Paterson

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recensione del film:
PATERSON

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman,
Luis Da Silva Jr – 113 min. – USA 2016

 

Paterson è un giovane poeta: scrive di nascosto su un quaderno segreto che porta sempre con sé durante il suo lavoro: è autista sui pullman di linea, nel New Jersey, precisamente nella cittadina che porta il suo stesso nome: Paterson. Questo piccolo centro in passato aveva ispirato poeti come Williams Carlos Williams e, più recentemente, Allen Ginsberg, e aveva dato accoglienza anche a un celebre anarchico italiano, Gaetano Bresci, che da quel luogo era partito per uccidere nel 1900 il re d’Italia Umberto I. Il giovane autista (Adam Driver) sembra voler far rivivere la tradizione poetica radicata nella cittadina, confortato anche dall’incoraggiamento di Laura (Golshifteh Farahani), la tenera moglie innamorata, che egli lascia ogni mattina ancora semi-addormentata e che, a sua volta, coltiva una vena artistica, adornando la loro casa con tende e tessuti che dipinge nei toni del bianco e del nero.

Laura è la sua musa: per lei Paterson scrive su quel quaderno segreto (come Petrarca il suo Secretum, dice lei!), ispirandosi all’amore che li unisce. Sebbene non esista, nella sua vita, qualcosa che si possa considerare particolarmente rilevante, egli è capace di cogliere, al di là dell’apparenza ripetitiva di una vita senza scosse, gli scarti anche minimi che rendono sempre nuova la giornata: è il collega colpito dalle sciagure; sono le confidenze fra i passeggeri; è l’incontro con un gruppo di balordi; è il desiderio di Laura di quella bella chitarra bianca e nera; è la scatola di fiammiferi particolarmente significativa; è l’incidente che gli blocca il pullman durante la corsa; è l’atto involontariamente eroico all’interno della birreria dove ogni sera è atteso perché tutti vogliono ascoltare i suoi racconti; è l’improvviso incontro con la bimba poetessa, o col giapponese innamorato della letteratura; sono le coppie di gemelle che compaiono sulla sua strada, indizio di un destino misterioso, forse.
Jim Jarmush sembra essere tornato ai suoi primi lungometraggi, per il minimalismo del racconto e per l’attenzione nei confronti dell’umanità che oscuramente abita le periferie americane o le province dimenticate di cui ha colto spesso l’anima profonda, le aspirazioni e i sogni frustrati dalla realtà: vedendo Paterson, tornano alla mente i suoi film in bianco e nero (Stranger tan Paradise, soprattutto) o a colori, come Mistery Train anche più che Broken Flowers (pur bellissimo).
Siamo invece abbastanza lontani dai vampiri politicamente corretti  del suo Only Lovers Left Alive (questo, ovviamente, non è un giudizio di valore).
Il regista, seguendo giorno per giorno per un’intera settimana la vita apparentemente regolare di Paterson, riflette sull’amore, fonte primaria di ispirazione, sulla capacità dei poeti di ascoltare e di cogliere, al di sopra delle meschinità e della noia della vita quotidiana, misteriosi collegamenti, analogie, segnali, aspetti non sempre razionalizzabili della realtà.

Neruda, Il cittadino illustre, Paterson: la stagione cinematografica, dopo il vuoto dell’estate, ha proposto tre film sulla poesia. Me ne compiaccio, sperando che si tratti dell’ inizio di un cambiamento, finalmente, dopo una stagione anche troppo incentrata sulle ricostruzioni giornalistiche, cronachistiche, biografiche e documentaristiche. Personalmente, non ne potevo più.

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Mystery Train

Recensione del film:
MYSTERY TRAIN

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Steve Buscemi, Joe Strummer, Nicoletta Braschi, Youki Kudoh, Elizabeth Bracco, Tom Waits, Sy Richardson, Rick Aviles, Tom Noonan, Masatoshi Nagase, Vondie Curtis-Hall, Screamin’ Jay Hawkins, Cinque Lee, Rufus Thomas, Jodie Markell, William Hoch, Pat Hoch, Richard Boes, Rockets Redglare, Joshua Elvis Hoch, Reginald Freeman, Beverly Prye, Stephen Jones, Lowell Roberts, Darryl Daniel, Calvin Brown, Elan Yaari, Royale Johnson, Winston Hoffman, Marvell Thomas, Charles Ponder, D’Army Bailey, Sara Driver, Jim Stark 113 min. – USA 1989

Nella città di Memphis (Tennessee) si svolgono le tre storie del film, che sono raccontate come distinti episodi, ma che accadono contemporaneamente e che hanno un centro di convergenza nell’hotel Arcade, alquanto degradato, in cui i diversi personaggi passeranno una sola notte. Il primo episodio ci presenta una coppia di giovani innamorati giapponesi, che dopo un estenuante viaggio raggiungono la città con lo scopo di ripercorrere i luoghi che videro la nascita e la crescita artistica di Elvis Presley (nelle intenzioni di lei), e di Carl Perkins (in quelle di lui). L’approdo all’hotel è quasi obbligatorio per i due che hanno percorso, spesso fra delusioni e frustrazioni, musei e strade e che ora vorrebbero riposare un po’. Gli accadimenti di questa loro notte, tuttavia, lasciano intuire tensioni e incomprensioni assai prossime. Il secondo episodio ha come protagonista Nicoletta Braschi, nei panni di una giovane vedova italiana che, in attesa che le venga concesso il permesso di un mesto rimpatrio con la bara del marito, è costretta a fermarsi per una notte, anche lei, nella città di Elvis. Per la verità, non è molto interessata al cantante, e non avrebbe affatto intenzione di occuparsi di lui, ma la presenza di Elvis aleggia su Memphis e si imporrà anche a lei, dapprima attraverso l’oscura storia del fantasma del cantante che le viene raccontata da un mentecatto (o furbastro profittatore?); in seguito nella stanza dell’Hotel Arcade dove il fantasma di Presley le apparirà veramente. La terza storia è quella di un cittadino di Memphis, che si chiama Elvis, ed è disperato perché è senza lavoro ed è stato abbandonato dalla sua donna. Un po’ troppo wisky, ma anche l’inopportuno possesso e uso di una pistola lo metteranno nei guai, dai quali cercheranno di salvarlo due amici, facendolo soggiornare, per sottrarlo alla polizia, per una notte all’Hotel Arcade. In questo luogo, quindi si incrociano storie molto diverse, che diventano il pretesto per un divertito e anche un po’ impietoso ritratto di un angolo d’America non bello, ma triste e anche sonnolento, dove apparentemente non succede nulla e dove la ripetitività dei gesti e delle azioni è ben resa dall’iterazione sia dei “riti di celebrazione” della memoria di Elvis (che nelle tre vicende appaiono separatamente): la radio che trasmette “Blue moon”, o che informa sulle leggendarie vicende del cantante, sia dal ripetersi dello sparo al termine del soggiorno degli ospiti dell’hotel, sia dal futile e vuoto chiacchiericcio dei due receptionist che per tre volte viene ribadito nel film. Una provincia americana in cui la solitudine degli uomini è la realtà di fondo, e che neppure il fantasma di Elvis riesce a consolare.