Cold War

recensione del film:
COLD WAR

Titolo originale:
Zimna wojna

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti:
Joanna Kulig, Tomasz Kot, Borys Szyc, Agata Kulesza, Cédric Kahn, Jeanne Balibar, Adam Woronowicz, Adam Ferency, Jacek Rozenek, Martin Budny – 85 min. – Polonia 2018

“Ogni grande amore reca con sé il pensiero crudele di uccidere l’oggetto dell’amore così da sottrarlo una volta per tutte al giuoco perverso del mutamento: perché l’ amore ha ribrezzo del mutamento più ancora che della distruzione”F. Nietzsche – Umano, troppo umano

L’amore appassionato fra i due protagonisti del film era nato sullo sfondo della Polonia smembrata, ridotta in macerie e costretta nell’orbita dei paesi satelliti dell’Unione Sovietica, dopo la II guerra mondiale. In un pesante clima di diffidenza, Viktor, direttore della Scuola di Musica  e di canto popolare, percorreva le campagne su un camion alla ricerca delle ricche tradizioni folkloriche del paese e di giovani talenti del canto e della danza che fossero in grado di farle rivivere nel clima politico nuovo*.
Si erano incontrati in quelle circostanze,  Zula (Joanna Kulig)  bionda e giovane, dal volto delicato, dalla voce meravigliosa e dal passato oscuro e Viktor (Tomasz Kot), molto meno giovane, pensoso, dal dolce sorriso malinconico. Si erano piaciuti subito, e molto presto amati appassionatamente. Il colpo di fulmine era stato di quelli destinati a resistere anche ai momenti difficili (non pochi), alle lusinghe e alle minacce del potere, nonché alle lunghe separazioni imposte dalla lontananza. Lui, poco interessato al folklore tradizionale, si era trasferito in esilio volontario a Parigi, per coltivare le proprie aspirazioni di jazzista; lei, che non si era sentita di seguirlo, era rimasta in patria per diventare, trascinata dal successo, una star di prima grandezza, in grado di farsi apprezzare in Polonia come a Mosca, ma anche in tournée: a Berlino; sulla costa dalmata o nella stessa Parigi.

Lo spostarsi di Zula offriva alla coppia l’occasione per rivedersi e per rinnovare la passione, che conosceva anche i momenti duri dello scontro e dell’odio, inevitabili per la diversità della cultura e delle aspirazioni, ma soprattutto per la natura totalizzante dell’amore vero e profondo che tende ad annullare l’altro come bene aveva intuito Nietzsche dal quale ho tratto la citazione dell’incipit. Il regista ce lo racconta per sequenze ellittiche relativamente brevi, lasciando che sia la nostra immaginazione a colmare il vuoto fra un incontro e l’altro, irrilevante a paragone dell’eccezionale continuità dolorosa di un amore che, nella tragica e magnifica conclusione, trova infine la dimensione, a lungo perseguita da entrambi, dell’eternità.

Avez-vous perçu ce silence absolu qui résonne sur terre juste avant la tombée de la nuit? Seule une oreille tendue vers le rayonnement profond des êtres peut le capter, échappant aux bruits parasites. Ce qu’on appelle “un couple”, au sens inaccessible du terme, se forme lorsque deux personnes entendent ce rayonnement en chacune d’elles, réciproquement et dans le monde alentour. Personne d’autre ne peut s’y immiscer. (Julia Kristeva – da L’Horloge enchantée).

Il tema della passione amorosa fra estasi e tormenti è l’elemento di maggiore interesse del film: situazioni e personaggi sembrano evocare, con molta finezza, illustri precedenti cinematografici (alcune storie “nere”di Truffaut, la mitezza innocente di Karol Karol nel Film bianco di Kieslowski…), ma anche, probabilmente, letterari: lo sfuggirsi e il  riprendersi; il riso e il pianto, l’odio e l’amore hanno remote radici nella poesia, nel teatro e anche nel melodramma, quasi sicuramente parte del background culturale del bravo Pawel Pawlikowski, che con quest’ultimo suo film, quest’anno, a Cannes ha ottenuto la Palma per la miglior regia.

Un bellissimo bianco e nero** e l’insolito formato 4:3 sottolineano la distanza nel tempo dei fatti raccontati, probabilmente ispirati a Pawlikowski da una storia di famiglia, che ai genitori, infatti, ha dedicato questo lavoro.
Nel film la musica assume varie funzioni narrative: quella folklorica avvia la storia degli amanti e scandisce i successi di Zula; il jazz che Viktor suona nelle cave di Parigi ne evidenzia il carattere malinconico e triste; infine, il rock di Elvis Presley, negli anni ’60, che scatena la danza della infaticabile Zula sul tavolo di un locale parigino, ci porta verso la fine di un’epoca, preparando la conclusione della storia del grande amore, favorito dal dopoguerra della povertà diffusa e delle illusioni. Gli interpreti, ottimamente diretti, lasciano in noi un’impressione profonda di verità, così come il film, a tratti disuguale, ma sicuramente bello, insolito e da vedere.

*1949- 1964: è il quindicennio in cui si svolge la storia del film.La seconda guerra mondiale era alle spalle, ma si stava profilando la realtà della guerra fredda fra l’Unione Sovietica e gli USA, di cui l’Europa, ridefinita nei confini nazionali, stava facendo le spese. L’Unione Sovietica seguiva con preoccupazione il risorgere delle nostalgie separatiste presenti in vasti territori polacchi, direttamente o indirettamente, finiti sotto la propria egemonia politica dopo la catastrofe bellica e cercava di ottenere, anche attraverso il ricupero delle tradizioni popolari, il consenso delle masse ostili.

**come nel suo precedente Ida.

Agnus Dei

schermata-2016-12-06-alle-14-22-27recensione del film:
AGNUS DEI

Titolo originale:
Les Innocents

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Lou de Laâge, Agata Buzek, Agata Kulesza, Vincent Macaigne, Joanna Kulig – 115 min. – Francia, Polonia 2016.

Polonia – dicembre 1945 – Lo scenario è quello penoso che segue la fine di ogni guerra: il paese in rovina; ovunque la miseria; ovunque il dilagare della violenza dei vincitori, mentre torme di bambini orfani e cenciosi nel gelido e nevoso inverno di quell’anno cercavano di rimediare un po’ di cibo nelle prossimità delle abitazioni dei sopravvissuti. Le truppe di occupazione dell’Armata Rossa avevano fatto e continuavano a fare razzia degli averi e delle donne dei contadini, né avevano esitato a violare, ripetutamente, le suore che abitavano il convento isolato al di là del bosco. Sette suore erano state ingravidate durante quelle incursioni, mentre la badessa aveva contratto la sifilide: storie di ordinaria e orribile sopraffazione, purtroppo. Di quei giorni tremendi aveva tenuto il diario una dottoressa francese, incaricata, dalla Croce Rossa del suo paese, della cura e della riabilitazione dei soldati dell’Armée feriti: Madeleine Pauliac. Agli scarni appunti di quella giovane donna si ispira liberamente la regista Anne Fontaine, che nel film racconta quella vicenda di allora.

Colpisce in primo luogo il modo delicato e attento con il quale è ricostruita la terribile vicenda:  col nome di Mathilde Beaulieu (ottima Lou de Laâge), la dottoressa è protagonista della storia narrata nel film, che è anche e soprattutto la storia del dialogo che a poco a poco si rende possibile fra chi come lei possedeva una visione laica e razionale del mondo e delle umane sorti, e chi, come le suore, viveva il proprio destino con mistica e rassegnata obbedienza a una regola rigidissima, non sempre sorretta da una fede incrollabile, che, anzi, spesso vacillava di fronte a efferatezze così crudeli da rendere insufficienti le preghiere.
Mathilde era venuta a conoscenza di quegli stupri essendo stata avvicinata da Suor Maria (Agata Buzek) che l’aveva invitata a soccorrere una consorella che stava per partorire. Il suo rifiuto iniziale aveva ceduto alla pietà, cosicché Mathilde si era introdotta di nascosto e di notte nel monastero dove, nella diffidenza generale, e nonostante l’aperta ostilità della badessa, aveva fatto la levatrice in un parto difficilissimo. Il suo ritorno regolare, per proseguire le cure alla neo-madre, aveva rotto il gelo della prima accoglienza; il suo deciso intervento in difesa di tutte quando ancora una volta i soldati russi erano entrati nel luogo consacrato, seminando terrore e panico, aveva creato i presupposti di un’amichevole accettazione del suo aiuto, durante tutta la gravidanza, affinché il parto di ciascuna di loro avvenisse nelle migliori condizioni di igiene e di sicurezza.
La situazione delle suore in attesa era oggetto di sofferenze indicibili, non solo fisiche, poiché la badessa (Agata Kulesza) aveva diffuso la convinzione che la profanazione del luogo e dei loro corpi fosse il segno di una maledizione divina che si era abbattuta sul monastero. Portatrice di una visione religiosa fanatica e integralista, la donna paventava lo scandalo che avrebbe, in ogni caso soffocato, a qualsiasi costo: perciò aveva provveduto personalmente ad allontanare i neonati abbandonandoli al loro destino, così come avrebbe voluto abbandonare al loro destino anche le poverette durante il parto.

Era nata a poco a poco, nonostante tutto, un’amicizia fiduciosa fra Mathilde e le monache, grazie alla quale era stata trovata anche la soluzione al problema dei neonati, certo non desiderati, ma innocenti e sicuramente degni di quella compassione che (in questo caso sotto la forma cristiana della carità) si deve a ogni essere umano in condizione di sofferenza.
Il film è bello, non solo per il modo dialettico e problematico col quale viene messo a confronto il mondo dei laici con quello dei credenti, ma anche per la capacità raffinata della regista di disegnare e rendere credibili, in un mondo che si suppone uniforme e incolore come quello di un monastero polacco, le diversissime individualità delle monache e le diverse sfumature della loro fede.
La bellezza del film, inoltre, si manifesta in modo davvero eccelso nelle immagini altamente suggestive del paesaggio innevato, dei boschi che delimitano la scena e che simbolicamente celano sotto il manto bianchissimo della neve, gli orrori del sangue versato, delle sopraffazioni e della lotta per la sopravvivenza delle creature viventi: quello stormo nero dei rapaci che accorrono a divorare il neonato ai piedi della croce, vale la visione del film. Sorvolo, invece sul romanzetto amoroso fra Mathilde e il medico ebreo, sopravvissuto alle deportazioni, non perché non presenti motivi di interesse, ma per la sua irrilevanza nel disegno complessivo del film.
Peccato che il solito titolo all’italiana tenga lontano dalla visione parecchi spettatori che potrebbero apprezzarlo (lo dico perché ne conosco qualcuno).

passato e presente (Ida)

Schermata 03-2456734 alle 15.08.04recensione del film
IDA

Regia:
Pawel Pawlikowski

Principali interpreti
Agata Kulesza, Agata Trzebuchowska, Joanna Kulig, Dawid Ogrodnik, Adam Szyszkowski, Jerzy Trela, Halina Skoczynska – 80 min. – Polonia, Danimarca 2013

Anna è poco più di una bambina e non conosce il mondo se non attraverso l’eco degli eventi esterni che le arriva in convento: abbandonata in tenerissima età alla compassione delle monache, infatti, lì era stata protetta, allevata e accudita. Ora, che vorrebbe farsi suora, porta un corto velo nell’attesa dei voti, ma è molto giovane: la superiora la spinge a dare qualche occhiata alla vita di fuori, prima di decisioni che la impegnino per sempre e, avendone rintracciato una zia che, seppure con riluttanza, sembra disposta a ospitarla, è molto ferma nel proposito di allontanarla per un po’. La realtà in cui, ora, si muoverà Anna è quella della Polonia degli anni ’60, uno stato che porta ancora le vistose ferite della guerra nei luoghi, nelle case e soprattutto nel cuore di molti sopravvissuti, alcuni dei quali avevano partecipato alla resistenza polacca contro i nazisti. E’ appunto il caso di Wanda Gruz, ebrea polacca, donna colta, emancipata e intelligente, ora magistrato: è l’unica superstite di una famiglia di ebrei ed è la zia della giovinetta.
Anna, che in realtà dovrebbe chiamarsi Ida, era stata affidata alle suore per ragioni misteriose, che ora, insieme, le due donne sembrano voler chiarire, intraprendendo un viaggio, che diventa a poco a poco, per entrambe, sia pure in modo diverso, un percorso di formazione, attraversato da tensioni emotive quasi insostenibili. Le dolorose scoperte lungo le dissestate strade polacche, nel grigiore del paesaggio, in mezzo alla povertà dei casolari ancora diroccati e l’imbattersi in una serie di rivelazioni agghiaccianti sviluppano nei loro cuori sentimenti contraddittori, che in Wanda si traducono in un crescendo di comportamenti distruttivi: nell’abuso di alcool, di fumo e anche in avventure sessuali senza gioia e senza seguito, ciò che accentua in lei il senso di vuoto e di frustrazione per l’enorme scarto fra gli ideali che avevano animato la sua lotta partigiana in anni ancor molto vicini e la realtà squallida del presente, nel quale è sempre più difficile realizzare la libertà e la giustizia per le quali si era battuta. Il viaggio le aveva mostrato crudamente anche la realtà di un azzeramento della sua cultura originaria: immagini terribili, come quelle del cimitero ebraico di Lublino, luogo di approdo del viaggio, dove troveranno finalmente riposo i resti dei genitori di Ida ferocemente massacrati, mostrano tombe e lapidi assediate e quasi ricoperte dalle erbacce, in completo abbandono, e testimoniano di un passato non più ricuperabile e di un presente senza memoria, intento a celebrare la vittoria sui nazisti, ma non disposto a riconoscere il prezzo che gli ebrei avevano sopportato per la ferocia non solo dei nazisti, ma anche di molti polacchi che si erano adoperati alacremente per espellerli dalle loro case e impadronirsi dei loro beni.
Preghiera e perdono, invece, sembrano essere il rimedio per Ida, ben decisa a tornare in convento, anche dopo l’incontro con un giovane suonatore di violino, che per la prima volta, aveva suscitato in lei la consapevolezza della propria femminilità.
Sarà indotta a tornare, però, in seguito al suicidio di Wanda. Non aggiungo altro sui problematici sviluppi della vicenda, per non togliere ai lettori il piacere della visione.

Il film, che è girato in un raffinatissimo bianco e nero, che ben sottolinea il grigiore diffuso e lo squallore di quella regione dell’Europa nord-orientale, a pochi anni dalla fine del conflitto mondiale, in pieno stalinismo, si avvale di una fotografia strepitosa e di una eccelsa recitazione delle due attrici protagoniste, in modo particolare di Agata Kulesza, nel difficile ruolo di Wanda, la più complessa fra le due figure femminili, ed è diretto molto bene dal regista Pawel Pawlikowski, che ha alle sue spalle un esiguo numero di film. Molto interessante la tecnica di sottrazione grazie alla quale egli riesce a far emergere in modo minimalistico, ma efficacissimo, le ansie e le contraddizioni delle due donne i cui ritratti sono disegnati con rara efficacia. Tutto ciò in soli 80 minuti! Da non perdere!

P.S.

Questo film ha trionfato agli European Film Awards, come miglior film, nonché per la miglior regia, la miglior sceneggiatura, la miglior fotografia e anche come premio del pubblico. (notizia del 14 dicembre 2014)