Good Time

recensione del film:
GOOD TIME

Regia:
Ben Safdie, Joshua Safdie

Principali interpreti:
Robert Pattinson, Ben Safdie, Jennifer Jason Leigh, Barkhad Abdi, Buddy Duress, Taliah Webster, Peter Verby, Gladys Mathon, Marcos A. Gonzalez, Cliff Moylan, Rose Gregorio, Shaun Rey, Souleymane Sy Savane – 99 min. – USA 2017

Presentato in concorso a Cannes, questo film è firmato dai fratelli Safdie: Ben (che del film è anche sceneggiatore e protagonista) e Joshua, cineasti indipendenti newyorchesi, poco conosciuti in Europa e quasi sconosciuti in Italia. Nonostante la scarsa notorietà dei due registi e nonostante questo loro lavoro (a basso budget) si confrontasse con opere di autori  ben più noti e blasonati, il film non è passato inosservato, ottenendo anche la gratificazione di una Palma per la funzionale colonna sonora (di Oneohtrix Point Never). Significativo il sostegno convinto dei Cahiers du Cinema che a quest’opera dedica un’ampia recensione di Joachim Lepastier nonché due interviste (dalla pagina 20 alla pagina 29 del numero di settembre).

Il film potrebbe  sembrare un noir costruito intorno al progetto di una rapina in banca, finita malamente, dopo essere stata ideata e studiata in modo grossolano e ingenuo da Connie (Robert Pattinson), giovane balordo, senz’arte né parte, che viveva di espedienti e di spaccio nella sterminata periferia del Queens a est di Manhattan. Egli era convinto che quella rapina sarebbe stata il colpo grosso della sua vita, quello che gli avrebbe permesso di costruire il futuro senza problemi (Good Time) che aveva sempre sognato per sé e per il fratello Nick (Ben Safdie), ritardato mentale, cui era necessario il suo affetto protettivo. Le prime scene del film ci avevano presentato proprio Nick, che, con ostinato mutismo e con dolorosa inquietudine seguiva il test a cui un anziano psicologo lo stava sottoponendo. Si era messo a piangere, il povero Nick, silenziosamente. Era difficile capire che cosa lo avesse turbato (forse qualche associazione mentale dolorosa) durante quel colloquio in apparenza amichevole. Con una irruzione improvvisa, allora, Connie era entrato nell’ufficio dello psicologo e, sbraitando e minacciando, aveva portato via quel fratello disgraziato: mai avrebbe permesso di lasciarlo nelle mani di un uomo che lo stava torturando tanto da farlo piangere.
In realtà Connie era riuscito a fare di Nick il proprio inconsapevole complice nella rapina fallimentare che ho detto. La polizia, che ora li stava inseguendo, sarebbe riuscita ad acciuffare solo lui, il più fragile, il più lento a correre, il meno capace di difendersi: era infatti stato portato all’ufficio di polizia, pestato a sangue per farlo parlare e presto ricoverato all’ospedale dove era attentamente sorvegliato. Molteplici e imprevisti erano diventati però i guai per Connie; senza soldi, attivamente ricercato e intenzionato a procurarsi l’ingente somma necessaria per dare modo al fratello di tornare libero su cauzione, prima che l’interrogatorio davanti al giudice compromettesse del tutto la possibilità di fuggire, e di riprendere il sogno americano inopinatamente interrotto.. È la parte centrale del film, che, seguendo le rocambolesche avventure di Connie in fuga, fa scorrere davanti ai nostri occhi le immagini sicuramente non turistiche del mondo sotterraneo newyorkese, oscuro “doppio” dei luminosi e scintillanti grattacieli, metafora potente dell’amore fraterno che connota, nel segno della doppiezza, l’intero film, e che, nel finale a sorpresa, Nick, a modo suo, renderà chiaro.

In quella New York notturna, verità e menzogna perdono i loro contorni; il sogno si fa incubo; la dignità umana cede all’abiezione dei disperati che non hanno nulla da perdere, mentre le sorprese si susseguono, dando vita a un racconto avventuroso e teso, talvolta persino comico, per la concatenazione degli equivoci grotteschi che riportano alla memoria alcuni “notturni” scorsesiani, le disavventure di Paul Hackett, l’impiegato di After Hours , o gli incerti buoni propositi di Tommy de Vito,  il “bravo ragazzo” di Goodfellas, legato al volto giovane di Robert De Niro.

I due registi, in meno di cento minuti, hanno dato vita a un film sorprendente e avvincente, dimostrando sicurezza nella direzione degli attori, tutti molto bravi e credibili, compresi quelli trovati sulla loro strada: infermieri, guardie carcerarie e uomini della Security che hanno interpretato, talvolta con riluttanza, se stessi. Da vedere!

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Palindromes

recensione del film:
PALINDROMES

Regia:
Todd Solondz

Principali interpreti:
Ellen Barkin, Jennifer Jason Leigh, Stephen Adly Guirgis, Richard Masur, Debra Monk Drammatico, durata 100 min. – USA 2004.

In un momento particolarmente avaro di buoni film, per fortuna alcune sale della mia città ripropongono qualche bella pellicola magari non proprio recentissima.

Questa di Todd Solondz del 2004, non era mai arrivata in Italia (se non direttamente su DVD in lingua originale con sottotitoli), ciò che ovviamente ne aveva limitato la diffusione. Ieri, però, il cinema Massimo – Museo del cinema di Torino, per la gioia dei cinefili, l’ha presentata come si conviene, ovvero su grande schermo, con i sottotitoli in italiano, quasi a completare la visione di altri bei film, proiettati negli ultimi mesi, che, visti nel loro complesso, aiutano a comprendere la mentalità americana. Sembra esistere, infatti, un modo di pensare che percorre tutta la storia degli Stati Uniti fin dalle loro più lontane origini, di cui sono individuabili le tracce e le componenti culturali, anche grazie al cinema, oltre che alla letteratura e alle altre arti.
In questo sostanziale permanere nel tempo di una immutabile Weltanschauung è anche la spiegazione del curioso titolo di questo film: Palindromes, allusivo della particolarità che hanno certi nomi (o frasi) di rimanere identici, indipendentemente dal modo della lettura, da sinistra o da destra. Se si considera questo aspetto, del resto più volte esplicitato nel corso del film, allora dobbiamo pensare che il film altro non sia che una gigantesca metafora della storia della mentalità americana, immutata dai primi decenni del 1600, quando a bordo del Mayflower i Padri Pellegrini, approdando a Cape Cod, portavano con sé la fiducia di veder sorgere nel nuovo mondo quel perfetto ordine sociale e morale, ispirato da Dio, ormai impossibile da realizzare nella terra d’origine.
Era nato con questo indelebile imprinting, dunque, lo stato “perfetto”, guidato da uomini che, per seguire la parola di Dio, avevano individuato, di volta in volta, i nemici del Bene, da espungere senza pietà, come accade nel film, in cui la protagonista, Aviva (il palindromo!), porta con sé, nonostante i mutamenti dell’aspetto, evidenziati anche attraverso il cambiamento plurimo delle attrici che ne interpretano la storia in momenti diversi, la traccia indelebile di ossessioni che mai l’avrebbero abbandonata, in nome delle quali lei stessa sarebbe diventata spietata, sulla strada del Bene. Individuare il nemico (il Male) e perseguitarlo è infatti il compito che sente di dover realizzare Aviva, da quando abbandona la famiglia, a quando vi rientra dopo un viaggio che non ha mutato il suo modo di vedere il mondo, neppure quando è del tutto evidente che alle proprie aspirazioni non può corrispondere la realtà. Attraverso un percorso originale e molto disturbante il regista in questo suo lavoro del 2004 opera un vistoso capovolgimento dell’ottimismo presente in due capolavori del cinema americano del passato entrati nella leggenda (e recentemente riproposti dal Museo del cinema), ampiamente e sarcasticamente citati: La Morte corre sul fiume e Freaks. Accade perciò che alla favola bella dell’accoglienza disinteressata e ospitale di Rachel Cooper (La Morte corre sul fiume), che si prende cura dei bambini in fuga dall’orco, Solondz opponga l’ipocrita ospitalità di Miss Sunshine, nella cui casa trovano rifugio creature emarginate, reiette e deformi che vengono indottrinate secondo la manichea parola di un Dio di cui devono realizzare, con piena convinzione, gli ordini e i precetti, interpretati in esclusiva da lei e dal marito, in combutta con loschi individui. I poveri ospiti della casa sperduta di Miss Sunshine diventano in questo modo mostruosi esecutori di un progetto davvero diabolico finalizzato a eliminare i nemici (fino all’omicidio “giusto”) e a raccogliere denaro attraverso spettacoli televisivi da loro recitati, suonati, cantati e danzati (il richiamo a Freaks è evidentissimo), naturalmente per il “bene” di tutti.

Un breve cenno alla storia, senza troppo spoiler!
Aviva è un’adolescente che rivela, fin dalle prime scene, lo scopo a cui sente di dover dedicare la propria vita: diventare madre di tanti bei bambini, poiché di null’altro le importa. Sarebbe riuscita nell’intento, al suo primo tentativo, con un ragazzino nerd, figlio di amici di famiglia, se i suoi genitori, molto middle class-polticamente corretti, ma sostanzialmente violenti, non la costringessero ad abortire in una clinica di lusso in cui la poveretta sarebbe stata sottoposta a un’inopinata isterectomia. Sarà l’inizio per lei di una fuga, un lungo viaggio in cui, per realizzare il suo progetto, si imbatterà in una serie di personaggi poco raccomandabili, fino all’incontro con Miss Sunshine, fondamentalista cristiana-protestante, organizzatrice di spedizioni punitive contro i medici che praticano gli aborti, contro i pedofili e contro le prostitute, ovvero contro il Male finalmente individuato.

Magnifici gli attori di un film che non definirei cinico, come molti fanno, ma ironico in modo molto graffiante e cattivo, di un regista indipendente e poco noto, apprezzato in Europa, soprattutto nei Festival, ma male distribuito in Italia (che strano, eh!) che merita invece davvero di essere conosciuto. Questo suo lavoro si colloca fra altri suoi non dissimili fra i quali, il bellissimo Happiness (1998) e il magnifico Perdona e dimentica (2009), del quale QUI potete leggere una mia recensione di sette anni fa.

Il DVD di questo film (e anche quello degli altri due che ho citato) si trova in lingua originale e sottotitolato, anche sul mercato italiano.

The hateful eight

 

Schermata 2016-02-10 alle 11.53.51recensione del film :
THE HATEFUL EIGHT

Regia:
Quentin Tarantino

Principali interpreti:
Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Walton Goggins, Demiàn Bichir, Tim Roth, Michael Madsen, Bruce Dern, Channing Tatum, James Parks, Dana Gourrier, Zoe Bell, Gene Jones, Keith Jefferson, Lee Horsley, Craig Stark, Belinda Owino, Bruce Del Castillo – 167 min. – USA 2015.

Il film, nella sua versione più diffusa in Italia*, consta di sei capitoli: (L’ultima diligenza per Red RockFiglio d’un caneL’emporio di MinnieDomergue ha un segretoI quattro passeggeri; Uomo nero, inferno bianco)

Era appena terminata la guerra civile americana, ma le sue macerie erano ancora tutte lì e non solo quelle visibili: soprattutto erano ancora lì quelle che ingombrano i cuori degli uomini, dei vincitori e dei vinti, dei nordisti e dei sudisti, accomunati solo dall’odio e perciò determinati a  vendicarsi. Il titolo polisemico del film che ce ne parla è molto efficace: gli otto personaggi si odiano, ma sono anche odiosissimi, perché la loro malvagità è tale da rendere impossibile l’identificazione degli spettatori, cosicché, la strage finale dalla quale nessuno uscirà vivo sembra quasi assumere le caratteristiche catartiche dell’antica tragedia.
La pianura del Wyoming, ai piedi delle Montagne Rocciose, è il paesaggio della prima parte di questo film, reso suggestivo dal candore della neve che tutto ricopre, compreso un oggetto misterioso lungo il percorso delle diligenze, che scopriamo a poco a poco, avvicinandosi la ripresa, essere il busto ligneo ignudo di un dolente uomo crocifisso, quale si può incontrare anche lungo le nostre strade di montagna, schiacciato, oltre che dalla sua sofferenza, anche dal peso della neve e del freddo. Questa icona cristiana e, a mio avviso, altamente metaforica, come il ghiaccio che la nasconde, introduce un elemento drammatico, e prefigura, evocando l’odissea del supplizio, quella di Charles Smithers (Craig Stark), il figlio del vecchio generale sudista, costretto a subire l’atroce vendetta del maggiore Warren (Samuel Jackson), che dopo averlo obbligato a denudarsi nel nevoso e gelido inverno del Nord Ovest americano, lo aveva umiliato, offeso e fatto morire senza pietà (2° capitolo). E dire che all’insegna della solidarietà il film sembrava avviarsi, sia pure di quella solidarietà rude e sospettosa, che si addice ai due personaggi, ora cacciatori di taglie, già militari entrambi, schierati, durante la guerra, con i nordisti: il bianco John Ruth (Kurt Russell) e il maggiore nero Marquis Warren (Samuel L. Jackson). Una terribile tempesta di neve aveva stroncato i cavalli di Warren, che ora chiedeva (ottenendola) accoglienza a John, che su una carrozza ben riparata era diretto a Red Rock. Aveva con sé una donna ammanettata e piena di lividi, l’assassina Daisy Domergue (bravissima Jennifer Jason Leigh) che stava portando al patibolo con l’intento di godersi lo spettacolo dell’impiccagione. Daisy era ricercata viva o morta per una taglia da 10mila dollari: era stata sudista e continuava orgogliosamente a disprezzare i vincitori, Lincoln in testa.
La meta di Red Rock era lontana, perciò a causa dell’intensificarsi della bufera di neve la diligenza si era fermata presso l’Emporio di Minnie, dove sarebbe stato possibile ai due rifocillarsi e passare la notte, senza perdere d’occhio  Daisy. A loro si era unito lungo la strada un altro personaggio, a sua volta rimasto appiedato: lo sceriffo di Red Rock, appena nominato dal governo, Chris Mannix (Walton Goggins) giovane di famiglia sudista.

L’Emporio, una locanda dalla porta sgangherata, era già affollato, ma Minnie non c’era: aveva incaricato di sostituirla, temporaneamente, il messicano Bob, che si stava adoperando per accontentare gli avventori, cioè, oltre ai nuovi arrivati, il cowboy Joe Gage (Michael Madsen), Smithers, il generale sudista (Bruce Dern), nonché il sedicente boia di Red Rock, Oswald Mobrey (Tim Roth).  Si apre ora, nello scenario claustrofobico della vecchia stamberga a cui si era dovuta inchiodare la porta perché non entrassero freddo e vento, uno squarcio narrativo molto movimentato, animato dai racconti, dai ricordi rancorosi, dalle risse, dalle discussioni sulla giustizia e infine dalle conseguenze di un  delitto imprevisto e misterioso sul quale avrebbe indagato Warren, il nero crudele e sadico che aveva appena descritto minutamente come avesse tolto la vita, con inimmaginabile efferatezza, al figlio del generale Smithers. Come un improvvisato Poirot, col consenso dello sceriffo, egli avrebbe analizzato le circostanze, controllato le dichiarazioni e gli alibi di ciascuno, all’oscuro, però, dell’elemento importantissimo e decisivo per imprimere al finale del film la svolta catastrofica. Sarà il regista, con una serie di ricostruzioni a ritroso negli ultimi due capitoli, a chiarire anche a noi come si erano svolti veramente i fatti.

Dopo aver esordito come un Western che si svolge a lungo negli spazi sconfinati del Nord Ovest americano, dunque, questo film procede come un Kammerspiel, cioè come una recitazione nel chiuso di una locanda in cui tutte le tensioni esplodono svelando aspetti insospettabili dei personaggi e, al contempo, ponendo una serie di problemi inquietanti alquanto insoliti per molti spettatori che da Tarantino si aspettano l’ironia e il sarcasmo di sempre (che comunque non mancano). Qui il regista, invece, si interroga sulla giustizia, sui suoi rapporti con la vendetta, sullo spazio dell’odio nelle scelte politiche, sulle colpe di chi ha permesso l’imbarbarirsi delle coscienze e, in fondo, sui rapporti fra politica ed etica, ben metaforizzati dalla lettera di Lincoln a Warren, che rappresenta la necessità di mentire da parte di chi, diversamente, non conterebbe nulla in una società sempre più individualistica e dominata dalla legge del più forte. Come lo stesso Tarantino ha dichiarato, si tratta davvero del suo film più politico, che ci induce a meditare non solo sulla violenza come elemento costitutivo della formazione degli Stati Uniti, ma come elemento costitutivo dell’uomo, destinato a non salvarsi, catastroficamente soccombendo, come i simbolici personaggi del film.  Bellissima l’interpretazione di tutti gli attori e particolarmente stupefacente quella di Jennifer Jason Leigh, che imbruttita e pesta, continuamente maltrattata, fino alla morte, non smette di essere se stessa in un crescendo di dignità quasi commovente (per quanto sia possibile commuoversi per un personaggio così cattivo) che si manifesta con la bellissima canzone del finale del film.
Straordinaria, comunque, tutta la colonna sonora, che spero frutti a Ennio Morricone l’Oscar che davvero meriterebbe.
Un film sorprendente e  interessante e per me anche molto bello, che forse potrebbe preludere a una svolta dei modi stilistici e narrativi del Tarantino che verrà.

*La versione alla quale Tarantino ha dedicato tutte le sue energie rimarrà sconosciuta alla maggior parte degli spettatori italiani, perché sono rimaste poche le sale in grado di proiettarne le immagini girate in Ultra Panavision 70 mm, formato non più usato dal 1966.(Fonte Cahiers du Cinema). Consta di due sole partizioni, un terzo delle quali corrisponde all’incirca alle riprese esterne della presentazione e del primo capitolo; la seconda alle riprese interne all’Emporio di Minnie.

 

un amabile velleitario (Lo stravagante mondo di Greenberg)

Recensione del film:
LO STRAVAGANTE MONDO DI GREENBERG

Titolo originale:
Greenberg

Regia:
Noah Baumbach

Principali interpreti:
Ben Stiller, Greta Gerwig, Rhys Ifans, Jennifer Jason Leigh, Brie Larson, Juno Temple, Chris Messina, Dave Franco, Mark Duplass, Max Hoffman, Chris Coy, Trent Gill, Zoe Di Stefano, Sydney Rouviere, Karen Strong, Nick Nordella, Koby Rouviere, Jessica Mills, Samuel Thacker, Phoebe James, Trace Webb, Celeste Pechous – 107 min. – USA 2010

Dopo vent’anni di New York, l’ormai ultra quarantenne Roger Greenberg torna a Los Angeles, la sua città, sistemandosi provvisoriamente in casa del fratello che è partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam. Il ritorno è l’occasione per rivedere vecchi amici, vecchi amori e per fare, anche, un bilancio della propria esistenza. Dell’antica (e sempre viva in lui) passione per la musica poco è rimasto nell’ambiente che Grenberg aveva frequentato: troppo diversi sono gli interessi di chi ha messo su casa, si è fatto una famiglia e ha dovuto provvedere ai propri figli, come l’amico Ivan, che avrebbe dovuto diventare suo partner e collaboratore nel complesso musicale a lungo progettato, negli anni dei sogni giovanili. Ivan è adesso un uomo che ha conosciuto i compromessi nel lavoro, nella vita sentimentale, nel matrimonio. Beth, sua moglie, un tempo amata da Roger Greenberg, è una donna matura, quasi spenta, che sente il peso dei figli e del difficile rapporto col marito. Roger ha visto polverizzarsi gli ideali e i sogni giovanili e ne è rimasto travolto: si è male adattato alla realtà; ha progettato senza realizzare; si è innamorato senza costruire, si è isolato dal mondo, ne ha avuto paura e si trova, ora, impossibilitato a decidere. Nell’eterno conflitto fra principio del piacere e principio di realtà, Roger ha scelto il primo e continuerebbe a farlo, nonostante le cure ricevute a New York in una clinica per malattie nervose. Purtroppo, però, anche a Los Angeles continua a manifestare il suo carattere velleitario poiché, quasi con disappunto, è riuscito a crearsi nuovi legami che impediscono il pieno realizzarsi dei suoi progetti: Florence, ad esempio, la bella assistente della famiglia del fratello, dalla quale è fortemente attratto e dalla quale vorrebbe, però, fuggire, partendo per l’Australia (ma senza soldi e, soprattutto, senza l’inseparabile burro di cacao per le labbra!). Si sente legato anche dall’affetto per il cane Mahler, che gli è stato affidato, che si è ammalato, che ora sta amorevolmente curando, e per il quale sta, forse, per terminare la cuccia che ha iniziato, mettendo alla prova la sua millantata abilità di falegname. Il ritratto di Greenberg è l’interessante rappresentazione delle nevrosi di un uomo che non si è integrato nel mondo di oggi, che è interessato esclusivamente a produrre, a fare i soldi, al successo volgare: le cure non lo hanno guarito, perciò egli è rimasto quel fanciullone fragile, un po’ svitato, ingenuo, che lo rende simpatico a chi, come lui, non si adegua e non sa però tradurre il proprio disagio in progetto davvero alternativo, limitandosi a scrivere una serie interminabile di sterili lettere di protesta. Il regista realizza questo bel ritratto di personaggio fuori dagli schemi con intelligente e indulgente ironia, con simpatia quasi amorevole, facendone scaturire una spiazzante comicità. Non stupisce che alcuni spettatori, forse i più giovani, lo trovino irritante, perché i suoi tic, le sue incertezze, le sue velleità, le sue paure ne fanno l’esatto contrario di quell’uomo sicuro di sé e determinato che viene continuamente proposto come esemplare. Bellissima interpretazione di Ben Stiller, perfetto nei panni, non facili da indossare, di un così complesso personaggio