cupo drammone (C’era una volta a New York)

Schermata 01-2456683 alle 16.52.39recensione del film.
C’ERA UNA VOLTA A NEW YORK

Titolo originale:
The Immigrant

Regia:
James Gray

Principali interpreti:
Marion Cotillard, Joaquin Phoenix, Jeremy Renner, Dagmara Dominczyk, Angela Sarafyan – 120 min. – USA 2013

C’era una volta e c’è tuttora, a sud est di Manhattan, di fronte all’isoletta di Lady Liberty (nota da noi come Statua della libertà), l’isola di Ellis Island. Il suo nome è sinistramente legato alle migrazioni verso gli Stati Uniti: lì sbarcavano, infatti, gli sventurati che speravano di lasciarsi alle spalle miseria e spesso anche persecuzioni, sedotti dal sogno americano, nel grande “paese delle opportunità”. Come è ben raccontato all’inizio di questo film, Ellis Island era organizzata per sottoporre a spietata selezione i nuovi arrivati: medici e agenti federali si affiancavano, nell’edificio, ora Museo dell’immigrazione, per accertare che essi non fossero da espellere in quanto portatori di malattie contagiose, ma anche per respingere ai luoghi d’origine chiunque si ribellasse al loro arbitrio, immediatamente sospettato di simpatie rivoluzionarie e sovversive. Qui erano giunte, intorno agli anni ’20, due sorelle polacche, Ewa (Marion Cotillard) e Magda (Angela Sarafyan), nell’intento di sottrarsi alle discriminazioni ai pogrom e alle vendette che, dopo la prima guerra mondiale, continuavano ad affliggere le popolazioni dell’Europa orientale. Le due giovani, rimaste orfane e molto legate, si erano sostenute a vicenda durante il viaggio confidando, vanamente, nell’accoglienza generosa di una zia che a New York si era sposata e lì da tempo risiedeva. In quella città, però, solo Ewa era entrata, poiché Magda, tradita da un colpo di tosse e sottoposta a immediati accertamenti, dapprima minacciata di espulsione, era stata forzatamente ricoverata in ospedale per curare la tubercolosi da cui era affetta. Su questo sfondo agisce, mescolandosi ai migranti e cercando di non dar troppo nell’occhio, Bruno Weiss (Joaquin Phoenix), giovanotto, ebreo e polacco a sua volta, che nel corso del racconto assumerà un ruolo sempre più importante. Egli era arrivato a New York assai prima delle due sorelle e aveva trovato la sua strada gestendo un equivoco cabaret, fatto di spettacolini sgangherati e volgari in cui si esibivano in uno sguaiato balletto un po’ di ragazze polacche, pronte a prostituirsi dopo la danza, in cambio di un letto e del cibo, cui egli stesso provvedeva, grazie ai turpi guadagni dell’amore a pagamento. Bruno, dunque, era un lenone, alla caccia di fanciulle belle e sventurate cui offrire “lavoro” e casa. Egli, tuttavia, era rimasto molto colpito dalla bellezza fine e delicata di Ewa, di cui, a poco a poco, si era innamorato davvero, tanto che era sinceramente disposto ad aiutarla per far uscire Magda dall’ospedale. Non era, però, disposto a rinunciare ai proventi che dalla sua esibizione e prostituzione gli arrivavano, neppure davanti alla riluttanza disperata di lei. La ricostruzione precisa delle circostanze storiche e delle relazioni umane di dominio o di subalternità che dal primo momento si delineavano, fra chi aveva il potere di decidere della vita altrui e la folla dei diseredati, pronti a tutto, costituisce lo scenario giusto per comprendere perché potessero crearsi situazioni così paradossali, in cui l’incomunicabilità più totale avrebbe impedito l’instaurarsi di qualsiasi rapporto d’amore condiviso, possibile solo nella parità delle condizioni dei due partner.

E’questa, mi pare, la parte migliore di quest’ultima fatica di James Gray, il regista di altri film molto belli, quali I padroni della notte e Two Lovers. Purtroppo nel seguito della pellicola, il regista, invece di sviluppare i temi iniziali che erano stati impostati così bene, introduce l’elemento melodrammatico della rivalità amorosa fra Bruno e il cugino Orlando (Jeremy Renner), fantasista e istrionico prestigiatore, a sua volta innamorato della bella Ewa. Va da sé che i due, non essendo proprio gentiluomini oxfordiani, si affronteranno a suon di botte, di coltellate e anche di pistolettate, introducendo un elemento di grande violenza sanguinaria, del tutto inattesa e poco consona all’andamento malinconico e quasi favoloso dell’inizio della storia, sottolineato anche dalla fotografia appositamente ambrata, ingiallita e sbiadita, molto bella.
Peccato! Il melodramma appesantisce una buona parte di questo film, rendendolo, per i miei gusti, quasi un indigeribile polpettone, alquanto lacrimoso, del quale il regista avrebbe dovuto controllare meglio gli effettacci finali, fra dolori di ossa rotte, lacrime e ferite. Gli attori sono molto bravi.

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Two lovers

Recensione del film
TWO LOVERS

Regia:
James Gray
Principali interpreti:
Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, Moni Moshonov, John Ortiz, Bob Ari, Julie Budd
– 100 min. – USA 2008.

Secondo me, questo film, che giudico davvero molto bello, è molto più che un film d’amore e di amanti, come lascerebbe intendere il titolo. E’ soprattutto anche un film sulla difficoltà di vivere e di progettarsi quando un’educazione apertamente autoritaria (nel caso di Michelle) o, che è lo stesso, iperprotettiva (nel caso di Leonard) costringe a scegliere per il proprio futuro sentimentale una situazione che in qualche modo sostituisca la condizione familiare di provenienza, o perchè sarà fatta a immagine di quella che si sarebbe voluta (l’amante di Michelle è certamente una figura paterna che le garantirà affetto e sicurezza economica), o perchè riprodurrà esattamente il ruolo della famiglia nel caso del ragazzo (tralascio poi l’immagine tutta materna di Sandra). Credo pertanto che i riferimenti alle Notti bianche di Dostoievsky, che pure ci sono, rimangano alquanto “esterni”, essendo i due giovani in realtà molto simili tra loro: sembrano, infatti, uno il “doppio” dell’altro. Mi pare che l’attrazione che nasce fra i due molto debba anche a un riconoscersi nella debolezza e nella rispettiva fragilità ed è significativo che i due si amino al buio, senza che si siano “visti”, il che per me significa che non solo non conoscono l’uno il corpo dell’altra, ma che non si conoscono affatto. Significativo anche, infatti, che del duplice tentativo di suicidio il giovane abbia parlato solo a Sandra che diventerà sua moglie, ma non a Michelle, anche se vi alluderà, come se glielo avesse già detto, quasi a conferma dell’identità che connota i due personaggi. In questa situazione ai due giovani non resta che sognare velleitariamente un futuro insieme, senza avere alcuna possibilità di realizzarlo davvero. Un po’ di Dostoiewski, dunque, certamente, ma molto Philip Roth, con le sue famiglie soffocanti e con le madri affettuose, ma quanto opprimenti! Aggiungo che il film è raccontato con molta finezza ed è anche stupendamente recitato