Tre volti

recensione del film:
TRE VOLTI

Regia:
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Behnaz Jafari, Jafar Panahi, Marziyeh Rezaei, Maedeh Erteghaei, Narges Delaram – 102 min. – Iran 2018.

Quest’ultimo bel film di Jafar Panahi, che si muove ancora in auto per raccontare il suo amatissimo e con lui molto ingrato Iran, è un on the road singolare, come il precedente Taxi Teheran (2015). Probabilmente gli è stato più facile, ora, maneggiare la leggera e minuscola telecamera digitale per le riprese, spostandosi a bordo di un fuoristrada, durante il viaggio avventuroso in compagnia della popolare attrice televisiva Behnaz Jafari, che qui interpreta se stessa, come lui, che è insieme il regista, lo sceneggiatore, nonché il principale attore del film. Il percorso, nel Nord-Ovest iraniano, si era rivelato presto molto difficile, lungo l’unica strada, poco più di un sentiero sterrato, che segue tortuosamente i dossi del terreno costringendo le auto a passare una alla volta, dopo una complessa segnaletica … a colpi di clacson. Quella stretta via di passaggio, attraversata da grotte, anfratti e sentieri laterali, costituisce l’indispensabile collegamento dei villaggi sperduti nel territorio compreso fra Azerbaigian, Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica, quasi un’enclave iraniana*, popolata da famiglie musulmane, turcofone, organizzate secondo un’arcaica e radicatissima tradizione patriarcale.

L’occasione (pretestuosa?) del viaggio era arrivata attraverso un video-messaggio indirizzato, da quella landa selvaggia, al cellulare di Behnaz Jafari. Era il disperato grido di dolore di Marziyeh Rezaei, giovane aspirante attrice, che forse aveva raccontato in presa diretta il proprio suicidio alla diva famosa, nella speranza che desse almeno visibilità alla denuncia seguita ai troppi inutili tentativi epistolari di avvicinarla perché la introducesse nella carriera per la quale aveva studiato con ottimi risultati a Tehran. Il messaggio era drammatico e insieme ricattatorio: le immagini si interrompevano bruscamente, lasciando intendere la più tragica delle conclusioni, mentre  inquietudine, rabbia e vaghi sensi di colpa si alternavano nell’animo di Behenaz Jafari che, abbandonando il  lavoro si era messa in strada per cercarla, accompagnata da Panahi, come sempre in incognito.
Magnifico l’esordio di questo film, quasi un invito alla sobrietà dei mezzi: per costruire la magia del cinema non servono davvero macchinari costosi e sofisticati. Un cellulare, col suo stretto formato rettangolare, era stato sufficiente per rappresentare il dramma di una donna; un’invisibile telecamera, leggerissima e molto facilmente spostabile,  sarebbe riuscita a farci conoscere un intero universo.
Qui, Panahi ci affascina davvero, raccontandoci, senza intenti documentari, un mondo immerso nella sua realtà arcaica e favolosa, attraverso i tipi umani che incontra, ascoltando le loro storie con cordialità paziente e gentilezza d’animo, pronto a coglierne la varietà, l’aspetto straniante del loro inconscio paganesimo, impermeabile al monoteismo della fede musulmana dichiarata e alle conoscenze fornite dalla scuola.
Compaiono ai nostri occhi le indimenticabili immagini del toro nero vecchio e malato, adagiato con la sua mole enorme lungo la strada, assistito dal suo padrone in attesa che un fantomatico veterinario gli restituisca la focosa sessualità che lo aveva reso redditizio per lui e popolarissimo fra le mucche, che ne percepivano il richiamo e rispondevano col muggito dal fondo della vallata; o quelle del dono speciale con fiocchi e preghiera, (glielo porta la divertita Behnaz), del prepuzio di un neonato appena circonciso, da offrire, in qualche tempio lungo il percorso di ritorno, a una benevola divinità che vegli e  protegga la vita del piccino. Ovunque il rito del te è il segno dell’accoglienza ospitale, è l’invito difficile da rifiutare. Su tutto, lo sguardo di Panahi demiurgicamente ricrea, con mano sicura e mezzi poverissimi, la poesia delle favole antiche. Le donne, purtroppo, chinano il capo, servono gli uomini devotamente e attendono la morte: un’anziana vi si sta preparando con serenità giacendo, al cimitero, nella propria bara per qualche ora ogni giorno e pregando. A quelle che hanno studiato non resta che la fuga, il ritorno alla città, che ancora una volta Panahi è pronto a registrare riprendendolo col suo infallibile sguardo. Un film incantevole, poetico, indimenticabile e ovviamente da vedere.

*cliccando sulla carta sottostante (fonte Wikipedia) vedrete, ingrandita, la complessa situazione dei confini in quella parte di mondo fra l’Azerbaigian, l’Armenia e il confine orientale della Turchia anatolica.

Annunci

Taxi Teheran

Schermata 2015-09-04 alle 16.46.41recensione del film:
TAXI TEHERAN

Titolo originale
Taksojuht

Regia:
Jafar Panahi – 82 min. – Iran 2015.

Non esiste per questo film alcun elenco dei “crediti”, come possiamo vedere dalla drammatica nudità della locandina. Parrebbe, perciò, un film senza attori, senza produttore, senza sceneggiatore, senza quello staff di collaboratori, insomma, necessario alla riuscita di qualsiasi film.
Di Taxi Teheran, infatti, ci è possibile conoscere solo il regista (e quale regista!), il grande Jafar Panahi, che grazie alle sue pellicole, da Oro rosso, a Offside, ci aveva informati della realtà del suo Iran in rapida trasformazione, evidenziandone gli aspetti più problematici e contraddittori, quelli che, secondo il regime autocratico al potere, non devono in alcun caso essere oggetto di rappresentazione cinematografica.
Dopo la condanna penale del regista, seguita dal divieto di espatrio e dall’ imposizione di non girare film per vent’anni (pena il ritorno in carcere) la vita di Panahi si svolge alla guida di un taxi, sul quale egli ha sistemato, opportunamente camuffandola, la telecamera che gli dà la possibilità di continuare il proprio racconto, cioè di far rivivere, attraverso le riprese nascoste, la magia del cinema, narrando la vita degli uomini e delle donne che su quell’automezzo salgono diventando i personaggi di una commedia umana della quale egli lascia emergere gli aspetti più buffi, paradossali e talvolta anche quelli più altamente drammatici. I suoi passeggeri, non tutti consapevoli della telecamera nascosta, sono il borseggiatore che invoca la pena di morte per i ladri, che viaggia insieme all’insegnante politicamente corretta e agguerrita nel controbatterlo; la donna che accompagna il consorte gravemente ferito all’ospedale, preoccupata di raccoglierne il testamento per non essere cacciata dalla sua casa; i due appassionati di cinema che lo riconoscono e lo festeggiano, continuando a vendere sottobanco i DVD dei film vietati dal regime; l’avvocatessa che difende i dissidenti, invisa al governo, nonché due anziane signore che vogliono trasportare i pesci rossi in un fragile vaso di vetro, facendone addirittura una questione di vita o di morte. Le loro storie si alternano e talvolta si mescolano, come la realtà e la finzione, in questo racconto leggero che è bonario e ironico, ma che assume verso la fine un ritmo più concitato e inquietante a testimonianza dell’ insidioso pericolo a cui è sottoposta quotidianamente la vita e l’attività artistica del grande regista che grazie al suo coraggio riesce ancora a parlarci e a spiegarci le ragioni di un’opposizione irriducibile. Un ruolo importante nella narrazione è quello di Ana, la nipotina di Panahi, che all’uscita da scuola gli legge le dieci regole fondamentali per imparare a fare un buon film, almeno secondo l’insegnante che le ha appena raccomandate a lei e ai suoi compagni che ci si vogliono cimentare con le piccole camere digitali: imparerà subito che si tratta di una vera e propria “summa” di cose da evitare con cura, se si vuole rappresentare la realtà, che è molto più dura di quanto la sua volonterosa maestra le ha appena spiegato.

Il film, è stato molto applaudito al Festival di Berlino dello scorso febbraio, dove ha ottenuto un Orso d’oro molto meritato, ritirato, nella generale commozione, dalla piccola Ana.

un terribile film, che dobbiamo vedere (Offside)

Recensione del film
OFFSIDE

Regia
Jafar Panahi

Principali interpreti:
Sima Mobarak Shahi, Safar Samandar, Shayesteh Irani, Ida Sadeghi, Golnaz Farmani, Mahnaz Zabihi, Nazanin Sediq-zadeh, Mohammad Kheir-abadi, Masoud Kheymeh-kabood, Ali Baradari, Mohsen Tabandeh, Reza Khayeri, Karim Khodabandeh – 93 min. – Iran 2006


Questo film è terribile, perché racconta una storia vera di donne iraniane, che è una storia terribile, fatta di soprusi violenti e di ottusi divieti. Il regista che ha girato questo straziante lungometraggio è stato incarcerato, a seguito di una condanna a sei anni, a cui si aggiunge, in ogni caso, il divieto di dedicarsi alla regia per altri venti. Speriamo che nel frattempo le donne e tutto il popolo iraniano ritrovino la loro libertà. A scanso di equivoci, però, va detto che questo film terribile è anche un bel film: bello e interessante. E’ un film che ci racconta l’ostinazione di alcune ragazze, che vivono o studiano a Teheran, e che vogliono, a rischio della loro libertà, entrare nello stadio in cui si gioca una partita di calcio che impegna la nazionale iraniana. Il loro tentativo si infrange quasi subito, com’era prevedibile, perché, anche se si sono ben camuffate per nascondere i caratteri femminili del volto, la sorveglianza stretta del regime, che vieta alle donne di assistere alle partite, finirà per incastrarle e per separarle dagli altri tifosi, confinandole in un settore dello stadio, in cui grottescamente vengono rigidamente sorvegliate dai soldati di leva armati che il regime ha inviato lì per questo scopo. Di lì non potranno muoversi, neppure se devono recarsi in bagno, perché non esistono negli stadi bagni per le donne. Molto interessante è però il fatto che le fanciulle cerchino di parlare con i soldati per esporre le loro buone ragioni e per far capire a loro l’assurdità della situazione. Le risposte che ottengono ci parlano di una mentalità arcaica e piena di pregiudizi, intollerabile ai nostri occhi: le donne sono deboli e hanno bisogno di essere protette dai loro uomini, padri, mariti, fratelli che a questo si devono dedicare, oltre che al lavoro. L’Islam, integralisticamente interpretato, probabilmente non è unico responsabile di questo modo di pensare: i soldati provengono da zone lontanissime dalla capitale, che è una sterminata metropoli in cui il comportamento degli individui, per quanto rigidamente controllato, finisce per sfuggire alla sorveglianza della polizia: la scuola e l’Università forniscono, per forza di cose, a generazioni di giovani e di ragazze gli strumenti critici al cui vaglio non possono che rimanere impigliati i vecchi stereotipi che per millenni, invece, hanno tenuto a freno le aspirazioni alla libertà e al riconoscimento dei diritti individuali di uomini e donne. Dalle campagne e dalle montagne di quel paese, popolate da un’umanità legata alla produzione agricola in terre avare, all’allevamento, in difficili condizioni, di animali da cui ricavare ciò che serve all’alimentazione, deriva anche, probabilmente, la xenofobia che è diffusa fra questi soldati e che li porta a sostenere che i giapponesi possono frequentare con le loro donne gli stadi iraniani, per seguire da tifosi la loro squadra, perché i giapponesi sono diversi, sono di un’altra razza…
Andiamo a vedere questo film, dunque, perché è interessante, ben raccontato, per capire ciò che sta succedendo, ma che potrebbe cambiare (il finale del film, sotto quest’aspetto, ci apre il cuore alla speranza), soprattutto, per dare la nostra solidarietà alle donne, agli uomini, a questo coraggioso regista, a tutti quelli che soffocano per mancanza di libertà.