioni. Della sua esistenza nessun altro cittadino americano era informato, con l’eccezione delle due donne addette alla pulizia dei locali: Elisa e Zelda, amica, confidente e… interprete di Elisa, donna muta che si esprimeva a segni. Le accomunava una solidarietà profonda: Zelda (Octavia Spencer), nera di pelle, mal sopportava il razzismo dell’America pre-kennediana, oltre che il vetero-maschilismo di un marito ottuso; Elisa (Sally Hawkins) reagiva alla solitudine (alla quale il mutismo l’avrebbe condannata) col lavoro, con la fiducia nel futuro e con l’amicizia di Zelda e di un vicino di casa omosessuale, Giles, emarginato e, a sua volta, solo e povero, nonostante le ottime qualità di disegnatore pubblicitario.
Presa da meraviglia pietosa per lo strano uomo prigioniero che tutti i giorni emergeva in catene dalla vasca del laboratorio, Elisa se ne era innamorata perdutamente e, con l’aiuto di Zelda, era riuscita a trascinarlo segretamente fuori dal sotterraneo carcere e a vivere con lui per qualche tempo, trasformando anche la propria abitazione in una vasca tracimante enormi quantità d’acqua sui locali del cinema sottostante. Mi limito a far notare la metafora un po’ ovvia (l’acqua profumata dalla storia d’amore, di cui Elisa è muta protagonista, che piove sul cinema) senza raccontare altro, per non togliere a chi mi legge il gusto della visione, che può risultare gradevole per la sua accuratezza: bei colori, bella musica, buona sceneggiatura e anche per la misura con cui il regista è riuscito a contenere il manicheismo della lotta fra i buoni (Elisa, il suo vicino di casa Giles, ovvero Richard Jenkins, e Zelda) e i cattivi (i guerrafondai di entrambi i fronti), introducendo un cattivo, ma non troppo, nella figura tormentata del medico-spia (Michael Stuhlbarg). Travestito da mostro buono è l’attore Doug Jones, ricoperto da una corazza in plastica finemente cesellata e impreziosita: molto kitsch. Non mi ha convinta fino in fondo, ma il film è da vedere, almeno per curiosità. Se qualcuno ricorda il film di Cocteau, lo dimentichi, per evitare un paragone troppo impietoso e forse ingiusto!

 

Leone d’oro della Mostra del cinema veneziana dello scorso settembre e candidato con ben tredici Nomination all’Oscar (un po’ sopravvalutato?), è ora nelle nostre sale.

 

la vita è tutta un kitsch (Reality)

recensione del film:
REALITY

Regia:
Matteo Garrone

Principali interpreti:
Aniello Arena, Loredana Simioli, Nando Paone, Graziella Marina, Nello Iorio, Nunzia Schiano, Rosaria D’Urso, Claudia Gerini, Giuseppina Cervizzi, Raffaele Ferrante
– 115′ – Italia 2012.

Pare che già Pitagora, aggirandosi fra i banchi del mercato di Siracusa, esclamasse: “Di quante cose posso fare a meno!”  Nella società di oggi sono aumentati a dismisura i prodotti di cui “si può fare a meno”, per dirla col filosofo siracusano, cosicché siamo circondati da imbonitori che, grazie alle TV, ai call center,  ma anche, come ci dice il film, grazie a organizzazioni più casalinghe di vicini di casa non proprio onestissimi, cercano di riempire le nostre case di oggetti inutili, illudendo i più sprovveduti di noi che otterranno, insieme alle merci, anche il prestigio dei ricchi, con cui credono di condividere l’accesso a consumi affluenti. Il film ci mostra, a questo proposito, un gruppo di anziane donne napoletane che acquistano un raccapricciante robottino da cucina, a forma di pupazzo, senza sapere come far fronte alle rate che verranno. Molto più del robottino, però, è l’incipit straordinario del film a rappresentare molto bene la realtà grottesca e insieme repellente del mondo di inganni a cui la televisione, acriticamente guardata, può abituare le persone più semplici, che sono indotte a scambiare un fittizio paese dei balocchi con la realtà quotidiana e ad assumere perciò  le favole televisive e il inguaggio di queste come modelli da imitare indiscutibilmente. In un lungo piano sequenza, ci viene rappresentato il matrimonio di una giovane coppia, come una vera messa in scena kitsch, con tanto di cocchio finto-settecentesco, cocchieri in costume d’epoca e maggiordomi con parrucca finto-incipriata. Il procedere di questa carrozza sulla strada asfaltata, congestionata da un molto attuale e prosaico traffico di auto, che ci riporta alla realtà, è accompagnato dal movimento di avvicinamento dall’alto verso il basso della cinecamera che segue gli sposi fino al loro ingresso in chiesa, dove, accolti dalla musica ottocentesca della Marcia nuziale di Mendelssohn, arriveranno all’altare, con un effetto insieme comico e spiazzante, per l’intersecarsi degli anacronismi stridenti di abiti, parrucche, musica, auto e carrozze che diventano lo scenario involontariamente ridicolo dell’evento. Ancora molto interessante la scena del banchetto, a cui è presente  uno speciale invitato d’onore: un ex vincitore del Grande Fratello, trasmissione che gli ha fatto guadagnare un po’ di soldi, e che gli ha dato la fama sufficiente per partecipare, a pagamento, alle cerimonie a cui viene invitato nel tripudio generale. Sono scene davvero sconvolgenti, ritratti impietosi della volgarità pacchiana che ha stravolto antropologicamente (profeta inascoltato, il grande Pasolini!) il nostro paese, non solo Napoli, che è la città in cui si svolgono le vicende del film.

Proprio durante quel banchetto nuziale, nasce la conoscenza fra il “divo” del Grande Fratello e il protagonista della storia che il film narra, quella di Luciano (Aniello Arena). Costui, nella vita, oltre a gestire una pescheria, in una ex bellissima piazza di Napoli, su cui domina un ex bellissimo palazzo, ormai fatiscente, si occupa con la moglie, in modo non proprio limpido, di vendere i robottini alle vecchiette. La sua aspirazione segreta è, però, quella di approfittare dell’incontro col “divo” per essere introdotto nel mondo del Grande Fratello, cioè là dove si muovono uomini e donne alle prese con i problemi virtuali di una vita fittizia. Da questo momento, anche la piazza reale si trasforma in un palcoscenico sul quale si esibisce il nostro eroe, recitando per i suoi vicini di casa la parte di colui che, grazie ai suoi incontri con l’organizzazione, ha la certezza di essere quanto prima convocato per far parte dell’agognato mondo di quello spettacolo. Luciano alimenta le proprie speranze con l’immaginazione di un futuro ben lontano dal realizzarsi, in un crescendo penosissimo di  schizofrenia  che lo porterà a rinunciare alla sua pescheria nell’attesa del grande momento che non arriva mai. Se il film si fosse concluso qui, sarebbe stato un gran bel film, coerente, ben raccontato e ben scritto. Purtroppo il regista ha dilatato la storia in modo alquanto artificioso, senza aggiungere nulla di importante che giustificasse lo stiracchiamento delle scene successive. Ne è risultato un lavoro disuguale, alquanto deludente, anche se per tutta la sua durata ha mantenuto un meraviglioso colore, molto violentemente kitsch, così come si addice a  una storia di questo genere. Magnifica recitazione di Aniello Arena, l’attore ergastolano, già apprezzato in Cesare deve morire

Copia conforme

Recensione del film
COPIA CONFORME

Titolo originale Copie conforme

Regia:
Abbas Kiarostami

Principali interpreti:
Juliette Binoche, William Shimell, Jean-Claude Carrière, Gianna Giachetti, Adrian Moore, Angelo Barbagallo, Filippo Trojano, Manuela Balsimelli, Andrea Laurenzi, Agathe Natanson
– 106 min. – Italia, Iran, Francia 2010.

Uno scrittore inglese, James Miller, presenta in Toscana la traduzione italiana dell’ultima sua opera, Copia conforme, che tratta della copia nell’arte e del suo rapporto coll’originale, ad una conferenza cui parteciperà Elle, che ottiene un appuntamento da lui, per fargli visitare la propria galleria d’arte in cui sono esposte opere originali d’epoca, ma anche falsi. Dalla galleria, i due si spostano in un paese vicino, Lucignano, continuando a discutere su verità e finzione nell’arte, ma allo spostamento geografico sembra corrispondere un vero e proprio slittamento dell’oggetto della discussione. I due, infatti in un bar vengono scambiati per marito e moglie e stanno al gioco, fingendo di esserlo ed esprimendo in tal modo la loro visione dell’amore e del matrimonio. Occasione della discussione più accesa sembra essere la celebrazione di alcuni matrimoni nella sala comunale del paesetto, nonché l’osservazione di un gruppo scultoreo (che lo spettatore vede solo di riflesso) che rappresenta un uomo e una donna in un atteggiamento diversamente interpretato da James e da Elle. Nell’atteggiamento di abbandono fiducioso tra le braccia dell’uomo, Elle intravede una rappresentazione “vera” del rapporto matrimoniale ideale, mentre James intravede una rappresentazione stereotipata e banale del rapporto di coppia, cui paiono ispirarsi anche le coppie “seriali” dei novelli sposi. Il concetto di “kitsch” sembrerebbe dunque applicabile alla riproduzione seriale dell’oggetto d’arte e della finzione creativa, ma anche ai comportamenti umani, che magari a quella stessa arte si ispirano e che proprio perciò, o prima o poi dovranno fare i conti con la realtà dura della vita e dei suoi problemi. Se, come credo, il senso del film è fondamentalmente questo (credo tra l’altro che non per nulla il nome della donna, Elle, sia in realtà un non nome, un nome che non individua), mi sembra un po’ velleitaria la sua realizzazione: tutta la discussione fra i due mi è apparsa artificiosa, inutilmente rivendicazionista nella parte di Elle, che assume soprattutto il ruolo della risentita accusatrice, con una insistenza aggressiva e un po’ petulante, e spiega troppo poco lo sciogliersi del tutto nel finale da commedia.