I fratelli Sister

recensione del film:
I FRATELLI SISTER

Titolo originale
The Sisters Brothers

Regia:
Jacques Audiard

Principali interpreti:
John C. Reilly, Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhaal, Riz Ahmed, Jóhannes Haukur Jóhannesson – 122 min. – Francia, Spagna, Romania, Belgio, USA 2018. –

…vanno combattuti tutti coloro che campano alle spalle del proletariato senza svolgere alcuna attività”. Si rende necessaria la solidarietà fra le classi produttive “…dei collaboratori e dei soci, dal più semplice manovale al più ricco industriale, all’ingegnere più illuminato(Henry de Saint Simon).

Oregon 1851
Due fratelli, Eli e Charlie Sister (rispettivamente John C. Reilly e Joaquin Phoenix), cacciatori di taglie, lavorano al soldo di un potentissimo ma misterioso signore locale, il “Commodoro”, per catturare e uccidere Hermann Kermit Warm (Riz Ahmed), geniale chimico di provenienza medio-orientale e anche seguace delle teorizzazioni saintsimoniane, costretto a fuggire dalla California e, al momento del film, desideroso di raggiungere  il Texas, dove, a Dallas, ha in mente di costruire il migliore dei mondi possibili, secondo la prospettiva indicata dal suo ideale ispiratore.
Egli, grazie ai propri studi, aveva scoperto il modo per trovare l’oro nei fiumi senza fatica e senza guerre, utilizzando  una sostanza chimica dalla formula segreta, capace di rendere luminoso, e perciò facilmente separabile dall’acqua, il prezioso metallo.
Sulle tracce di Warm era stato inviato, coll’incarico di carpirne i segreti, e successivamente di ucciderlo, anche il detective e avvocato John Morris (Jake Gyllenhaal), uomo di studi umanistici, che avrebbe instaurato con lui un ambiguo rapporto, affascinato dal suo progetto sociale e dalle sue conoscenze scientifiche: Warm, insomma, pur non essendo un criminale, era l’uomo più ricercato del momento perché la sua formula magica per trovare l’oro faceva gola a tutti i potenti del West.

Leone d’argento per la miglior regia, quest’ultima fatica di Jacques Audiard, magnificamente interpretata dai quattro protagonisti in stato di grazia, è ora nelle nostre sale ed è da vedere, poiché costituisce la testimonianza della versatilità di questo prestigioso regista, che ha tradotto per il cinema, su proposta dell’autore Patrick Dewitt, il romanzo Arrivano i Sisters. Il regista francese ha girato per la prima volta in inglese, sceneggiando con lo scrittore l’opera ispiratrice, avvalendosi inoltre del concorso dei capitali non piccoli di una produzione multinazionale, composta da Francia, Spagna, Romania, Belgio, U.S.A.
Come nei più famosi western di Sergio Leone, i luoghi che fanno da sfondo alla vicenda si trovano, per lo più, in territorio spagnolo (Aragona, Navarra), nonché, in questo caso, in Romania.
Audiard si è mosso rispettando la tradizione del genere, sia prediligendo i paesaggi aperti e selvaggi, gli spostamenti a cavallo, la febbre dell’oro, i momenti di dura e sgradevole violenza, sia includendo elementi di malinconica tristezza che evocano gli ultimi film di quella tradizione gloriosa, quelli che maggiormente hanno spiazzato e continuano a spiazzare le attese degli spettatori più fedeli, soprattutto per i temi “esistenziali” introdotti per i principali personaggi: Charlie, apparentemente il più motivato, è in realtà il più cupo e ombroso; Eli, apparentemente il più violento è in realtà sempre più riluttante a uccidere e come il fratello soffre per la nostalgia della casa e per la lontananza materna; Morris, tenuto all’obbedienza della legge, è sedotto, invece dall’utopia di Kermit Warm…
È presente in tutto il film una sorta di ironia indulgente nei confronti di quel mondo lontano che, nel veloce e irreversibile mutare del contesto storico, trasforma gli eroi individualisti di un tempo in picari avventurosi, un po’ donchisciotteschi, e che evidenzia come la fascinosa sicurezza scientistica e la fiducia nel progresso inarrestabile nascano da una pericolosa ignoranza circa gli effetti perversi della manipolazione della natura.

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Animali notturni

schermata-2016-11-26-alle-22-25-48recensione del film:
ANIMALI NOTTURNI

Titolo originale:
Nocturnal Animals

Regia:
Tom Ford

Principali interpreti:
Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher – 115′ – USA 2016.

Gran Premio della Giuria a Venezia quest’anno, il film è un elegante racconto tratto da Tony and Susan, romanzo di Austin Wright, sceneggiato e diretto da Tom Ford, alla sua seconda opera da regista. Si tratta della storia del fallimento esistenziale di Susan (Amy Adams), proprietaria di una galleria d’arte a Los Angeles, dove erano esposte opere d’avanguardia, oltre che installazioni crudeli e molto disturbanti, come si può vedere all’inizio del film. Abbandonata dal suo compagno sempre altrove (anche nel weekend), che preferisce con ogni evidenza altre compagnie, Susan viene rappresentata nella solitudine della propria bellissima casa mentre legge la bozza del romanzo che Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), suo ex marito, le aveva inviato alla vigilia della pubblicazione. Si intitola Animali notturni quel romanzo, opera prima di un uomo che aveva sempre adorato scrivere e che ora, finalmente, aveva trovato un editore disposto a credere in lui.
Edward era stato un vecchio compagno di liceo, segretamente innamorato di lei, che Susan aveva casualmente rivisto a New York quando ancora era una studentessa della Columbia University: l’incontro inatteso aveva ravvivato l’attrazione reciproca, che ora si accompagnava ai sogni e ai progetti per il futuro: era stata lei a volere il matrimonio, nonostante i tentativi di dissuasione di sua madre, bella e cinica signora texana, molto scettica sulla possibilità che durasse nel tempo l’unione fra la giovane figlia, educata dalla sua nascita ai “valori” conservatori della famiglia che avrebbe presto riconosciuto come propri e un ragazzo senza storia, come tanti illuso che anche per lui sarebbe venuto il momento del successo, attraverso la scrittura.
La profezia era stata fin troppo facile: Edward non aveva condiviso la volontà di Susan di dedicarsi al mercato dell’arte aprendo la galleria di Los Angeles, cosicché fu, dopo solo due anni, abbandonato al proprio destino in modo duro e molto umiliante. La storia triste di quell’amore naufragato non viene raccontata nel modo diacronico col quale ho cercato di parlarne: emerge a poco a poco, sotto forma di flashback che riportano alla memoria dolorosamente i momenti irripetibili di un passato che Susan aveva stoltamente sprecato e che ora forse vorrebbe ricuperare. Questo è però solo un aspetto del film, che abilmente intreccia le immagini di quei ricordi con altre evocate dal romanzo di lui che ora Susan sta leggendo avidamente: si trattava di un thriller cupo e teso,  del crudo racconto dell’orribile aggressione sfociata nel sangue, subita da una coppia di coniugi, in viaggio di notte con la figlia adolescente, su una deserta strada del Texas e della vendetta di lui, unico sopravvissuto, trasformatosi in killer (il riferimento più prossimo è Cane di Paglia di Sam Peckinpack). La  prosa avvincente di Edward era stata capace di trasformare la notte insonne di Susan in un continuo incubo angoscioso.

Come si vede, la storia che il film ci presenta è complicata e richiede un’ottima sceneggiatura per tenere insieme i frammenti di memoria, la coscienza di un presente fallimentare, nonché il thriller contenuto nel romanzo. Miracolosamente il regista supera con eleganza la prova, dimostrandosi davvero un narratore di razza, come Edward. Mi permetto, però, di ribadire quanto avevo già espresso, a proposito del suo primo film, A single man, qualche anno fa: accuratissime le immagini, grande eleganza formale, ottima sceneggiatura, impeccabile direzione degli attori, ma quanta freddezza in tanta meticolosa e compiaciuta perfezione!

Demolition- Amare e Vivere

schermata-2016-09-19-alle-23-16-44recensione del film:
DEMOLITION – AMARE E VIVERE

Titolo originale:
Demolition

Regia:
Jean-Marc Vallée

Principali interpreti:
Jake Gyllenhaal, Naomi Watts, Chris Cooper, Judah Lewis, Heather Lind, Polly Draper, Wass Stevens, Hani Avital, Tom Kemp, Lytle Harper – 100 min. – USA 2015.

Questo si rivela un film per molti aspetti inferiore alle attese di chi come me aveva ritenuto buone alcune delle opere precedenti di Jean Marc Vallée e, fra queste, la recente Dallas Buyers Club, del 2013, pellicola di tutto rispetto e, anche in Italia, di buon successo.
Nonostante i difetti abbastanza evidenti, però, questo è un film interessante, anche per il modo insolito col quale si racconta il lutto e la sua elaborazione per tornare alla vita. Il regista canadese, infatti, questa volta ci parla di un uomo giovane, Davis (Jake Gyllenhaal), colpito da una morte improvvisa e drammatica, che di punto in bianco aveva sconvolto l’insieme dei riferimenti della propria esistenza fino a quel momento in apparenza equilibrata e serena. Davis stava viaggiando con la moglie Julia (Heather Lind) su una strada di grande traffico, quando l’urto violentissimo di un automezzo sbucato all’improvviso aveva distrutto il veicolo, insieme purtroppo alla vita di lei. Anche se sul corpo di Davis erano rimaste poche tracce dell’ accaduto così da permettergli il ritorno in tempi brevi alla forma fisica a cui particolarmente teneva, si era schiantato qualcosa dentro di lui: solo così era possibile spiegare il suo comportamento strano, che aveva stupito tutti quelli che lo conoscevano. Aveva infatti cercato di esorcizzare il dolore semplicemente negandolo e continuando a indossare la maschera dell’impeccabile e impassibile alto dirigente della società finanziaria del suocero, a Manhattan, nella quale finora era stato stimato e forse anche temuto. Come se nulla fosse successo, Davis aveva ignorato sia le condoglianze davvero sincere dei sottoposti, sia gli inviti della famiglia di lei a superare con un periodo di riposo il trauma della perdita e aveva ripreso le sue occupazioni nella stanza dei bottoni della società, oltre che le cure meticolose al proprio bel fisico prestante. Eppure, aveva perso il sonno ed era in trepida attesa degli esiti di un reclamo che egli aveva inviato, quando, ancora sporco del sangue di Julia, in ospedale non era riuscito a farsi restituire dalla macchinetta guasta degli snack il suo dollaro. Quella missiva, scritta a mano e spedita nella vecchia buca per le lettere, conteneva forse l’unica sincera confessione del proprio dolore, poiché agli ignoti destinatari egli aveva voluto parlare del dramma che stava attraversando, altro che la restituzione del dollaro! Era finalmente arrivata, attraverso e.mail, la risposta attesa: Karen (Naomi Watts), l’impiegata che l’aveva ricevuta, era rimasta impressionata e si era commossa comprendendo il significato doloroso di quel singolare reclamo e, dopo una breve ricerca su Google, avendo scovato il suo indirizzo e.mail, gli aveva risposto con sincere parole di cordoglio. Fino a questo momento, il film mi è parso plausibile: la narrazione, dura e drammatica, aveva mantenuto una classica sobrietà rendendo accettabile anche la freddezza di facciata di Davis, che pure poteva sembrare irritante.


Ciò che segue indugia a lungo su vicende che si incastrano nella storia del vedovo, moltiplicando personaggi e situazioni che nulla aggiungono in profondità, ma che ingenerano, almeno a mio avviso, un notevole squilibrio narrativo. L’incontro di lui con Karen, per esempio, è l’occasione per un racconto troppo ampio sul violento e possessivo compagno di lei, che subito lo sente come un rivale e che non tarda ad aggredirlo; così come il suo avvicinarsi con paterna simpatia a Chris, l’adolescente figlio di Karen (Judah Lewis) in piena crisi di identità sessuale, diventa a sua volta la narrazione molto estesa dell’intolleranza omofobica e violenta di molti ragazzi dalle parti di NewYork; oppure il progressivo e naturale allontanarsi dall’ufficio prestigioso di Manhattan e dalla famiglia di Julia prepara rivelazioni pesantissime sul passato della moglie e su quel matrimonio, del quale, per altro egli aveva già tentato di cancellare ogni traccia demolendo la casa, gli oggetti, le fotografie che ancora lo legavano a quel passato, in una scena di chiaro carattere metaforico, molto prolungata. La mia impressione complessiva è stata quella di un film non del tutto risolto, a cui viene appiccicato un finale consolatorio, che non voglio anticipare, ma che francamente non mi è sembrato molto convincente.
Attori molto bravi; splendido il “piccolo” Judah Lewis.