un maialino per la pace (Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente)

Schermata 2014-06-24 a 21.44.38recensione del film:
UN INSOLITO NAUFRAGO NELL’INQUIETO MARE D’ORIENTE

Titolo originale:
Le cochon de Gaza

Regia:
Sylvain Estibal

Principali interpreti:
Sasson Gabay, Baya Belal, Myriam Tekaïa, Gassan Abbas, Khalifa Natour,
Lotfi Abdelli, Ulrich Tukur – 98 min. – Francia, Germania, Belgio 2011.

Un grazioso film sui problemi mediorientali, dal titolo Le cochon de Gaza, diventa, per qualche strana pensata made in Italy “Un insolito naufrago nell’inquieto mare d’oriente”. Quando si dice creatività!

In realtà, le cochon, cioè il porcellino in questione, non è un insolito naufrago, ma è l’oggetto di un’insolita pescata del povero Jafaar, lo sfortunato palestinese che ormai è costretto non solo a vivere in un limitatissimo spazio nella striscia di Gaza, addirittura lungo il muro di separazione dallo stato di Israele, ma anche a  trascinare le sue reti in un angusto tratto di mare, dove scarpe, ciabatte spaiate e vecchi oggetti inservibili  sembrano essere più abbondanti dei pesci. Certo, di maialini, finora, non se ne erano visti mai, anche per la maledizione divina che secondo le due religioni rivelate, ebraismo e islam, colpisce le impure carni di questi impuri animali, che, anche se non hanno mai fatto male a nessuno, sono banditi dalle terre consacrate ad Allah, così come da quelle consacrate al dio di Israele. Da dove provenisse allora il maialino finito nelle reti di  Jafaar nessuno era riuscito a capire; certo per Jafaar l’arrivo inaspettato era quasi il segno, l’ennesimo, di una inspiegabile punizione divina nei suoi confronti.

Eppure… da notizie raccolte qua e là, nel tentativo di sbarazzarsi dell’importuno e temibile animale, Jafaar aveva appreso che un gruppo di ebrei russi, laicamente incurante di tabù e divieti, aveva fatto di un allevamento suino, un prospero business legato all’esportazione dei prodotti delle carni lavorate. Tale attività, che era tollerata all’interno della comunità ebraica (veniva apprezzato molto il fiuto grazie al quale questi animali sono eccezionali nel segnalare gli esplosivi), ora sembrava in procinto di andare a rotoli per l’inaspettata morte del robustissimo maschio il cui sperma era stato fondamentale per riprodurre i suini dell’allevamento in questione. Non mi dilungherò a narrare i grotteschi sviluppi della vicenda, che sono insieme divertenti e tragici: il maialino è costretto a portare dei calzerotti a righe, per muoversi senza contaminare il terreno sotto le sue zampe e a essere camuffato da pecora per evitare scandali, aggressioni e panico  durante gli spostamenti lungo la striscia di Gaza. L’alleanza segreta fra l’allevatrice russa e lo sfortunato Jaffaar produrrà però molti frutti positivi e soprattutto riuscirà ad alleviare la miseria di lui e della moglie Fatima, a dimostrazione che i pregiudizi nati dalla irrazionale valutazione della realtà possono essere superati con molto profitto, tenendo lontana la violenza, del tutto inutile per riportare la giustizia fra gli uomini. D’altra parte, i bisogni umani sono di solito molto più semplici di quanto si creda e accomunano anche le persone apparentemente più lontane: lo aveva già capito Fatima, costretta a convivere, durante la giornata, con i soldati israeliani di guardia che le avevano requisito una parte della casa e che ora seguivano con lei, nel povero calore di ciò che restava di quell’abitazione, i programmi televisivi, raccontandole, intanto, della famiglia lontana, delle loro angosce umanissime, delle loro aspirazioni alla pace. Una bella favola, quasi un apologo pacifista, magari un po’ ingenuo, ma molto utile a riflettere, e interessante grazie anche all’umorismo sorridente delle trovate e alle svolte inattese che costellano lo svolgimento del racconto. Il film, che è del 2011 e che vediamo, come al solito, con ritardo sui nostri schermi, è stato insignito nel 2012 del premio César per la migliore opera prima, ed è, a mio avviso, gradevole da vedere, molto ben diretto e recitato benissimo.

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la memoria (Anita B.)

Schermata 01-2456674 alle 21.47.36recensione del film:
ANITA B.

Regia:
Roberto Faenza

Principali interpreti:

Eline Powell, Robert Sheehan, Andrea Osvart, Antonio Cupo, Nico Mirallegro, Clive Riche, Guenda Gloria, Moni Ovadia, Jane Alexander – 88 min. – Italia, Ungheria, USA 2014.

Questo bel film di Roberto Faenza, ispirato liberamente al romanzo di Edith Bruck, Quanta stella c’è nel cielo, ci fa rivivere la triste realtà dei pochi ebrei sopravvissuti ai campi di sterminio che, al termine della guerra, si erano ricongiunti con quanto rimaneva della propria famiglia, sperando di trovarvi la calda accoglienza di cui avevano un disperato bisogno. Anita B., la ragazzina ebrea ungherese che era scampata alla morte, dopo Auschwitz e Bergen Belsen, aveva raggiunto, col treno, priva di documenti, il territorio cecoslovacco dei Sudeti, dove in un piccolo villaggio appena liberato dalla presenza dei tedeschi nazisti si era insediata la zia Monika col marito e il figlioletto, nonché Eli, fratello del marito. Qui la piccola Anita sarebbe stata accolta e aiutata a dimenticare, poiché in quel minuscolo alloggio quello era stato il compito che consensualmente tutti avevano accettato: dimenticare gli orrori dei genitori rastrellati e deportati sotto gli occhi di Monika, dimenticare la fidanzata bruciata viva sotto gli occhi di Eli. Era stato proprio Eli, infatti, ad avvisare Anita che, se avesse voluto vivere con gli altri, nella casa in cui tutti l’avrebbero accolta, avrebbe dovuto lasciarne fuori Auschwitz.
Il bagno a cui Monika l’aveva sottoposta, con crudele freddezza subito dopo il suo arrivo, aveva assunto perciò anche il significato simbolico di un lavacro purificatore che avrebbe cancellato ogni traccia di ciò che era stato: non era stato possibile, però, portare via col sapone il numero marchiato a fuoco sul suo braccio, né le ustioni del cuoio capelluto. Anche questi bestiali segni, per quanto occultati alla vista (un bel fazzoletto colorato sui capelli; le maniche lunghe per nascondere lo scandaloso numero impresso sul braccio) diventavano a loro volta simboli di una memoria dolorosissima e incancellabile, sulla quale a lungo avrebbe meditato Anita, che non solo non poteva, ma neppure intendeva annullare i ricordi sui quali, invece avrebbe voluto costruire la propria identità e il proprio futuro, rispondendo allo scandalo della Shoah e alle lusinghe di un’integrazione (possibile solo annullando se stessa e le proprie speranze), con l’assunzione di una dignitosa e cosciente responsabilità in terra di Israele.

Il tema dell’importanza della memoria, fondamento dell’identità di un popolo quasi cancellato dalla follia nazista, è stato fra i più dibattuti all’interno dell’universo ebraico, lacerato tra la tentazione dell’assimilazione (umanamente molto comprensibile, ma in grado di annullare, probabilmente, una millenaria cultura, che nonostante la diaspora era riuscita a conservare usi, tradizioni, canti, riti, e persino alimentazione simile in ogni parte dell’Europa) e la rivendicazione orgogliosa della propria storia, fatta anche di umilianti persecuzioni e infine purtroppo della Shoah. Il regista ci dà, col linguaggio del cinema, una rappresentazione visiva e raffinata di questa dicotomia, non facilmente risolvibile e, attraverso il ritratto di Anita e delle sue scelte dolorose, ci ricorda che il passato non può essere ignorato né dagli individui, né dai popoli, essendo parte costitutiva e incancellabile della nostra storia personale e della nostra appartenenza collettiva.
Splendidi gli attori, diretti con molta sensibilità ed equilibrio; bellissime le ricostruzioni ambientali nelle quali si respira l’aria della Mitteleuropa (come sempre Faenza è molto abile nel ricostruire atmosfere e ambienti: così era stato anche per il precedente e raffinato film su Gustav Jung e Sabine Spielrein, Prendimi l’anima, che ho sempre apprezzato più – non temo il linciaggio! – del pretenzioso e un po’ ridicolo A dangerous Method di Cronenberg, sullo stesso argomento).
Informo che il film è presente, per ora, solo in venti sale cinematografiche in tutta Italia (no comment!).

I figli di un dio minore? (Il figlio dell’altra)

Schermata 03-2456367 alle 15.49.46recensione del film:

IL FIGLIO DELL’ ALTRA

Titolo originale:

Le fils de l’autre

Regia:

Lorraine Lévy.

Principali interpreti:

Emmanuelle Devos, Pascal Elbé, Jules Sitruk, Mehdi Dehbi, Areen Omari, Khalifa Natour, Mahmood Shalabi, Bruno Podalydès, Ezra Dagan 105 min. – Francia 2012. 

Il tema dello scambio di neonati fu assai frequentato dal teatro antico che lo propose in tragedia o in commedia. La possibilità che simili eventi possano verificarsi anche oggi è rara; talvolta, tuttavia, qualche notizia di cronaca ci ricorda che, per quanto difficili, fatti del genere non sono impossibili. Proprio dalla cronaca prende l’avvio l’interessante film della regista francese Lorraine Lévy, che racconta la storia di due ragazzi, ora diciottenni, molto amati e splendidamente educati dalle rispettive famiglie, che per puro caso apprendono di essere stati scambiati alla nascita. Le rispettive madri li avevano partoriti in un ospedale attaccato dalle bombe: nella concitazione della fuga, si erano trovate fra le braccia, senza saperlo, il bebé sbagliato, cosa che non aveva impedito loro di amarlo, allattarlo, educarlo e farlo crescere nel migliore dei modi. Probabilmente questa condizione di felice ignoranza delle proprie origini si sarebbe protratta all’infinito se Joseph Silberg, diciottenne di Tel Aviv, alla fine del liceo, non avesse voluto diventare, come suo padre, ufficiale dell’aviazione israeliana. Gli esami del sangue avevano rivelato l’anomalia del suo gruppo sanguigno, incompatibile con quello dei genitori; le successive ricerche avevano lasciano emergere la verità di quell’antico errore. Era naturale che la vita tranquilla di Joseph si trasformasse nell’ angoscioso interrogarsi circa la propria identità, soprattutto dopo aver appreso che il figlio ” vero”, quello che avrebbe dovuto essere lì, al posto suo, era un palestinese, Yacine Al Bezaaz, ora vivente nei territori occupati della Cisgiordania. La vicenda perde pertanto i contorni del caso difficile da accettare, ma pur sempre privato, per diventare quasi l’emblema della situazione difficile dei Palestinesi e degli Israeliani, i due popoli, che, sia pure con diversi gradi di responsabilità, hanno seminato odi, diffidenze, risentimenti e rancori e hanno creato muri, barriere e fili spinati veri e metaforici, dietro i quali nessuno scorge l’umanità dolente del’altro, che è diventato a poco a poco “il nemico”. Eppure, poco oltre i crudeli confini che li separano, uomini e donne, giovani e anziani soffrono e  vorrebbero essere accettati senza paure e senza vendette, così come vorrebbero convivere in pace e amicizia le famiglie Silberg e Al Bezaaz, nell’interesse dei due ragazzi, che sono umanamente simili, nei sogni, nei valori e nelle speranze. Le donne, più degli uomini delle due famiglie, conservatori e legati irrazionalmente a una identità prepotentemente esibita, saranno artefici del “miracolo” necessario, grazie al quale, un dramma familiare potrà trasformarsi in un’ occasione di conoscenza profonda, che, nell’interesse dei figli, renderà le due famiglie più accoglienti e più civili. Il film, interessante e sostanzialmente convincente, cade un po’ nel finale in cui un episodio violento, non necessario alla comprensione del film, pare diventare il motore dell’azione. Un vero peccato perché il melodramma non si addice alla narrazione della regista, asciutta e sobria nel corso di tutto il racconto.

il signor Risorse Umane (Il responsabile delle risorse umane)

Recensione del film:
IL RESPONSABILE DELLE RISORSE UMANE


Titolo originale:
The Human Resources Manager

Regia:
Eran Riklis

Principali interpreti:
Mark Ivanir, Guri Alfi, Noah Silver, Rozina Cambos, Julian Negulesco
-103 min. – Israele, Germania, Francia 2010.

Questo film è interessante, ma dal regista del bellissimo Il giardino dei limoni, forse, ci si aspetta qualcosa di più

Questo film israeliano, tratto, con libere variazioni, da un romanzo di Yehoshua, racconta le peripezie vissute dal responsabile del personale di un panificio industriale di Gerusalemme, in seguito alla morte di un’inserviente del panificio, dilaniata da un attentato terroristico, uno dei tanti che sconquassano il minuscolo stato di Israele. La donna era ingegnere, emigrata dalla Romania e, come molti migranti, si era accontentata anche dei lavori più umili, in questo caso di lavare i pavimenti del panificio, pur di sfuggire allo squallore di un paesetto sperduto fra le montagne, e arretrato nei costumi e nella mentalità. La vita di relazione di questa poveretta era ridotta al minimo: il marito l’aveva abbandonata, il figlioletto era sparito per frequentare pessime compagnie di amici, i colleghi di lavoro la ignoravano, essendo le sue mansioni possibili da svolgere solo in orari diversi da quelli degli addetti alla produzione del pane. Le complicate vicende, in seguito alle quali la donna, pur non lavorando più nell’azienda del pane, continuava a percepirne lo stipendio, costituiscono la prima parte del film, in cui il regista cerca di spiegare perché una morte così drammatica fosse passata inosservata, finché un giornalista a caccia di scoop, frugando fra i documenti di lei, ancora in obitorio in attesa di sepoltura, trovò la cedola della sua ultima paga, e pensò di cavalcare la dolorosa storia, impostando una campagna di stampa contro il panificio. Si arriva quindi alla seconda parte del film: il panificio decide di rimediare al danno d’immagine non solo addossandosi le spese del funerale , ma riaccompagnando la donna in Romania per la sepoltura. Questa seconda parte è quindi la storia del viaggio che il responsabile delle risorse umane compie con il feretro della donna, e col rintracciato figlio di lei, piccolo teppista che ora appare come una fragile creatura troppo a lungo lasciata a se stessa. Quello che colpisce nel film è la presenza di personaggi che non hanno un nome, in quanto vengono resi individuabilii solo dalla funzione che svolgono: la lavapavimenti, il responsabile delle risorse umane, il giornalista, il console israeliano ecc. Ognuno di loro vive solo in funzione di quello che fa, anche il “signor risorse umane”, come viene una volta scherzosamente chiamato, che è un marito poco presente e poco amato, un padre che, travolto dal lavoro, non riesce a dare figlioletta tutto il tempo che vorrebbe dedicarle, ma che nel corso del viaggio rivela qualità umane davvero notevoli, tanto che la sua comprensione riuscirà a domare anche il piccolo teppista disperato che viaggia con lui. Ancora una volta un viaggio di formazione; un percorso on the road, in una Europa gelida e sterminata, povera come quella dell’Est può essere, ma in cui gli uomini vengono ancora stimati e valutati per quello che sono e in cui il rispetto significa anche aiuto e solidarietà, magari prestando un carro armato per soli due giorni (chi se ne potrebbe accorgere!), per rendere possibile il trasporto della bara dell’infelice e sfortunata “lavapavimenti.” Il film è perciò anche una riflessione sugli uomini e sui rapporti che nelle nostre città stabiliamo col nostro prossimo, ignorandone i problemi, i dolori, le storie. Una buona regia accompagna con ironia sottile gli ottimi attori in questo mesto viaggio.

il tempo che ci rimane

Recensione del film:
IL TEMPO CHE CI RIMANE
Titolo originale:
The Time That Remains

Regia:
Elia Suleiman

Principali interpreti:
Elia Suleiman, Saleh Bakri, Samar Qudha Tanus, Shafika Bajjali, Tarek Qubti, Zuhair Abu Hanna, Ayman Espanioli, Bilal Zidani, Leila Mouammar, Yasmine Haj, Amer Hlehel, Nina Jarjoura, Georges Khleifi, Ali Suliman, Avi Kleinberger, Menashe Noy, Lotuf Neusser, Nati Ravitz, George Khleifi, Isabelle Ramadan, Ziyad Bakri, Lior Shemesh, Daniel Bronfman, Alon Leshem, Doraid Liddawi, Samar Tanus, Leila Muammar, Baher Agbariya, Yaniv Biton – Gran Bretagna, Italia, Belgio, Francia 2009

il film ci ricorda che, prima del 1948, anno in cui fu costituito e riconosciuto lo stato di Israele, nel territorio ora israeliano, convivevano pacificamente gruppi di palestinesi di culture e religioni diverse (la madre del regista, ad esempio, era di cultura cattolica), che conducevano una vita dignitosa e civile e che non gradirono certamente la nuova condizione. I primi tentativi di ribellione vennero brutalmente stroncati: alcuni pagarono con la vita, altri accettarono faticosamente la situazione, nutrendo propositi più o meno velleitari di ribellione. Fuad Suleiman, padre del regista, esperto tornitore di Nazareth, un tempo fabbricante di armi, dopo aver drammaticamente subito, sulla propria pelle, le conseguenze del nuovo stato di cose, sembrava aver ritrovato, oltre alla propria casa, il proprio lavoro e la possibilità di farsi una famiglia con la donna amata, che riteneva perduta. Il nuovo stato di Israele, infatti, aveva cercato, agli inizi, un consenso vasto intorno a sé, garantendo diritti civili e religiosi a tutti, anche a coloro che ebrei non erano. Col passare del tempo, però, purtroppo, i rapporti fra i diversi gruppi etnici e religiosi peggiorarono e intorno ai vecchi abitanti del territorio israeliano cominciarono a crearsi sospetti e incomprensioni, in un lento, ma inesorabile crescendo di sopraffazioni,e intimidazioni. Nel raccontarci la storia della sua famiglia, e quindi anche la propria storia, Elia Suleiman ci mostra con ironia, con dolore e con incredulo sbigottimento l’assurdità di una situazione in cui da una parte lo stato di Israele, grazie alle sue istituzioni efficienti e democratiche, assicura a tutti la scuola, la sanità, l’assistenza agli anziani, ma contemporaneamente limita sempre più le libertà individuali degli antichi abitanti palestinesi, in modo ottuso, non riuscendo a distinguere, ad esempio, un’attività di pesca notturna da un traffico d’armi; una scorta di bulgur dalla polvere da sparo. Il risultato di questo modo di procedere è un’umiliazione continua, la sensazione di vivere una vita senza speranze per il futuro e senza identità, nonché la frustrazione di ogni progetto. Il regista assiste, con assoluta impassibilità, al progressivo degrado della dignità delle minoranze umiliate, con occhi attoniti e sbigottiti, che a molti hanno ricordato la fissità dello sguardo di Buster Keaton. I fatti, sembra dirci, parlano da sé, e preludono, forse, se non cambierà nulla, a una deflagrazione dalle imprevedibili conseguenze, di cui è metafora la vicenda con cui il film si apre: quella del taxi che ha smarrito la strada e che, avendo anche esaurito la benzina, è destinato a perdersi in una tempesta d’acqua e di fulmini di insospettabile violenza. Film bellissimo, connotato da un tono pacato e tranquillo, senza odio, quasi un invito alla ragione, prima che sia troppo tardi.