Joker

recensione del film:

Joker

Regia:
Todd Phillips

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Robert De Niro, Zazie Beetz, Frances Conroy, Marc Maron
– 122 min. – USA 2019

Todd Phillips era, fino a poco tempo fa, un regista noto soprattutto al pubblico televisivo e anche cinematografico dei più giovani, nonostante qualche piccola incursione nel documentario  per adulti, come Hated: GG Allin and the Murder Junkies (1993), non uscito in Italia, ma ora proiettato in qualche raro cineclub per far conoscere un po’ dei trascorsi cinematografici di chi aveva ricevuto da poco il prestigioso Leone d’oro veneziano.

Questo Joker sembra infatti nascere da una sfida tutta interna al mondo dell’intrattenimento televisivo e cinematografico: è possibile conciliare il mondo scanzonato ed eversivo dei ragazzi, per loro natura aperti alle ipotesi del più radicale cambiamento dell’ordine sociale, con quello serio (e anche un po’ dileggiato) degli adulti colti e schizzinosi che da quel mondo preferiscono tenersi lontani?

1981 – South Bronx ovvero Gotham City

Il film ha la sua collocazione nel South Bronx newyorkese, che viene identificato con Gotham City, la città immaginaria dell’universo dell’immondizia in cui sono ambientati i fumetti delle edizioni DC Comics, che illustrano le avventure dell’eroe “buono” Batman, del quale il perfido Joker è l’antagonista.
Ogni sera rientra a Gotham, dopo le fatiche della giornata, Arthur Fleck (Joaquin Phoenix) uomo disturbato nella mente che vive con la madre Penny (Frances Conroy) nel South Bronx newyorkese. È povero, depresso cronico e cupo, ma convive dignitosamente con i suoi gravissimi problemi fino a quando, nel 1981, Ronald Reagan, diventato presidente degli Stati Uniti, per mantenere la demagogica promessa elettorale di abbassare le tasse, decide di tagliare le spese sociali, azzerando i servizi socio-sanitari indispensabili a lui, ossessivamente assediato da fantasmi e manie, a cui verranno negati i farmaci gratuiti nonché  la consulenza psicologica.
Il suo ruolo sociale un tempo era rispettato: vestiva da pagliaccio (era lui Joker) per divertire i bambini malati all’ospedale; ne usciva con la sua maschera e con quel vistoso costume portando in giro cartelloni pubblicitari, in attesa che arrivasse il suo momento, quello in cui avrebbe fatto il comico per davvero, in televisione come Murray Franklin (Robert de Niro) e tutti lo avrebbero riconosciuto e amato…Il suo sogno purtroppo, si saebbe scontrato presto con la disumanità che stava soffocando l’America di quegli anni: una generale Gotham City immersa ovunque dall’immondizia fangosa della crudeltà contro i più deboli, a cui non sarebbe rimasta che la ribellione anarcoide e irrazionale, facile pretesto per la repressione poliziesca in piena sintonia con la deriva reazionaria delle classi dirigenti.

Le dichiarazioni di Phoenix

Joaquin Phoenix ha dichiarato in numerose interviste, che si trovano facilmente sul Web, che mai si era sottoposto a una simile fatica, non solo fisica, ma culturale e intellettuale, per l’interpretazione di un film, essendo stata addirittura maniacale la cura con cui, insieme al regista, aveva impostato il proprio ruolo, la propria gestualità, il proprio comportamento. Allo stesso modo il film nel suo complesso era stato studiato nei particolari più minuti, con l’attenzione meticolosa di chi non intende lasciare proprio nulla al caso e all’improvvisazione.

Che dire? personalmente, al di là della ammirazione che non da oggi suscitano in me le interpretazioni di questo grande attore, il film, sicuramente urtante e disturbante, non mi ha suscitato gran commozione. Mi è sembrato al contrario un’operazione astutissima del regista che ha utilizzato le suggestioni di molti vecchi film per strizzar l’occhio agli spettatori in cerca d’autore di cui è chiarissimo indizio la presenza di Robert de Niro, nel ruolo del comico anchorman televisivo che ricalca quello di Jerry Lewis nel film Re per una notte che il grande Martin Scorsese aveva cominciato a girare proprio nel 1981 (guarda caso!) nel quale un giovane De Niro, nei panni di Rupert Pupkin ossessivamente convinto delle proprie straordinarie qualità comiche, aveva organizzato il rapimento del presentatore per sostituirsi a lui, fra le risate di un pubblico di facile contentatura (Re per una notte è la citazione più vistosa, quasi la falsariga su cui è costruito il film).

Il regista, però, non ha dimenticato neppure i giovanissimi nei confronti dei quali esprime,  con lo splendore della colorata e caotica rappresentazione della loro violenza con la maschera di Joker, una solidarietà sospetta, quasi assecondandone la volontà distruttiva, in vista di una palingenesi senza progetto che non può che alimentare la deriva reazionaria di cui Donald Trump (come già Ronald Reagan) sembra essere il più accreditato garante. Col pubblico giovane, inoltre, il dialogo è intessuto di episodi che hanno il solo scopo di spiegare agli adolescenti la dipendenza edipica di  Arthur, esemplificandola in una quantità di segmenti narrativi che appesantiscono la visione del film, dilatandone anche troppo la durata.

Per quanto mi riguarda, perciò, il regista ha vinto la sua sfida ambiziosa solo in parte: mille polemiche hanno accompagnato la premiazione veneziana, probabile frutto di un compromesso ingiusto per non scontentare una presidente di giuria che con le sue inqualificabili dichiarazioni aveva pregiudizialmente posto il proprio veto sull’ultimo film di Roman Polanski.
Questo spiega perché molti di noi (mi ci metto anch’io) amanti del grande cinema, e perciò di Polanski, hanno visto con riluttante diffidenza quest’opera, “ladra” di un onore, abusivamente conquistato.
Vero è, però, che un giudizio critico dovrebbe nascere da un’analisi il meno possibile emotiva, ma siamo umani e ci liberiamo con difficoltà dalle passioni che ci portiamo in cuore e che accompagnano la nostra vita.
Da vedere, in ogni caso.

I fratelli Sister

recensione del film:
I FRATELLI SISTER

Titolo originale
The Sisters Brothers

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Jóhannes Haukur Jóhannesson – 122 min. – Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA 2018. –

…vanno combattuti tutti coloro che campano alle spalle del proletariato senza svolgere alcuna attività”. Si rende necessaria la solidarietà fra le classi produttive “…dei collaboratori e dei soci, dal più semplice manovale al più ricco industriale, all’ingegnere più illuminato(Henry de Saint Simon).

Oregon 1851
Due fratelli, Eli e Charlie Sister (rispettivamente John C. Reilly e Joaquin Phoenix), cacciatori di taglie, lavorano al soldo di un potentissimo ma misterioso signore locale, il “Commodoro”, per catturare e uccidere Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), geniale chimico di provenienza medio-orientale e anche seguace delle teorizzazioni saintsimoniane, costretto a fuggire dalla California e, al momento del film, desideroso di raggiungere  il Texas, dove, a Dallas, ha in mente di costruire il migliore dei mondi possibili, secondo la prospettiva indicata dal suo ideale ispiratore.
Egli, grazie ai propri studi, aveva scoperto il modo per trovare l’oro nei fiumi senza fatica e senza guerre, utilizzando  una sostanza chimica dalla formula segreta, capace di rendere luminoso, e perciò facilmente separabile dall’acqua, il prezioso metallo.
Sulle tracce di Warm era stato inviato, coll’incarico di carpirne i segreti, e successivamente di ucciderlo, anche il detective e avvocato John Morris (Jake Gyllenhaal), uomo di studi umanistici, che avrebbe instaurato con lui un ambiguo rapporto, affascinato dal suo progetto sociale e dalle sue conoscenze scientifiche: Warm, insomma, pur non essendo un criminale, era l’uomo più ricercato del momento perché la sua formula magica per trovare l’oro faceva gola a tutti i potenti del West.

Leone d’argento per la miglior regia, quest’ultima fatica di Jacques Audiard, magnificamente interpretata dai quattro protagonisti in stato di grazia, è ora nelle nostre sale ed è da vedere, poiché costituisce la testimonianza della versatilità di questo prestigioso regista, che ha tradotto per il cinema, su proposta dell’autore Patrick Dewitt, il romanzo Arrivano i Sisters. Il regista francese ha girato per la prima volta in inglese, sceneggiando con lo scrittore l’opera ispiratrice, avvalendosi inoltre del concorso dei capitali non piccoli di una produzione multinazionale, composta da Francia, Spagna, Romania, Belgio, U.S.A.
Come nei più famosi western di Sergio Leone, i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda si trovano, per lo più, in territorio spagnolo (Aragona, Navarra), nonché, in questo caso, in Romania.
Audiard si è mosso rispettando la tradizione del genere, sia prediligendo i paesaggi aperti e selvaggi, gli spostamenti a cavallo, la febbre dell’oro, i momenti di dura e sgradevole violenza, sia includendo elementi di malinconica tristezza che evocano gli ultimi film di quella tradizione gloriosa, quelli che maggiormente hanno spiazzato e continuano a spiazzare le attese degli spettatori più fedeli, soprattutto per i temi “esistenziali” introdotti per i principali personaggi: Charlie, apparentemente il più motivato, è in realtà il più cupo e ombroso; Eli, apparentemente il più violento è in realtà sempre più riluttante a uccidere e come il fratello soffre per la nostalgia della casa e per la lontananza materna; Morris, tenuto all’obbedienza della legge, è sedotto, invece dall’utopia di Kermit Warm…
È presente in tutto il film una sorta di ironia indulgente nei confronti di quel mondo lontano che, nel veloce e irreversibile mutare del contesto storico, trasforma gli eroi individualisti di un tempo in picari avventurosi, un po’ donchisciotteschi, e che evidenzia come la fascinosa sicurezza scientistica e la fiducia nel progresso inarrestabile nascano da una pericolosa ignoranza circa gli effetti perversi della manipolazione della natura.

A beautiful Day

recensione del film:
A BEAUTIFUL DAY

Titolo originale:
You Were Never Really Here

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:

Joaquin Phoenix, Ekaterina Samsonov, Alessandro Nivola, Alex Manette, John Doman, Judith Roberts, Jason Babinsky, Frank Pando, Kate Easton, Madison Arnold – 95 min. – USA, Francia 2017

Dapprima aveva subìto la violenza di un padre arrogante e manesco fino al sadismo; poi quella barbarica e devastante delle guerre americane: con questa storia personale di paure, di odio e di sensi di colpa, Joe (Joaquin Phoenix) stava continuando a fare i conti, irrobustendo il proprio corpo per temprarlo al dolore più acuto, senza riuscire, però, a indurire il proprio cuore. Al suo ritorno dall’ultima campagna militare, reduce quasi miracolato dal destino, aveva ritrovato la madre (Judith Roberts), della cui sopravvivenza economica ora si prendeva cura volentieri, perché l’amava teneramente, ma aveva fatto fatica a riconciliarsi con se stesso, né gli era bastata l’assistenza psicologica che lo stato americano aveva assicurato a tutti i soldati che come lui avevano portato a casa la pelle. Le spaventose cicatrici disseminate sul suo corpo parevano perciò riflettere soprattutto i mali dell’anima, che si manifestavano durante la notte, percorsa da incubi e paure, dai tormenti che sempre lo riconducevano alle proprie terribili esperienze, in una così claustrofobica coazione a ricordare da togliere il fiato e anche la voglia di vivere. Si manteneva, adesso, con un’attività da investigatore e, all’occorrenza, da sicario professionale infallibile nel colpire e nell’occultarsi rapidamente, interessato soprattutto  a vendicare le vittime degli innumerevoli abusi che colpivano i più deboli. Dopo aver “punito” in modo atroce, su commissione, alcuni delitti sordidi, legati al sottobosco dei pedofili, Joe era stato contattato, perché fornisse la sua opera, da un esponente politico che stava contendendo a un rivale corrotto e vizioso, capo di un’organizzazione mafiosa per lo sfruttamento della prostituzione minorile, la carica di governatore. Costui infatti aveva sicuramente fra le mani Nina (Ekaterina Samsonov) l’irrequieta figlia adolescente, fuggita di casa. Il padre affranto gli affidava l’investigazione, nonché la punizione di tutti i colpevoli, dai manovali del crimine all’illustre organizzatore dello squallido giro di ninfette. Coinvolto in un dramma intessuto anche di trame politiche, Joe stava giocando, in realtà, la partita che avrebbe deciso in ogni caso della propria vita o della propria morte, che egli avrebbe affrontato senza viltà e senza compromessi.

Dopo aver presentato alquanto sommariamente le linee generali del quadro entro il quale si muove Joe, il protagonista del film, voglio aggiungere che si tratta sicuramente di un film molto autoriale della regista scozzese Lynne Ramsay, la stessa che nel 2011 aveva diretto il bellissimo e cupo …E ora parliamo di Kevin. A lei, dunque, dobbiamo ancora una volta la meditazione dolorosa sul male, sul suo insediarsi nell’uomo attraverso percorsi tortuosi e condizionamenti ambientali e sociali difficili da evitare e rimuovere. Del romanzo di Jonathan Ames, che dà il titolo alla versione originale del film, You Were Never Really Here, la regista ha scritto la sceneggiatura che, sebbene premiata dalla giuria di Cannes lo scorso anno, costituisce, a detta di molti critici (assai divisi nel merito), l’aspetto meno convincente del film, costruito più sulla fotografia che sulla scrittura. Grazie alla sua antica passione fotografica, la regista lavora infatti accostando e raccordando, con gusto sopraffino, colori e sfumature, cosicché raffredda in una spettacolare composizione visiva gli effetti splatter più truci e repellenti. Il colore del sangue diventa una sfumatura appena più cupa dei rossi tramonti di Manhattan mentre l’oscurità, puntinata dalle mille malferme luci della notte di NewYork, diventa lo sfondo degli incubi di Joe in cui realtà e immaginazione ossessivamente si alternano e si confondono in un dormiveglia insopportabilmente oppressivo, in cui il presente perde i propri contorni e lascia lo spazio alle allucinazioni e alle angosce. Lo spettatore stesso viene coinvolto in questo incerto susseguirsi di realtà e di immaginazione, ciò che comporta, alla fine del film, una notevole incertezza sulla consistenza verosimile di ciò che ha visto e soprattutto di ciò che ha capito. Non per nulla una parte della critica internazionale ha giudicato severamente questo film, nonostante alcuni pregi innegabili, come la colonna sonora azzeccatissima di Jonny Greenwood e l’interpretazione eccelsa di Joaquin Phoenix, irsuto e imbruttito come non mai, premiato con la Palma d’oro per la migliore interpretazione maschile. Film abbondantemente citazionista ed evocativo di altro cinema (da Scorsese di Taxi driver all’ Anderson di The master, addirittura al Dillinger di Marco Ferreri chiaramente citato in una scena importante, in cui due cuscini che coprono un volto presentano l’inconfondibile traccia insanguinata dello sparo assassino). Che dire? I difetti rilevati ci sono, ma forse non sono sufficienti a dissuadere un cinefilo dal consigliarne la visione. Era migliore il film precedente, forse, ma questo è intrigante e anche un po’ insolito. Da vedere!

Maria Maddalena

recensione del film:
MARIA MADDALENA

Titolo originale:
Mary Magdalene

Regia:
Garth Davis.

Principali interpreti:
Rooney Mara, Joaquin Phoenix, Chiwetel Ejiofor, Tahar Rahim, Shira Haas, Charles Babalola, Tawfeek Barhom, Uri Gavriel, Zohar Shtrauss, Hadas Yaron, Tsahi Halevi, Michael Moshonov, Ariane Labed, Sarah-Sofie Boussnina, Ryan Corr, Lubna Azabal, Lior Raz – 120 min. – Gran Bretagna 2018.

Ambientato nella Palestina del I secolo, più precisamente nel 33, anno a cui si fa risalire la crocifissione di Cristo, il film ci racconta la storia di Maria (Rooney Mara), figlia ribelle di una altolocata famiglia ebrea di Magdala che l’aveva destinata al matrimonio contro la sua volontà. La giovane, che per questa ragione era fuggita dalla propria casa, era entrata a far parte dei discepoli di un predicatore, Gesù di Nazareth (Joaquin Phoenix), che con loro, che lo chiamavano Rabbi (Maestro della legge), attraversava terre, deserti e villaggi, con l’obiettivo di raggiungere il tempio di Gerusalemme nella settimana della celebrazione della Pasqua ebraica.
La folla dei seguaci, uomini e donne, si infittiva durante il viaggio, grazie alla semplicità suggestiva di quella predicazione, alla fiducia suscitata da quel messaggio d’amore e di pace e alle guarigioni miracolose con le quali Gesù accompagnava le  parole, conforto e incoraggiamento per le popolazioni di ebrei  smarriti e incerti, dopo che i governatori romani avevano cominciato a perseguitarli per la loro fede monoteistica, creando paure e divisioni.
Maddalena, che era stata la prima donna a seguire il Maestro, aveva la comprensione e il rispetto di tutti, ma soprattutto era prediletta da lui, poiché meglio di altri ne aveva colto l’importanza profetica rivoluzionaria, capace di mutare il cuore degli uomini mitigandone la rabbia e il desiderio di vendetta e di guerra.
Il film, che si vede con piacere, essendo narrato in modo molto asciutto e teso ed essendo (soprattutto) privo di quella retorica compunta a cui l’argomento religioso potrebbe prestarsi, è ricco di altri pregi. Fra questi va ricordata in primo luogo l’ottima prova dei due principali attori, sempre molto controllati e pacati nell’espressione e nell’accettazione del dolore. Molto apprezzabile, poi, il ritratto di Maria Maddalena, donna cosciente di sé, ben decisa a difendere, con dolce fermezza, il messaggio cristiano di cui era diventata convinta mediatrice, nella certezza della sua necessità, così come è molto interessante la rappresentazione degli apostoli, umanissimi nelle incertezze, nelle fragilità e nelle paure; non sempre pronti a cambiare il loro sentire, ancora troppo turbato dai risentimenti, dai rancori o dai ricordi familiari che non avevano del tutto abbandonato per seguire il Maestro: questo (forse) potrebbe non essere accettabile sul piano della dottrina, ma li rende umanamente molto simili a noi, che li vediamo con simpatia fraterna. Bellissima, infine, la fotografia dei volti e del paesaggio, che è quello dell’Italia meridionale, continentale e siciliana, scelta come location dell’intero film.

Una Maddalena insolita, dunque, diversa dall’immagine della prostituta redenta da Gesù Cristo diffusa dalla tradizione cristiano-cattolica, consolidata dal papa Gregorio Magno, che nel calendario liturgico unificò nella sola persona di Santa Maria di Magdala tre presenze femminili del Nuovo Testamento.* Il cinema si era già ripetutamente occupato di lei, attraverso alcune opere famose fra le quali ricordo soltanto L’ultima tentazione di Cristo (1988) di Martin Scorsese, che pur accogliendo, senza mettere in discussione, la decisione di papa Gregorio, aveva introdotto nella sua pellicola alcuni elementi eterodossi, in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa, ciò che aveva destato violentissime proteste nel mondo cattolico più conservatore e guai infiniti a lui.
Il regista di questo film, invece, pare orientato a una ricostruzione basata sulla tradizione dei Vangeli Apocrifi, fra cui principalmente Il Vangelo di Filippo e il cosiddetto Vangelo di Maria, giunti a noi attraverso frammenti molto lacunosi, che, come i quattro Vangeli canonici, sono principalmente mirati all’interpretazione del messaggio cristiano, piuttosto che alla narrazione storica della vita di Gesù e testimoniano perciò soprattutto le divisioni interne al mondo cristiano dei primi secoli, cui posero fine, come sappiamo, le decisioni dell’imperatore Costantino al termine del concilio di Nicea (325).

———
* Maria di Magdala, Maria di Betania e la Peccatrice senza nome che si era lasciata convincere dalla forza delle parole di Gesù. Da allora Maddalena, ufficialmente, era stata presentata come l’ex peccatrice che per essersi affidata al Cristo, e per averlo seguito fino ai piedi della Croce, era stata santificata.

 

 

Irrational Man

Schermata 2015-12-27 alle 15.04.56recensione del film:
IRRATIONAL MAN

Regia:
Woody Allen

Principali interpreti:
Jamie Blackley, Joaquin Phoenix,Parker Posey, Emma Stone, Meredith Hagner, Ethan Phillips, Ben Rosenfield, Julie Ann Dawson, Allie Marshall, David Aaron Baker, Pamela Figueiredo Wilcox, J.P., Valenti, Susan Pourfar, David Pittu, Nancy Ellen Shore – 96 min. – USA 2015.

Anche quest’anno è arrivato il cinepanettone di Woody Allen, puntualissimo e abbastanza ovvio, come i suoi più recenti film da qualche tempo (solo il finale di cui non dirò nulla, ovviamente, mi è sembrato un po’ insolito). In una cittadina dell’East Coast è arrivato per insegnare filosofia nella locale università il professor Abe (Joaquin Phoenix). E’ un uomo non più giovanissimo, belloccio, che si porta addosso (oltre a qualche chilo di troppo) la fama del gran seduttore: in ogni caso le donne lo notano da subito, forse perché ha l’aspetto del bel tenebroso, che, a quanto pare, piace sempre. In realtà Abe è davvero un po’ ombroso e tormentato: non ha risolto i propri problemi esistenziali né riesce a trovare risposte nel suo Kant, nonostante proprio l’etica kantiana sia l’oggetto del suo corso universitario. Si direbbe anzi che che il grande filosofo tedesco col suo imperativo categorico non faccia altro che aggravare la crisi del prof. arrivando a condizionarne il comportamento persino tra le lenzuola: le donne non gli mancano, ma come amante sta diventando un disastro!

E se lasciasse perdere Kant? In effetti non da un filosofo, ma da Dostoevskij (ancora!) sembra arrivargli qualche risposta: forse sarà possibile anche a lui, come era stato per Raskolnikov, trovare nel delitto, questa volta senza castigo, il modo per riappropriarsi di sé, tornando a vivere pienamente senza tormentarsi oltre, proprio come come un vampiro che può sopravvivere solo attingendo dal sangue dei viventi la propria linfa vitale. Il film  diventa a questo punto un giallo, quasi un thriller: è la storia della preparazione e dell’esecuzione di un delitto assolutamente perfetto, da parte dell’insospettabile e stimato professore, commesso il quale egli diventerà quell’amante perfetto che le donne avevano desiderato. Non finirà così, com’è intuibile: sarà proprio una delle sue adoranti studentesse (non particolarmente brillante, quanto a conoscenze filosofiche) a smascherarlo.

Nutro qualche dubbio che un insegnante di tal fatta, che non si distingue davvero per l’acutezza e la profondità della mente, affascini sul serio le fanciulle benpensanti che frequentano le università periferiche dell’Impero, per quanto ingenue le si possa immaginare. Certo, questo prof. è Joaquin Phoenix…

Non dirò altro, se non che il film contiene, accentuandoli, molti difetti delle ultime opere di Allen: l’eccesso di parlato e l’insistenza (quasi caricaturale, ormai) sugli stessi problemi esistenziali morali e filosofici trattati, con ben altra acutezza dialettica, in molti ottimi suoi film precedenti. Inoltre, i riferimenti all’etica kantiana, ridotta a una vulgata fastidiosamente superficiale, sono da dimenticare, così come le confutazioni semplicistiche e banali della innamorata studentessa Jill (Emma Stone).

Mi rendo conto che ogni film di Allen assicuri incassi cospicui in ogni caso, ma esprimo ugualmente la mia tristezza di fronte a film che così pallidamente ci ricordano il suo cinema d’antan.

Non provarci più, Woody!

 

Vizio di forma

Schermata 2015-02-28 alle 09.47.42recensione del film:
VIZIO DI FORMA

Titolo originale:
Inherent Vice

Regia:
Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Katherine Waterston, Eric Roberts, Josh Brolin, Benicio Del Toro, Owen Wilson
 – 148 min. – USA 2014.

California – 1970.  Il detective privato Doc Sportello (Joaquin Phoenix) aveva visto ricomparire, nella sua casa alla periferia di Los Angeles, la donna che da un anno l’aveva lasciato, la bella Shasta (Katherine Waterston), sempre che si trattasse davvero di lei e non di un’allucinazione, non impossibile per lui, vecchio hippy alla ricerca continua di trip da marijuana. La donna, come in passato molto sexy e bellissima, adesso era anche insolitamente elegante nel vestire, segno che se la stava passando piuttosto bene, sebbene il suo sguardo tradisse una certa inquietudine ansiosa, che a Doc non era sfuggita. Egli aveva creduto alla richiesta di aiuto di lei (la vecchia fiamma non si era ancora spenta nel suo cuore), che, a sentirla, affermava di essere stata coinvolta, suo malgrado, in un oscuro complotto contro Mickey Wolfmann, il ricchissimo amante e potente boss dell’edilizia californiana, la cui moglie Sloane stava tramando per ricoverarlo in manicomio e impadronirsi del suo patrimonio. L’indagine che Doc aveva avviato nell’intento di sventare la macchinazione era arrivata un po’ tardi, poiché Mickey Wolfmann era sparito all’improvviso, e quasi contemporaneamente era sparita anche la bella Shasta, mentre con grande tempestività piovevano su di lui intimidazioni e minacce di ogni tipo e strani personaggi, collegabili a Wolfmann, mostravano di conoscerlo assai bene. Si stava creando, dunque, intorno a Doc un clima confuso, oscuro, allusivo di chissà quali colpe, senza cause plausibili, alimentato da  poliziotti ambiziosi, probabili spie e agenti federali, in un crescendo di situazioni grottesche e intricate, dalle quali pareva sempre più difficile uscire.

Attenendosi abbastanza fedelmente al romanzo Inherent Vice*, dello scrittore americano Thomas Pynchon (una delle poche voci rimaste fra quelle degli hippy degli anni sessanta), il regista Paul Thomas Anderson, dopo il bellissimo The Master ci offre con questo racconto un altro grande scorcio della storia americana, agli inizi degli anni ’70, alla vigilia del Watergate. Intriso di ironico umorismo l’intreccio, in origine abbastanza  lineare, è reso, come nel romanzo, vieppiù complicato per gli innesti progressivi di altre vicende, secondarie ma non inutili, che ne dilatano i contorni. La storia di Mickey Woolfmann, lo spregiudicato palazzinaro che aveva sfigurato Los Angeles, costruendo brutte case con vista sull’immondizia, arricchendosi con sistemi truffaldini e circondandosi di balordi neonazisti, diventa in tal modo, a poco a poco, il ritratto di un’intera città, sarabanda di corrotti e corruttori, di società segrete simil-massoniche, che, nascondendo le loro attività criminali dietro cliniche odontoiatriche o centri per il benessere, offrono copertura a qualsiasi tipo di illegalità, dal traffico internazionale di droga, a quello delle minorenni, al rapimento delle persone facoltose, depredate delle loro ricchezze e della loro identità, e allontanate dal mondo e dalla società. Tutto ciò era potuto accadere grazie alla complicità di politici compiacenti, di giudici poco interessati alla giustizia, nonché di agenti di polizia locale e federale che miravano ad arricchirsi e che si muovevano come schegge impazzite di un opaco e bulimico sistema di potere, pronte a scatenare guerre sanguinose contro i piccoli trasgressori di mezza tacca, come il povero Doc Sportello, tenace fumatore di spinelli e detective paziente e più determinato di quanto si creda. La Los Angeles di Pynchon-Anderson è anche l’ironica metafora di un gruppo di potere, violento e intollerante, che, azzerata la voce degli oppositori, in seguito ai delitti che nel corso degli anni ’60 avevano tolto di mezzo, a una a una, le personalità democratiche più prestigiose, non accettava, ora, neppure il dissenso della voce alquanto sfiatata degli ultimi hippy, che assai debolmente avevano cercato di cambiare il mondo. Il film, bellissimo e anche divertente nella sua grottesca bizzarria è arricchito da un diffuso, quanto insolito, colore psichedelico della bellissima fotografia Robert Elswit e dalla musica suggestiva di Jonny Greenwood. È, inoltre interpretato superbamente da Joaquin Phoenix e da tutti gli altri attori, fra i quali si distingue, sopra ogni altro, Josh Brolin, nella parte di Big Foot, il poliziotto carrierista, sempre sconfitto ed eterno perdente, mentre brevemente compaiono Benicio Del Toro (Sauncho Smilax) e Owen Wilson (nella parte ambigua di Coy Harlingen)

——–

*Il romanzo, tradotto in lingua italiana e pubblicato nel 2011 dall’editore Einaudi, porta lo strabiliante e inesatto titolo, immediatamente utilizzato (che strano!) dai distributori italiani del film Vizio di forma. Inherent vice, invece significa l’esatto contrario: è il vizio connaturato ad alcuni oggetti che, proprio in quanto portatori di certe caratteristiche intrinseche (la fragilità, per esempio), vengono esclusi da qualsiasi forma di assicurazione.

 

 

storia d’amore nel tempo dei mondi virtuali (Lei)

Schermata 03-2456730 alle 22.15.43recensione del film
LEI

Titolo originale:
Her

Regia:
Spike Jonze

Principali interpreti:
Joaquin Phoenix, Amy Adams, Rooney Mara, Olivia Wilde, Caroline Jaden Stussi, Laura Meadows, Portia Doubleday, Sam Jaeger, Rachel Ann Mullins, Katherine Boecher, Alia Janine, Jeremy Rabb, Lynn Adrianna, Luka Jones, Eric Pumphrey – 126 min. – USA 2013.

Scarlett Johansson non appare nel corso del film se non come voce, che si perde nel doppiaggio di Micaela Ramazzotti

E’ quasi impossibile costruire veri rapporti di solidarietà, d’amicizia o d’amore in ambienti sempre più disumanizzati, come la futura, ma non troppo, Los Angeles di questo singolare film in cui la realtà virtuale pare prevalente ovunque, e l’attenzione ai problemi di ciascuno non esiste. Insieme alle non lontane spiagge-formicaio dei weekend, in cui confluiscono migliaia e migliaia di suoi abitanti alla ricerca vana di compagnia, di svago e di riposo, la capitale californiana è scenario ed emblema di questa pellicola di Spike Jonze: bellissima, ma gelida nella ripetitiva tipologia dei grattacieli, nelle strade in cui si aggirano, senza meta né direzione apparenti, anonime e frettolose folle di passanti che, ignorandosi l’un l’altro, sono affaccendati a parlare da soli senza curarsi di tutti gli altri.
Theodore, unico protagonista del film (un bravissimo Joaquin Phoenix), dopo la fallimentare esperienza matrimoniale, conduce un’esistenza solitaria e triste. Per vivere scrive, su commissione, lettere virtuali: deve, cioè, inventare le lettere che avrebbero potuto scrivere coloro che o non sono più in grado di farlo o non vogliono continuare a farlo. A Theodore bastano poche conoscenze per offrire ai committenti calde testimonianze d’amore e d’affetto, capaci di creare l’illusione di non essere stati totalmente abbandonati e dimenticati. Segretario galante dei nostri giorni, egli sa adattare le parole alle circostanze più diverse e sa rendere così credibile e così formalmente elegante quel tipo di corrispondenza che un editore, spontaneamente, gli offre persino di mettere in vendita il volume che contiene il prezioso epistolario*. I rapporti con i suoi colleghi, invece, sono assai distratti: tutti ne ammirano il talento, ma né amicizie vere, né amori profondi sembrano poter attecchire negli uffici eleganti e freddi, in cui dominano i nuovi computer, quelli capaci persino di imitare la grafia di chi scrive, sia pure attraverso l’interposta persona di Theodore, lo scrivano.
Mentre, dunque, nella realtà il bisogno umanissimo di attenzioni e di amicizia non trova risposte, a queste si stanno dedicando gli uffici-studio delle case di software, che riescono infine a creare proprio quello che ci vuole: Samantha. Ha questo nome, nonché voce femminile, il nuovissimo sistema operativo (O.S.1) personalizzato, che dopo aver ottenuto qualche scarna informazione sull’utente, ne coglie le esigenze alle quali adatterà il proprio parlare e il proprio comportamento. Theodore, perciò, sembra aver trovato quello che stava cercando per vincere l’isolamento: Samantha, infatti, presto ne diventerà la segretaria che gli ricorda gli impegni, l’amica fidata con cui parlare, la confidente delle notti insonni, nonché la donna di cui ci si può innamorare, e della quale infatti egli, infatti, si innamora, dopo averne plasmato carattere e modi, come un moderno Pigmalione, che dà vita alla statua forgiata secondo i propri desideri.
Anche Samantha si innamora di Theodore e, sua croce e delizia, vuole essere onnipresente nella sua vita quotidiana, seguendolo ovunque e cercando di comprendere la realtà del mondo attraverso i suoi occhi. Egli, d’altra parte, la porta sempre con sé, in quel minuscolo smartphone che, sporgendo dal taschino, le permette di guardarsi attorno: saprà, grazie a lui, allora, com’è fatta una città, una spiaggia, cos’è il mare, che cosa il mutare del tempo e delle stagioni… Il puro flatus vocis si trasforma a poco a poco in essere pensante, che cresce e acquista autonomia, rivendicando i propri spazi e il proprio diritto a conoscere altri, con cui condividere gioie, dolori, affetti: esigenze di ognuno e perciò anche sue, ciò che scatena ovviamente mugugni e gelosia del suo possessivo amante. Poiché, tuttavia, nessun amore al mondo è per sempre, verrà anche per i due amanti il momento doloroso dell’addio: l’O.S.1 verrà rimpiazzato da un altro più adeguato agli utenti più esigenti, e a lui non resterà che il rimpianto di un amore quasi perfetto.

Il film si presenta come opera di notevole spessore, molto ricca di implicazioni culturali che offrono più di uno spunto di riflessione sul futuro che ci attende fra non molto, quando dovremo fare i conti con la realtà di uomini spiazzati dal mondo virtuale dei social network, e sospinti, senza quasi averne coscienza, ad affrontare da soli, con l’aiuto di piccoli aggeggi intelligenti, i problemi che nei secoli hanno richiesto ovunque sforzi organizzativi collettivi e solidali.
Il film si presta anche a letture di livello più complesso e ripropone, secondo me, in chiave moderna, alcuni miti antichi, fra cui principalmente quello di Pigmalione, cui ho già fatto cenno, e quello del bellissimo Narciso, incapace di amare altri da sé, per amore del quale la ninfa Eco si era tolta la vita riducendosi a pura voce replicante. Per molti aspetti, quindi, la coppia Samantha-Theodore è riconducibile a un solo individuo e al suo doppio, almeno finché lei diventa una persona pienamente dotata di propria individualità, diversa nei gusti, nelle scelte e nelle prospettive.
Il film era molto atteso, dopo due settimane povere di uscite di qualità ed è certo molto interessante e insolito, da vedere imperativamente, almeno una volta, in lingua originale.

*probabile citazione ironica del romanzo autobiografico di John Fante Chiedi alla polvere, ambientato in una Los Angeles in cui gli editori respingono per molto tempo i romanzi dello scrittore, condannandolo a lunghi anni di stentata sopravvivenza. Il film è molto citazionista!

 

Un intelligente e assai condivisibile tentativo di interpretazione del film potete trovarlo QUI

cupo drammone (C’era una volta a New York)

Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.

la strana amicizia (The master)

Schermata 01-2456297 alle 17.17.25recensione del film

THE MASTER

Regia:

Paul Thomas Anderson

Principali interpreti:

Philip Seymour Hoffmann, Joaquin Phoenix, Amy Adams, Laura Dern, Lena Endre, Kevin J. O’Connor, Rami Malek, Ambyr Childers, Jesse Piemons, Darren Lo Gallo, W. Earl Brown – 137 min. – USA – 2012

Anche se porta a casa la pelle, l’ex marine Freddie Quell (Joaquin Phoenix) riesce a vivere e a dimenticare gli orrori, le paure e le atrocità della seconda guerra mondiale  grazie ai micidiali intrugli di alcool che si prepara. Egli, che era stato un giovane fragilissimo, per aver perso da ragazzo il padre e per aver visto successivamente ricoverare la madre in manicomio, ora, che la guerra è finita, avrebbe bisogno, prima di ogni altra cosa, di calore e accoglienza affettuosa e anche di una presenza femminile come quella di Doris, la fanciulla vicina di casa che aveva lasciato e che ora vorrebbe ritrovare: una donna vera, non più quella di sabbia con la quale placa le sue ossessioni sessuali. Se non è facile per nessuno dei suoi compagni combattenti reinserirsi in una vita normale, per uno come lui, che ha imparato, prima e durante la guerra, a indurirsi e ad aggredire per difendersi, questo inserimento diventa quasi impossibile. Il governo degli Stati Uniti affronta il problema dei reduci cercando di convincerli, grazie all’aiuto di psicologi ed esperti, che il sogno americano, ora, che la pace lo consente, è lì, alla portata di chiunque voglia riprendere in mano il proprio destino, inventandosi un futuro e realizzandosi in un’attività che farà anche ben guadagnare. Per Freddie, tuttavia, la realtà è più dura, perché la sua reattività violenta è diventata incontrollabile e si manifesta ovunque egli cerchi di lavorare, costringendolo a fuggire sempre, e ad abbandonare perciò quelle poche relazioni umane che era riuscito a mettere in piedi. Alla fine di una di queste sue lunghe fughe, egli sarà accolto a bordo di una nave dove è in corso una festa di nozze.

Inizia in questo momento la parte centrale del film, quella che racconta l’amicizia che legherà il nostro Freddie al proprietario dell’imbarcazione, Lancaster Dodd (Philip Seymour Hoffman), colui che lo accoglie  a bordo, stremato e quasi in coma etilico, con l’intento di aiutarlo a ricuperare la piena coscienza di sé, applicandogli la cura nuova, che sta sperimentando e che forse potrebbe funzionare. Lancaster è un uomo strano: un po’ medico, un po’ filosofo, molto istrione: egli è il capo carismatico di una setta che si sta organizzando per “cambiare il mondo”, cercando di trasformare gli uomini in creature pienamente capaci di controllare gli istinti animali da cui sarebbero dominati. L’organizzazione, che si autonomina La Causa, sta facendo proseliti nell’ambiente della media borghesia che vive nelle villette periferiche ai margini delle piccole città, ma non nelle metropoli, non a New York. I discorsi di Lancaster, infatti, sono fumosi e mistici e non riescono a trovar udienza laddove il tessuto sociale è costituito da individui per lo più colti, coscienti dei problemi reali, riluttanti ad accettare soluzioni dogmatiche e semplicistiche, che hanno a fondamento l’ipnosi e la regressione della mente; fanno breccia invece in quella parte della popolazione mediamente acculturata, che si lascia affascinare, quasi ipnotizzata, dal suo strano linguaggio, immaginoso e misterioso, fatto di vulgata psicanalitica e metempsicosi, che procede, come dice suo figlio, per  improvvisazione, e che è sostanzialmente povero di logica e di scientificità. Lancaster ha bisogno di Freddie, quasi come di una cavia per sperimentare le proprie intuizioni; Freddie ha bisogno di protezione e affetto. Ne nasce un sodalizio profondo, quasi una storia d’amore, dirà il regista, certo di fascinazione reciproca: Freddie si sente in dovere di difendere l’amico, a modo suo, naturalmente, cioè a suon di botte ogni volta che qualcuno metta in forse i fondamenti scientifici della nuova dottrina, rivelandone l’essenza manipolatrice e dogmatica, o dubiti della liceità dell’esercizio senza titoli dell’arte medica. Finirà in galera, col suo guru, ma ne uscirà, mentre crescono i dubbi, soprattutto nella moglie di lui, sulla convenienza di continuare a tenere presso la famiglia Freddie, evidentemente incorreggibile, la cui imbarazzante presenza mette a rischio La Causa, che, ormai decisamente avviata al successo, non ha bisogno degli scandali che la sua violenza irriflessiva provoca.

I dubbi di lei (Amy Adams), tuttavia, non riusciranno a separarli del tutto, perché Freddie è diventato indispensabile al suo maestro, tanto che, in questa complicato intreccio di amicizia, quasi-amore, possessione, quasi si stenta a capire quale dei due sia davvero riuscito a catturare l’altro, sembrando del tutto assente quel fenomeno del “plagio” psicologico, che è tipico delle moderne sette, nelle quali la volontà dell’adepto verrebbe completamente asservita a quella del guru. Costretto dalla necessità in un primo momento, Freddie finisce poi, quasi con divertimento, per accettare la “cura” di Lancaster, ma rimane se stesso, nella sua follia trasgressiva (non si fa scrupoli, infatti, nell’accettare le avances della figlia di lui; ascolta distrattamente le sue lezioni, e, se siede vicino a una bella donna, proprio mentre Lancaster parla per condannare i comportamenti animali, le scrive un biglietto esplicitamente osé), così come rimane se stesso nella solitudine individualistica: da vero eroe americano sarà, da solo, sconfitto, mantenendosi però fedele al suo modo di vivere e di pensare, come ci verrà meravigliosamente detto nel finale, che richiamando circolarmente l’incipit del racconto, donna di sabbia compresa, ne sottolinea la sostanziale immutabilità.

Il film, Leone d’argento all’ultimo festival di Venezia, ha guadagnato anche la coppa Volpi per entrambi gli attori protagonisti, sublimi interpreti di un lavoro niente affatto semplice e per certi aspetti molto ambiguo (lo dico perché è un fatto, non perché voglia connotarlo negativamente!). Tutti gli attori sono però molto bravi sotto la direzione perfezionista di questo regista che, ricostruendo con scrupolo filologico, quasi pignolo, gli ambienti di allora e addirittura usando gli strumenti cinematografici che venivano adoperati nell’epoca di cui il film parla (comprese le camere da 70 mm), ha narrato, senza fretta, una vicenda che, pur assomigliandole, non è la storia di Scientology, né  è la storia degli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale, anche se quella storia è presente e condiziona tutto il film e non è neppure solo la narrazione di una tenace amicizia che assomiglia a un amore. Che cos’è allora? Probabilmente è solo un film costruito benissimo, per il gusto di raccontare, ineccepibile sul piano formale, con immagini di grande bellezza e suggestione, su due personaggi insoliti per i quali è difficile provare simpatia. Non è però detto che i film debbano per forza contenere personaggi positivi.

Two lovers

Recensione del film
TWO LOVERS

Regia:
James Gray
Principali interpreti:
Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, Moni Moshonov, John Ortiz, Bob Ari, Julie Budd
– 100 min. – USA 2008.

Secondo me, questo film, che giudico davvero molto bello, è molto più che un film d’amore e di amanti, come lascerebbe intendere il titolo. E’ soprattutto anche un film sulla difficoltà di vivere e di progettarsi quando un’educazione apertamente autoritaria (nel caso di Michelle) o, che è lo stesso, iperprotettiva (nel caso di Leonard) costringe a scegliere per il proprio futuro sentimentale una situazione che in qualche modo sostituisca la condizione familiare di provenienza, o perchè sarà fatta a immagine di quella che si sarebbe voluta (l’amante di Michelle è certamente una figura paterna che le garantirà affetto e sicurezza economica), o perchè riprodurrà esattamente il ruolo della famiglia nel caso del ragazzo (tralascio poi l’immagine tutta materna di Sandra). Credo pertanto che i riferimenti alle Notti bianche di Dostoievsky, che pure ci sono, rimangano alquanto “esterni”, essendo i due giovani in realtà molto simili tra loro: sembrano, infatti, uno il “doppio” dell’altro. Mi pare che l’attrazione che nasce fra i due molto debba anche a un riconoscersi nella debolezza e nella rispettiva fragilità ed è significativo che i due si amino al buio, senza che si siano “visti”, il che per me significa che non solo non conoscono l’uno il corpo dell’altra, ma che non si conoscono affatto. Significativo anche, infatti, che del duplice tentativo di suicidio il giovane abbia parlato solo a Sandra che diventerà sua moglie, ma non a Michelle, anche se vi alluderà, come se glielo avesse già detto, quasi a conferma dell’identità che connota i due personaggi. In questa situazione ai due giovani non resta che sognare velleitariamente un futuro insieme, senza avere alcuna possibilità di realizzarlo davvero. Un po’ di Dostoiewski, dunque, certamente, ma molto Philip Roth, con le sue famiglie soffocanti e con le madri affettuose, ma quanto opprimenti! Aggiungo che il film è raccontato con molta finezza ed è anche stupendamente recitato