Mia madre

Schermata 2015-04-20 alle 20.06.22recensione del film:
MIA MADRE

Regia:
Nanni Moretti

Principali interpreti:
Margherita Buy, John Turturro, Giulia Lazzarini, Nanni Moretti, Beatrice Mancini – 106 min. – Italia, Francia, Germania 2015.

Margherita (Margherita Buy) fa la regista cinematografica; è scontenta del suo film e ne addossa la colpa all’operatore, le cui riprese sono troppo a ridosso della finta polizia, intenta a caricare i finti operai in procinto di occupare la fabbrica in vendita. Allo stesso modo è scontenta degli attori che dovrebbero prendere maggiormente le distanze dal personaggio che interpretano. L’ideale sarebbe tenere distinta la realtà dalla sua rappresentazione, e ricordare che la prima può ispirare la seconda, ma non deve coincidervi, pena l’impressione di artificio che ne deriverebbe. E’ prossimo ad arrivare, intanto, l’attore più importante (John Turturro) per il ruolo del dirigente industriale italo-americano acquirente della fabbrica, che intende risanare con cura d’urto (Marchionne?). Piovendo dal cielo, letteralmente e metaforicamente, l’attore si muove davvero come un pesce fuor d’acqua e molto spesso non ricorda le battute, forse perché gli risultano incomprensibili, forse perché gli sta venendo meno la memoria. Fuori dal set, Margherita ha una vita simile a quella di molte altre donne: qualche problema sentimentale, dopo la separazione, risolto sbattendo fuori di casa il giovane amante; una figlia (Beatrice Mancini) con poca voglia di studiare; una madre, Ada (Giulia Lazzarini), ex insegnante di lettere classiche al liceo; un fratello ingegnere, Giovanni (Nanni Moretti). Da un po’ di tempo la vecchia Ada è in ospedale malata e condannata a morire: da quando Giovanni ne ha preso coscienza, si è messo in aspettativa per dedicarle quell’accudimento amorevole che renderà a lei (e anche a lui, però) meno pesante l’addio: nulla lo consolerà meglio, dopo, della coscienza di averle reso meno penoso il distacco, che avverrà, infatti, nell’affetto dei figli e della nipotina, nella bella casa piena di libri e nel ricordo ancora vivo degli studenti che aveva preparato alla vita. Giovanni, dunque aveva cercato di razionalizzare l’evento ineludibile; Margherita, invece, aveva assunto un maggiore distacco dal proprio lavoro e più prontamente ne aveva colto limiti e contraddizioni. Il diverso modo con cui Margherita e Giovanni affrontano l’annunciata morte della madre è la sostanza solo apparente del film, poiché i due personaggi sono in realtà riconducibili alla sola persona del regista che in questo come in tutti i suoi film parla di sé. Qui, in maggiore misura che  nel bellissimo La stanza del figlio, il tema della morte permette a Nanni Moretti di esprimere la propria crisi esistenziale, forse perché la morte della madre, per lui come per tutti, rappresenta sul piano simbolico lo strappo definitivo col passato e anche l’opportunità per riesaminare autocriticamente ciò che siamo stati, ciò che abbiamo fatto, ciò che ci attendiamo dal futuro.

“… un misto tra una sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un’atmosfera da limbo”. Così, in piena crisi creativa, dopo La Dolce Vita, Fellini aveva presentato il suo nuovo capolavoro, 8 e 1/2. Credo che, nonostante le migliori intenzioni di Nanni Moretti, questa definizione si adatti poco alla sua ultima fatica, che certamente cita con abbondanza il grande Federico (anche Le tentazioni del dottor Antonio,  l’episodio felliniano di Boccaccio ’70: bevete più latte!). La crisi di Margherita – Giovanni – Nanni, però, almeno secondo me, non ha molto in comune con la crisi di Guido, poiché è la crisi soprattutto dei suoi (nostri, forse) riferimenti politici che, di fronte alla realtà completamente mutata, mostrano tutta la loro improponibilità e tutto il loro carattere di incomprensibile finzione.  Abbiamo perso la memoria, come John Turturro: è insensato, perciò che continuiamo a raccontarci la favola bella che ieri ci illuse, poiché oggi non ci illude più.  Oggi, quando per davvero la messa è finita, molto più soli ci ripieghiamo sulle tragedie personali, più intime, né sappiamo se il nostro privato farà trovare al regista quel linguaggio nuovo che sta invano cercando. Forse, allora è meglio che la narrazione cinematografica assuma modelli meno gloriosi: Haneke (Amour è certamente presente nell’immaginario morettiano), o addirittura Denys Arcand, che nel suo Le invasioni barbariche è forse il regista che può avvicinarsi di più al racconto morettiano della fine, dolce, fra le persone amate. Fellini e anche Wim Wenders, splendidamente citato nella rappresentazione degli spettatori in coda per ri-vedere (appunto!) Il cielo sopra Berlino sono legati, forse, ai giovani che siamo stati e che non saremo più. Film splendidamente recitato, molto ambizioso, per molti aspetti interessante, con alcuni grandi momenti di riflessione meta-cinematografica. Non sempre mi ha pienamente convinta, ma ritengo che sia sicuramente da vedere.

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una caduta di stile (Gigolò per caso)

Schermata 04-2456770 alle 16.30.37recensione del film:
GIGOLO’ PER CASO

Titolo originale:
Fading Gigolo

Regia:
John Turturro

Principali interpreti:
John Turturro, Woody Allen, Sharon Stone, Sofía Vergara, Vanessa Paradis, Liev Schreiber, Bob Balaban, M’barka Ben Taleb, Tonya Pinkins, Aubrey Joseph, Dante Hoagland, Jade Dixon, Diego Turturro, Max Casella, Jill Scott, Aida Turturro, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, David Margulies, Eugenia Kuzmina, Loan Chabanol, Ari Barkan, Joseph Basile, Allen Lewis Rickman, Elli, Delphina Belle, Anna Kuchma, Teddy Bergman, Aurelie Claudel, Sol Frieder, Hilma Falkowski, Donna Sue Jahier, Fran Lieu, David Altcheck, Russell Posner, Salimatou Sillah, Abe Altman, Ted Sutherland, Ness Krell, Isaiah Clifton – 98 min. – USA 2013.

Grazie a qualche “geniale” e fantasioso traduttore di titoli, un gigolò sbiadito, scolorito, privo di smalto, triste, (fading) diventa un gigolò per caso, laddove il caso proprio non si vede che cosa c’entri!
Il povero Fioravante (John Turturro) conduce una vita solitaria e grama, e in questo tempo di crisi è più triste e meno brillante del solito. Va detto, in ogni caso, che egli non è un uomo allegro di suo, forse perché è solo, o perché ha un lavoro precario (compone per un negozio eleganti e bellissimi mazzi di fiori) o semplicemente perché pensa che ci sia poco da ridere in questo mondo. E’ molto amico di Murray (Woody Allen), che ha in animo di chiudere la sua bella e antica libreria di Brooklyn, ormai poco frequentata, (la crisi si fa sentire anche lì!). Secondo Murray, però, potrebbero entrambi vivere da ricchi se solo Fioravante accettasse di diventare un gigolò, cioè se si prostituisse. A Murray il compito di procurargli le clienti; a lui quello di accontentarle per guadagnare per sé e per l’amico, trasformato in sfruttatore, “pappone” : c’è giusto una bella e ricca signora (Sharon Stone), dermatologa di Murray e donna di successo, che vuole togliersi qualche capriccio ed è disposta a pagare profumatamente un bravo amante sufficientemente spregiudicato da accettare anche un rapporto a tre. Parrebbe, dunque, l’uovo di Colombo, la via per farsi i soldi cui tiene in modo particolare Murray, che ha una famiglia numerosa cui provvedere. Questa proposta, però, viene accolta da Fioravante con molta riluttanza, poiché, meno cinico dell’amico, è poco incline a vendere il proprio corpo, ed è refrattario a diventare oggetto di trastullo per donne ricche e trasgressive. Il racconto del film oscilla fra il petulante chiacchiericcio torrenziale di Murray-Allen, che utilizza il proprio capzioso laicismo di ebreo eretico per convincere l’amico della innocenza di una così redditizia scelta (è in fondo il mestiere più antico del mondo!) e il progressivo incupirsi di Fioravante -Turturro, che, innamoratosi della giovane e bella vedova di un rabbino, ricorsa alle sue cure per elaborare il lutto, non intende più cimentarsi con quel tipo di prestazioni. Le vicende che si intrecciano a questo nucleo narrativo, pur contenendo alcuni spunti di riflessione interessanti e alcune belle e fulminanti battute sul fondamentalismo religioso e sul razzismo, non cambiano sostanzialmente la struttura del film, che annovera fra i suoi (pochi) pregi la suggestiva fotografia: New York è talmente bella che si presta davvero, ovunque la si guardi, a sfondi meravigliosi, anche se si tratta come in questo caso delle strade e delle case di Brooklyn e non di quelle di Manhattan. Fra i suoi difetti più gravi, checché ne dica la maggior parte dei critici, che, a torto, secondo me, parlano di una presunta levità raffinata della pellicola, la volgarità della situazione è davvero greve, in modo particolare quella del personaggio di Murray, così sgradevole da diventare irritante anche per me, che pure non sono capace di scandalizzarmi neppure di fronte alle scene più osé. Di questa volgarità, credo che la clip che segue possa costituire una buona dimostrazione.

Non riesco a riderne e neppure a sorriderne: che volete, nessuno è perfetto!

USA al vetriolo (Il grande Lebowski)

recensione del film:
IL GRANDE LEBOWSKI

Titolo originale:
The Big Lebowski

Regia:
Joel Coen

Principali interpreti:
Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Philip Seymour Hoffman, Ben Gazzara, John Turturro, Tara Reid, Peter Stormare, Sam Elliott, Philip Moon, Mark Pellegrino, Flea, Torsten Voges, Jimmie Dale Gilmore, Jack Kehler, James G. Hoosier, Carlos León – 117′ min. – USA, Gran Bretagna 1998.

Perché non approfittare del periodo estivo per riflettere su qualche vecchio film, ormai fuori dalle sale, ma ben presente e vivo nella nostra mente?

Le vicende di questo celebre film del 1998, scritto, prodotto e diretto dai “pestiferi” fratelli Cohen, si svolgono negli anni ’90 a Los Angeles. In scena è una storia bizzarra e divertente, nonché interessante, che prende l’avvio da una situazione che vanta illustri tradizioni già nel teatro classico: quella dello scambio di persona e dei curiosi equivoci che ne derivano. Qui il protagonista, che tutti chiamano Drugo, ha un nome vero: Jeffrey Lebowski, che, per uno scherzo del destino, è anche il nome di un riccone che egli non conosce, la cui moglie, molto giovane e spendacciona, ama indebitarsi nei negozi della città, inviandogli il conto. La narrazione inizia con la brutale aggressione di cui è vittima il povero Drugo, scambiato per il miliardario, nella propria abitazione, dove i creditori inviano una squadra di picchiatori, per ottenere di essere pagati. Gli eventi successivi non fanno che sviluppare questo episodio: Drugo vorrà conoscere il suo omonimo, per farsi risarcire dei danni subiti, ma sarà, suo malgrado, da questi coinvolto in una lunga serie di peripezie, durante le quali l’incontro con Maude Lebowski, figlia del riccone, cambierà il corso della sua vita. Il complicato e buffo intreccio narrativo, ricco di sorprese e colpi di scena è, come sempre per i fratelli Cohen, lo spunto grazie al quale essi esplicitano la loro irriverente e scanzonata visione del mondo, in cui caso e imprevedibilità sono i veri arbitri del nostro destino, indifferenti ai nostri piani, beffardi, anzi, nei confronti dei nostri progetti. Tutti i personaggi di questo film a loro volta esprimono tipi umani, maschere di ogni tempo, tuttavia ben collocate anche nella società americana contemporanea: Drugo è il contestatore pacifista non violento, eterno perdente, che vive fiero della sua purezza di emarginato, tra marjuana e alcoolici, senza sapere o potere incidere sulla vita politica, ai tempi del presidente Bush-padre e della prima guerra del Golfo; Walter è il reduce dal Vietnam, diventato prepotente e grottesco “miles gloriosus”, in realtà pasticcione velleitario e trombone; Jeffrey è il riccone che si è fatto da sé, imbroglione e cinico; Maude, sua figlia è l’ estrosa e imprevedibile artistoide, convinta che arte e vita coincidano; Donny è l’uomo normale che morirà banalmente durante una rissa non provocata da lui. La pista del bowling intorno alla quale si muovono molti dei principali personaggi diventa il luogo – simbolo della vita stessa, dove i birilli cadono o rimangono in piedi indipendentemente dall’abilità dei giocatori, perché la grossa boccia nera, per quanto ben manovrata, può riservare molte sorprese. Quest’opera dei Cohen, dunque, rappresenta, secondo me, la commedia umana dei nostri tempi, e, insieme, quella di ogni tempo, la sua inspiegabilità, la sua non riconducibilità a una qualsivoglia razionale interpretazione, il mondo tragicomico in cui si svolge quella avventura un po’ strana che è il nostro vivere.