un mondo di zombi (Solo gli amanti sopravvivono)

Schermata 05-2456795 alle 21.47.55recensione del film:
SOLO GLI AMANTI SOPRAVVIVONO

Titolo originale:
Only Lovers Left Alive

regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Tom Hiddleston, Tilda Swinton, Mia Wasikowska, John Hurt, Anton Yelchin, Jeffrey Wright, Slimane Dazi, Carter Logan, Wayne Brinston, Ali Amine, Yasmine Hamdan, Kamal Moummad, Aurelie Thepaut – 123 min. – Gran Bretagna, Germania, Francia, Cipro, USA 2013.

Alcuni vampiri sono sopravvissuti nei secoli, connotati, come sappiamo, dai lunghi canini e dalla necessità di nutrirsi ogni giorno del nostro sangue. Jim Jarmusch, il regista di questo film, tuttavia, immagina che oggi, questi “mostri” non azzannino più il collo degli esseri umani: sono vampiri politicamente corretti e soprattutto coscienti che, muovendosi nel mondo dell’informazione globale, se uccidessero degli esseri umani secondo quell’ antica modalità, sarebbero esposti all’immediata persecuzione e alla definitiva sconfitta.
Si accontentano, perciò, di acquistare sacche di sangue fresco ogni mattina, fornito loro da compiacenti addetti alla sorveglianza di qualche reparto ematologico degli ospedali, come fa Adam (Tom Hiddleston) a Detroit. Adam è l’eterno innamorato di Eve (Tilda Swinton), che vive a Tangeri dove riesce nascostamente a procurare del buon sangue fresco per sé e per il vecchio poeta Christopher Marlowe, detto Kit (John Hurt), colui che, secondo l’attribuzione anti-stratfordiana* di Jarmusch, col nome di Shakespeare è stato ricordato nei secoli.
Eve raggiungerà il suo innamorato a Detroit, luogo ormai sull’orlo del collasso: la crisi economica spaventosa l’ha resa una città irrimediabilmente morta, popolata da zombi, che si aggirano nell’underground urbano, ascoltando il rock lugubre che Adam compone accompagnandosi con gli strumenti più antichi di cui è diventato collezionista. I due eterni amanti saranno presto, però, costretti entrambi ad allontanarsi di lì, alla volta di Tangeri, che mostrerà al loro arrivo, tuttavia, un volto assai diverso da quello che Eve aveva conosciuto: città morta, anch’essa, irrimediabilmente corrotta e priva di sangue puro, senza il quale né Marlowe, né i due innamorati potranno sopravvivere. A meno che…

Il finale, certamente sorprendente e spiazzante, non pare sufficiente, però, a riscattare le sorti di un film che, per quanto accurato, raffinato ed elegante nella confezione, nelle musiche, nel modo favolistico, ironico e simbolico del racconto, sembra indugiare un po’ troppo a lungo, soprattutto nella parte centrale, procurando agli estimatori del regista, fra i quali mi annovero, un po’ di stanchezza e una certa delusione.
Visione consigliata solo agli ammiratori ferventi del regista, disposti a perdonargli anche qualche momentanea (speriamo!) défaillance.

*Chi volesse approfondire l’antica questione dell’attribuzione (straffordiana o anti-straffordiana) delle opere di Shakespeare può trovare QUI una sintetica, ma abbastanza chiara spiegazione

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un fumetto francese per un kolossal (Snowpiercer)

Schermata 02-2456717 alle 14.33.15recensione del film:
SNOWPIERCER

Titolo originale:
Seolguk-yeolcha

Regia:
Bong Joon-ho

Principali interpreti:
Chris Evans, Kang-ho Song, Ed Harris, John Hurt, Tilda Swinton, Jamie Bell, Octavia Spencer, Ko A-sung, Kenny Doughty, Ewen Bremner – 126 min. – Corea del sud, USA, Francia 2013.

Una glaciazione inattesa impedisce all’umanità di sopravvivere, ma pochi fortunati si mettono in salvo su un’Arca dei nostri tempi, un treno che percorre a folle velocità il pianeta innevato e ospita sui suoi vagoni i salvati. All’interno dell’Arca si trovano i mezzi necessari per la sopravvivenza, che un occulto potere ha predisposto e organizzato, sulla base di avanzate conoscenze scientifiche, grazie alle quali è possibile sfruttare quelle poche risorse che la natura è in grado di offrire ancora: l’acqua principalmente, ricavabile dalla neve e riciclabile con severi criteri di razionamento. Analogamente, le risorse alimentari, distribuite con razionalità, senza nulla sprecare e molto riciclando (anche troppo!), si rivelano sufficienti per i superstiti. Non tutto, però, funziona secondo le previsioni del misterioso ideatore del congegno, Wildorf (Ed Harris): vediamo, fin dalle prime scene di questo film, che una quantità considerevole di sopravvissuti, laceri, sporchi e macilenti, sono anche molto scontenti della loro vita e si stanno organizzando per ribellarsi contro di lui, responsabile delle miserevoli condizioni in cui vivono. I criteri con i quali l’inavvicinabile Wildorf ha organizzato il convoglio sono, a ben vedere, assai poco trasparenti, ma si ispirano in primo luogo alla durissima repressione di qualunque forma di dissenso: la salvezza è possibile solo a patto che venga mantenuta una ferrea disciplina (chi si ribella verrà punito con inaudita efferatezza), e in secondo luogo a una organizzazione rigidamente classista dei diversi vagoni che non può, per nessuna ragione, essere discussa. Nel lunghissimo treno, infatti, vivono, ignorandosi, uomini, donne, bambini, vecchi, che sono poco o mediamente o molto privilegiati, a seconda della classe sociale di appartenenza. Quelli dell’ultimo vagone, cui vengono affidati i compiti più umili e faticosi, e che ora vogliono ribellarsi, hanno il solo “privilegio” di essere sopravvissuti e di continuare a vivere, ma la loro vita si fa sempre più pesante e dolorosa, ai limiti dell’insopportabilità. Gli ospiti degli altri vagoni vivono, invece, in condizioni meno terribili, poiché Wildorf ha creato per loro ambienti più accettabili e consoni alle abitudini di quel ceto medio da cui provengono: serre bellissime, ricche di fiori e frutti, biblioteche e scuole dove una volonterosa insegnante spiega ai bambini che la cosa più riprovevole è quella di non accettare la propria condizione sociale. Vicini alla locomotiva guidata da Wilford, poi, viaggiano gli ospiti di riguardo, nel lusso di sempre. Solo una persona si può spostare dal primo all’ultimo vagone con grande libertà, poiché gode della fiducia incondizionata del guidatore: la signora Mason (Tilda Wilson), portavoce e distributrice di punizioni feroci, affiancata e aiutata da soldati ubbidienti e minacciosi.

Durante le due ore di proiezione, dunque, il film ci offre non tanto un quadro fantascientifico post apocalittico, che lo farebbe assomigliare, sia pur lontanamente a The Road, dal romanzo di Cormac McCarty, quanto una metafora del mondo d’oggi e delle ingiustizie su cui si fonda la gerarchia del potere, dei privilegi e dei privilegiati della Terra, incalzati da popoli che non accettano più di subire il dominio di chi si ritiene meritevole, per nascita, dei vantaggi e dei lussi che lo differenziano dal resto degli uomini nel mondo: quasi un monito per l’Occidente.
Il film esce nelle nostre sale preceduto dall’attesa di molta parte del pubblico e degli addetti ai lavori, anche per il gran nome del regista, poco conosciuto in Italia, ma molto apprezzato a livello della critica specializzata. Ispirato a un fumetto francese, “Le Transperceneige”, di Jacques Lob, e girato col concorso determinante della produzione americana, il lavoro di Bong Joon-ho è costato un occhio: è infatti il film coreano più caro della storia; ha richiesto un enorme lavoro anche solo la costruzione di quel treno lunghissimo; ha impegnato un grandissimo numero di attori, alcuni dei quali di grande richiamo internazionale; contiene, inoltre, sequenze molto belle, grazie anche allo spettacolare scenario di ghiaccio e di neve (il paesaggio è quello dei dintorni di Praga) e alla accurata ricostruzione delle città disseccate dal gelo e rese inabitabili. Un Kolossal, dunque, che sviluppa un tema inquietante, molto attuale, in modo spesso molto sgradevole, il che può anche avere il suo perché.

il senso della vita (Melancholia)

recensione del film:
MELANCHOLIA

Regia:

Lars von Trier

Principali interpreti:
Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt, Brady Corbet- 130 min. – Danimarca, Svezia, Francia, Germania 2011.

Melancholia è in questo film il nome di un enorme pianeta che sta dirigendosi verso il nostro mondo che, infatti, ne verrà inghiottito.
Non credo, dicendo questo, di rivelare alcunché, né di togliere il piacere che deriva dalla visione del film, perchè è lo stesso regista che quasi subito ci rappresenta l’urto fra i due astri in una scena indimenticabile, lontanissima dalle immagini urlate che i film americani di fantascienza ci hanno abituati ad associare alla collisione planetaria: nessun effetto speciale o tridimensionale, nessuno scoppio catastrofico, ma semplicemente l’inglobamento dolce di quella minuscola pallina, che è la nostra Terra, dentro la superficie elastica e accogliente del grandissimo astro: un breve rigonfiamento, una vescica cosmica che non increspa neppure la superficie esterna dell’astro, che rapidamente la riassorbe in sé: la fine, dunque.
Melancholia è, infatti, una meditazione sulla fine, non solo del mondo, ma soprattutto nostra, un film sulla morte e, insieme sul senso della vita. Accompagnato dalla musica malinconica del Tristano e Isotta wagneriano, il prologo che ho descritto ci introduce, con una breve sequenza di quadri teatrali, allo scenario della tragedia degli ultimi giorni dei personaggi: un grande palazzo in riva al mare, con un retrostante giardino che è circondato da un fitto e intricato bosco, dal quale, a fatica, esce, trattenuta da un viluppo di radici che la tengono legata (citazione probabile del giogo bunueliano di Le chien andalou, ma non si tratta dell’unica citazione del regista spagnolo), Justine vestita da sposa.
Ha quindi inizio il film, che si sviluppa in due tempi, dedicati rispettivamente il primo a Justine e al giorno del suo matrimonio; il secondo a Claire, la sorella di Justine che vive nella lussuosa magione, nella quale si svolge la festa nuziale. Le due sorelle sono alquanto diverse fra loro: Justine è una donna di successo, con un ottimo lavoro, che riceve come dono nuziale una promozione professionale; Claire è la madre di un bimbo di cinque anni, nonché la moglie di John, il ricco signore padrone di quella casa. Nel corso del primo tempo, la radiosa sposina innamorata si trasforma in una donna inquieta che si stacca a poco a poco dalla vita: rifiuta il lavoro e la promozione appena ricevuta, rifiuta il marito, che le ha appena donato una piantagione di melograni (gli alberi della vita e della fecondità, secondo la tradizione orientale) e pare rasserenarsi alla luce sempre più vicina del misterioso astro, la morte, che contiene la spiegazione di tutto, la verità che tutti rifiutiamo, forti delle nostre conquiste scientifiche. La scienza, però, ci dice il regista, non ci attrezza ad affrontare la morte, poiché non fa che accrescere la nostra “υβρις”, allontanando da noi la coscienza della nostra fragilità e della nostra solitudine. Le radici che Justine vuole trovare sono nella terra (mi pare il senso della scena iniziale): questo le permette di “sapere” e di affrontare la fine con serenità.
Claire, all’opposto, crede di essere più forte di Justine (la considera malata), e di fronte al tragico destino che sta per coinvolgere lei e la sua famiglia, rifiuta di arrendersi e cerca un’irrazionale via di scampo.
Sarà Justine a rendere meno duro e doloroso il distacco dall’ esistenza per lei e per il piccolo, con un gesto che richiama al senso vero della vita. Stringersi la mano nell’attesa di ciò che è ineluttabile significa ritrovare la solidarietà, quella “pietas” leopardiana, che dà a ciascuno di noi l’unico conforto possibile di fronte al nulla che ci schiaccia senza pietà.
Il film è, a mio avviso, tra i più belli degli ultimi anni: rivela l’eccezionale talento del regista nel trasmettere, col linguaggio del cinema, un messaggio filosofico duro e difficile, coerentemente espresso attraverso una storia sempre interessante e tesa. Il film contiene immagini di grandissima suggestione simbolica, ispirate alla tradizione cinematografica nord-europea e non solo, ma anche attinte al repertorio della pittura: oltre al richiamo a Bruegel, esplicito, delle prime scene, o ad Albrecht Dürer, autore di una celebre Melancholia su acquaforte, si può scorgere, mi pare, anche quello alla Tempesta giorgionesca nella scena di Justine nuda di notte alla luce di Melancholia (la donna anche in questo caso, non oppone difese alla “tempesta” in arrivo). Bellissimo e a sua volta simbolico l’accompagnamento musicale.
Questo film, se il regista non si fosse lasciato andare, un po’ troppo scioccamente, al gusto della battuta sensazionale, avrebbe meritato di vincere la Palma d’oro a Cannes, per il modo lucido e coraggioso col quale viene presentato il messaggio nichilista e per la qualità della direzione di un cast eccellente.