Il grande quaderno

Schermata 2015-09-15 alle 15.49.35recensione del film:
IL GRANDE QUADERNO

Titolo originale
Le grand cahier

Regia:
Janos Szasz

Principali interpreti:
László Gyémánt, András Gyémánt, Piroska Molnár, Ulrich Thomsen, Ulrich Matthes, Gyöngyvér Bognár, Filippo Tóth Nyulszaj, Sabin Tambrea, Peter Andorai, Diána Kiss – 113′ – Germania, Ungheria, Australia – Francia 2013.

Trilogia della città di K. è il titolo del romanzo assai cupo della scrittrice Ágota Kristóf, ungherese naturalizzata svizzera (1935-2011), la cui prima parte, Il grande quaderno, racconta la vicenda che ha ispirato questo film. Due gemelli adolescenti vengono affidati per decisione dei genitori, alla nonna materna nella speranza che nel piccolo borgo sperduto nel quale vive l’anziana donna, presso il confine austriaco, sia più facile difenderli dagli orrori della guerra (siamo nel 1944), poiché la città, esposta ai bombardamenti e stremata dalla scarsità del cibo, non sembra particolarmente adatta a proteggerli, soprattutto ora che il padre è stato costretto ad arruolarsi.

Quella nonna, però, è una vecchia malvagia e volgare, una strega, come viene definita dagli abitanti del villaggio: non ama la figlia, né tantomeno i nipotini, che subito hanno modo di misurare la distanza che separa la cadente catapecchia, che ora li “accoglie”nel disordine e nella sporcizia, dal nido caldo e amoroso che hanno dovuto abbandonare; imparano presto, inoltre, che quel poco cibo povero e quel giaciglio per la notte dovranno essere guadagnati col lavoro da schiavi a cui la vecchia, con sadica crudeltà, li sottopone. I due ragazzi, però, non intendono essere umiliati e preparano un piano di difesa e di resistenza per sopportare il dolore: quello fisico, in primo luogo, in modo da subire botte  e maltrattamenti senza battere ciglio; successivamente anche il dolore più profondo, quello della perdita, dell’abbandono e della separazione. Il padre, prima di partire per la guerra, aveva affidato loro la Bibbia, oltre a un grande e voluminoso quaderno, sul quale essi avrebbero tenuto il diario particolareggiato della loro vita quotidiana, dal momento del loro arrivo a casa della nonna al momento in cui inevitabilmente si sarebbero separati. Il film si sviluppa attingendo fatti ed episodi dal quaderno di questi bambini e ci appare come un durissimo racconto di formazione, che si compie in un periodo crudele e violento come quello della guerra, al termine del quale i gemelli affronteranno la vita, a cui si erano temprati insieme coraggiosamente e stoicamente, ciascuno per la propria strada poiché sono diventati adulti per davvero.

Il romanzo da cui è tratta la pellicola, a quel che mi è stato detto (non lo conosco direttamente), racconta le vicende del film in modo assai più asciutto e crudele, ciò che poco mi invita a leggerlo. Il film, però, a mio avviso, è bello e originale poiché la crudeltà della vicenda mi pare essere stata costruita secondo archetipi fiabeschi (l’allontanamento, le prove quasi iniziatiche il cui superamento suggella attraverso avventurose e pericolose peripezie il raggiungimento della maturità) ai quali si affiancano anche quelli simbolici, di sapore junghiano, quali l’eliminazione non volontaria, ma quasi fatale, dei genitori, che risolve il film, stemperandone la durezza, in una dimensione quasi mitica. La fotografia (realizzata da Christian Berger, il fotografo dei più famosi film di Haneke, fra i quali Il nastro bianco) poco indugia sugli effetti violenti: in modo assai raffinato, invece, tende a sfumare gli episodi bellici in una nebbia chiara, che sinistramente e significativamente diventa un fumo assi pesante e scuro, in prossimità del confine, al di là del quale sorge un campo di sterminio degli ebrei.

Aggiornamento del post (Torino, 28 settembre 2015):

La mia curiosità mi ha indotta a leggere il romanzo di Ágota Kristóf, che, come ho scritto, ha ispirato il film. E’ un’opera straordinaria, composta di tre racconti collegati dal ricorrere di alcune situazioni, ma sufficientemente diversi per evitare di considerarli l’uno il seguito dell’altro. Il film si è ispirato al primo dei tre racconti, quello, che porta per l’appunto il titolo del film: Il grande quaderno. Della trilogia, parlerò in una recensione separata nella mia rubrica dedicata ai libri, non appena avrò il tempo per farlo.

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la psicanalisi dal buco della serratura (A dangerous method)

recensione del film:
A DANGEROUS METHOD

Regia:
David Cronenberg.

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon, Katharina Palm, Christian Serritiello, Franziska Arndt, Clemens Giebel, Andrea Magro – 93 min. – Gran Bretagna, Germania, Canada 2011.

Non ho ragione di dubitare delle parole di Cronenberg, il regista del film, circa l’accuratezza storica colla quale il lavoro è stato costruito: non solo alcune delle numerosissime lettere tra Freud e Jung sono state accuratamente meditate e trasposte nel film, ma la ricostruzione stessa degli ambienti, dei costumi e dei luoghi è precisissima e ampiamente documentabile. Mi lascia perplessa, invece, il senso complessivo di questa operazione, poiché mi chiedo quale sia il contributo del film alla conoscenza del pensiero di questi due grandi del ‘900, che a un certo punto della loro vita divisero le loro strade in conseguenza della diversa visione che Jung venne elaborando circa il concetto di libido. Quale fu il ruolo di Otto Gross nella teorizzazione junghiana? quale quello di Sabina Spielrein? La loro importanza mi sembra sovradimensionata nel film, rispetto alla realtà perché fa derivare dall’incontro di Jung con questi due suoi pazienti (che certamente per lui furono inquietanti soggetti di studio, che lo turbarono anche emotivamente), addirittura il suo emanciparsi da Freud.
In verità, il film, che pure, rispetto ad altri dello stesso regista, mantiene un tono classico e abbastanza composto, fa venire in mente, piuttosto, che nessuno può essere considerato grande se visto dal buco della serratura, che non riesce a difendere gli aspetti più umanamente fragili neppure degli uomini più geniali.
Un film, perciò, accurato, molto ben costruito, altrettanto ben recitato, (sia pure con qualche eccesso enfatico da parte di Keira Knightley), suggestivamente ambientato e fotografato, ma dal quale i due geni escono umanamente e anche professionalmente alquanto malconci.