efferatezze seriali (One on One)

recensione del film:

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Titolo originale:
Il-dae-il

Regia:
Kim Ki Duk

Principali interpreti:
Dong-seok Ma, Young-min Kim, Yi-Kyeong Lee, Dong-in Jo, Teo Yoo, Ji-hye Ahn, Jae-ryong Cho, Jung-ki Kim, Hee-Joong Ju, Gwi-hwa Choi, Hwa-Young Im, Su-dam Park – 122 min. – Sud Corea 2014.

Oh Min-ju è il nome di una studentessa che di notte in una strada di Seul, senza apparente motivo, viene aggredita e soffocata col robusto nastro adesivo che alcuni energumeni le stringono sul volto fino a provocarne la morte. A questa prima scena del film seguono un po’ di telefonate in cui i killer annunciano a un misterioso interlocutore il pieno successo dell’operazione. Non è dato sapere né chi fosse quella sfortunata signorina, né per quale motivo un’organizzatissima associazione a delinquere avesse pensato a lei per farla morire in modo così atroce. Un’altra misteriosa organizzazione, con a capo un signore ferocissimo coll’aria dell’ orientale tranquillo (verrà alla fine fatta notare la sua somiglianza con l’effigie del Budda), si è data il compito di fare “giustizia” e perciò di punire tutti gli assassini di Oh Min-ju, killer e mandanti. Ha inizio perciò il pedinamento e la cattura dei malvissuti della prima organizzazione, che non verranno uccisi, ma torturati secondo un rito che costantemente si ripete (con qualche fantasiosa e se possibile più sadica variazione) e che termina con la confessione del delitto contro la studentessa, “firmata” dai colpevoli con l’impronta di una mano ridotta a sanguinolenta appendice. Alcuni dei torturatori, però, entrano in crisi di fronte all’efferatezza crescente del loro capo, e lo abbandonano piangente, preda dello sconforto, su una collina con vista della città, dove egli affronterà un’ultima sfida. Molto in breve, naturalmente, questo è il poco allettante contenuto dell’ultimo film di Kim Ki Duk, il più cupo e più scuro dei suoi ultimi e anche, a mio giudizio, il meno convincente.
Il regista ha dichiarato che i Coreani sanno bene che Oh Min-ju nella loro lingua significa Oh democrazia, presentandoci in questo modo, se non la probabile chiave di lettura della pellicola, almeno gli intenti che gliel’hanno ispirata. Dovremmo quindi trovarci di fronte a un’opera che è fondamentalmente una denuncia politica: la morte della democrazia, sottolineata anche da alcuni passaggi del film: l’importanza del denaro, per il quale diventa lecito ogni crimine; la fine di ogni solidarietà, che coincide anche con la fine della coscienza del bene e del male; la violenza crescente che attira altra violenza in una rincorsa infernale alla vendetta; la solitudine degli uomini probi e il loro disorientamento; l’inquinarsi anche dei rapporti d’amore, spesso ridotti a pura sopraffazione maschile. Non mi sembra però che qualche affermazione sparsa qua e là e qualche scena interessante riescano a cancellare l’impressione complessiva  che il film sia in realtà dominato da una violenza ossessiva, il cui schematico reiterarsi, infine, anziché provocare il giusto sdegno, produca soprattutto indifferenza in chi guarda, nonché un po’ di tristezza, nel considerare in quale deplorevole stato sia ridotto, oggi,  il cinema del grande regista coreano. Che peccato!

Chi vuole può trovare qui la mia recensione a Pietà, il film che due anni fa aveva procurato a Kim Ki Duk il Leone d’oro a Venezia.

una vendetta tremenda (Pietà)

recensione del film:
PIETA’

Titolo originale:
Pieta

Regia:
Kim Ki-Duk

Principali interpreti:

Lee Jung-Jin, Jo Min-Su – 104 min. – Corea del sud 2012. Vietato ai minori di 14anni

Il film è adatto soprattutto a chi non si lascia impressionare troppo, perché le scene di efferata crudeltà, quasi sadica, sono numerosissime dall’inizio alla fine dello spettacolo, cosicché chi è abituato a coprirsi gli occhi o ad abbassare il capo, per non vedere gli orrori che scorrono sullo schermo, rischia di non vedere una grandissima parte del film.
Chi sa di non farsi troppo coinvolgere da quella che, in fin dei conti, è finzione (è sempre utile ricordare le parole di Magritte: “ceci n’est pas un pipe“), vedrà un film molto bello e interessante, ben scritto e ben diretto dal grande Kim Ki Duk, il regista di altri film indimenticabili (Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, La samaritana, Ferro 3 ecc.).
Per analizzare questo suo lavoro, Leone d’oro a Venezia, quest’anno, può essere efficace anche un’altra citazione, ancora da un pittore del ‘900:

“È lei che ha fatto questo orrore?” “No, lo avete fatto voi ” (Risposta di Pablo Picasso all’ambasciatore tedesco Otto Abetz, in visita al suo studio, durante l’occupazione tedesca di Parigi, di fronte ad una fotografia di Guernica ). Questo mi pare un buon punto di partenza per interpretare il film: le cose che vengono rappresentate sono tremende, ma sono il frutto avvelenato dell’imporsi di una cultura estranea, quella americana, al corpo sociale coreano. I primi effetti del dilagare dell’ideologia del denaro e del suo primato si vedono a occhio nudo: sono le aree di Seul sottoposte a speculazione edilizia, dove sono sorti come funghi, in modo disordinato, senza gusto e senza alcuna razionalità urbanistica, i grattacieli e le anonime abitazioni dei nuovi ricchi che hanno devastato il territorio; altri effetti sono meno visibili ma non meno violenti: hanno riguardato le coscienze degli uomini di quella città sventrata: la loro indifferenza al dolore e alla povertà; la convinzione, anzi, che dalla povertà, considerata quasi una colpa, si possano ricavare soldi, non importa come.
E’ la logica cui si ispira il comportamento di Kang-do (Lee Jung-Jin), impassibile e freddo esattore del denaro prestato dagli usurai ad artigiani che, nelle loro botteghe ormai in grave crisi economica, non riescono a produrre a sufficienza per restituire. Il nostro giovanotto, con cura scrupolosa, annota nomi e abitazioni di coloro che, volenti o nolenti, dovranno ripagarlo: basta infliggere loro torture feroci, che lascino invalidità permanenti: le Assicurazioni rimborseranno più abbondantemente che se i poveretti morissero. Agli infelici non resterà che l’umilazione dell’elemosina, rimediata a stento, però, perché né pietà, né compassione albergano ancora nelle anime dei loro concittadini. Nella vita di Kang-do, squallida e solitaria, si insinua una donna, Mi-Sun (Cho Min-soo, attrice di eccezionale bravura), che riesce a farsi accettare da lui, rivelandogli che è sua madre e chiedendogli perdono per averlo abbandonato da piccolo. Dopo aver subito, senza quasi reagire, con la sopportazione delle antiche madri, umiliazioni e agghiaccianti crudeltà, grazie al suo affetto tenace e paziente, la donna riuscirà a trasformare Kang-Do in una persona del tutto diversa, preparando, però, segretamente, un piano di vendetta spiazzante e terribile, preludio di un finale altamente drammatico, e visivamente indimenticabile.
Il film è cupo, teso; il colore delle scene è per lo più di uno sporco e livido verde, che richiama il dolore, la solitudine e la morte. La fotografia molto bella ci comunica implacabilmente la paura angosciosa di chi teme Kang-do, nonché un senso di catastrofe inevitabile, perchè ovunque è diventato iperbolico ed enorme il potere del denaro, capace di schiacciare e azzerare la compassione e l’amore disinteressato, che la statua michelangiolesca della Pietà evoca e che il regista utilizza, forse in parte fraintendendola, per la locandina del film.