andarsene per dimenticare (Un giorno devi andare)

Schermata 04-2456384 alle 22.38.48recensione del film:

UN GIORNO DEVI ANDARE

 

Regia:

Giorgio Diritti.

Principali interpreti:

Jasmine Trinca, Anne Alvaro, Sonia Gessner, Pia Engleberth, Amanda Fonseca Galvao, Paulo De Souza, Eder Frota Dos Santos, Manuela Mendonça Marinho – 110 min. – Italia, Francia 2013.

Un uomo abbandona la moglie poiché ha perso il primo figlio, insieme alla speranza di averne altri in futuro: si direbbe una brutta storia molto italiana, una storia di ordinaria prepotenza maschile, di chi non vuole capire il dolore delle donne. E’ invece la premessa da cui nasce il terzo film di Giorgio Diritti: dopo essere stata lasciata dal marito, infatti, la giovane Augusta decide di andarsene dal nostro paese, per uscire dalla sua comprensibile angoscia e per ritrovare il senso della propria vita, spingendosi fino alla lontana Amazzonia, a fianco di un’ amica di sua madre, suor Franca, che meritoriamente si occupa da tempo dei nativi di quei luoghi, della salvezza delle loro anime, nonché di quella dei loro corpi. L’infelice Augusta, però, non ci mette molto a comprendere che la religiosità di Franca, pur animata dalle migliori intenzioni, è assai discutibile poiché, tutta tesa com’è all’evangelizzazione di quegli uomini, sottovaluta del tutto la loro cultura,  legata alla terra, madre di tutti i viventi, tanto rispettata e amata da loro, quanto tenuta in poco conto dalla missione cattolica cui suor Franca fa riferimento. Attraverso i missionari, infatti, e forse oltre la loro volontà, sta penetrando anche laggiù la logica del tutto eurocentrica dello sfruttamento della terra e della cosiddetta valorizzazione turistica, con tanto di disboscamento e crescita dei supermercati e degli hotel: si sta ripetendo in Amazzonia ciò che era avvenuto in Africa e in tutte le terre cosiddette selvagge in cui l’arrivo dei missionari, nonostante i migliori propositi, aveva aperto, nel corso dei secoli, la strada allo sfruttamento coloniale. Questo è detto nel film attraverso immagini che illustrano con chiarezza documentaristica le trasformazioni antropologiche e naturalistiche peggiorative a cui l’Amazzonia sta per essere soggetta. Se Augusta volesse mettersi a lavorare con un movimento di opposizione e di resistenza, potrebbe ritrovare il senso perduto della vita, in una realtà sociale che ha bisogno di gente come lei, solidale e lucidamente in grado di contribuire ad arginare, con strategie mirate, la devastazione di quei territori. Preferisce, invece, lo splendido isolamento della vita solitaria, vivendo di ciò che la natura le offre e continuando a piangere lacrime amare sul proprio destino. Ogni tanto, ricordandosi di lei, qualcuno arriva con un po’ di cibo o le porta i propri bambini, perché possano giocare con lei, dandole un po’ di gioia. Il film utilizza, però, almeno due registri narrativi, che non riesce a fondere compiutamente: quello del documentario e quello della storia privata di Augusta che è l’elemento debole di tutta la pellicola. Vengono inoltre spesso introdotte, del tutto inutilmente ai fini della narrazione, altre immagini, belle e suggestive, per altro, del convento di suor Franca in Trentino, dove spesso va, per parlare della figlia, la madre di Augusta, oppure altre immagini della nonna di lei morente in ospedale, occasione forse per mostrare la giovane donna amazzonica strappata ai propri cari da suor Franca e portata in Italia per assistere i malati. Gli aspetti positivi del film vanno colti nella serie delle bellissime e straordinarie sequenze che ci presentano un paesaggio fascinoso, o quelle dei coloratissimi riti collettivi delle danze locali; nonchè, come ho detto, nell’analisi documentaristica del degrado incipiente; tutto il resto è inutile e spurio e poco aggiunge alla storia. Un vero peccato per chi si illudeva, come me, di vedere uno splendido film non inferiore ai due bellissimi di Giorgio Diritti che l’avevano preceduto: Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà. 

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c’è di meglio in Danimarca (Love is All You need)

Schermata 12-2456290 alle 00.04.57recensione del film:
LOVE IS ALL YOU NEED

Titolo originale:
Den skaldede frisør

Regia:
Susanne Bier

Principali interpreti:
Trine Dyrhol, Pierce Brosnan, Paprika Steen, Christiane Schaumburg-Müller, Kim Bodnia, Bodil Jørgensen, Sebastian Jessen,Line Kruse,Molly Blixt Egelind, Ciro Petrone -112 min- Danimarca, Svezia, Italia 2012

Ida, che fa la parrucchiera a Copenhagen, è una donna ancora bella, anche se molto provata dalla malattia di cui porta i segni, ancora ben visibili. Il suo seno, infatti, è stato devastato da un crudele intervento demolitivo, mentre la lunga e dura chemioterapia l’ha costretta a celare la calvizie sotto una liscia parrucca bionda. Ha mantenuto, tuttavia, una notevole serenità, tanto che si dice certa, parlando col medico che le annuncia la fine della cura, che non occorra ricostruire il seno col silicone: al marito Leif piacerà sicuramente anche così. Quando rientra a casa, purtroppo, però, la realtà si affretta a smentirla: trova infatti il marito, “in pausa pranzo”, dirà lui quasi a giustificazione, impegnato a spassarsela allegramente, sul divano di casa, con una bella segretaria rumena. Il tentativo di fuga della giovane seminuda, la furia con la quale, goffamente, egli tenterà di ricomporsi è tra i momenti più riusciti del film, perchè quella che potrebbe essere una pochade, volgarotta e più volte vista al cinema, è una scena dolorosa raccontata attraverso lo sguardo incredulo di lei, addosso alla quale crolla davvero il mondo, vacillando quella fiducia in lui, che le aveva dato, almeno così si era illusa, la forza per reagire alla malattia. Ora dovrebbero partire entrambi per l’Italia, per assistere al matrimonio della figlia Astrid, ma Leif non partirà. Ida, da sola, con la testa altrove, mentre cerca di parcheggiare all’aeroporto, va a sbattere con la sua auto contro quella di un maturo e fascinoso vedovo, Philip, uomo d’affari piuttosto arrogante che importa prodotti ortofrutticoli dalla Romania. Anch’egli si accinge a partire per l’Italia, per raggiungere il figlio in procinto di sposarsi: com’era da subito intuibile (uno dei difetti principali del film è la prevedibilità delle situazioni e degli sviluppi) è il padre del giovane Patrick, fidanzato di Astrid. Si apre a questo punto uno scenario completamente diverso: quello del paesaggio dell’Italia del Sud, della campagna sorrentina,  dove sorge la casa un tempo abitata da Philip, luogo prescelto dalla giovane coppia per le nozze e i festeggiamenti, ma anche sfondo delle storie d’amore che nasceranno o che si realizzeranno, non appena i personaggi del film avranno fatto chiarezza dentro di sé. Il film appare nettamente diviso fra i due luoghi in cui schematicamente e simmetricamente si inseriscono diversi stati d’animo: la Danimarca, fredda e brumosa, cui sono legati i temi drammatici della  malattia, delle paure che continua a suscitare, della crisi familiare, della fine delle illusioni; l’Italia del Sud, solare e ricca di colori, cui si correlano i temi dell’amore, della speranza, della prospettiva di ogni positivo cambiamento.

Questo aspetto del film, che si trasforma a poco a poco in commedia sentimentale, è assai poco convincente e lascia l’impressione di una costruzione eccessivamente geometrica del racconto, anche perché la regista, che pure è tra le più apprezzate protagoniste del cinema danese, pare aver preferito utilizzare, senza porsi troppe domande, i luoghi comuni che associano, sciaguratamente, all’Italia l’amore, il buon cibo, il buon vino e le belle smandolinate. A suggellare molto degnamente questo stucchevole stereotipo, la famosa e orecchiabile That’s amore, diventando il leit motiv dei momenti cruciali del film, contribuisce non poco a rendere irritante, almeno per me, l’intera pellicola. A chi vuol leggere in inglese (ma è facile) l’elenco delle cose kitsch che vengono attribuite come connotative del carattere nazionale, ho provveduto a riportare QUI l’intero testo della canzone, che, per maggiore facilità, può essere seguito ascoltando la voce di Dean Martin.

Certo, da un cinema come quello danese, che fa pensare immediatamente a Lars von Trier e alla grande scuola di Dogma, ci si aspetterebbe davvero qualcosa di meglio.