bambini e adulti (Me and you and everyone we know)

Schermata 07-2456485 alle 17.46.41recensione del film:
ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW

Regia.
Miranda July

Principali interpreti:
John Hawkes, Miranda July, Miles Thompson, Brandon Ratcliff, Carlie Westerman. 90 min. – USA, Gran Bretagna 2005.

Questo delizioso film, che ora ha otto anni, era visibile, qualche sera fa, in streaming, su Mymovies Live che lo ha riproposto molto opportunamente, vista la calma piatta delle sale cinematografiche in questo periodo dell’anno. Dedicarsi a rivedere qualche bella pellicola, sia pure non di ultima uscita, è un piacere apprezzabile non solo da cinefili.

Scritto, diretto e interpretato da Miranda July, regista del cinema indipendente americano che nel 2005 ha guadagnato, con questo lavoro, la Caméra d’or al Festival di Cannes, questo delizioso film a suo tempo suscitò molti consensi e qualche scandalizzato dissenso. Ci racconta il nascere incerto di una storia d’amore fra due persone un po’ stralunate e insolite: lui, Richard (John Hawkes), è un uomo che, lasciato dalla moglie che gli ha affidato i loro due bambini, si dà fuoco alla mano sinistra, rimediando una tremenda scottatura, e una vistosissima bendatura, lì a ricordargli che forse è meglio che non si scotti un’altra volta.

Richard fa il commesso in un grande negozio di calzature, scenario dell’incontro con lei, Christine (Miranda July), che vuole appunto comprarsi un paio di scarpe. Christine fa l’autista, dedicandosi al trasporto di persone anziane, di cui segue con viva partecipazione le vicende; in realtà spera di affermarsi, o prima o poi, come artista multimediale creativa. Il suo incontro col timido e impacciato commesso è per lei quasi un colpo di fulmine, tanto che, da quel momento, rovesciando il ruolo passivo che in genere le convenzioni sociali assegnano alle donne, comincia a fargli una corte insistente, mentre Richard è sempre più recalcitrante a farsi coinvolgere in un’altra storia amorosa. La regista ci presenta, però, anche numerosi altri personaggi: una scorbutica gallerista, a cui invano Christine si rivolge per ottenere un giudizio sui suoi lavori; un aitante giovanotto, che si lascia spaventare da due molto disinibite adolescenti che lo insidiano, cercando di tentarlo con le loro goffe profferte erotiche, nonché, finalmente, i due bambini di Richard: Peter e Roby. Questi due fratellini, soli in casa per l’intera giornata, per non annoiarsi troppo, si impegnano nella chat del loro collegamento Internet, scrivendo a ignoti interlocutori cose molto oscene, almeno a loro giudizio, perché i bambini, come ci aveva detto Freud, hanno un concetto tutto loro di ciò che è osceno. Ne scaturiscono alcuni momenti di cinema deliziosi e tenerissimi, grazie anche alla straordinaria bravura del piccolo Roby (Brandon Ratcliff), impegnatissimo a parlare di “popò”, che, a causa della forte interdizione degli adulti, per i bambini è il massimo dei tabù, da violare, in gran segreto, spesso e volentieri durante le conversazioni con i coetanei, quando le brutte parole si possono finalmente dire senza essere sgridati. Da questa chat, connotata da una buffa coprolalia, nascerà un incontro del tutto imprevedibile, ai giardini pubblici, quando uno dei personaggi della storia si troverà inaspettatamente di fronte al frugoletto e si scioglierà in un abbraccio molto materno, mentre si sta profilando la delicata poesia del finale dolce e tenero di questo film.

Bellissimo racconto della diffusa solitudine degli uomini, delle donne, dei bambini e persino di un pesce rosso, dimenticato sul tetto dell’auto, nella sterminata periferia di una metropoli americana.

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un gelido inverno

Recensione del film
UN GELIDO INVERNO

Titolo originale:
Winter’s bone

Regia:
Debra Granik

Principali interpreti:
Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Lauren Sweetser, Tate Taylor, Garret Dillahunt, Sheryl Lee, Shelley Waggener, Ashlee Thompson, William White, Casey MacLaren, Valerie Richards, Beth Domann, Isaiah Stone, Cody Brown, Ronnie Hall. – 100 min. – USA 2010.

I pregi di questo film sono certamente parecchi e mi sembrano meritevoli di essere sottolineati. Nel raccontare la cupa vicenda che vede coinvolta una ragazzina che vive nel Missouri e sulle cui spalle sta gravando un peso insopportabile, la regista ci offre una rappresentazione degli Stati Uniti molto diversa da quella che tradizionalmente ci dà il cinema. Non troviamo qui, infatti, mai, le grandi metropoli, con i loro problemi e contraddizioni, ma un desolatissimo e miserabile paesaggio invernale, dipinto con colori lividi, in cui vivono persone e famiglie, dentro catapecchie e baracche. Qui cresce Ree Dolly, poco più che adolescente, con due fratellini più piccoli, che ama teneramente, e con una madre malata e inebetita dalle vicissitudini e dal dolore. Il padre non c’è, perché la sua vita di delinquente lo ha a poco a poco condotto in galera, dalla quale ora ha potuto uscire, in attesa di processo, collaborando con la polizia. Il guaio è che se non si presenterà entro pochi giorni, la miserabile casa in cui vive la sua famiglia verrà messa in vendita, perché l’incosciente l’ha ipotecata come garanzia della sua libertà. Ree lo apprende da un poliziotto che l’avvisa: se l’uomo non risponderà, entro breve tempo, al mandato di comparizione, tutta la poverissima famiglia se ne dovrà andare. Dove e in vista di quale futuro? Questo non riguarda lo stato americano! Il doloroso e angoscioso cammino della giovinetta alla ricerca di questo padre privo di scrupoli, i suoi incontri con gli individui loschi e violenti che lo hanno avvicinato da poco, costituisce la parte centrale del film e ci offre un durissimo spaccato dell’umanità feroce che in quella desolata parte degli States vive, grazie alla produzione illegale e allo spaccio di anfetamine. In questa parte del film emerge anche il ritratto umanissimo di Ree, capace di tenerezza protettiva e materna verso madre e fratelli, ma anche di acquisire presto la durezza di cuore indispensabile per sopravvivere in quell’ambiente, unitamente alla logica omertosa che la ragazza accetta senza discutere. Il film, avviandosi alla conclusione, si fa, almeno a mio avviso, più incerto nella narrazione, oscillando fra il racconto realistico e la favola “gotica”, che emerge soprattutto nel modo della rappresentazione della spedizione notturna, alla ricerca del cadavere del padre. Oltre al compiacimento un po’ morboso per i particolari macabri, che, opportunamente, vengono solo lasciati immaginare, senza però cessare di alimentare l’orrore della rappresentazione, tutta la scena è preparata in modo da sembrare costruita in studio, più che ripresa nel vivo di un paesaggio boscoso, sia pure invernale e notturno: la foresta era quella degli altipiani del Missouri, o quella delle streghe dei film che puntano sugli effettacci spettacolari? La riuscita complessiva del film ne è risultata alquanto compromessa. Peccato! La giovane attrice Jennifer Lawrence è di straordinaria bravura. Il film ha vinto il Torino Film Festival e ha anche quattro nominations per gli Oscar.