Welcome to the Rileys

recensione del film:
WELCOME TO THE RILEYS

Regia:
Jake Scott

Principali interpreti:
Kristen Stewart, James Gandolfini, Melissa Leo, Lance E. Nichols, David Jensen, Kathy Lamkin, Michael Wozniak, Sharon Landry  – 110 min. – Gran Bretagna 2010.

 

È un bel film triste, seppure non privo, nell’aperto finale, di qualche barlume di speranza, Welcome to the Rileys, che racconta ancora una volta la difficoltà di elaborare il lutto gravissimo della perdita di un figlio. L’argomento è stato più volte trattato dal cinema, anche recentemente, con Tre manifesti a Ebbing, pellicola che torna alla mente vedendo questa, che la precede di parecchi anni, il cui avvio però è talmente simile da far pensare a coincidenze non del tutto casuali.
Era morta tra le fiamme, a soli quindici anni, una ragazzina che se n’era andata di casa una sera,  quasi fuggendo, dopo una accesa discussione con sua madre: mentre scorrono i titoli di testa, sullo schermo appare lo spaventoso rogo che aveva avvolto l’auto su cui viaggiava la giovinetta, infilatasi sotto un camion, nel tentativo di sottrarsi all’inseguimento dell’auto di sua madre, che intendeva riportarsela a casa.
Nulla sarebbe rimasto come prima, dopo quella tragedia: erano passati otto anni ma per Lois Riley (Melissa Leo), annichilita e schiacciata dal rimorso, la sua attività di pittrice, ogni  relazione sociale e la stessa vita di coppia avevano perso ogni senso: in attesa di morire continuava a tormentarsi, chiudendosi in casa e trascurando il marito, Doug Riley (James Gandolfini), uomo d’affari, con una vita sociale ricca, che ora non intendeva più seguirla nella sua disperazione senza fine. Uomo di profonda umanità, a New Orleans dove si trovava per un meeting di lavoro, aveva incontrato una giovanissima prostituta, Mallory (Kristen Stewart), sbandata, drogata e segnata da un passato di povertà culturale e materiale senza rimedio, e aveva considerato l’opportunità di aiutarla a ritrovare la propria dignità smarrita. Sarebbe stata per lui e, forse, anche per per Lois l’occasione per aprirsi nuovamente alla vita e all’amore che dopo la morte della figlia entrambi avevano drammaticamente ignorato. Una scommessa difficilississima, probabilmente senza prospettive, ma, intanto, il cinismo e l’indifferenza che Mallory riteneva indispensabili per difendersi dal dolore e dalle umiliazioni che non mancavano mai a una come lei, sembravano essersi attenuati, almeno un po’, quasi che la giovane, pur rivendicando la libertà delle proprie scelte, sapesse di poter contare sul loro saldo e disinteressato affetto…

Il film racconta, dunque, con linguaggio minimalista e asciutto, il dolore più atroce, ma allarga il proprio sguardo ai settori più marginali della società americana, alla solitudine profonda di chi ha dovuto  cavarsela, fin da piccolo, senza aiuto alcuno, per sopravvivere alla fame e alla miseria, circondato dall’indifferenza generale e dal disprezzo, come era accaduto a Mallory, orfana di madre a quattro anni e cresciuta senza affetti e senza solidarietà. I racconti della giovane prostituta sono tra le cose migliori di questa pellicola, e nella loro durezza difficilmente si dimenticano

Il film, che è appena arrivato in Italia dove è presente solo a Torino in un’ unica sala, è del 2010. Con tutto comodo e con tempi lunghissimi, finalmente qualcuno, fra gli appassionati di cinema, è riuscito a vederlo; è in preparazione, però, per tutti gli interessati il DVD, così come, a quanto ho capito, sarà disponibile a breve in streaming sulla piattaforma Netflix. Dal 2010, anno di uscita del film nel resto del mondo, sono accadute molte cose: nel 2013 il principale grande protagonista, James Gandolfini, ci ha lasciati, mentre Kristen Stewart, anche lei magnifica interprete, ha ulteriormente perfezionato le qualità di attrice, già eccellenti; con otto anni in più, inoltre, noi cinefili duri e puri ci stiamo quasi rassegnando alla chiusura delle sale e alla visione televisiva dei film, nonché alla conseguente perdita di quella magia silenziosa della visione che ci aveva fatto amare il cinema. Il disappunto cresce considerando che Welcome to the Rileys è non solo un buon film, ma ha collezionato alcuni riconoscimenti internazionali: al Sundance del 2010, nonché ai festival di Berlino e di Los Angeles (in concorso) in quello stesso anno.
Meglio se lo vedrete in sala, ma, in ogni caso, è un film da vedere!

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Chi è senza colpa

Schermata 2015-03-28 alle 17.00.15recensione del film:
CHI E’ SENZA COLPA

Titolo originale:
The Drop

Regia:
Michael R. Roskam

Principali interpreti:
Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Matthias Schoenaerts, John Ortiz – 106 min. – USA 2014

Michael Roskam è il poco noto regista belga di questo bellissimo film, che si è ispirato al breve racconto (Animal Rescue) dello scrittore bostoniano Dennis Lehane, celebre anche per due romanzi da cui furono tratti due film famosi: Mystic River e Shutter Island. Dal tandem Roskam – Lehane è nata la notevole sceneggiatura della pellicola, ambientata a Brooklyn e non a Boston, come, in origine, nel racconto*.
Brooklyn, dunque, è l’ambiente in cui si svolge la vicenda, in un locale che ogni tanto diventa il punto di riferimento di un gruppo di gangster ceceni, uno dei tanti “drop bar” della zona, all’interno dei quali, a rotazione, i delinquenti fanno rifluire una considerevole quantità di denaro sporco: quando tocca a loro, i gestori Bob Saginowski e Marv, suo cugino, provvedono a custodirlo e riciclarlo  con scrupolosa cura.
Entrambi hanno un passato non proprio limpido: Marv (James Gandolfini, al suo ultimo film) è il più anziano dei due ed è un uomo che, già temuto e rispettato dalla malavita locale, rimpiange quel tempo in cui era lontano dall’immaginare che presto le umiliazioni, le minacce e i ricatti di un gruppo di feroci Europei dell’Est lo avrebbero piegato; Bob (Tom Hardy, il bravissimo interprete di Locke), più giovane, ma con pesanti e oscuri trascorsi, appare ora animato da una qualche volontà di riscatto: va a messa ogni giorno; alleva con amore e tenerezza Rocco, un cucciolo di pittbull trovato in un bidone della spazzatura tutto pesto e sanguinante, obbedisce  silenziosamente agli ordini di Marv e ha un atteggiamento conciliante persino nei confronti di Eric Deeds (Matthias Schoenaerts, il bravissimo interprete di Un sapore di ruggine e ossa), uno psicopatico balordo, appena uscito dalla galera dopo aver scontato la pena per un omicidio pienamente confessato.
In questa situazione di precario e difficile equilibrio, una rapina del tutto inattesa concentra sul locale di Marv e Bob l’attenzione della polizia e in modo particolare del detective Torres (John Ortiz), mentre la giovane Nadia (Noomi Rapace, la Lisbeth di Uomini che odiano le donne), a cui era destinato il cucciolo Rocco crudelmente torturato, non riesce più a difendersi dalle minacce di Eric.

In un crescendo di tensione, il film si avvia alla sorprendente conclusione, che ben si colloca all’interno di questo “noir” particolare, che è anche e soprattutto indagine psicologica approfondita sulle contraddizioni dei personaggi, sulla loro umanità, mai del tutto perduta, sui loro tentativi forse  maldestri di uscire da un pasticcio che poco promette di buono e in cui, a un certo punto della loro esistenza, li aveva cacciati la loro stessa marginalità. Un bel giallo all’europea, dunque, che punta poco sugli effetti splatter (non mancano, tuttavia!), ma che si fa invece ricordare in primo luogo per la credibilità psicologica degli uomini tristi coinvolti in una vicenda infernale, nonché per la bella sinergia di interpreti, regista e sceneggiatore, che hanno insieme creato un film molto interessante e sicuramente da vedere!

* Dopo il film Dennis Lehane è tornato sulla sceneggiatura del suo originario racconto e l’ha trasformata nel romanzo (uscito nel 2015 anche in italiano per le edizioni Piemme) che ha titolato The Drop, come il film. Come poi sia stato possibile tradurre The drop in Chi è senza colpa, è una bella domanda senza alcuna risposta sensata, ma tant’è!

una vita per caso (L’uomo che non c’era)

Untitled-2 recensione del film:
L’UOMO CHE NON C’ERA

Titolo originale.
The man who wasn’t there

Regia:
Joel Coen Ethan Coen

Principali interpreti:
Billy Bob Thornton, Frances McDormand, James Gandolfini, Michael Badalucco, Katherine Borowitz, John Michael Higgins, Jon Polito, Richard Jenkins, Christopher McDonald, Jack McGee, Scarlett Johansson – 116 min. – USA 2001

Riproposto a tarda ora, qualche giorno fa, da una rete televisiva, me lo sono riguardato con calma dal mio DVD e recensito!

Si chiamava Ed Crane il protagonista di questo film, ovvero l’uomo che non c’era, colui la cui individuazione è problematica, essendo possibile parlarne soprattutto per ciò che lo differenziava da chi viveva felicemente e attivamente intorno a lui. Al di là del carattere individuale di ciascuna di quelle persone, si trattava di donne e uomini accomunati dalla stessa weltanschauung: la condivisa convinzione di trovarsi nel migliore dei mondi possibili. Doris, sua moglie; Frank, suo cognato; Big Dave, suo amico, nonché titolare del negozio in cui Doris lavorava e anche gli altri amici e conoscenti non si ponevano molte domande e non avevano dubbi: non solo questo mondo era perfetto per loro, ma essi avrebbero potuto ulteriormente migliorarlo col lavoro, con gli affari e col denaro. Ed, invece, si poneva continuamente molte domande, senza trovare risposte adeguate, il che non faceva che accrescerne l’incertezza e l’inquietudine: non riuscendo a spiegarsi le incongruenze, le contraddizioni e l’insensatezza del vivere, si accontentava di opporre un ostinato silenzio alle vuote chiacchiere del suo prossimo, di cui egli guardava, con meravigliata e ironica indifferenza, l’arrabattarsi e l’affannarsi per accumulare altro denaro.
Il suo silenzio e lo sguardo assente ci dicono però anche della sua consapevolezza lucida e impotente: aveva intuito nell’esistenza universale una cieca mancanza di finalità, cosicché gli sembrava che ogni forma vitale fosse mossa da un’energia assurda e oscura, quella stessa che rendeva inarrestabile la crescita dei capelli, anche dopo la vita stessa, ciò che per lui era un enigma ossessivo e tormentoso, ma che, invece, per Frank era sicuramente il positivo indizio di un ordine naturale quasi provvidenzialmente finalizzato al proprio benessere individuale e familiare, visto che era parrucchiere!
Ed, l’anti-eroe, lavorava per Frank: ci appare subito, infatti, nel suo camice da barbiere, al lavoro nella bottega del cognato chiacchierone. Come la sua stessa voce narrante tiene a precisare, dentro questo lavoro egli si era trovato, o, per usare le sue parole, “ci si era sposato”, essendo Doris la sorella di Frank. Tutto quanto era accaduto nella sua vita era stato un evento casuale e inopinato: il lavoro, il matrimonio, la casa e persino il tradimento di Doris, che ora se la stava intendendo con Big Dave.

Inatteso e casuale era stato anche l’incontro con l’ambiguo Creighton Tolliver, l’uomo che avrebbe impresso la svolta definitiva alla sua esistenza. Questi, probabilmente un imbroglione in cerca di ingenui da spennare, gli aveva fatto credere che fosse arrivata finalmente anche per lui la possibilità di di farsi stimare per ciò che avrebbe realizzato nel business, allora emergente (il film è ambientato nel 1949), del lavaggio a secco. Ed Crane gli aveva dato retta e, sedotto soprattutto dall’idea di vendicarsi del tradimento di Doris, aveva estorto col ricatto a Big Dave il denaro richiestogli da Creighton per avviargli l’attività.
Del tutto inattesi e imprevedibili, però, gli sviluppi della faccenda: Big Dave, completamente rovinato, aveva scoperto che era stato Ed a ricattarlo e ora stava per strangolarlo, costringendolo, per difendersi, a ucciderlo; Doris era stata accusata del delitto e rischiava la pena di morte; Frank si era indebitato per procurarle un avvocato capace di farla uscire dai guai; Creighton sembrava essere sparito con il malloppo.
Il film, che nella prima parte aveva presentato i personaggi della vicenda, delineandone i tratti connotativi, ora assume sempre più marcatamente il carattere di un thriller molto teso, al termine del quale Ed Crane finirà stritolato. La verità dei fatti si era rivelata impossibile da ricostruire per gli uomini che avevano condotto le indagini dopo il sorprendente ritrovamento del corpo di Creighton, esattamente come per Ed Crane era stato impossibile, durante tutta la sua vita inquieta, penetrare oltre le apparenze del reale che smentivano continuamente le certezze della maggioranza degli uomini.
Le parole dell’avvocato di Doris, a questo proposito, non potrebbero essere più chiare:

Il principio di indeterminazione, dunque, (quello stesso principio che i fratelli Coen riproporranno di fronte all’interrogarsi di Larry, ai suoi perché angosciosi nell’altro loro bellissimo film del 2009, A serious Man) è tutto ciò che un fisico “crucco” (per dirla con l’avvocato) di nome Heisenberg, stimato anche da Einstein, era riuscito a stabilire circa le possibilità conoscitive della scienza e perciò stesso nostre! In altri termini,  nulla. Ed Crane, il barbiere-filosofo l’aveva intuito!
Il film è girato a colori e successivamente desaturato, con effetti stupefacenti, che rappresentano quasi visivamente il brancolare nel buio di Ed alla ricerca inutile della verità ed è recitato in modo superlativo da Billy Bob Thornton (Ed Crane); Frances McDormand (Doris), James Gandolfini (Big Dave), Michael Badalucco (Frank), Jon Polito (Creighton). Fugace ma interessante l’apparire di Scarlett Johansson, giovanissima, in un ruolo secondario, ma decisivo verso la fine del film, che è bellissimo, quasi un capolavoro!

i difetti del partner (Non dico altro)

Schermata 05-2456798 alle 09.41.16recensione del film:

NON DICO ALTRO

Titolo originale:
Enough Said

regia:
Nicole Holofcener

Principali interpreti:
Julia Louis-Dreyfus, James Gandolfini, Catherine Keener, Toni Collette, Tavi Gevinson, Ben Falcone, Tracey Fairaway, Eve Hewson, Christopher Smith – 93 min. – USA 2014.

Fermo restando che i molti film sugli amori fra mature signore sole e ugualmente soli e maturi signori suscitano più di un sospetto di trovarsi di fronte al tentativo di accattivarsi un pubblico di anziani in una società che invecchia, qui abbiamo, in ogni caso, un film garbato, narrato con una certa finezza introspettiva e con partecipazione malinconica dalla brava regista, nonché recitato in modo eccellente dai due attori protagonisti: James Gandolfini, scomparso di recente, e Julia Louis Dreyfus, che in seguito a questa interpretazione ha ricevuto una nomination per i Golden Globe. Come è ovvio aspettarsi, i due protagonisti della storia, Albert ed Eve, non essendo più giovanissimi, non sono più bellissimi: un ciccione lui, che mangia in maniera un po’ smodata; una donna piccolina lei, col corpo da bambina, anche se alla bellezza fisica si dedica per professione: è una massaggiatrice, infatti, che si sposta, col lettino portatile e pieghevole assai ingombrante, per mantenere tonico e curato il corpo della sua clientela, di cui spesso diventa amica e confidente. Questo succede anche con Marianne, la poetessa, conosciuta casualmente durante un affollato ricevimento, che ora si affida ai suoi massaggi e che le racconta, quasi ossessivamente, le malefatte dell’ex marito da cui ha divorziato da tempo. Eve è del tutto ignara, per il momento, che quell’ex marito altri non sia che Albert, conosciuto nella stessa occasione, col quale ha avviato da poco una relazione. Albert non è certamente privo di difetti, come tutti gli esseri umani del resto, ma ha simpatia da vendere e anche una semplicità affettuosa e cordiale nei modi, ciò che a lei piace molto e la sta conquistando. Una storia d’amore a quell’età, però, può essere particolarmente fragile, sia perché il peso dei fallimenti sentimentali rende molto prudenti e timorosi di una nuova storia (anche Eve ha un divorzio alle spalle), sia perché, cadute le illusioni giovanili, il maggiore realismo può spingere a ingrandire impietosamente le cose che non vanno dell’altro. Se poi, ulteriori difetti, mai notati in precedenza, vengono ingigantiti dal rancore mai metabolizzato di una ex moglie, allora la relazione rischia proprio di morire sul nascere. Questo ci racconta il film (che per certi aspetti potrebbe ricordare Gloria) di cui non svelerò la conclusione, con delicatezza e con grazia, e anche con una buona dose di compassione per i due protagonisti, che in qualche modo, magari molto imperfettamente, cercano di vincere la solitudine che li attende negli anni a venire, quando le rispettive figlie se ne saranno andate definitivamente per vivere la propria vita.