L’ufficiale e la spia

recensione del film:
L’UFFICIALE E LA SPIA

Ttolo originale:
J’accuse

Regia:
Roman Polanski

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Louis Garrel, Emmanuelle Seigner, Grégory Gadebois, Hervé Pierre,
Didier Sandre, Wladimir Yordanoff, Mathieu Amalric, Damien Bonnard, Eric Ruf, Melvil Poupaud, Olivier Gourmet
– 126 min. – USA 2019

Un quarto di secolo dopo la sconfitta di Sedan (1870), la Francia, costretta a cedere alla potenza tedesca una parte del suo territorio nord-orientale, attraversava un periodo di crisi economica e sociale di vaste proporzioni, nel dilagare delle proteste e della povertà, fra propositi revanscisti, nazionalismo crescente, ricerca di colpevoli…
Il clima era da caccia alle streghe, da nemico alle porte, mentre la coesione del tessuto sociale sembrava disgregarsi.
Tirava un’aria mefitica e irrespirabile per i socialisti, le minoranze, gli ebrei:  tutti presto indicati come responsabili della disfatta, in realtà comodi capri espiatori delle tensioni e dello scontento generale. In questo clima torbido ed eversivo di montante antisemitismo, nazionalismo e diffidenza istituzionale era nato L’affaire Dreyfus.

Il film ricostruisce la brutta vicenda di Alfred Dreyfus, l’ufficiale di artiglieria alsaziano di origine ebraica, processato, privato dei gradi e dell’onore militare e, infine, esiliato all’Île du Diable, nella Guyana francese, perché riconosciuto colpevole di alto tradimento, durante un processo-farsa, senza esibizione di prove.
Il romanzo recente (An Officer and a Spy) dello scrittore inglese Robert Harris, aveva fornito il soggetto per la bella sceneggiatura di Polanski e dello stesso romanziere da cui nasce la pellicola, ovvero il racconto di uno degli episodi più scabrosi della storia europea.

Il film si apre con il lunghissimo piano sequenza in cui scorrono lentamente i grigi edifici che affacciano sul cortile degli Invalides, presso l’Ecole Militaire di Parigi.
È la gelida mattina del 5 gennaio 1895: tutto era pronto per l’umiliazione pubblica della degradazione di Alfred Dreyfus (Louis Garrel), non lontano dalla scuola in cui aveva studiato. La camera che gli si avvicina ne presenta il volto pallidissimo, mentre ascolta, sull’attenti, le accuse infamanti di aver fornito informazioni delicatissime, attinenti ai segreti militari della repubblica francese, ai nemici tedeschi. La scena ricalca, con impressionante fedeltà, l’ illustrazione di un giornale dell’epoca, offrendoci, al contempo, qualcosa di più e di diverso: lo sguardo dell’innocente, schiacciato dalla mobilitazione imponente degli apparati militari (quel cortile maestoso ne è una bella metafora), è così doloroso e la sua protesta di innocenza è così dignitosa da turbare persino l’ufficiale che aveva eseguito con impeccabile freddezza l’operazione.

Si trattava del maggiore Marie Georges Picquart (un grandissimo e umanissimo Jean Dujardin), che era stato chiamato, subito dopo la “cerimonia”, a dirigere l’Ufficio Statistica dei servizi segreti, all’interno dell’Ecole Militaire, in sostituzione del moribondo ufficiale che ne aveva custodito i documenti. Tutta la prima parte del film procede realisticamente alla ricostruzione dell’ambiente chiuso e maleodorante della palazzina, sede di quell’ufficio, attraversata da corridoi bui e fumosi, frequentata da equivoci informatori, oltre che da ufficiali diffidenti e riluttanti a fornire al nuovo capo chiavi, documenti e notizie necessarie a quasiasi attività di controspionaggio, ciò che non sfugge a Picquart, che sulle informazioni al nemico egli  vorrebbe indagare, non essendo cessate neppure con l’allontanamento all’Isola del Diavolo, nella Guyana francese, del povero Dreyfus.
La sua indagine fa presto emergere alcune fondamentali verità:
– non è Dreyfus il vero informatore dei tedeschi, bensì Ferdinand Esterhazy, ufficiale dell’esercito francese, puttaniere e oberato dai debiti
– è crescente l’ostilità dello stato maggiore dell’esercito e del governo in carica nei confronti dell’inchiesta
– è l’onesto Picquart il nuovo nemico, ora: lo si pedina, lo si minaccia velatamente, si organizza una campagna diffamatoria nei suoi confronti, costringendolo, infine, al passo decisivo, all’incontro con la stampa, con alcuni prestigiosi intellettuali fra i quali Emile Zola e con Clémenceau, deputato di opposizione, per rendere pubblico lo scandaloso processo a Dreyfus.

J’accuse è il famoso titolo dell’editoriale di Zola sul quotidiano L’Aurore che diffonde rapidamente a Parigi i nomi e i cognomi di quanti, dai politici, agli uomini dei Servizi Segreti e dello stato maggiore, ai giudici, si erano fatti complici dell’ingiustizia senza perseguire i corrotti e i veri colpevoli di tradimento. La vicenda non si era ancora chiusa: altro dolore attendeva molti innocenti onesti, come Picquart, incarcerato quale complice di una fantomatica internazionale ebraica, o come Pauline (Emmanuelle Seigner), la sua amante, sposata, cui vengono tolti i figli.
Un po’ di luce, però, era penetrata nel buio di quelle stanze e molte delle bugie erano state smascherate…
Non intendo svelare altri sviluppi del film.

Il film è un coinvolgente e appassionante racconto classico di detection che si trasforma in una tesa storia di spie e di complotti, ed è particolarmente affascinante grazie anche alla fotografia bellissima, dal colore leggermente sbiadito e annebbiato, che porta con sé i segni del tempo senza cancellarne la verità, ovvero la sua faccia corrotta e impresentabile: l’oscura dimensione della Belle Epoque.
I registri del racconto sono quelli dell’indignazione, del dolore, dell’ironia che sottolinea i comportamenti ridicoli e contraddittori di un mondo vecchio, incapace di resistere alla mortifera tentazione di chiudersi al mondo, incosciente di trascinare con sé, alla rovina, l’intero paese.
Non solo una raffinata e accurata illustrazione del passato, perciò, ma un invito potentissimo a non dimenticare che le peggiori ingiustizie nascono dall’odio e dal pregiudizio alimentati dal disagio sociale e dall’incertezza del futuro, terreno di elezione per demagoghi e cialtroni di ogni tempo, anche del nostro.

Col gran premio della giuria (Leone d’argento), la Rassegna d’Arte Cinematografica veneziana di settembre ha trovato un compromesso al ribasso per chiudere l’imbarazzante parentesi delle dichiarazioni sciagurate di una presidente di giuria indegna di ricoprire la carica prestigiosa che, incautamente, le era stata affidata. Questo film, tra i più grandi film politici di Polanski, era da Leone d’oro: il pubblico attentissimo, silenzioso e commosso, che ha affollato le sale torinesi in questi giorni, lo ha capito benissimo.

* Con Roman Polanski Robert Harris aveva già sceneggiato un altro film politico (L’uomo nell’ombra – 2010) 

 

Due film francesi: French Connexion – Samba

Schermata 2015-05-05 alle 12.44.58recensione del film:
FRENCH CONNECTION

Titolo originale:
La French

Regia:
Cedric Jimenez

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan – 135 min. – Francia, Belgio 2014.

Momento di grazia, per il cinema francese, che ci manda da qualche tempo, oltre ai film belli di cui ho scritto le recensioni, alcuni buoni film, scritti con cura, che si seguono con piacere degli occhi e anche della mente.
Questo, ad esempio, pur affrontando il tema più volte trattato (anche dal cinema italiano) delle complicità mafiose fra malavitosi corsi, italiani e americani per il controllo del traffico internazionale della droga, ci presenta un intreccio interessante, condotto molto bene dal regista che ricostruisce, con attendibilità storica, i meriti di Pierre Michel, il coraggioso giudice francese, che trasferito nel 1975 a Marsiglia dalla città di Metz (Lorena), si era impegnato con tutte le sue forze per smantellare la ramificata organizzazione che si occupava di raffinare gli oppiacei, confezionarli ben camuffati dentro lattine di conserve alimentari e farli partire dal porto di Marsiglia alla volta di NewYork, sottraendoli a qualsiasi controllo. L’organizzazione mafiosa aveva a Marsiglia un capo riconosciuto, l’italiano Gaetano Zampa (Gilles Lellouche), che agiva nell’ombra, coperto da politici locali pavidi e collusi, che avrebbero preferito una condotta maggiormente cauta del giudice. Soltanto dopo l’elezione di François Mittérand alla presidenza della repubblica (1980), i socialisti francesi decisero di allentare i legami con l’organizzazione, facendo saltare la struttura gerarchica mafiosa, che, ormai del tutto fuori dal controllo di Zampa, organizzò l’attentato contro Pierre Michel. La vicenda, che è vera, è raccontata con classica compostezza, nel modo teso e incalzante dei film di genere degli anni ’80, di cui il regista evoca la presenza anche attraverso le scene di inseguimento lungo la “corniche”, i colori ingialliti della fotografia, la nettissima contrapposizione fra il giudice e il bandito, condotta però sul filo del reciproco rispetto. Nulla di particolarmente originale, per carità, ma un buon film, abbastanza coinvolgente.

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Schermata 2015-05-08 alle 20.12.04recensione del film:
SAMBA

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall – durata 116 min. – Francia 2014.

I due registi che nel 2011 avevano girato Quasi amici, arrivato nelle nostre sale nel 2012, questa volta si cimentano sul tema scottante dell’immigrazione, in una commedia abbastanza gradevole, e anche un po’ amara. Il protagonista è Samba (Omar Sy, lo stesso di Quasi amici), qui nelle vesti di un senegalese in cerca di fortuna a Parigi, dove vive uno zio che invano egli tenta di raggiungere. Samba, infatti, che è da dieci anni in attesa del permesso di soggiorno, è costretto ora a campare in un centro di accoglienza, alle porte della metropoli, fra altri immigrati come lui. Quando, con un po’ di fortuna, gli sarà possibile fuggire dal centro, emergeranno molti problemi, perché non è facile a nessuno vivere senza documenti in una grande città poco ospitale, in condizioni di ricattabilità, senza alcuna tutela nel lavoro, e senza garanzie di ricevere una ricompensa adeguata. Per fortuna esistono le associazioni filantropiche, le signore che si adoperano per aiutare come possono i diseredati in attesa di lavoro e regolarizzazione. Samba verrà preso a cuore da Alice (Charlotte Gainsbourgh, la musa degli ultimi film di Lars von Trier), volontaria alle prime armi, che non sa molto di immigrazione, ma che cerca di non pensare ai problemi che l’hanno portata alle soglie della depressione. Alice, infatti, è una top manager stressata dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, ora in congedo per curarsi: forse può farle bene occuparsi dei problemi degli altri. Fra i due nasce un rapporto di simpatia, forse un amore. La soluzione dei problemi di Samba arriverà, però, in modo sorprendente e drammatico, quando egli verrà in possesso, senza volere, dei documenti validissimi e del permesso di soggiorno di un amico del centro di accoglienza, morto annegato nella Senna, col quale aveva scambiato la propria giacca. Potrà lavorare da allora regolarmente e nel rispetto della legge, ma avrà perso il proprio nome, nonché, in fondo, la coscienza di sé.
Il film non è privo di difetti sia perché ricalca un po’ schematicamente la struttura di Quasi amici, raccontandoci di una coppia improbabile, disomogenea, tuttavia inseparabile, sia perché non è privo di lungaggini. Ha però il pregio di trattare in modo semplice e chiaro un problema tra i più scottanti dei nostri giorni, senza tacerne gli aspetti duri e le difficili contraddizioni con le quali tutti, ormai, dobbiamo fare i conti.

salvare la cultura (Monuments Men)

Schermata 02-2456705 alle 00.48.56recensione del film:
MONUMENTS MEN

Titolo originale:
The Monuments Men

Regia:
George Clooney

Principali interpreti:
George Clooney, Matt Damon, Bill Murray, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville, Bob Balaban, Dimitri Leonidas, Cate Blanchett, Diarmaid Murtagh, Sam Hazeldine, Lee Asquith-Coe, Mark Badham, Adrian Bouchet, Zahary Baharov, Alan Bond, Matthew John Morley, Adam Prickett – 118 min- USA, Germania 2014.

Questo film nasce da un libro di carattere storico, nell’intento di portare a conoscenza di un vasto pubblico ciò che due scrittori, Robert Edsel e Brett Witter, raccontano, circa l’impresa semi-sconosciuta, conclusa positivamente da Frank Stokes, storico dell’arte americano, durante la seconda guerra mondiale. Egli, che nel film si chiama George Stout (George Clooney), aveva ottenuto dal presidente Roosevelt l’autorizzazione a mettere insieme una piccola squadra di studiosi ed esperti a vario titolo in storia dell’arte, da spedire in Europa, come militari alle sue dipendenze, col compito di evitare ulteriori e dannosissime dispersioni del patrimonio artistico del continente, già gravemente danneggiato dai dissennati bombardamenti (inevitabile conseguenza della guerra tecnologica, tenacemente voluta dai generali americani per assicurarsi posizioni strategiche importanti senza sacrificare i soldati). Gli uomini di Stout avrebbero dovuto impedire che le opere d’arte, trafugate dai nazisti dai più prestigiosi musei di Francia e Paesi Bassi, nonché dalle collezioni private delle case ebraiche, rimanessero occultate nei rifugi segreti predisposti in vista della loro definitiva sistemazione a Linz, città natale del Führer, dove avrebbe dovuto sorgere una speciale enorme galleria, dedicata alla sua megalomania, per ospitarle.
Questo è la parte del film più interessante e utile, intanto perché ci fa conoscere un aspetto importantissimo di quella guerra, per l’enorme numero e per la qualità delle opere razziate dai nazisti, e poi perché impone a tutti noi una riflessione, di grande attualità nel nostro paese, circa le spese che l’arte e la cultura richiedono per la loro tutela e conservazione, affinché le generazioni più giovani possano, grazie a queste, prendere coscienza della propria identità storica e delle proprie radici culturali, ciò che significa, naturalmente, anche indicare che la sopravvivenza indispensabile delle cose del passato non può che affidarsi alle strutture pubbliche degli stati, nonostante i costi.
Con un cast stellare, che va dallo stesso George Clooney, a Matt Damon, a Bill Murray, a John Goodman, a Jean Dujardin, a Cate Blanchett, il regista ci offre un lavoro che non manca di una certa tensione narrativa, ma che non rinuncia purtroppo all’esaltazione ottimistica delle imprese dei soldati americani in Europa (benemeriti, per carità!), che lascia un po’ l’impressione finale dell’ “arrivano i nostri”, sulle note trionfali di una marcetta militare. Questa, forse, George Clooney se la poteva davvero risparmiare!

Il lupo insidioso (The Wolf of Wall Sreet)

Schermata 01-2456687 alle 14.55.09recensione del film:
THE WOLF OF WALL STREET

Regia:
Martin Scorsese

Principali interpreti:
Leonardo DiCaprio, Jonah Hill, Margot Robbie, Matthew McConaughey, Kyle Chandler, Rob Reiner, Jon Favreau, Jean Dujardin, Cristin Milioti, Jon Bernthal, Ethan Suplee, Shea Whigham, Spike Jonze, Ben Leasure, Michael Jefferson, Chris Riggi, Joanna Lumley, J.C. MacKenzie, Christine Ebersole, Matthew Rauch – 180 min. – USA 2013.

Quest’ultimo film di Martin Scorsese si ispira alla storia reale raccontata nell’autobiografia (tradotta anche in Italia per le edizioni BUR) di Jordan Belfort, avventuriero e faccendiere finanziario che nel giro di pochissimo tempo divenne uno degli uomini più ricchi e potenti degli Stati Uniti.

Jordan Belfort (Leonardo Di Caprio) era un giovane di belle speranze, ambizioso, ma senza grandi esperienze borsistiche e finanziarie, quando, approdato a Wall Street e opportunamente istruito dal manager senza scrupoli Mark Hanna (Matthew McConaughey) sul modo di diventare un broker di successo, creò nel New Jersey un’agenzia di brokeraggio, la Stratton Oakmont, coll’imperativo categorico di guadagnare una quantità di soldi mai vista, per potersi concedere ogni lusso e ogni piacere. Si sarebbe trattato di mettere in atto la strategia più utile affinché un elevato numero di entusiasti e convinti mediatori riuscisse a persuadere una grandissima quantità di investitori ad affidare alla Stratton il proprio denaro, grazie alla promessa di farlo rendere, al riparo dalle tasse e nello spregio più assoluto di ogni forma di legalità. In alcuni periodi storici le lusinghe della ricchezza e dei vantaggi che ne derivano funzionano meglio che in altri: Jordan ebbe la ventura di trovarsi a operare negli anni ancora largamente egemonizzati dal pensiero unico dell’edonismo reaganiano, versione rivisitata e, forse più seducente, del sogno americano, ciò che favorì il veloce successo del suo proposito. L’agenzia ebbe dunque una rapidissima ascesa, consentendo a Jordan di sprecare le ingenti somme che affluivano da ogni parte e che egli rapidamente intascava, nelle spese più pazze per procurarsi donne, alcool, viaggi e droghe, e permettendogli anche di abbandonarsi a eccessi di ogni tipo, sui quali, senza alcuna inibizione moralistica, si sofferma la cinepresa del regista. La prima parte del film, perciò, raccontandoci l’irresistibile arricchimento del protagonista, ci presenta un vasto repertorio delle sue trasgressioni sessuali, orgiastiche, da consumatore compulsivo di droghe di ogni qualità, sgomentandoci e provocando una strana sensazione, insieme di imbarazzo e di compiacimento, poiché ci rende coscienti subito che un’ ambigua fascinazione promana dai comportamenti amorali di Jordan, che diventano aspetti costitutivi della narrazione di Martin Scorsese, che non solo non prende le distanze dal protagonista, ma pare quasi costruirne un’immagine positiva.

I contorni del personaggio di Jordan, in realtà, si precisano meglio nella seconda parte del film, quando alcune cose cominciano a non funzionare come prima nella strategia del nostro eroe. Non è vero, innanzitutto, che i soldi possono comprare tutto e corrompere tutti: saranno due oscuri funzionari dell’FBI a ricordarglielo e a inchiodarlo alle sue responsabilità; la sua concezione maschilistica dei rapporti sociali e familiari, inoltre, si infrangerà di fronte alla resistenza di Naomi (Margot Robbie), la moglie bellissima, che gli ha dato due figli e che non intende sopportare più i suoi tradimenti e la sua vita debosciata. Egli scoprirà, poi, a sue spese, che la droga non è sempre in grado di potenziare le proprie prestazioni: gli accade infatti che l’effetto ritardato di uno stupefacente scaduto, ingollato a gogò, gli provochi un ottundimento psico-fisico terribile, tale da mettere a rischio la sua mente e la sua vita stessa (scena che l’eccezionale performance di Leonardo Di Caprio rende memorabile). In alcuni momenti, inoltre, la vita è resa incerta dalle forze della natura, contro le quali non è facile avere la meglio, come dimostrano le difficoltà della sua nave da crociera durante una tempesta nel Mediterraneo.
Il comportamento di Jordan, così almeno mi è parso, contiene in sé le contraddizioni sufficienti a far vacillare la solidità del castello di illusioni che egli era riuscito a creare per sé e per i pochi altri suoi fedelissimi, amici che, però, egli stesso, per ottenere sconti di pena, non esiterà a tradire, consegnandoli nelle mani della giustizia (attenendosi in ciò a quanto gli aveva suggerito Mark Hanna, cioè che non possono esistere amici a Wall Street). Riuscirà, è ben vero, a cavarsela ancora una volta: una mite condanna gli permetterà, di nuovo di affabulare un pubblico di creduloni ammiratori, durante un’intervista televisiva, segno evidente che il personaggio è un lupo incorreggibile, che, come tutti i suoi simili, perde il pelo, ma non il vizio, ma segno altrettanto evidente che sono sempre troppi gli ingenui che mostrano ammirazione e stima per marpioni di tal fatta.
Il ritratto a tutto tondo di Jordan Belfort è tragicomico e grottesco; buffonesco e inquietante e si colloca, secondo me, fra le pagine più significative del regista, che forse, descrivendo l’insaziabile e oscena bulimia di questo lupo vorace, ci ha dato anche il ritratto del capitalismo finanziario e della sua forza insieme avida, seduttiva e distruttiva. Straordinaria la recitazione degli attori, con Di Caprio, quasi gigione, in stato di assoluta grazia!

“inattualità” dell’artista (The artist)

recensione del film:
THE ARTIST

Regia:
Michel Hazanavicius

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Bérénice Bejo, John Goodman, James Cromwell, Penelope Ann Miller- 100 min. – Francia 2011.

Se un attore del cinema muto avesse desiderato dire qualcosa, lo si sarebbe dovuto considerare un matto e perciò sottoporre a un crudele elettrochoc. Nel 1927, anno che viene indicato come quello in cui il racconto ha inizio, viene in tal modo trattato il temerario attore che vorrebbe parlare: il cinema era ancora muto, ma comunicava benissimo; gli interpreti erano molto bravi e dotati di grande professionalità; essi conoscevano il modo per parlare col corpo, oltre che cogli occhi; si esprimevano con la gestualità, in cui erano diventati maestri, con la danza, con la mimica facciale ed erano così noti, per questo, da essere riconosciuti e ammirati anche quando camminavano per strada. Così era anche per gli animali che recitavano con loro: il cagnolino del famoso George Valentin, il protagonista di questo bellissimo film (un grandissimo Jean Dujardin), era talmente espressivo che davvero … gli mancava la parola, come a George; ma sarebbe davvero servita?
Nessuno aveva ancora considerato che la perfezione e la raffinatezza raggiunta dal cinema muto avrebbe dovuto fare presto i conti con due fattori imprevisti da molti degli addetti: il perfezionarsi della tecnologia e il mercato. L’introduzione del sonoro era, ormai, questione di poco tempo: già a partire dal 1929 si cominciò a costruire il film, cercando di accompagnarlo con la musica, e, dopo un po’ si sincronizzarono azioni e rumori; fra non molto si sarebbe trovato il modo di far parlare con la loro voce anche gli attori. George Valentin non crede che la cosa possa riguardare in alcun modo professionisti della sua esperienza e della sua popolarità: egli pensa che nel mercato del cinema ci sia posto per tutti: per chi vuole affrontare le novità senza badare troppo alla qualità della recitazione (così farà Peppy Miller, la giovane e briosa aspirante attrice che George lancerà e che successivamente occuperà un grande posto nel suo cuore), così come per chi preferisce continuare a rivolgersi a quel pubblico raffinato ed esigente che apprezza l’arte straordinaria degli attori che si esprimono con colta ricercatezza. Le cose non andarono così: anche gli ammiratori più fedeli erano curiosi estimatori della tecnologia, cosicché presto gli spettacoli sonori spiazzarono quelli muti, facendo finire nel dimenticatoio anche i grandi interpreti che non volevano adattarsi, come il grande George Valentin, cui la crisi del ’29 darà il colpo di grazia. Tutta questa vicenda è raccontata con intelligenza e cultura dal regista parigino Michel Hazanavicius, che insieme ai due splendidi protagonisti, Jean Dujardin e Bérénice Bejo, dà vita non a un film sul cinema muto, ma a un film muto e per di più in bianco e nero, quanto di più inattuale si possa immaginare in un’epoca così tecnologica come la nostra, in cui molti sembrano apprezzare soprattutto gli effetti speciali, il 3D, quasi fosse, ancora una volta, “la meraviglia” il fine della creazione artistica. Quest’opera è quasi una meditazione sul cinema, e più in generale sull’arte, che è nemica della moda, per sua natura effimera, ma è invece passione e lavoro, creazione che per durare nel tempo è sempre “inattuale”, in quanto destinata a scontrarsi con i luoghi comuni in ogni tempo e in ogni epoca. Film di grandissimo impatto emotivo, che, per quanto muto, parla a tutti noi come pochi altri, molto consigliabile a coloro che amano il cinema vero, i bravi attori e i registi intelligenti e sensibili.