Due biografie: 1)The imitation Game; 2) La teoria del tutto

Pochi i buoni film, in questo momento: se si eccettuano i grandi film del passato, restaurati e riproposti, le novità più interessanti non si vedono, non perché manchino (che fine hanno fatto, per esempio, il Leone d’oro e gli altri premiati di Venezia?), ma più probabilmente per il desiderio della distribuzione  di incrementare gli incassi delle pellicole più commerciali del periodo natalizio. Siamo perciò tutti costretti ad accontentarci di ciò che passa il mercato, che non è di grande qualità. Speriamo in meglio. Offro ai lettori due recensioni nello stesso post: al centro di entrambi i film (in verità alquanto modesti) sono due scienziati, assai importanti di cui vengono raccontate le sorprendenti biografie.

Schermata 2015-01-20 alle 23.56.13THE IMITATION GAME

Regia:
Morten Tyldum

Principali interpreti:
Benedict Cumberbatch, Keira Knightley, Matthew Goode, Mark Strong, Rory Kinnear – 113 min. – Gran Bretagna, USA 2014.

Alan Turing (1912  1954) fu un celebre matematico londinese, logico ed enigmista, la cui vita il regista norvegese Morten Tyldum ricostruisce a partire dal momento più drammatico per la storia britannica, durante la seconda guerra mondiale, quando egli fu assunto dal controspionaggio del suo paese. Gli era stato affidato l’ arduo compito di indirizzare e coordinare il lavoro del gruppo di matematici di Bletchley Park, impegnati a decifrare i dispacci nazisti, penetrando nei codici criptati della macchina Enigma, modificati dopo che il controspionaggio polacco era riuscito a carpirne parzialmente i segreti. Gli studi e le intuizioni di Alan Turing, che per raggiungere lo scopo aveva concepito e fatto costruire una “macchina” antesignana dei computer, permisero la realizzazione di Colossus, il calcolatore mastodontico decisivo per decifrare i piani della Germania hitleriana e vincere la guerra. L’interesse del film non è però tanto nel racconto di questa vicenda molto nota e più volte raccontata anche dal cinema, quanto nella evocazione della difficoltà fra le quali Alan Turing fu costretto a vivere, dissimulando la propria omosessualità, considerata reato da sempre e persino negli anni ’50 del Novecento nel “civile” Regno Unito. Ingrata e incurante dei suoi meriti, la sua patria, infatti, lo processò, dopo averlo arrestato, costringendolo a scegliere (si fa per dire!) fra un certo numero di anni di galera e la castrazione chimica, insopportabile tortura farmacologica che, dopo un anno, lo avrebbe indotto al suicidio. Il film, che sviluppa l’argomento intersecando con numerosi flashback i piani temporali degli anni della guerra e di quelli successivi, è nell’insieme assai  piatto e tradizionale, anche se si avvale di buoni attori, soprattutto di Benedict Cumberbatch, che, nel difficile ruolo di Alan, uomo introverso e timido, dal comportamento impacciato, convince pienamente.

Schermata 2015-01-20 alle 23.57.14LA TEORIA DEL TUTTO
Titolo originale:
The Theory of Everything

Regia:
James Marsh.

Principali interpreti:
Eddie Redmayne, Felicity Jones, Charlie Cox, Emily Watson, Simon McBurney – 123 min. – Gran Bretagna 2014.

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti, è un famosissimo verso di Eugenio Montale, che nega, in uno dei più celebri Ossi di seppia (Non chiederci la parola…) che il poeta possa spiegare la complessità del nostro animo e del nostro comportamento con esaustiva brevità o che sia in grado di rispondere alle domande di senso che da sempre l’uomo si pone. Si direbbe, però, che questi versi, che mi sono tornati alla memoria durante la visione del film, si attaglino solo ai misteriosi meandri della intuizione poetica, perché la formula che mondi possa aprirti  (la teoria che spiega il tutto) sembra invece plausibile dopo gli studi di uno dei più celebri scienziati dei nostri giorni, il fisico Stephen Hawking, nato a Oxford nel 1942. Dotato di eccezionali doti di intuito e di intelligenza il giovanissimo Stephen aveva elaborato  a Cambridge, fra il 1965 e il 1970, la spiegazione circa l’origine e l’evoluzione continua dell’universo, secondo un movimento di espansione che avrebbe avuto inizio col “big bang”, l’esplosione dalla quale scaturirono lo spazio e il tempo, strettamente correlati, in cui si colloca l’uomo insieme a ogni forma di esistenza (spero di avere ben compreso; chiedo scusa della banalizzazione agli amici fisici che mi leggeranno inorriditi). Il racconto degli studi a Cambridge del giovane astrofisico si alterna a quello della sua salute, estremamente fragile fin dall’adolescenza. Nel 1963, dopo accurati esami, gli fu diagnosticata, infatti, una malattia neurologica degenerativa, destinata a  procurargli una gravissima paralisi progressiva e la morte nel giro di due anni. La prognosi era evidentemente sbagliata, visto che Hawking è ancora vivo, ma la diagnosi si rivelò attendibile, poiché la paralisi procedeva inesorabilmente. Egli, tuttavia, riuscì a portare avanti i propri studi grazie all’aiuto di Jane, la giovane innamorata di lui, che come lui studiava a Cambridge (letteratura francese e spagnola) e che aveva rinunciato a sé e al proprio futuro per sposarlo, assicurandogli le cure e l’assistenza necessaria affinché continuasse a lavorare alle sue importanti scoperte e a scriverne. Il film, ovviamente, sviluppa i due temi, quello della ricerca scientifica e quello della salute del ricercatore in modo vistosamente asimmetrico, privilegiando il secondo rispetto al primo, non solo perché è più facile il racconto di un malato che, pur deformato nel corpo e minacciato continuamente di morte, mantiene lucidissima la propria mente, ma soprattutto perché la storia dell’amore fra Stephen e Jane, allietata dalla nascita di tre figli, è più commovente di quella dell’evolversi di un pensiero scientifico capace di spiegare ogni cosa. Ne deriva un’opera alquanto lacrimosa, di quelle che poco apprezzo. L’attore Eddie Redmayne è molto bravo, forse anche troppo.

Annunci

l’adultera (Anna Karenina)

Schermata 03-2456357 alle 22.54.01recensione del film:

ANNA KARENINA

Regia:

Joe Wright

Principali interpreti:

Keira Knightley, Jude Law, Aaron Johnson, Kelly MacDonald, Matthew MacFadyen, Domhnall Gleeson, Ruth Wilson, Alicia Vikander, Olivia Williams, Emily Watson,Holliday Grainger, Michelle Dockery, Alexandra Roach, Bill Skarsgård, Eros Vlahos, Raphaël Personnaz, Kenneth Collard, Tannishtha Chatterjee, Kostas Katsikis, Emerald Fennell, Hera Hilmar, Max Bennett, Guro Nagelhus Schia – 130 min. – Gran Bretagna 2012 –   

Pare che questo sia il trentaseiesimo adattamento cinematografico del romanzo tolstoiano, che è anche ispiratore di innumerevoli fiction e serial televisivi. Qui assistiamo al tentativo, abbastanza originale, di individuare, nella miniera sterminata di argomenti contenuti in quel capolavoro, due temi che costituiscano la struttura portante della pellicola: il primo è quello, scontato, dell’adulterio di Anna, sullo sfondo della pettegola e perbenista società dell’alta borghesia di Pietroburgo e di Mosca; il secondo è quello della contrapposizione città-campagna, che si evidenzia nella organizzazione di una società secondo princìpi di giustizia e di uguaglianza, nella proprietà agricola di Konstantin Levin che, respingendo il modello proprietario delle “anime morte”, costruisce, insieme alla moglie Kitty, una piccola comunità utopica, in cui famiglia e società trovino nei valori della cristiana solidarietà il fondamento della loro saldezza. Il pensiero tolstoiano emerge, abbastanza coerentemente grazie all’originale impianto scenico del film: sullo sfondo delle quinte di un teatro si recita la commedia dell’ipocrisia della vita cittadina, dove uomini e donne non vivono “secondo natura”, dove i matrimoni vengono combinati in base a calcoli di convenienza e si è giudicati non per ciò che si è, ma per ciò che si mostra di sé. La finzione teatrale appare particolarmente adatta, perciò, alla rappresentazione di un ambiente in cui ciascuno si esibisce su un proscenio di  cui cambiano soltanto i quadri che fanno da sfondo. Qui la nobiltà feudale e quella delle cariche ministeriali, a Mosca come a Pietroburgo, si esibisce nelle danze, nei ricevimenti e nei pettegolezzi. All’alta  società russa appartengono Anna, suo marito Aleksei Aleksandrovič Karenin e anche l’uomo amato da lei,  Aleksej Wronskij, così come le dame titolate, che vedono e condannano senza appello le violazioni delle regole non scritte dell’appartenenza a quel mondo. La passione amorosa di Anna e Wronski, fin dall’inizio connotata da sinistri e simbolici presagi (l’uomo sotto il treno, la morte della bella e delicata cavalla Frou Frou, stremata dai colpi di Wronskij), si sviluppa fra la generale riprovazione del comportamento soprattutto di lei, che non vorrebbe nascondersi e rivendica la libertà di amare alla luce del sole; sarà costretta, invece, a ritirarsi in un luogo isolato per portare a termine la nuova gravidanza, mentre il marito cerca di impedirle di rivedere il bambino nato dal loro matrimonio. Manca, rispetto al romanzo tolstoiano, l’analisi del processo di  trasformazione inevitabile dell’amore passionale, che invano Anna vorrebbe mantenere intatto**. Nel film, pertanto, si parla molto dell’adulterio di lei, ma poco delle sue complesse e contraddittorie inquietudini, cosicché l’immagine della donna, pur con le già menzionate novità, non si discosta troppo da quella di molti  stereotipati racconti cinematografici precedenti. Il secondo tema, sviluppato dal romanzo, risulta, in ogni caso, molto schiacciato dal primo e ha come protagonista Levin, amico d’infanzia di Stiva,fratello di Anna.

Il giovane Levin è presente a una festa danzante, durante la quale inutilmente spera di ottenere la mano di Kitty, umiliata e offesa dal ballare scandaloso e interminabile di Anna con Wronskij, col quale avrebbe dovuto fidanzarsi. Levin si allontana velocemente e alquanto disgustato e, appena fuori, si imbatte nella cruda e ingiusta realtà del fratello miserabile e malato, che vive con la giovane ex prostituta che lo cura, nel disprezzo generale. A questa realtà fatta di dolore, di fame e di degrado, Levin intende allora dedicarsi con tutto se stesso, per combatterla e per riportare, almeno dentro la sua proprietà agricola, quei principi di giustizia e di uguaglianza che soli possono giustificare il possesso della terra, trovando in Kitty, che finalmente riesce a sposare, una tenace e convinta alleata. Nella realtà della campagna nessuno recita: tutti, proprietari compresi, partecipano col loro lavoro al progetto di rigenerazione sociale del quale sono pienamente convinti. Qui, allora, il film viene girato all’aria aperta, nella bellezza della campagna, dato che la vita secondo natura è incompatibile con l’artificio e non conosce menzogne, perbenismi, tradimenti.

Il film tenta, perciò, una operazione culturale complessa, cercando di avvicinare gli spettatori ai temi più interessanti del pensiero tolstoiano. Che il regista ci sia sempre e pienamente riuscito è da discutere. Lo spettacolo si vede, comunque, volentieri e può avere una funzione propedeutica, per chi non conosce ancora il romanzo che è, in ogni caso, di una ricchezza straordinaria e perciò da leggere, rileggere e meditare. Un cast di ottimi attori, ben diretti da Joe Wright, riesce a coinvolgere il pubblico che è molto numeroso, almeno qui a Torino.

**rifiutando la realtà più prosaica della vita quotidiana e non accettando la routine simile a quella matrimoniale, Anna, nel romanzo, diventa una donna possessiva, sospettosa, gelosa non solo di eventuali rivali, ma della vita stessa di Vronskij, rendendosi odiosa ai suoi occhi e rendendogli odiosa anche la casa-gabbia dorata in cui si sente intrappolato.

la psicanalisi dal buco della serratura (A dangerous method)

recensione del film:
A DANGEROUS METHOD

Regia:
David Cronenberg.

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon, Katharina Palm, Christian Serritiello, Franziska Arndt, Clemens Giebel, Andrea Magro – 93 min. – Gran Bretagna, Germania, Canada 2011.

Non ho ragione di dubitare delle parole di Cronenberg, il regista del film, circa l’accuratezza storica colla quale il lavoro è stato costruito: non solo alcune delle numerosissime lettere tra Freud e Jung sono state accuratamente meditate e trasposte nel film, ma la ricostruzione stessa degli ambienti, dei costumi e dei luoghi è precisissima e ampiamente documentabile. Mi lascia perplessa, invece, il senso complessivo di questa operazione, poiché mi chiedo quale sia il contributo del film alla conoscenza del pensiero di questi due grandi del ‘900, che a un certo punto della loro vita divisero le loro strade in conseguenza della diversa visione che Jung venne elaborando circa il concetto di libido. Quale fu il ruolo di Otto Gross nella teorizzazione junghiana? quale quello di Sabina Spielrein? La loro importanza mi sembra sovradimensionata nel film, rispetto alla realtà perché fa derivare dall’incontro di Jung con questi due suoi pazienti (che certamente per lui furono inquietanti soggetti di studio, che lo turbarono anche emotivamente), addirittura il suo emanciparsi da Freud.
In verità, il film, che pure, rispetto ad altri dello stesso regista, mantiene un tono classico e abbastanza composto, fa venire in mente, piuttosto, che nessuno può essere considerato grande se visto dal buco della serratura, che non riesce a difendere gli aspetti più umanamente fragili neppure degli uomini più geniali.
Un film, perciò, accurato, molto ben costruito, altrettanto ben recitato, (sia pure con qualche eccesso enfatico da parte di Keira Knightley), suggestivamente ambientato e fotografato, ma dal quale i due geni escono umanamente e anche professionalmente alquanto malconci.

un film un po’ pasticciato (London boulevard)

recensione del film:
LONDON BOULEVARD

Regia:
William Monahan

Principali interpreti:
Colin Farrell, Keira Knightley, David Thewlis, Anna Friel, Ben Chaplin, Ray Winstone, Eddie Marsan, Sanjeev Bhaskar, Stephen Graham, Ophelia Lovibond, Jamie Campbell Bower, Elly Fairman, Kerry Shale, Jonathan Cullen, Nick Bartlett, Alan Williams, Julian Littman, Giles Terera, Matt King, Velibor Topic, Lee Boardman, Donald Sumpter – 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Un giovane, dopo aver scontato una condanna di tre anni per aggressione, all’uscita di galera trova ad aspettarlo un amico del giro malavitoso che aveva frequentato in passato. Suo proposito è, però, far pulizia nella sua vita, rompendo i legami che lo avevano messo nei grossi guai nei quali non vorrebbe più trovarsi.
Il film ci racconta il percorso faticoso e improbabile del giovane per allontanarsi da quel mondo. Per questa ragione cercherà e troverà un lavoro come guardiano della villa di un’attrice con seri problemi psicologici. Il seguito del film è la descrizione degli ostacoli che il giovanotto trova sulla strada del suo riscatto, dell’amore che nasce fra lui e l’attrice, dei problemi che si frappongono al suo realizzarsi, del ruolo del caso, che , mai nominato, è tuttavia l’elemento decisivo della situazione. Benché il film abbia un padre dichiarato nel romanzo omonimo, uscito anche in Italia , il regista sembra tener presente soprattutto il famosissimo film di Billy Wilder con Gloria Swanson: Sunset Boulevard, l’indimenticabile Viale del tramonto, a cui, soprattutto si ispira, sia pure con molta libertà.
Ne è scaturito un film riuscito a metà, che si salva soprattutto per l’interpretazione di Colin Farrell, che è anche un piacere rivedere: bad boy, che vorrebbe redimersi per amore di Keira Knightley. Una Londra non turistica, oscura e notturna è lo sfondo di tutto il plot, che procede senza fretta verso un catastrofico finale, asssai grandguignolesco.

i cloni siamo noi? (Non lasciarmi)

Recensione del film:
NON LASCIARMI

Titolo originale:
Never Let Me Go

Regia:
Mark Romanek

Principali interpreti:
Carey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Isobel Meikle-Small, Ella Purnell, Charlie Rowe, Charlotte Rampling, Sally Hawkins, Nathalie Richard, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson, Hannah Sharp, Lydia Wilson, Oliver Parsons, Gareth Derrick, Kate Bowes Renna, Christina Carrafiell, Luke Bryant, Fidelis Morgan, Damien Thomas, David Sterne, Anna Maria Everett, Monica Dolan, Chidi Chickwe- 103 min. – USA, Gran Bretagna 2010

Il College di Hailsham, nel verdissimo Sussex inglese, è il teatro degli eventi evocati nel corso del film da Kathy H. diventata adulta. In quel luogo, infatti, Kathy insieme ai suoi compagni Tommy e Ruth, aveva iniziato il percorso educativo, che si era in seguito perfezionato in un soggiorno nei cottages: strutture di campagna nelle quali tutti gli ospiti di Hailsham venivano inviati per conoscere il mondo in attesa del “completamento”, al termine del quale gli scopi dell’educazione ricevuta si sarebbero realizzati. Tutta l’attività della scuola appare alquanto strana: i ragazzini, che sono attentamente vigilati affinché non si facciano male o non si ammalino, vivono una intensa vita di relazione fra loro, ma non si possono allontanare dalla struttura scolastica, se non vogliono correre rischi tremendi per la loro vita, né ricevono visite dall’esterno; viene lasciato un certo spazio alla loro creatività, per arricchire la Galleria di una misteriosa signora con disegni o dipinti che essi stessi producono. Sarà una giovane insegnante a spiegare a questi bambini che lo scopo della scuola è farli diventare donatori d’organi, non essendo essi bambini “veri”, ma cloni che possono costituire una riserva da cui, in caso di bisogno, le persone “vere” potranno attingere. Questi cloni, però, per quanto docili e rassegnati, da piccoli si fanno i dispetti, litigano, ridono, piangono, provano amicizia, si picchiano; da grandi provano simpatia per l’altro sesso e finalmente si innamorano, con le gelosie e le rivalità proprie di ogni amore: non sembrano quindi diversi dagli altri esseri umani. La crudeltà della loro sorte si manifesta pienamente quando, diventati donatori, comprenderanno che è stata ed è loro impedita ogni progettualità, che i legami amorosi, che essi vorrebbero duraturi, si spezzeranno forzatamente e che non solo essi sono privi di qualsiasi parentela, ma che nessuna discendenza conserverà memoria del loro sacrificio. L’individuazione negata si esprimerà attraverso l’urlo finale di Tommy, urlo disperato alla luna, di chi sa di morire senza un perché, senza essere riuscito a decidere della propria vita e del proprio destino.

Il film offre molti spunti di riflessione: si può intendere, a una prima lettura, come una inquietante profezia sul futuro degli uomini, il cui egoismo, congiunto all’ uso spregiudicato delle conoscenze scientifiche, non arretra di fronte all’orrore di produrre cloni umani allevati ed educati solo perché donino gli organi ai malati che se li possono permettere. E’ possibile, però, anche vederlo come la rappresentazione di una società in cui i comportamenti umani vengono eterodiretti da una casta di privilegiati che ha reso schiavi altri esseri umani, al fine di sfruttarli fino alla morte, non riconoscendo loro diritti e dignità. Penso però che il film possa essere considerato principalmente una riflessione sul destino dell’uomo, che fin dalla nascita è destinato a morire ineludibilmente, anche se gli sembra di non aver ancora realizzato quanto aveva in mente (mi sembra che a questa interpretazione ci portino le parole di Kathy verso la fine del suo racconto :”tutti completiamo un ciclo…forse nessuno ha compreso veramente la propria vita, nè sente di aver vissuto abbastanza”). Un invito, perciò, a riflettere sulla vita sulla sua breve durata, sulla difficoltà di scorgere un senso che giustifichi le sofferenze che a tutti, prima o poi, toccano dolorosamente. Il film, che trae l’ispirazione dall’omonimo romanzo dello scrittore londinese, di origine nipponica, Kazuo Ishiguro (Quel che resta del giorno, ricordate?), ci dice tutto questo con una narrazione pulita e tesa, e con accenti di grande plausibilità e verità, avvalendosi di una ottima regia, ma anche della superba interpretazione dei protagonisti: Carey Mulligam e Andrew Garfield nei rispettivi ruoli di Kathy e Tommy.