La vérité

recensione del film:
LE VERITA’

Titolo originale:
La Vérité

Regia:
Kore’eda Hirokazu

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke, Clémentine Grenier, Manon Clavel,
Alain Libolt, Christian Crahay, Roger Van Hool, Ludivine Sagnier, Laurent Capelluto, Jackie Berroyer
– 107 min. – Francia 2019

Questa volta, alla chetichella, i titolisti italiani hanno superato se stessi, senza clamore…understatement. Il titolo francese, La verité è diventato Le verità, spoiler non richiesto e fuorviante, giacché suggerisce una discutibile interpretazione.

Presentato fuori concorso, come film d’apertura a Venezia quest’anno, l’ultima fatica del giapponese Kore’eda Hirokazu è ancora un ritratto di famiglia. Questa volta si tratta di una famiglia franco-americana, poiché La vérité è anche il primo film occidentale del regista, che lo ha girato interamente a Parigi, di cui egli coglie angoli nascosti che, poco lontani dai consueti notissimi percorsi, hanno il fascino cromatico dei giardini giapponesi d’autunno, malinconicamente allusivi del concludersi di una memorabile e intensa  stagione della vita della protagonista, Fabienne (Catherine Deneuve).
Attrice ammiratissima e amata dal pubblico, Fabienne aveva dedicato al cinema tutta se stessa, lasciando molte vittime sulla propria strada, dalla rivale, Sara, fantasma senza volto, presenza ossessiva nella memoria di sua figlia Lumir (Juliette Binoche) che le rimproverava di averla trascurata, agli uomini che l’avevano adorata, alcuni dei quali continuavano a viverle vicino, nonostante la spietata crudeltà dei tradimenti e degli abbandoni.

Le memorie- la verità

Fabienne aveva scritto e pubblicato un romanzo autobiografico, ponendosi, alle soglie dei sessant’anni, di nuovo al centro dell’attenzione generale: dei giornalisti in cerca di scoop sensazionali; della figlia Lumir, che dagli Stati Uniti, dopo il matrimonio con Hank (Ethan Hawke) non si era più fatta vedere; degli ex amanti dei cui servigi lei tranquillamente si sentiva autorizzata a profittare.
Quelle sue memorie romanzate però, stavano generando conflitti per l’ego spropositato dell’autrice di un racconto che troppe cose (e persone) ometteva, troppi fatti taceva o distorceva senza contraddittorio possibile. Erano le “sue” memorie, d’altra parte…

La villetta di Fabienne, ora, per festeggiare l’uscita di quelle pagine, si animava con l’arrivo di molti ospit: Pierre (Roger Van Hool), ex marito, padre di Lumir, convinto di poter vantare qualche diritto per l’uso del proprio nome in quel libro; Lumir, certa di chiarire finalmente le ragioni della morte di Sara, per lei, bambina, figura consolatoria, sostitutiva della madre sempre assente; la nipotina Charlotte (Clémentine Grenier), per conoscere davvero quella nonna un po’ strega e imparare da lei l’arte magica di trasformare il mondo assecondando gli umani desideri.

Le relazioni familiari, però, si erano complicate: Fabienne era impegnata a recitare se stessa sul set di un film in cui andava in scena un quasi- romanzo della propria vita, ovvero la storia di un rapporto immaginario fra sé e la madre, morta giovane, che dall’aldilà continuava a seguirla, e, mantenendo intatta la propria bellezza, la vedeva invecchiare, la comprendeva e la confortava.
Straordinaria e spiazzante inversione di ruoli: Sara, al posto suo e lei al posto di Lumir, a recitarne l’antica ossessione, non la verità, che continuava a essere quella di una madre appassionata del proprio lavoro, con poco tempo da dedicare a lei, perché la vita di tutti i grandi attori è un amore esclusivo e totalizzante, che non ammette distrazioni. Di quell’amore si può morire giovani, perché non tutti sono forti a sufficienza per sopportare i sacrifici nonché il destino di solitudine che li attende.

È questa la parte più originale dell’intero film, quella che permette al regista di dar voce e immagine alle proprie riflessioni sull’arte e sul cinema,  attraverso l’apporto di due fra le più grandi e straordinarie attrici del cinema francese, in stato di grazia, ineguagliabili nel conferire verità ed equilibrio ai diversi e intricati piani narrativi di questo film.

Non sfugge allo spettatore attento l’interesse del regista cinefilo per i maestri del cinema occidentale su cui egli  aveva formato il suo gusto e la sua poetica, cosicché, il film è anche un omaggio a  Bergman (Sinfonia d’autunno, ma anche Persona); a Fleming (il suo Mago di Oz del 1939 è apertamente citato); a Rohmer ( i colori e la malinconia del meraviglioso Racconto d’autunno) ad Assayas (Sils Maria, e Personal Shopper, soprattutto).

Gran bel film, girato con intelligente e ironica grazia, da vedere possibilmente in lingua originale.


Il gioco delle coppie

recensione del film

IL GIOCO DELLE COPPIE

Titolo originale:

Doubles vies

Regia:

Olivier Assayas

Principali interpreti:

Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret, Pascal Greggory, Laurent Poitrenaux, Sigrid Bouaziz, Lionel Dray, Nicolas Bouchaud, Antoine Reinartz – 100 min. – Francia 2018.

Il titolo italiano è, al solito, fuorviante, ma il film, se non vi lasciate ingannare, è un’occasione intelligente per riflettere sorridendo

Il titolo italiano, forse, si propone di attrarre chi cerca una commedia piccante, ma è del tutto fuori luogo per quest’ultimo film di Olivier Assayas, il sofisticato regista francese che con i suoi personaggi, questa volta ci parla dei problemi che stanno nascendo per il mutamento velocissimo della tecnica della comunicazione.  Internet, infatti, ha favorito non solo la velocità della posta e delle transazioni commerciali, ma, soppiantando completamente i lenti modi utilizzati da secoli per divulgare il pensiero e la scrittura, ha messo in crisi il mondo degli editori, figure professionali, forse in via di estinzione, mediatori indispensabili, fino a ieri, fra le esigenze del mercato librario e quelle della libertà dell’esprimere e del creare. In questo film, intelligente e spiritoso, Assayas ci fa entrare subito nel cuore del problema: un editore, Alain (Guillaume Canet), uno scrittore Leonard (Vincent Macaigne), molte discussioni, amabili e chic, come si conviene a intellettuali di buona cultura e un po’ nostalgici dei tempi in cui gli editori sceglievano i loro autori avendo ben presente il loro pubblico, secondo una prassi consolidata, ora travolta dalle opportunità offerte dal web, luogo per eccellenza degli scrittori “fai da te”. Le donne del film, a loro volta intelligenti e colte, sembrano essersi adattate un po’ meglio all’evolversi dei tempi: la moglie di Alain, Selène (Juliette Binoche), già attrice shakespeariana, si è da tempo rassegnata a interpretare ruoli molto meno prestigiosi, recitando per i serial televisivi la parte di donna poliziotto, orribilmente travestita; la moglie  di Leonard, Valérie (Nora Hamzawi), è segretaria di un uomo politico di sinistra e lo aiuta nella corsa elettorale, quanto mai incerta, perchè anche nella società è penetrato il virus dei social network e anche i politici sono soggetti ai Like e al narcisismo degli incompetenti. Chi, invece, non nutre alcun dubbio sulle magnifiche sorti e progressive del futuro virtuale è la giovanissima segretaria-amante di Alain: Laure (Christa Théret) ottimista come è giusto che sia una giovane donna che ha studiato a fondo il problema e che si impegna per inventare soluzioni alle difficoltà crescenti, senza riserve nostalgiche, ma animata da profonda fiducia nel futuro, senza la quale, non restano che i rimpianti sterili e una battaglia di retroguardia sicuramente perdente. Il bel finale sorridente sembra ridestare, anche nei personaggi più disillusi, un po’ di speranza, trasmettendola, come mi auguro, agli spettatori. Grandissimi gli attori, credibilissimi nella parte difficile che il regista ha voluto assegnare loro, in questo suo ultimo film talvolta surreale nel gioco tragi-comico del rispecchiamento narcisistico che spesso lo rende spiazzante e non tra i più facili: non per tutti, perciò.

Nota del 30 gennaio 2019

La citazione dal Gattopardo (che si trova alla fine del film e che è presente anche nel trailer italiano) riporta quasi alla lettera le parole di Tancredi allo zio, principe Fabrizio, nel romanzo di Tomasi di Lampedusa. Ritengo utile questa precisazione, dopo aver letto, nell’appendice di un interessante saggio di Carlo Ginzburg*, le Noterelle su Il Gattopardo, in cui questa frase viene accuratamente analizzata e interpretata anche alla luce dei numerosi fraintendimenti che ha generato. Credo che sarebbe molto utile, per una più precisa individuazione dei significati di questo film, riflettere sui motivi per i quali Olivier Assayas ha inserito nel suo film questa citazione.

* NONDIMANCO (Machiavelli- Pascal) ed. Adelphi 2018

I tre colori di Kieslowski

Film blu, Film biancoFilm rosso (la “Trilogia dei colori”) nacquero dal progetto unitario del regista polacco Krzystof Kieslowski*, uno dei più grandi autori cinematografici del ‘900. Sceneggiati insieme all’inseparabile collaboratore Krzysztof Piesiewicz, girati e conclusi fra il 1993 e il 1994, i tre film si ispirano ai colori della bandiera francese, cui il regista associa i valori di libertà (Blu), uguaglianza (Bianco) e fraternità (Rosso), fondamenti della Rivoluzione del 1789, tuttora richiamati dall’ultima costituzione repubblicana. L’intento di Kieslowski era duplice: presentarne l’importanza universale e insieme evidenziarne i limiti e le contraddizioni, inevitabili quando l’astrattezza dei princìpi si confronta con la realtà degli uomini e della società.

Le vicende sviluppate nei tre film, pur nella loro diversità, rivelano forti somiglianze:
sono racconti morali ma non sono teoremi; non proclamano verità, ma isinuano dubbi e interrogativi;
sono racconti europei: i loro personaggi si muovono tra Parigi, la Polonia e Ginevra, luoghi emblematici dei modelli ideali, politici ed economici che nel corso dei secoli hanno alimentato le speranze e ispirato le azioni degli abitanti del vecchio continente;
mettono in scena storie di ordinaria aspirazione alla felicità, che si confrontano  e si scontrano con  i capricci del caso, (o con le decisioni del fato, o forse con un disegno provvidenziale di cui sfuggono i contorni)
sono costruiti tutti e tre con precisione molto attenta anche ai più minuti particolari, che rimandano significativamente, per corrispondenze subliminali, alla storia principale.
È impossibile non notare le analogie fra un film e l’altro: il ricorrente presentarsi degli interrogativi fondamentali della vita; la partecipazione emotiva del regista – demiurgo alle sciagure inattese; la sua ironia amara per gli aspetti contraddittori del fideismo ingenuo nella naturale bontà degli uomini e nelle magnifiche sorti e progressive dell’umanità.
Una profonda ansia finalistica (non necessariamente religiosa o confessionale) attraversa tutte le vicende dei tre racconti, che diventano lo specchio dell’inestricabile guazzabuglio di disperazione e di attesa che rende i personaggi della finzione del tutto simili agli spettatori, che in quelli riconoscono la propria aspirazione alla generosità disinteressata e, purtroppo, anche le proprie debolezze e meschinità.

breve recensione del film:
Tre colori –  Film Blu

Titolo originale
Trois couleurs: Bleu

Regia:
Krzystof Kieslowski

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Emmanuelle Riva, Benoit Regent, Yann Tregouet, Florence Pernel 95 min. – Francia, Polonia 1993.

È un gran film sulla libertà e sull’amore, ma anche una profonda meditazione sul tema della memoria. Julie (Juliette Binoche) ha perso in un imprevedibile incidente d’auto Anna, la figlioletta, e il marito, famoso musicista impegnato a terminare la composizione di un concerto molto atteso, organizzato per festeggiare l’unità ritrovata dell’Europa (la caduta del muro di Berlino era avvenuta nel 1989). Le era rimasta la grande casa presso Parigi, piena di libri e di cultura, soprattutto ingombra, però, di ricordi disperati, che, continuamente insinuandosi nel presente le impedivano di creare per sé nuovi spazi di libertà, ora che aveva respinto l’ipotesi di uccidersi. Mentre Julie si accingeva a cancellare rabbiosamente ogni traccia del proprio passato per disporsi a cogliere le nuove opportunità che la vita avrebbe potuto offrirle, sua madre, sempre più vecchia e sulla strada della demenza, perdeva progressivamente ogni memoria di sé, smarrendosi in un limbo, indeterminato nel tempo e nello spazio, non diverso dalla morte. Per quanto difficile sia ammetterlo, infatti, sopravvivere a un grande dolore è possibile solo ricuperando tutti gli aspetti del nostro passato che hanno formato la nostra stessa identità: per Julie, dunque, la sua nuova libertà si sarebbe realizzata solo tornando a offrire, in positiva continuità col suo doloroso passato, la propria generosità e il proprio amore, uscendo finalmente da sé.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film  Bianco
Titolo originale:
Trois couleurs: Blanc

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Zbigniew Zamachowski, Julie Delpy, Janusz Gajos, Jerzy Stuhr, Aleksander Bardini. 91 min. – Francia, Svizzera, Polonia 1994

L’uguaglianza è il meno facilmente realizzabile fra i tre grandi ideali della rivoluzione francese: presuppone la possibilità di organizzare la società secondo criteri di giustizia che prescindono dalla natura e anche dalla volontà degli uomini. Questo convincimento, apertamente dichiarato dal regista nell’intervista che si può acoltare sul DVD nella parte dei contenuti speciali, ha determinato, probabilmente, la scelta, per questo film, del registro narrativo della commedia. Girato significativamente fra Parigi e la Polonia, Film Bianco racconta le avventurose peripezie del protagonista, Karol Karol (Zbigniew Zamachowski), parrucchiere polacco assillato dal bisogno di soldi. Sua moglie Dominique (Julie Delpy), che aveva capito come va il nostro mondo, aveva aperto un grande salone da parrucchiera a Parigi, dove ora viveva da signora e parlava francese. La donna, infatti, aveva così bene assimilato gli usi e i costumi del paese che l’aveva accolta da ricorrere alle sue leggi per divorziare da lui, che invece non aveva capito nulla. Eppure il loro era stato un grande amore felice e completo fino al matrimonio, dopo il quale, per colpa di lui (secondo lei), la loro vita sessuale si era interrotta e le loro strade si erano separate. L’ingenuo e innamorato Karol, però, si era convinto che lavorando sodo in Polonia, con le sue conoscenze e la sua capacità, avrebbe convinto Dominique a tornare in patria per creare quella famiglia, la cui centralità sicuramente (secondo lui) era ancora nelle aspirazioni di entrambi. Dopo l’ umiliante udienza in tribunale e il successivo oltraggioso comportamento di Dominique, Karol, povero in canna e senza documenti, avrebbe cercato di rientrare in Polonia nascondendosi nel malandato baule col quale era partito e che Mikolaj (Janusz Gajos), misterioso personaggio, decisivo nella sua storia futura, avrebbe stivato come proprio bagaglio sull’aereo per Varsavia…

Come in un racconto picaresco, l’iniziale rovescio di fortuna è l’avvio delle avventurose peripezie di Karol, che infine, avendo compreso anche lui che sesso e denaro sono le leggi che  governano il mondo, preparava la propria crudele rivincita.
Amarissima e spesso divertente commedia, profonda e lucida riflessione sulla vanità illusoria di ogni utopia,  impotente a difendere i più deboli dall’avidità rapace della borghesia, in Polonia come altrove.

 

breve recensione del film:
Tre colori – Film Rosso)

Titolo originale:
Trois couleurs: Rouge

Regia:
Krzysztof Kieslowski

Principali interpreti:
Irène Jacob, Jean-Louis Trintignant, Fréderique Feder, Samuel Le Bihan, Marion Stalens – 100 min. – Francia 1994.

Fraternité: il rosso delle bandiere della solidarietà sociale è anche da sempre un caldo colore associato al sangue, alla passione, all’amore. Della trilogia, tuttavia, questo è il film in cui il tema dell’amore maggiormente si lega alla ricerca di risposte circa il senso dell’agire umano, in un mondo (siamo nel 1994) in cui ai contatti personali e al dialogo si sostituivano, con crescente frequenza, i messaggi affidati alle segreterie telefoniche. Attraverso una dolorosa conversazione telefonica, entriamo nella vita di Valentine (magnifica Irène Jacob), apprendiamo la difficoltà dolorosa di comunicare solo in quel modo con Michel, l’uomo che ama (e che non vedremo mai), ascoltiamo i suoi accorati appelli per averlo vicino e ci commuoviamo per quella vestaglia rossa di lui che l’aiuta a sentire un po’ del suo calore prima di prendere sonno. Valentine si mantiene agli studi all’Università di Ginevra lavorando come modella fotografica e talvolta come indossatrice per qualche sfilata. L’incontro decisivo per il suo futuro era stato del tutto inatteso e alquanto sgradevole: l’oscurità e la stanchezzza non le avevano permesso di evitare che un cane finisse sotto le ruote della sua auto. Dalla targhetta del collare non le era stato difficile trovare il proprietario della bestiola (una femmina di nome Rita) e riportargliela, ma questi, uomo anziano e scorbutico (Jean-Louis Trintignant) non intendeva riaverla, cosicché, a proprie spese, Valentine l’aveva fatta curare e l’aveva tenuta con sé. Era stata Rita, guarita e tornata alla vita a riportarla da lui: sarebbe nato da allora il loro strano rapporto, dapprima di estrema diffidenza e in seguito di difficile amicizia.
L’uomo, era un giudice in pensione, molto restio a parlare di sé, molto curioso, invece, della vita dei suoi vicini, dei quali conosceva tutto, poiché ne spiava, grazie a una sofisticata rete ricetrasmittente, le conversazioni telefoniche, quasi confessioni che rivelavano gli aspetti più segreti e intimi della loro vita. L’ascolto gli aveva permesso di conoscere e prevedere con anticipo le mosse degli spiati, che nulla immaginavano della sua attività illegale: egli impassibilmente registrava e prendeva atto delle loro azioni senza far nulla per salvarli dagli errori che li avrebbero rovinati, rispettando in tal modo formalmente il libero arbitrio di ciascuno, ma mostrando sostanzialmente grande indifferenza per il loro destino, nella convinzione, che, in ogni caso, agire non avrebbe cambiato le cose…
Il personaggio del giudice è fra i più misteriosi fra quelli messi in scena dal regista: né è facilmente interpretabile il suo comportamento, e la sua quasi divinatoria preveggenza. Io credo, tuttavia che sia necessario, (anche se forse non sufficiente) ricorrere alla storia cinquecentesca di Ginevra e al soggiorno di Giovanni Calvino, il grande riformatore in fuga dalla Francia, per comprendere che Kieslowski, attraverso questo personaggio, analizza una delle risposte storiche all’ansia di trovare il senso dell’esistere, presente in tutta la Trilogia, rivelando il suo cristianesimo laico, fondato sulla convinzione del valore positivo del dialogo, dell’accoglienza e della vita dell’uomo e di ogni essere vivente.

* qualche notizia, poca cosa per la verità, sulla biografia di questo grande regista polacco, riconosciuto universalmente tra i maggiori della storia del cinema, si possono leggere sul link del sito on line dell’Enciclopedia Treccani 

L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –

Niente da nascondere (Caché)

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recensione del film:
NIENTE DA NASCONDERE (CACHÉ)

Titolo originale:
Caché

Regia:
Michael Haneke

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Daniel Auteuil, Annie Girardot, Maurice Bénichou, Bernard Le Coq, Walid Afkir – 117 min. – Francia, Germania, Austria, Italia 2005.

Di questo film, visto nel lontano 2005, avevo conservato qualche vivido ricordo, nonché l’impressione di un’opera interessante ma un po’ irrisolta; del suo finale misterioso avevo dato una lettura che non mi convinceva del tutto. Sono tornata a rivedere Caché ora, dopo aver scambiato qualche opinione sul cinema di Haneke con altri appassionati del Web, soprattutto per verificare le mie impressioni di allora.
Un film come questo merita davvero più di una visione!

Una breve premessa
La vicenda raccontata da Haneke avviene nel 2003 (di quell’anno è l’attentato di Nassiriya, la cui notizia è trasmessa in diretta, nel film, dalla TV francese); quella evocata fa riferimento invece alla guerra d’Algeria, che oppose dal 1954 al 1962 l’esercito francese agli indipendentisti algerini guidati dal FLN (Front de Libération Nationale). Lo scontro si era svolto principalmente in Algeria, ma, a partire dal 1958, il Front aveva portato la guerra in Francia, scatenando una serie di attentati. In questo quadro si situa il drammatico episodio (1961) cui accenna il film, ovvero l’annegamento di 200 manifestanti algerini nella Senna, tenuto nascosto dalle autorità francesi per 50 anni (solo nel 2011 fu riconosciuto come una vergogna nazionale da François Hollande. QUI la notizia, se volete approfondire l’argomento.

Un incipit insolito
George (Daniel Auteuil), il protagonista del film, si era affermato come conduttore di un talk show televisivo molto seguito dagli spettatori francesi più colti: vi si parlava di libri; si discuteva degli eventi culturali del momento; si intervistavano autori e intellettuali di grido. Sua moglie, Anna (Juliette Binoche), era un’apprezzata consulente editoriale, mentre il figlioletto, Pierrot, era stato educato a muoversi con una certa autonomia e a gestire spesso da solo il tempo in cui non era a scuola. Una famiglia della colta borghesia parigina, dunque, con una bella casa, molti impegni e poco tempo per stare insieme, che all’ora di cena, però, ritrovava la propria unità intorno alla tavola, occasione per  parlare e raccontare della giornata, talvolta con invitati importanti, amici di lunga data. Inattesa, improvvisa e dentro un sacchetto di plastica era arrivata, a interrompere la normale quotidianità di questa famiglia, non si sa in che modo recapitata, una cassetta con un nastro registrato, che conteneva immagini degli spostamenti di George: un VHS inquietante. L’inizio del film, sorprendentemente, ci fa vedere subito la registrazione di quel nastro. Ce ne accorgiamo dopo un po’, quando vediamo l’immagine, un po’ traballante, essere attraversata dai segni orizzontali del riavvolgimento rapido, mentre su quella stessa, con molta eleganza compaiono i titoli di testa. Comprenderemo solo più tardi, riflettendoci, il significato profondamente simbolico di quel riavvolgimento, poiché la scena ha una sua evidenza realistica: i due coniugi avevano probabilmente visto e riavvolto quel nastro nella vana speranza di trovarvi qualche traccia dell’ignoto mittente. Quella cassetta era stata la prima di una serie di cassette simili, recapitate ora dentro fogli disegnati, che rozzamente rappresentavano una testa di bambino dalla cui bocca usciva del sangue. Tutte le cassette contenevano immagini che davano a George non solo la certezza di essere costantemente spiato; ma anche quella di aver a che fare con qualcuno che conosceva molto bene i luoghi e i fatti della sua infanzia, cioè di un passato certamente poco onorevole, ma così lontano, d’altra parte, da essere stato ormai sepolto (avvolto!) nei più profondi recessi della memoria: era, a ben vedere, il passato di un bambino che, allora, aveva solo sei anni.

Una macchia nell’infanzia di George
A sei anni, nel 1961, egli viveva con i genitori nella grande tenuta agricola di famiglia, una fattoria di campagna presso la quale prestava i propri servigi una coppia di lavoratori algerini, marito e moglie, che abitavano lì col figlioletto Majid, suo compagno di giochi. Essi erano annegati durante la manifestazione del 17 ottobre. Di fronte a tanto orrore la famiglia di George aveva deciso di adottare il piccolo Majid, ma George non aveva affatto gradito: mai avrebbe permesso che qualcuno mettesse in discussione la propria posizione di figlio unico viziato e privilegiato! Era ricorso a una menzogna calunniosa pur di allontanarlo da casa sua e, purtroppo, i genitori gli avevano dato retta. La scena terribile della violenta separazione del piccino dal luogo in cui era cresciuto (così come un’altra, altrettanto atroce), si presentava adesso alla mente di George come allucinazione o incubo notturno, che egli cercava di allontanare da sé senza riuscirci. Nella vita quotidiana, invece, le sue reticenze, le menzogne subito scoperte stavano mettendo in forse la tenuta del proprio matrimonio, nonché il suo stesso successo professionale, poiché un’altra cassetta allusiva e minacciosa aveva sfiorato persino l’ambiente prestigioso in cui lavorava. La via d’uscita avrebbe potuto essere trovata, forse, facendo i conti con quel passato che lo stava ancora inseguendo, ora che era riemerso in tutta la sua gravità.

Majid
George si era convinto che le cassette gli arrivassero da Majid (l’unico che poteva sapere) dalla cui voglia di vendetta e di rivalsa era nata, probabilmente, l’idea di compensare le gravi offese del passato, ricattandolo. D’altra  parte, un indirizzo e le immagini di una casa popolare sull’ennesimo nastro registrato lo avevano portato proprio da lui! Eccolo, dunque, trentotto anni dopo, il temibile Majid!
Il regista ci spiazza davvero, presentandoci un uomo gentile, mite, non ricco né affermato professionalmente, ma dignitoso nella modestia della propria condizione e, si direbbe, gradevolmente sorpreso di trovarsi davanti colui che gli aveva negato la speranza di riscattare l’ingiustizia subita senza colpa. Il confronto fra i due svela impietosamente chi è ancora una volta la vittima e chi continua a essere il carnefice, con la sua arroganza, con la presunzione di aver capito e con la prepotenza di chi sa di aver dalla sua, in ogni caso, la forza delle leggi e di uno stato cieco almeno quanto lui. Un gesto distensivo e di amicizia che Majid forse si attendeva e che non sarebbe mai arrivato, avrebbe probabilmente evitato gli ulteriori e drammatici sviluppi della vicenda, le ulteriori umiliazioni a Majid e a suo figlio e, infine, il suo terribile suicidio.
Lo svolgimento (non ne rivelerò i particolari) di questa parte della pellicola, le fondamentali parole del figlio di Majid (Walid Afkir), mi portano a ritenere che il senso del film sia “politico”, poiché mette in discussione non solo le rimozioni di George, ma quelle dell’intera società francese, che di fronte ai crimini efferati e tremendi degli anni del colonialismo in Algeria aveva preferito continuare a ignorarne l’esistenza, trattandosi ormai di cose lontane! Alla luce dei recenti e sanguinosi attentati in Francia, inoltre, il film mi è parso anche in qualche misura profetico: forse la sua uscita nel 2005 non era stata sufficiente per promuovere quell’esame di coscienza collettivo che le vittime del colonialismo e soprattutto i loro figli si attendevano per sentirsi davvero cittadini, figli dell’ Europa dei diritti e delle pari opportunità. Erano stati lasciati a se stessi, figli di un dio minore, che di loro non si preoccupava troppo.

L’ultima scena del film
Come ho scritto in precedenza, l’ultima scena del film appare un po’ misteriosa, cosicché favorisce molteplici interpretazioni. Va detto che è girata, come le prime scene, con camera fissa e che riprende la scuola media frequentata da Pierrot, al momento dell’uscita dei ragazzi. La camera è lontana e presenta un quadro complessivo chiaro, mentre molti particolari, anche significativi rischiano di perdersi, ciò che appunto il regista voleva: lo ammette divertito durante un’intervista che si può ascoltare alla fine del film, sul DVD attualmente ancora reperibile, nella parte che riguarda i contenuti speciali. Sulla sinistra vediamo l’uscita di Pierrot, e successivamente l’arrivo figlio di Majid, a cui Pierrot va incontro: i due si parlano tranquillamente e si salutano, infine, senza mostrare turbamento o rancore. È l’auspicio del regista, l’indicazione di una strada per la riconciliazione da percorrere attraverso l’amicizia dei giovani meno coinvolti nei fatti di una guerra feroce? Forse. Potrei sbagliarmi, ma credo che in ogni caso di questo finale si sia ricordato Polanski nel suo Carnage.

 

Ma Loute

Schermata 2016-08-29 alle 00.30.46recensione del film:
MA LOUTE

Regia:
Bruno Dumont

Principali interpreti:
Fabrice Luchini, Juliette Binoche, Valeria Bruni Tedeschi, Jean-Luc Vincent, Didier Desprès, Laura Dupré, Brandon Lavieville, Cyril Rigaux, Angélique Vergara, Raph – 122 min. – Germania, Francia 2016.

 

La commedia grottesca di DumontSchermata 2016-09-05 alle 10.38.15
Siamo nel 1910, a quattro anni dall’inizio della prima guerra mondiale. Stanno per raggiungere la casa di proprietà in stile egizio-kitsch, che domina la baia di Slack dall’alto di un colle boscoso, alcune persone, esponenti della famiglia ricchissima dei Van Peteghem. Sono garruli e spensierati, a bordo di un’auto di quell’epoca molto scoppiettante, scoperta, guidata da André (Fabrice Luchini) uomo deforme e snob, accompagnato da Isabelle (Valeria Bruni Tedeschi) e Billie, giovane ermafrodita appartenente all’ultima generazione della famiglia (Raph, attore teatrale androgino). Presto si congiungeranno a loro in quella dimora Aude (Juliette Binoche) e Christian (Jean-Luc Vincent). Sono tutti strettamente legati fra loro da un groviglio di parentele in cui non è facile districarsi. Essi, infatti, non hanno voluto, proprio come i loro antenati, disperdere i cromosomi familiari e il patrimonio con matrimoni “esterni”. Il sommarsi delle tare e dei difetti è ben visibile perciò nella deformità dei corpi e delle menti di molti di loro. Tutti quanti sono lì per godere un po’ di riposo, attratti dalla natura selvaggia e quasi disabitata del Pas de Calais. Lungo la strada la lieta brigata aveva incrociato gli abitanti autoctoni , tenuti a debita distanza (la classe!), ma idealizzati (il buon selvaggio!). Non sanno i Peteghem che la famiglia, rustica e primitiva, è rude nei modi e alquanto barbarica nelle abitudini alimentari poiché si tratta di una famiglia di cannibali, I Brufort (tutti gli attori sono non professionisti) che si nutrono della carne e del sangue dei malcapitati che incontrano, anche se sono conosciuti come pescatori, venditori di mitili e per il trasporto a guado dei passeggeri, nei tratti non navigabili del canale della Manica. Della famiglia fa parte Ma Loute (Brandon Laviéville), l’eroe eponimo, il cui strano nome designa con ogni evidenza (loute è termine desueto e arcaico francese per indicare ragazza) una sessualità incerta. Tra Ma Loute e Billie, nasce un’attrazione immediata.
Da qualche tempo nella zona erano state segnalate strane sparizioni; a chiarirne le ragioni è inviato da Calais l’enorme e improbabile ispettore Machin (Didier Desprès), accompagnato dall’aiutante Malfoy (Cyril Rigaux).Schermata 2016-09-05 alle 10.49.45

 

La storia che Dumont ci racconta è contemporaneamente, perciò, un insieme di molte storie che mi limito a descrivere in questo modo: è una detection che non può essere una cosa seria; è una contrapposizione fra le due famiglie che si detestano, ma che in qualche misura si rassomigliano e si attraggono, poiché, sia pure in modo barbarico, i Brufort si nutrono del sangue dei ricchi, ovvero, in parole povere, aspirano a diventare come loro assorbendone valori e soprattutto disvalori; è inoltre una storia d’amore fra i due giovani eredi, unici esseri pensanti e senzienti , almeno per un po’, fino a che le ragioni del sangue (imborghesito) diventeranno decisive per Ma Loute.

 

Dumont è un regista sconosciuto in Italia, paese nel quale i suoi film non si sono mai visti. Eppure si tratta di un regista importante, stimato e apprezzato a livello internazionale per alcuni film drammatici pluripremiati, nei quali ha raccontato con graffiante crudeltà il non senso del vivere. Sperimentatore convinto, egli ha tentato la strada della commedia in un’opera, anch’essa mai arrivata da noi, nata per la TV e trasformata in un film di cinque ore di una comicità spesso irresistibile, surreale e corrosiva: P’tit Quinquin, considerato dalla critica più qualificata il miglior film del 2013*. Sui legami di Ma Loute con P’tit Quinquin non credo possano esserci dubbi: indagine impossibile anche in quel caso, con un ispettore della Gendarmerie demente e sempre sopra le righe, pieno di tic e incapace; non grottesco come Machin, però, deformato dalla prosopopea del nulla, pallone gonfiato che a un certo punto si mette a volare. Credo che Dumont in entrambe le storie, ma in questa soprattutto, si sia ispirato al mondo popolare europeo dei racconti fiabeschi, da Perrault ai Fratelli Grimm, che di storie macabre e cannibalesche hanno riempito le loro pagine. Aggiungo che mi è sembrata plausibile, a questo proposito, anche una citazione da Il Racconto dei racconti del nostro Garrone, bellissimo film, ingiustamente negletto. Per suffragare questa mia ipotesi rimando i lettori all’immagine del palombaro che esce dall’acqua delle grotte dell’Alcantara Schermata 2016-08-30 alle 12.59.05e a quella del palombaro che emerge dalle acque della Baia in cui il film viene girato, visibile nel Trailer. A Basile, d’altra parte, si erano ispirati anche Perrault e i Grimm!

Film girato interamente con macchina digitale sulla quale, secondo le sue stesse dichiarazioni, Dumont è intervenuto contrastando pesantemente le immagini e aggiungendo rumori e suoni per sottolineare la comicità grottesca e irreale dell’insieme.

Da vedere!

 

*Quest’opera, di cui possiedo il DVD acquistato in Francia, perciò in lingua originale (del Pas de Calais, mica francese sorboniano, eh!) e senza sottotitoli, rivista dopo Ma Loute, mi è stata molto utile per mettere insieme una recensione decente (spero).

recitare e vivere (Sils Maria)

Schermata 11-2456969 alle 23.48.15recensione del film:
SILS MARIA

Titolo originale:
Clouds of Sils Maria

Regia:
Olivier Assayas

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Kristen Stewart, Chloë Grace Moretz, Lars Eidinger, Johnny Flynn – 124 min. – Francia 2014.

Sils Maria, che è una località svizzera vicino all’Engadina, in questo film è il luogo della dimora di un famoso scrittore e regista cinematografico, Wilhem Melchior, morto all’improvviso, in tarda età, proprio mentre tutta la comunità dei cineasti e dei critici si accingeva a incontrarlo a Zurigo per consegnargli un riconoscimento alla carriera. Maria Enders (Juliette Binoche), attrice molto nota, a quel regista doveva davvero tutto: egli l’aveva lanciata, chiamandola per il suo film, Maloja Snake, che evocava, fin dal titolo, il luogo della sua casa, poiché il passo di Maloja*, nonché i misteri un po’ sinistri che accompagnano la risalita delle nuvole che lo attraversano, inghiottendo cose e persone, è nei pressi di Sils Maria.

In quel film Maria Enders, appena diciottenne, aveva sostenuto, come rispecchiandovisi, la parte di una giovanissima attrice al suo esordio, Sigrid, che era riuscita a emergere, grazie all’amore che aveva suscitato in Helène, matura e celebre sua coprotagonista, presto abbandonata, dopo aver ottenuto la visibilità alla quale aspirava. Maria Enders, ora a distanza di trent’anni da quell’esordio, avrebbe voluto ringraziare di persona l’amico Wilhem che aveva creduto nelle sue qualità interpretative, ma l’incontro di Zurigo, come è ovvio, si era trasformato in una generale e commossa orazione funebre per lui. A Zurigo era arrivato anche il momento, che Maria aveva a lungo evitato, dell’incontro con un giovane regista, che intendeva riprendere in mano la sceneggiatura di Maloja Snake, farne un testo teatrale e affidare a lei la parte di Helène, non avendo più l’età per quella di Sigrid, personaggio per il quale egli puntava su una star hollywoodiana, al momento non presente, idolo degli adolescenti frequentatori di social-network.

Maria, molto legata al personaggio di Sigrid per la sua storia personale, fa subito sapere di non essere disposta ad accettare, ma infine, convinta anche dalle pressioni della propria segretaria, la giovane e affezionata Valentina (Kristen Stewart), comincia a leggere il copione teatrale, e a recitare con lei la parte di Helène, mentre si affollano alla sua mente ricordi e raffronti. Eppure, nonostante ciò che ci aspettiamo da questa lunga premessa, gli sviluppi del film prenderanno inattese direzioni: al centro del film, non è, infatti, se non in minima parte, il tema della memoria e dell’invecchiare irrimediabile, e neppure soltanto quello del gioco dei rispecchiamenti determinato dall’alternarsi delle parti in commedia; è, piuttosto, mi pare, quello del sapersi rinnovare col trascorrere del tempo, non abbandonandosi ai ricordi del passato, che come una invisibile rete, ben celata sotto un’apparenza di rassicuranti punti di riferimento, tendono a fossilizzare comportamenti e ruoli, anche se ormai inaccettabili, finendo per rinchiudere tutti quanti, attori e non, in una gabbia soffocante. Questo significa, per Maria, accogliere la diversità di Jo-Ann (Chloë Grace Moretz), giovanissima Sigrid, anni luce lontana dal suo personaggio, ormai cristallizzato e irrigidito nell’improponibile ruolo di allora.
Maloja Snake, il serpente di nuvole insidioso e sfuggente, pronto a evaporare ai primi raggi del sole, ma anche a tornare continuamente, suscitando inquiete paure, è perciò una complessa immagine metaforica, che ci parla del tempo e della suo eterno e ciclico ritorno; della memoria; del passato e del presente; delle sfide che continuamente affrontiamo nel corso della vita, ma anche della realtà e della sua rappresentazione: dell’arte teatrale e cinematografica e della finzione che ne costituisce l’essenza, né è certamente casuale che a Sils Maria avesse a lungo soggiornato Friedrich Nietzsche, il filosofo che a molti di questi temi aveva dedicato tanta parte della sua riflessione!

Va da sé che Juliette Binoche, vera mattatrice del film, sappia rendere lo sfaccettato personaggio di Maria con grande finezza; molto brava e del tutto degna di lei Kristen Stewart; breve ma notevole anche la prestazione di Chloë Grace Moretz. Un grande Assayas dirige con equilibrio un film oggettivamente assai arduo.
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*Maloja è un un passo alpino che per la sua posizione naturale diventa un luogo di aggregazione delle nuvole che provengono dalle vallate circostanti, creando un fenomeno un po’ misterioso, chiamato Serpente di Maloja (Maloja Snake), oggetto di un documentario del 1924 di Arnold Frank, certamente noto al regista cinefilo di questo film, Olivier Assayas. Potete vederlo, se volete, su You tube:

Copia conforme

Recensione del film
COPIA CONFORME

Titolo originale Copie conforme

Regia:
Abbas Kiarostami

Principali interpreti:
Juliette Binoche, William Shimell, Jean-Claude Carrière, Gianna Giachetti, Adrian Moore, Angelo Barbagallo, Filippo Trojano, Manuela Balsimelli, Andrea Laurenzi, Agathe Natanson
– 106 min. – Italia, Iran, Francia 2010.

Uno scrittore inglese, James Miller, presenta in Toscana la traduzione italiana dell’ultima sua opera, Copia conforme, che tratta della copia nell’arte e del suo rapporto coll’originale, ad una conferenza cui parteciperà Elle, che ottiene un appuntamento da lui, per fargli visitare la propria galleria d’arte in cui sono esposte opere originali d’epoca, ma anche falsi. Dalla galleria, i due si spostano in un paese vicino, Lucignano, continuando a discutere su verità e finzione nell’arte, ma allo spostamento geografico sembra corrispondere un vero e proprio slittamento dell’oggetto della discussione. I due, infatti in un bar vengono scambiati per marito e moglie e stanno al gioco, fingendo di esserlo ed esprimendo in tal modo la loro visione dell’amore e del matrimonio. Occasione della discussione più accesa sembra essere la celebrazione di alcuni matrimoni nella sala comunale del paesetto, nonché l’osservazione di un gruppo scultoreo (che lo spettatore vede solo di riflesso) che rappresenta un uomo e una donna in un atteggiamento diversamente interpretato da James e da Elle. Nell’atteggiamento di abbandono fiducioso tra le braccia dell’uomo, Elle intravede una rappresentazione “vera” del rapporto matrimoniale ideale, mentre James intravede una rappresentazione stereotipata e banale del rapporto di coppia, cui paiono ispirarsi anche le coppie “seriali” dei novelli sposi. Il concetto di “kitsch” sembrerebbe dunque applicabile alla riproduzione seriale dell’oggetto d’arte e della finzione creativa, ma anche ai comportamenti umani, che magari a quella stessa arte si ispirano e che proprio perciò, o prima o poi dovranno fare i conti con la realtà dura della vita e dei suoi problemi. Se, come credo, il senso del film è fondamentalmente questo (credo tra l’altro che non per nulla il nome della donna, Elle, sia in realtà un non nome, un nome che non individua), mi sembra un po’ velleitaria la sua realizzazione: tutta la discussione fra i due mi è apparsa artificiosa, inutilmente rivendicazionista nella parte di Elle, che assume soprattutto il ruolo della risentita accusatrice, con una insistenza aggressiva e un po’ petulante, e spiega troppo poco lo sciogliersi del tutto nel finale da commedia.