salvare la cultura (Monuments Men)

Schermata 02-2456705 alle 00.48.56recensione del film:
MONUMENTS MEN

Titolo originale:
The Monuments Men

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Bob Balaban, Dimitri Leonidas, Cate Blanchett, Diarmaid Murtagh, Sam Hazeldine, Lee Asquith-Coe, Mark Badham, Adrian Bouchet, Zahary Baharov, Alan Bond, Matthew John Morley, Adam Prickett – 118 min- USA, Germania 2014.

Questo film nasce da un libro di carattere storico, nell’intento di portare a conoscenza di un vasto pubblico ciò che due scrittori, Robert Edsel e Brett Witter, raccontano, circa l’impresa semi-sconosciuta, conclusa positivamente da Frank Stokes, storico dell’arte americano, durante la seconda guerra mondiale. Egli, che nel film si chiama George Stout (George Clooney), aveva ottenuto dal presidente Roosevelt l’autorizzazione a mettere insieme una piccola squadra di studiosi ed esperti a vario titolo in storia dell’arte, da spedire in Europa, come militari alle sue dipendenze, col compito di evitare ulteriori e dannosissime dispersioni del patrimonio artistico del continente, già gravemente danneggiato dai dissennati bombardamenti (inevitabile conseguenza della guerra tecnologica, tenacemente voluta dai generali americani per assicurarsi posizioni strategiche importanti senza sacrificare i soldati). Gli uomini di Stout avrebbero dovuto impedire che le opere d’arte, trafugate dai nazisti dai più prestigiosi musei di Francia e Paesi Bassi, nonché dalle collezioni private delle case ebraiche, rimanessero occultate nei rifugi segreti predisposti in vista della loro definitiva sistemazione a Linz, città natale del Führer, dove avrebbe dovuto sorgere una speciale enorme galleria, dedicata alla sua megalomania, per ospitarle.
Questo è la parte del film più interessante e utile, intanto perché ci fa conoscere un aspetto importantissimo di quella guerra, per l’enorme numero e per la qualità delle opere razziate dai nazisti, e poi perché impone a tutti noi una riflessione, di grande attualità nel nostro paese, circa le spese che l’arte e la cultura richiedono per la loro tutela e conservazione, affinché le generazioni più giovani possano, grazie a queste, prendere coscienza della propria identità storica e delle proprie radici culturali, ciò che significa, naturalmente, anche indicare che la sopravvivenza indispensabile delle cose del passato non può che affidarsi alle strutture pubbliche degli stati, nonostante i costi.
Con un cast stellare, che va dallo stesso George Clooney, a Matt Damon, a Bill Murray, a John Goodman, a Jean Dujardin, a Cate Blanchett, il regista ci offre un lavoro che non manca di una certa tensione narrativa, ma che non rinuncia purtroppo all’esaltazione ottimistica delle imprese dei soldati americani in Europa (benemeriti, per carità!), che lascia un po’ l’impressione finale dell’ “arrivano i nostri”, sulle note trionfali di una marcetta militare. Questa, forse, George Clooney se la poteva davvero risparmiare!

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il film che non c’era (Argo)

recensione del film:

ARGO

Regia:

Ben Affleck

Principali interpreti:

Ben Affleck, Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, Victor Garber, Tate Donovan, Clea Duvall, Scoot McNairy, Rory Cochrane, Christopher Denham, Kerry Bishé, Bob Gunton, Tom Lenk, Keith Szarabajka, Christopher Stanley, Barry Livingston, Chris Messina, Michael Parks, Richard Kind, Zeljko Ivanek, Philip Baker Hall, Michael Cassidy, Taylor Schilling, Kyle Chandler, Cas Anvar, Adrienne Barbeau, Titus Welliver – 120 min. – USA 2012.

Iran, 1979: a Teheran, cuore della rivoluzione islamica, l’ambasciata americana è nell’occhio del ciclone. In questo scenario si svolge la vicenda vera che il film racconta, accaduta, in quei giorni lontani, subito dopo la cacciata dello scià, l’odiatissimo Reza Palhawi che i rivoluzionari avrebbero voluto processare e che gli USA, invece, avevano aiutato ad allontanarsi, per ospitarlo. Questo è l’antefatto, narrato brevemente con l’ utilizzo di immagini e filmati d’epoca, dopo il quale la pellicola immediatamente si sposta sul  gruppo degli impiegati che, all’interno dell’ambasciata, si preoccupavano di bruciare e tritare i documenti e le prove del coinvolgimento americano nelle azioni violentemente antipopolari del sovrano, in una lotta contro il tempo, perché la folla, diretta dalle milizie islamiche di Khomeini, premeva sull’ambasciata per entrare e arrestare i suoi occupanti. Dopo l’uscita e il conseguente arresto degli addetti all’ambasciata che diventeranno ostaggi nelle mani dei rivoluzionari e oggetto di trattativa diplomatica fra i governi, erano rimasti, a completare il lavoro di distruzione dei documenti, solo sei impiegati, che vennero dapprima segretamente ospitati presso l’ambasciata canadese e che successivamente vennero liberati con una operazione, celata a lungo (fu Clinton a rivelarla), ad alto rischio, audace e insieme molto temeraria, che si concluse felicemente grazie anche a una serie incredibile di circostanze fortuite, ma soprattutto grazie al sangue freddo e all’audacia di un giovane uomo della CIA, Tony Mendez (Ben Affleck), che mise a punto un piano che sembrava così inverosimile e irrealizzabile da suscitare i dubbi dello stesso governo americano che rischiò  di mandarlo a monte.

Argo è il titolo di un film che mai vide la luce, ma che fu studiato nei minimi particolari, grazie anche all’intelligenza e alla generosità di un vero produttore cinematografico, che prestò uomini, denaro e competenze per realizzarne il progetto e renderlo credibile: gli organismi statali americani avrebbero dovuto essere esclusi da qualsiasi forma di coinvolgimento. Sotto falso nome e sotto le mentite spoglie di un regista canadese, Mendez riuscì a ottenere il permesso, per sé e per una troupe di sei uomini, addetti ai lavori, di perlustrare le vie di Teheran in cerca delle location necessarie alla realizzazione di un film fantascientifico, Argo, nonché l’autorizzazione a ripartire con un volo della Swissair dall’aeroporto di quella città. In un lasso di tempo brevissimo, i sei impiegati divennero esperti operatori, sceneggiatori, soggettisti, fotografi, tanto che, superando le molte resistenze e le paure, quanto mai comprensibili e umane, furono in grado di affrontare la situazione. L’intera operazione, però, era resa assai ardua dagli sviluppi imprevisti della rivoluzione, dai repentini mutamenti e dalle crescenti difficoltà che imponevano nuovi percorsi, nuove giustificazioni, nuove invenzioni. I racconti paralleli delle vicende dei sei impiegati, scettici, ma disperatamente costretti a recitare la loro parte; della solitudine di Tony Mendez, che più di ogni altro vedeva i rischi reali e improvvisava spesso sul momento i comportamenti che sembravano adatti; dei pasticci del governo americano che impartendo contrordini insensati si rivelava il peggior nemico del successo del disperato tentativo di portare tutti in salvo, si fondono in questo film in modo sorprendentemente interessante, e fanno letteralmente volare il tempo delle due ore di spettacolo, poichè riescono a trasportarci nel clima infuocato della rivoluzione khomeinista, della sete di giustizia del popolo dell’Iran, ma anche dell’ intolleranza fanatica che stava emergendo e colla quale anche oggi gli iraniani democratici stanno facendo i conti. Il film è a mio avviso molto bello, poiché, nella perfetta fusione dei diversi piani del racconto che è insieme thriller spionistico e ricostruzione attendibile della realtà storica e politica di allora, riesce a essere un importante elemento di conoscenza delle ragioni remote per le quali, ancora oggi, tutto il mondo guarda con apprensione alle questioni iraniane e ai problemi di quel popolo. La splendida regia domina la complessa materia con grande capacità di contenere in una narrazione pulita e senza effetti speciali la magmatica realtà rappresentata, lasciando parlare i fatti, che per la loro intrinseca drammaticità sono più che sufficienti a catturare l’attenta partecipazione degli spettatori.

USA al vetriolo (Il grande Lebowski)

recensione del film:
IL GRANDE LEBOWSKI

Titolo originale:
The Big Lebowski

Regia:
Joel Coen

Principali interpreti:
Jeff Bridges, John Goodman, Julianne Moore, Steve Buscemi, David Huddleston, Philip Seymour Hoffman, Ben Gazzara, John Turturro, Tara Reid, Peter Stormare, Sam Elliott, Philip Moon, Mark Pellegrino, Flea, Torsten Voges, Jimmie Dale Gilmore, Jack Kehler, James G. Hoosier, Carlos León – 117′ min. – USA, Gran Bretagna 1998.

Perché non approfittare del periodo estivo per riflettere su qualche vecchio film, ormai fuori dalle sale, ma ben presente e vivo nella nostra mente?

Le vicende di questo celebre film del 1998, scritto, prodotto e diretto dai “pestiferi” fratelli Cohen, si svolgono negli anni ’90 a Los Angeles. In scena è una storia bizzarra e divertente, nonché interessante, che prende l’avvio da una situazione che vanta illustri tradizioni già nel teatro classico: quella dello scambio di persona e dei curiosi equivoci che ne derivano. Qui il protagonista, che tutti chiamano Drugo, ha un nome vero: Jeffrey Lebowski, che, per uno scherzo del destino, è anche il nome di un riccone che egli non conosce, la cui moglie, molto giovane e spendacciona, ama indebitarsi nei negozi della città, inviandogli il conto. La narrazione inizia con la brutale aggressione di cui è vittima il povero Drugo, scambiato per il miliardario, nella propria abitazione, dove i creditori inviano una squadra di picchiatori, per ottenere di essere pagati. Gli eventi successivi non fanno che sviluppare questo episodio: Drugo vorrà conoscere il suo omonimo, per farsi risarcire dei danni subiti, ma sarà, suo malgrado, da questi coinvolto in una lunga serie di peripezie, durante le quali l’incontro con Maude Lebowski, figlia del riccone, cambierà il corso della sua vita. Il complicato e buffo intreccio narrativo, ricco di sorprese e colpi di scena è, come sempre per i fratelli Cohen, lo spunto grazie al quale essi esplicitano la loro irriverente e scanzonata visione del mondo, in cui caso e imprevedibilità sono i veri arbitri del nostro destino, indifferenti ai nostri piani, beffardi, anzi, nei confronti dei nostri progetti. Tutti i personaggi di questo film a loro volta esprimono tipi umani, maschere di ogni tempo, tuttavia ben collocate anche nella società americana contemporanea: Drugo è il contestatore pacifista non violento, eterno perdente, che vive fiero della sua purezza di emarginato, tra marjuana e alcoolici, senza sapere o potere incidere sulla vita politica, ai tempi del presidente Bush-padre e della prima guerra del Golfo; Walter è il reduce dal Vietnam, diventato prepotente e grottesco “miles gloriosus”, in realtà pasticcione velleitario e trombone; Jeffrey è il riccone che si è fatto da sé, imbroglione e cinico; Maude, sua figlia è l’ estrosa e imprevedibile artistoide, convinta che arte e vita coincidano; Donny è l’uomo normale che morirà banalmente durante una rissa non provocata da lui. La pista del bowling intorno alla quale si muovono molti dei principali personaggi diventa il luogo – simbolo della vita stessa, dove i birilli cadono o rimangono in piedi indipendentemente dall’abilità dei giocatori, perché la grossa boccia nera, per quanto ben manovrata, può riservare molte sorprese. Quest’opera dei Cohen, dunque, rappresenta, secondo me, la commedia umana dei nostri tempi, e, insieme, quella di ogni tempo, la sua inspiegabilità, la sua non riconducibilità a una qualsivoglia razionale interpretazione, il mondo tragicomico in cui si svolge quella avventura un po’ strana che è il nostro vivere.

un bambino in difficoltà (Molto forte, incredibilmente vicino)

recensione del film:
MOLTO FORTE, INCREDIBILMENTE VICINO

Titolo originale:
Extremely Loud and Incredibly Close

Regia:
Stephen Daldry

Principali interpreti:
Tom Hanks, Sandra Bullock, Thomas Horn, Max von Sydow, Viola Davis, John Goodman, Jeffrey Wright – 129 min. – USA 2012.

Anche questa è la storia di un bambino, un bambino un po’ speciale, di quelli che vengono in genere definiti “borderline” rispetto a quella severissima forma di disagio mentale, che è l’autismo.
Il piccolo Oskar soffre, infatti, come ci viene detto, di “sindrome di Asperger”, espressione di un disagio particolare, di origine genetica, che investe soprattutto la vita di relazione, nonché il comportamento.
Che cos’ha Oskar di tanto diverso dagli altri bambini? Nulla e tutto: ogni segno della sua “diversità” non indica di per sé alcuna “anormalità”: la somma di ognuno di questi segni e la presenza di altri più inquietanti sembrano invece indizi di malattia.
Ogni bambino, infatti, ha un rapporto privilegiato con uno dei genitori, col quale condivide segreti o un lessico particolare; oppure crea per sé un mondo fantasioso; oppure ama rifugiarsi in un angolo della casa per stare da solo, sotto il letto, o sotto il tavolo; ogni bambino ha inoltre paure e angosce non sempre razionali. Nella vita di Oskar questi comportamenti si accompagnano, però, ad altri meno diffusi: una logorrea irrefrenabile e ossessiva, per parlare soprattutto di sé; una scarsissima curiosità del mondo e delle persone che lo abitano, nei cui confronti, anzi, prova diffidenza e paura; una terribile tendenza autolesionista, la propensione a classificare cose e fenomeni secondo lunghi elenchi. Questo bimbo, così problematico ha un rapporto particolare col suo papà, che lo accetta com’è, assecondandone bizzarrie e sogni e anche insegnandogli che la realtà non è così temibile: basta interpretarne gli indizi, per scoprirne i segreti, che se indagati a dovere ci fanno comprendere il mondo: così, grazie a pochi segni, è possibile risalire addirittura all’esistenza di un fantomatico VI Distretto di New York… Questo padre, che ha una piccola gioielleria a New York, per puro caso, ha un appuntamento, l’11 settembre 2001, al World Trade Center: sarà una delle vittime dell’attentato alle Twin Towers.

La famiglia, che aveva trovato un modo per vivere con indulgente amore il rapporto con Oskar, ne verrà sconvolta, così come rischierà di essere per sempre perduto il precario equilibrio del bambino. Una chiave misteriosa, trovata in una busta che reca la scritta Black, emersa dall’armadio degli abiti del padre, sembrerà al piccolo Oskar l’ultimo segnale della presenza dell’uomo, quello che egli andava cercando per fare ordine negli eventi caotici e senza senso della sua esistenza: quando troverà la serratura alla quale la chiave era destinata, sentirà di aver ritrovato il padre e sarà, infine, uscito dal lutto. La sua ricerca, quasi un viaggio di formazione, sarà per un tratto accompagnata da un anziano signore muto, di un mutismo elettivo, dopo la terribile esperienza dei bombardamenti di Dresda. L’assenza della parola non gli impedisce però di comunicare e di parlare col piccolo facendosi benissimo intendere, attraverso la scrittura, efficacissimo suo surrogato. In questa seconda parte del film, interessante e densa di significati simbolici, il lavoro del regista assume, però, a mio avviso toni di patetismo furbo, strappalacrime e poco sopportabile, mentre ingiustificatamente ottimistica appare la prospettiva futura di “magnifiche sorti e progressive” per Oskar: un po’ troppo, se è vero che il piccolo, comunque, soffre di una malattia genetica! Non ho letto il romanzo di Jonathan Safran Foer, da cui il film è tratto, perciò non sono in grado di fare raffronti: mi limito a esprimere, come è giusto che sia, secondo me, il mio giudizio di perplessità su quell’opera autonoma che deve essere un film, anche rispetto al romanzo che l’ha ispirato. Notevole prova d’attore del bambino (Thomas Horn), così come quella dell’anziano che lo accompagna nella ricerca (Max von Sydow).

“inattualità” dell’artista (The artist)

recensione del film:
THE ARTIST

Regia:
Michel Hazanavicius

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller- 100 min. – Francia 2011.

Se un attore del cinema muto avesse desiderato dire qualcosa, lo si sarebbe dovuto considerare un matto e perciò sottoporre a un crudele elettrochoc. Nel 1927, anno che viene indicato come quello in cui il racconto ha inizio, viene in tal modo trattato il temerario attore che vorrebbe parlare: il cinema era ancora muto, ma comunicava benissimo; gli interpreti erano molto bravi e dotati di grande professionalità; essi conoscevano il modo per parlare col corpo, oltre che cogli occhi; si esprimevano con la gestualità, in cui erano diventati maestri, con la danza, con la mimica facciale ed erano così noti, per questo, da essere riconosciuti e ammirati anche quando camminavano per strada. Così era anche per gli animali che recitavano con loro: il cagnolino del famoso George Valentin, il protagonista di questo bellissimo film (un grandissimo Jean Dujardin), era talmente espressivo che davvero … gli mancava la parola, come a George; ma sarebbe davvero servita?
Nessuno aveva ancora considerato che la perfezione e la raffinatezza raggiunta dal cinema muto avrebbe dovuto fare presto i conti con due fattori imprevisti da molti degli addetti: il perfezionarsi della tecnologia e il mercato. L’introduzione del sonoro era, ormai, questione di poco tempo: già a partire dal 1929 si cominciò a costruire il film, cercando di accompagnarlo con la musica, e, dopo un po’ si sincronizzarono azioni e rumori; fra non molto si sarebbe trovato il modo di far parlare con la loro voce anche gli attori. George Valentin non crede che la cosa possa riguardare in alcun modo professionisti della sua esperienza e della sua popolarità: egli pensa che nel mercato del cinema ci sia posto per tutti: per chi vuole affrontare le novità senza badare troppo alla qualità della recitazione (così farà Peppy Miller, la giovane e briosa aspirante attrice che George lancerà e che successivamente occuperà un grande posto nel suo cuore), così come per chi preferisce continuare a rivolgersi a quel pubblico raffinato ed esigente che apprezza l’arte straordinaria degli attori che si esprimono con colta ricercatezza. Le cose non andarono così: anche gli ammiratori più fedeli erano curiosi estimatori della tecnologia, cosicché presto gli spettacoli sonori spiazzarono quelli muti, facendo finire nel dimenticatoio anche i grandi interpreti che non volevano adattarsi, come il grande George Valentin, cui la crisi del ’29 darà il colpo di grazia. Tutta questa vicenda è raccontata con intelligenza e cultura dal regista parigino Michel Hazanavicius, che insieme ai due splendidi protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Bejo, dà vita non a un film sul cinema muto, ma a un film muto e per di più in bianco e nero, quanto di più inattuale si possa immaginare in un’epoca così tecnologica come la nostra, in cui molti sembrano apprezzare soprattutto gli effetti speciali, il 3D, quasi fosse, ancora una volta, “la meraviglia” il fine della creazione artistica. Quest’opera è quasi una meditazione sul cinema, e più in generale sull’arte, che è nemica della moda, per sua natura effimera, ma è invece passione e lavoro, creazione che per durare nel tempo è sempre “inattuale”, in quanto destinata a scontrarsi con i luoghi comuni in ogni tempo e in ogni epoca. Film di grandissimo impatto emotivo, che, per quanto muto, parla a tutti noi come pochi altri, molto consigliabile a coloro che amano il cinema vero, i bravi attori e i registi intelligenti e sensibili.