La prima vacanza non si scorda mai

recensione del film:
LA PRIMA VACANZA NON SI SCORDA MAI

Titolo originale:
Premières vacances

Regia;
Patrick Cassir

Principali interpreti:
Camille Chamoux, Jonathan Cohen, Camille Cottin, Jérémie Elkaïm, Vincent Dedienne – 102 min. – Francia 2019.

Una premessa doverosa

Fra qualche giorno (a essere ottimisti, fra un mese) a Torino (come dappertutto in Italia) le sale cinematografiche chiuderanno per le ferie estive. In attesa del loro arrivo, gli esercenti continueranno a mettere fuori filmoni, filmacci e filmetti che ai cinefili e a chi ama il cinema di qualità poco interessano.
Ci aspettiamo che, come al solito, si lamentino poi per il profondo rosso del botteghino. Vorrei far notare che in Francia, in questo stesso periodo uscirà con ampia distribuzione, anche nelle città, il nuovo film di Quentin Tarantino.

Venerdì scorso, con la visione di questo film, ho terminato anche l’ultimo dei miei carnet di cinque film in abbonamento a costi molto ridotti. Alla cassa mi è stato chiesto se intendevo rinnovarlo, visto che il carnet mantiene la sua validità fino alla fine di agosto. Massima è stata però l’incertezza sulla presenza di  eventuali rassegne estive a Torino: una ridda di forsevedremopuò darsi, di fronte alla quale, ovviamente non ho rinnovato proprio nulla.
Quello che meraviglia non è tanto il fatto che gli esercenti privati chiudano in questo modo la stagione, facendo prevalere i loro miopi calcoli, quanto il fatto che le sale istituzionalmente preposte alla diffusione del cinema chiudano i battenti prima di tutti gli altri. Lascia stupefatti, perciò, che se i privati torinesi tireranno avanti, col fiato corto, almeno fino alla metà di luglio, il cinema Massimo-MNC (Museo Nazionale Cinema) chiuderà i battenti alla fine di giugno per riaprirli alla fine di agosto. Non c’è male per un servizio gestito con i fondi pubblici!

Mi limito a dire questo, per ora, comunicando ai miei lettori e ai seguaci che questo blog non sarà chiuso per ferie: già mi sto accingendo a recensire alcuni bei film non recenti, come faccio ogni estate.

Ciò detto, ora parlerò della pellicola in questione, che pur non essendo classificabile come imperdibile, presenta qualche spunto interessante che evita di mandare completamente in vacanza il cervello, fermo restando che è un filmetto, opera prima in lungometraggio di Patrick Cassir, che ha sceneggiato questo suo lavoro insieme a Camille Chamoux, che del film è anche la protagonista femminile nella parte di Marion. 

Marion è una trentenne non bellissima, che vive a Parigi. È una brava disegnatrice-vignettista; ha molti amici e ama fare nuove conoscenze attraverso Tinder, un social network  che esiste veramente e che organizza e favorisce gli incontri di coppia. In questo modo conosce Ben (Jonathan Coen), anche lui sulla trentina, assai meno spigliato, come vedremo presto. Il loro banco di prova sarà la vacanza che i due incautamente hanno programmato alla volta della Bulgaria, durante la quale emergeranno le reciproche insofferenze, le apparenti incompatibilità, le difficoltà a comprendersi…
La Bulgaria è di maniera, come se l’aspettano i turisti ingenui; i grandi alberghi sono noiosi come le cliniche di lusso, l’idiosincrasia di Ben nei confronti della promiscuità in bagno; la difesa ossessiva della propria privacy diventano presto occasione per numerose gag ripetitive e stucchevoli, non diversamente dalla credulità sciocchina  di Marion nei confronti della primitività finto-romantica del folklore locale. Tutto diventa prevedibile, ma qualche sorpresa ce la riserva il finale, nuovamente parigino, dopo un’interminabile ora e mezza.
Come ho detto, un filmetto, non certo un capolavoro, che qualche volta ci può far sorridere.

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una lezione di cinema (La guerra è dichiarata)

recensione del film:
LA GUERRA E’DICHIARATA

Titolo originale:
La guerre est déclarée

Regia:
Valérie Donzelli

Principali interpreti:
Valérie Donzelli, Jérémie Elkaïm, Gabriel Elkaïm, Brigitte Sy, Elina Lowensohn, Michèle Moretti, Philippe Laudenbach, Bastien Bouillon – 100 min. – Francia 2011. –

Questo film ci racconta una storia vera: non solo è realmente accaduta, ma la regista-attrice (Valérie Donzelli) e l’attore (Jérémie Elkaïm) che la interpretano l’hanno vissuta così come ce la raccontano. All’inizio ci sembra solo una bella storia d’amore: una scintilla improvvisa fra i due, durante una serata in un locale, ed ecco nascere la bella storia di due giovani (Roméo e Juliette, si ribattezzano) che si piacciono molto, si amano, e decidono di mettersi insieme: arriverà un bambino, Adamo, a completare la loro gioia. La gioia, purtroppo, non durerà a lungo: un tumore al cervello, fra i più tremendi e aggressivi, colpirà il piccolo, mettendo alla prova la giovane coppia: la malattia deve essere affrontata con pazienza e realistica fiducia, tenendo a freno l’angoscia e affrontando giorno dopo giorno i problemi che si presentano e che l’emotività non aiuta a risolvere. Roméo e Juliette mettono in atto una strategia fatta, per quanto possibile, di normalità, dividendosi i compiti o dividendoli, senza troppo insistere, però, con le rispettive famiglie, ma anche concedendosi un po’ di footing, un po’ di profumo di mare, qualche incontro con i vecchi amici… La malattia di Adamo li cambierà profondamente: se anche non verrà mai a mancare fra loro la più profonda solidarietà, la loro unione non potrà reggere. Il film procede in un crescendo di tensione, poiché fino all’ultimo a nessuno è dato di sapere se il piccolo ce la farà, e ha quindi molte caratteristiche di un thriller, ma non di un thriller girato in studio. La regista si muove, con la sua macchina da presa, per le strade di Parigi, nelle case, segue i colloqui trepidanti fra i due coniugi che cercano di farsi coraggio, segue il loro muoversi nei lunghi corridoi dell’ospedale, le loro attese davanti alle spaventose procedure per le TAC o per la risonanza magnetica, il dolore attonito e ansioso dei loro volti, le loro domande senza risposta (perché a noi?, perché a lui?), ma anche le espressioni preoccupate di medici e infermieri, la loro umana comprensione, la loro accettazione combattiva di eventi rari, ma possibili, inspiegabili nella loro crudeltà. I movimenti della camera seguono con perfetta sincronia la concitazione dei primi momenti o l’indagine calma che racconta lunghe attese, stanchezza, momenti di nervosismo, oppure tentativi di tornare a vivere pochi sprazzi di normalità, permettendoci di vedere un film sobrio e pudico, in cui il patetismo non prende mai il sopravvento e il racconto non diventa facilmente strappalacrime, come avviene in molto, troppo direi, cinema americano. La grande scuola della Nouvelle Vague non solo non è mai morta, ma si direbbe abbia ancora molto da insegnare. Davvero un bellissimo film.