Io, Daniel Blake

schermata-2016-10-22-alle-00-59-18recensione del film:
IO, DANIEL BLAKE

Titolo originale:
I, Daniel Blake

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Dave Johns, Hayley Squires, Dylan McKiernan, Briana Shann, Kate Runner, Sharon Percy, Kema Sikazwe, Natalie Ann Jamieson, Micky McGregor, Colin Coombs, Bryn Jones, Mick Laffey, John Sumner – 100′ – Gran Bretagna, Francia 2016.

Si chiamava Daniel Blake (Dave Johns), viveva a Newcastle ed era un anziano falegname sopravvissuto a un infarto che l’aveva colpito mentre era impegnato nei lavori di carpenteria di un cantiere edile; ora si trovava involontariamente a essere protagonista di una serie di avventure grottesche e dolorose per ottenere quello che, fino a qualche anno prima, sembrava un diritto elementare: sopravvivere dopo una malattia così invalidante da impedirgli di tornare al lavoro. Il povero Daniel Blake era del tutto ignaro che la sua giusta richiesta di sussidio implicasse l’uso del computer e del mouse, né sapeva che la spedizione delle risposte al questionario su cui aveva apposto le crocette dovesse essere fatta esclusivamente per via telematica, né immaginava che per ottenere l’ascolto di un impiegato esperto, al quale esporre il proprio problema, avrebbe dovuto aspettare ore al telefono, perché gli impiegati erano spariti dagli uffici (privatizzati) del lavoro, sostituiti dalle voci registrate di un call center, dalle quali era difficile farsi comprendere e aiutare. Presto Daniel avrebbe constatato che la precarietà stava diventando la condizione comune di una quantità di giovani e anziani nell’universo britannico (britannico?) in cui si continuava a parlare di welfare, ma di fatto si distruggeva ogni forma di assistenza sociale, presentata all’opinione pubblica come insopportabile fonte di spesa e di tasse. La sua storia era destinata a incrociarsi perciò con quella di altri sventurati come lui o come la giovane Kattie (Hayley Squires), arrivata da Londra senza casa (gliela avevano venduta), senza lavoro e con due figli ancora piccoli da far crescere, vittima a sua volta del disumano sistema che stava facendo piazza pulita dei diritti e della sicurezza sociale.

Il film tratta un tema fra i più tipici del regista presentandoci uomini e donne che, come spesso nei suoi lavori, si arrabattano e lottano per ottenere giustizia. La pellicola, tuttavia, almeno secondo me, non è una stanca ripetizione del “solito” Ken il rosso, l’ottantenne socialista d’antan un po’ ripetitivo. No, il film, miracolosamente, ci presenta una bella storia poetica e lieve nella sua fluidità narrativa, sorretta da una perfetta sceneggiatura, che, senza mai annoiare, riesce a rendere interessanti e veri gli ambienti, le vicende e i anche i personaggi che mantengono, nonostante le sventure, una grande voglia di vivere, di aiutarsi, di raccontarsi, di progettare e che trovano nella solidarietà tollerante e nella loro mite dignità il senso della loro esistenza di perdenti che non si rassegnano alla durezza della sorte.
Giusta o no che fosse la Palma d’oro di Cannes* (la seconda della lunga carriera del regista), l’ambitissimo e prestigioso premio è andato, in ogni caso, a un film molto bello, capace di parlare con semplicità non banale al cuore degli spettatori. Chi ha visto il film in sala avrà certamente notato come me una commozione insolita che, al termine della visione, si è manifestata apertamente anche attraverso il desiderio di condividere inquietudini e preoccupazioni con accorate parole di commento, tanto profonda era stata l’identificazione con i personaggi della storia. Non capita spesso! Da vedere!

* Se si sia trattato di un premio giusto, lo sapremo solo quando vedremo (speriamo che succeda presto), anche in Italia, i film più  apprezzati e innovativi che per ora, a parte Ma Loute, non si sono visti.

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Jmmy’s Hall – Una storia d’amore e libertà

Schermata 2015-12-29 alle 21.25.58recensione del film:
JMMY’S HALL – UNA STORIA D’AMORE E LIBERTA’

Titolo originale:
Jmmy’s Hall

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Barry Ward, Simone Kirby, Jim Norton, Andrew Scott, Francis Magee, Mikel Murfi, Sorcha Fox, Martin Lucey, Shane O’Brien, Brian F. O’Byrne, Karl Geary, Denise Gough, Aisling Franciosi, Donal O’Kelly, Seán T. Ó Meallaigh, Conor McDermottroe, Seamus Hughes –
109 min. – Gran Bretagna, Irlanda, Francia – 2014.

La nascita della Repubblica irlandese (Eire), che nel 1921 sembrava aver dischiuso agli abitanti di quel paese un avvenire pacifico e prospero nel territorio degli avi, ora finalmente tornato nelle loro mani, in realtà non ne aveva risolto i problemi gravissimi e secolari. La miseria e la fame non erano dovute evidentemente solo alla colonizzazione inglese: erano piuttosto il frutto dell’ingiusta distribuzione della proprietà della terra, rimasta nelle mani di pochi e ricchissimi latifondisti, appoggiati dalle gerarchie cattoliche, sempre più influenti sul piano politico e autorità morali sempre più ascoltate e temute. Molti giovani, in assenza di prospettive per il futuro, si erano lasciati sedurre dal “sogno americano”, si erano imbarcati e si sarebbero forse insediati stabilmente negli Stati Uniti se la crisi finanziaria del 1929 non avesse rimesso in discussione anche questa opportunità, costringendoli a tornare alla terra d’origine.

Accadde perciò che Jimmy Gralton (Barry Ward), il bel giovanotto che aveva abbandonato la contea di Leitrim alla volta degli Stati Uniti, lasciando infranto il cuore di Oonagh (Simone Kirby), tornasse in quel luogo e lì provasse a rimettere in funzione quella sala che aveva progettato con i suoi compagni di un tempo, i suoi amici sindacalisti, come luogo di incontro e di elaborazione politica, ma anche culturale. Ora Jmmy si proponeva nuovamente di creare un ambiente che ospitasse la danza e il divertimento insieme alle lotte sociali (Il pane e le rose…); dove si suonasse quel jazz, che nel soggiorno americano aveva imparato ad apprezzare, insieme alla musica della tradizione nazionalistica irlandese, o dove si studiasse la letteratura, così come la pittura. Apriti cielo! Si scatenarono contro di lui i preti, i latifondisti, i conservatori e i reazionari di ogni risma (che vedevano con favore gli sviluppi illiberali del fascismo italiano), ma anche tutto l’ establishment dei pubblici funzionari, sindaci in testa, e della polizia, che cercavano di allontanarlo di nuovo, quel sovversivo, quel pericoloso comunista, quell’ateo e peccatore senza scrupoli!

Torna con questo film il carissimo Ken, che ritrova se stesso e la linea più feconda della sua regia, raccontando un fatto vero, certamente molto rielaborato, calandosi con la sua partecipazione affettuosa nei sentimenti dei suoi personaggi e regalandoci un bel film, molto classico, fluente, e… di parte, come ha sottolineato quasi unanime tutta la critica nostrana. Ebbene? Quella sua partigianeria è quello che rende vivo e palpitante il suo cinema, che lo fa amare, che lo fa applaudire al festival di Cannes con la standing ovation di dieci minuti. Provaci ancora, Ken!

il ritorno di Ken il Rosso (La parte degli angeli)

Schermata 12-2456276 alle 23.56.09recensione del film:

LA PARTE DEGLI ANGELI

Titolo originale:

Angel’s Share

Regia:

Ken Loach

Principali interpreti:

Paul Brannigan, John Henshaw, William Ruane, Gary Maitland, Jasmine Riggins, Siobhan Reilly, Roger Allam, Daniel Portman, David Goodall, John Joe Hay, Finlay Harris, Barrie Hunter, Lorne MacFadyen – 106 min. – Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia 2012.

I giovani che nelle periferie urbane si sono fatti le ossa per sopravvivere sono dappertutto considerati ad alto rischio, e dappertutto visti con diffidenza, dato che la loro vita irregolare è fatta di risse, di furti, di violenza, che vivano a Milano, a Parigi o a Glasgow, come i quattro protagonisti di questo film. I tentativi di far accettare a questi ragazzi un lavoro socialmente utile e un modo di vivere più civile spesso si scontrano con la loro ignoranza profonda e con la loro tendenza a scambiare il coraggio con l’aggressività, la giustizia con la vendetta. Qualche volta, però, basta la fiduciosa e generosa  comprensione di qualcuno per sloccare situazioni senza apparenti vie d’uscita.

Questo è accaduto a Robbie, il ragazzo scozzese che, fra i balordi del film, appare come il più disperatamente irricuperabile, per i reati gravi che ha già commesso e che gli hanno fatto precocemente conoscere la galera: le prime scene, ambientate proprio nell’aula del tribunale di Glasgow, quando giudice e avvocati decidono oltre che del destino di disgraziati come lui, anche del suo, ci descrivono subito il personaggio. E’ impulsivo, violento, viene volentieri alle mani , sia per le provocazioni che gli arrivano da una banda del quartiere che lo ha preso di mira, sia perché è così di suo, per storditaggine: spesso, strafatto di cocaina, scambia per realtà i suoi fantasmi e le sue paure e mena colpi all’impazzata, provocando ferite vere e dolori profondi. Ha però, a differenza dei suoi compagni del programma di recupero, motivazioni forti per cambiare la propria vita: ama una ragazza per bene, che ora lo ha reso padre di un bambino: per loro, per la responsabilità che ora finalmente sente, è disposto forse a lasciarsi guidare. Il lavoro cui è stato condannato, sostitutivo di una durissima pena, non sarà forse socialmente utilissimo, ma lo mette a contatto con realtà positive, con ambienti diversi da quelli cui è abituato e con persone diverse, come Harry, l’operatore assistente che lo accetta com’è e prova per lui compassione vera: ne intuisce il dramma e vuole aiutarlo.

La sorpresa del film, che diversamente sarebbe un film triste e, come dice il grande regista, molto prevedibile, sta nell’aver introdotto un elemento bizzarro nella narrazione, il vero deus ex machina capace di sciogliere i nodi del racconto: il wisky, il vero wisky scozzese, quello delle Highlands, torbato e salino nel sapore, quello che, prodotto con cura nelle distillerie, diventa con gli anni, dopo aver perso l’elemento iperalcoolico che lo renderebbe imbevibile (la parte che evapora, quella degli angeli, appunto) un nettare prezioso, che il nostro Robbie, raffinando i propri sensi impara rapidamente a riconoscere e apprezzare, bella metafora allusiva dello sgrezzarsi dell’animo e del raffinarsi del suo sentire.

Gli occorrono però, oltre a un lavoro, che troverà sfruttando la propria nuova competenza di insuperabile sommelier, anche i denari per mettersi in salvo, lontano da Glasgow e dalla guerra per bande della sua periferia. Per questo organizzerà, a fin di bene, con i suoi compagni balordi, un ultimo colpo, che si svolge fra difficoltà e rocamboleschi accadimenti, secondo una struttura presa a prestito dalle favole (peripezie dei personaggi per arrivare a  un oggetto molto prezioso in grado di mutare, per il suo valore, la vita di chi riuscirà a impadronirsene) che imprime un vivace e interessante sviluppo a tutta la narrazione e che, pur legandosi molto bene alla narrazione precedente (eccellente la sceneggiatura di Paul Laverty) fa assumere all’intero film un bel carattere fiabesco e ottimistico, che mi ha ricordato un po’ il nostro Pasolini di Una vita violenta. Questo è, secondo me,  un felicissimo ritorno di Ken Loach  alle sue opere migliori, dopo le precedenti, L’altra verità e Il mio amico Eric che non mi avevano convinta.

Bentornato al vecchio Ken, alla sua ispirazione da socialista umanista e tollerante. Bentornati gli attori di strada che hanno interpretato benissimo soprattutto se stessi.

i contractors (L’altra verità)

Recensione del film:
L’ALTRA VERITA’

Titolo originale
Route Irish

Regia:
Ken Loach

Principali interpreti:
Mark Womack, Andrea Lowe, John Bishop, Geoff Bell, Jack Fortune,
Talib Rasool, Craig Lundberg, Trevor Williams – 109 min. – Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio, Spagna 2010

Nella lingua italiana il termine mercenario è connotato negativamente, perché rimanda a un’attività non molto onorevole di servizi, generalmente militari, prezzolati dal miglior offerente. Certamente non è estranea a questa scarsa considerazione l’accusa che Petrarca, nella sua celebre Canzone all’Italia muoveva alle milizie mercenarie:
gente …che sparga ‘l sangue et venda l’alma a prezzo.
Per aggirare la forte interdizione correlata alla parola, in Italia oggi si tende a sostituirla con un sostantivo inglese: il mercenario è diventato un contractor. In realtà il contractor non si occupa, se non indirettamente, di operazioni militari, né è assunto per combattere, perché è al servizio di operatori privati, che vanno a cercare in zone di guerra fonti di guadagno e di arricchimento: viene quindi arruolato per lo più con compiti di guardia del corpo, o per sorvegliare le risorse minerarie o petrolifere che i privati riescono ad accaparrasi. Questa è la realtà che Ken Loach ci mostra nell’ultimo suo film, ambientato nella Route Irish, la strada maledetta che collega Bagdad al suo aeroporto, che è zona quasi franca in cui i compiti dei contractors, a protezione degli spregiudicati affaristi che arrivano in Iraq per mettere le mani sulle ricchezze petrolifere di quel martoriato paese, vengono condotte nello spregio assoluto degli iracheni, delle loro vite e dei loro affetti. Si direbbe che il loro lavoro comporti una vera e propria licenza di uccidere, per eliminare ogni forma di ostacolo , ogni scomodo testimone, ogni “turbante”, cioè ogni iracheno in cui l’esasperazione per le ingiustizie e le angherie subite abbia raggiunto un tale livello di guardia da renderlo un vero o potenziale affiliato di Al Quaeda.
Molte operazioni di questi mercenari sono dirette a uccidere uno o più “turbanti” senza alcuna pietà, perché la logica a cui il loro lavoro si ispira è la logica della rapina, dell’arricchimento, del disprezzo dei legittimi abitanti di quel luogo. Direi che il regista, descrivendoci questo mondo repellente, ci dà le cose migliori del film, denunciando sia le violenze e le sopraffazioni dei nuovi colonialisti, sia la facilità con cui essi riescono ad arruolare giovani disoccupati o sottooccupati che numerosi si aggirano nella realtà post industriale delle grandi città britanniche. Meno convincente mi pare il tentativo di innestare in questa realtà una vicenda di amore, di ricerca della giustizia e di smascheramento delle verità ufficiali, che assume i toni del giallo spionistico, ricco di effettacci e di colpi di scena truculenti, di cui non si sentiva davvero il bisogno. Peccato!