Timbuctu

Schermata 2015-02-16 alle 11.31.16recensione del Film:
TIMBUCTU

Titolo originale:
Le chagrin des oiseaux

Regia:
Abderrahmane Sissako

Principali interpreti:
Ibrahim Ahmed, Toulou Kiki, Abel Jafri, Fatoumata Diawara, Hichem Yacoubi, Kettly Noël, Mehdi A.G. Mohamed, Layla Walet Mohamed, Adel Mahmoud Cherif, Salem Dendou – 97 min. – Francia, Mauritania 2014.

Nello scenario del deserto del Mali una bellissima gazzella tenta di sfuggire all’inseguimento della jeep sulla quale un gruppo di uomini incita a gran voce il guidatore a fiaccarne la resistenza, uccidendola in modo incruento: così, con questa sequenza crudele, si apre e, circolarmente, si conclude questo magnifico film, alla fine del quale, però, la gazzella assume, con un rapidissimo passaggio analogico, l’immagine di Toya, la bimba disperata, che tenta di sottrarsi agli stessi inseguitori, sopraffatta dalla stanchezza, dalla solitudine e dal dolore. Fra la prima e l’ultima scena del film si era consumata, infatti, la tragedia della sua famiglia, oltre a quella di altre famiglie simili, di beduini fieri e dignitosi, tutti accampati alle porte della città di Timbuctu, dove, serenamente seguendo le tradizioni della loro cultura millenaria, erano vissuti in condizioni di relativo benessere, facendo i pastori, come suo padre, oppure i pescatori lungo il fiume Niger, oppure allevando il pollame. Tutto era cambiato per loro da quando alcuni uomini armati, arrivati da lontano, ne avevano sconvolto le abitudini pacifiche e civili, imponendo norme e regole ispirate strumentalmente alla più rigida interpretazione del Corano e rendendo la vita molto difficile a tutti. Nessuno era stato in grado di opporsi al fanatismo dei conquistatori: non le donne, obbligate a indossare veli, calze e guanti per uscire dalle loro dimore, non i ragazzi, ai quali avevano vietato il gioco del calcio, non coloro che si amavano senza essere sposati (li attendeva la lapidazione, dopo la sepoltura fino al collo, nella sabbia ), e neppure chi cantava, o veniva sorpreso a fumare (a loro toccavano robuste dosi di frustate). Gli invasori avevano in questo modo sottratto alle donne, agli uomini e ai giovani, insieme alla libertà, anche ogni gioia di vivere, sebbene a sé, ipocritamente, riservassero il privilegio di fare di nascosto quelle stesse cose che proibivano agli altri, nel nome di Dio.

Il film nasce dall’interno del mondo islamico, di cui descrive la deriva fondamentalista e totalitaria, ciò che ha richiamato alla mia memoria un altro film bellissimo (1997) del grande regista egiziano Yussuf Chahine, Il destino*, che, pur nella diversa impostazione (Il destino è un film storico), dall’interno di quella stessa cultura, metteva in guardia contro ogni forma di intolleranza integralistica sempre in agguato. 
Abderrahmane Sissako, il regista di Timbuktu (originario del Mali, ma costretto a girare in Mauritania), esprime con voce tranquilla ed equilibrata una ferma protesta contro la barbarie di quel potere spietato, senza spettacolarizzare il dolore, senza ostentare rabbia, e senza chiedere vendetta. Appellandosi alla mente e al cuore degli spettatori, egli ha narrato la sofferenza di un popolo mite con linguaggio dolce e pudico, utilizzando il campo lungo per le scene più crudeli, e trasmettendoci immagini di indimenticabile bellezza, che ne rivelano la sensibilità d’animo, ma anche la profonda e sincretica cultura. Sissako ha, infatti, raccolto ed elaborato molte suggestioni del cinema occidentale, mantenendosi fedele alla sua formazione, che era avvenuta nel corso degli anni ottanta fra la Russia sovietica e la Francia. Non per nulla, dunque, la scena forse più incantevole di Timbuctu, che rappresenta i ragazzi che giocano al calcio senza pallone, mimando i gesti dei campioni, nelle loro magliette colorate, cita sorprendentemente la partita mimata dai tennisti di Blow Up!
Da non perdere!

*passato sui nostri schermi molti anni fa con la velocità di una meteora e ora non più disponibile neppure su DVD.

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gli uomini e gli dei (Uomini di Dio)

Recensione del film:

UOMINI DI DIO

Titolo originale:
Les hommes et les dieux

Regia:
Xavier Beauvois

Principali interpreti:
Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Olivier Rabourdin, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin -120 minuti – Francia 2010.

Un bellissimo film su un oscuro episodio avvenuto nel 1996 durante la guerra civile d’Algeria. Il testamento di Christian è stato raccolto e pubblicato, dai monaci della comunità di Bose, in un volumetto dal titolo: Più forti dell’odio.

“Uomini di Dio”, è cosa diversa dall’originale “Gli uomini e gli dei”, poiché sembra quasi alludere a una contrapposizione, nel film inesistente, fra gli sventurati monaci trappisti, qui rievocati (la storia è vera) e i musulmani che vivevano a ridosso del convento. Tutto il film e anche il testamento di Christian, il priore intellettuale del gruppo, ci dice il contrario: un solo Dio è padre di tutti e chi non lo capisce non sa quello che si fa. L’assassinio dei sette monaci, d’altra parte, non fu mai pienamente chiarito, né l’abolizione del segreto di stato ha potuto escludere un ruolo attivo dell’esercito governativo algerino nel massacro, né dei Servizi segreti, il che adombra ragioni politiche, non religiose dietro l’orrenda ingiustizia. Siamo nel 1996, nel pieno della guerra civile d’Algeria. La vita nel convento di monaci, che sorge alla periferia di un piccolo villaggio di quel paese, prosegue fra le normali attività quotidiane, ispirate alla regola benedettina del lavoro e della preghiera, portate avanti da un esiguo numero di religiosi, per lo più anziani, in un clima di fraterna solidarietà con gli abitanti musulmani dei dintorni. Luc, il medico frate, ora vecchio e malato, li cura, per puro spirito d’amore e di carità, altri confratelli si rendono utili nel coltivare i campi, altri raccolgono il miele e lo vendono sul mercato, mentre Christian, più giovane e mistico, legge e annota il Corano, comprendendo molto bene che una sua corretta interpretazione non può che indurre al rispetto delle differenze reciproche fra Islam e Cristianesimo, culture di pace. Quando la guerra civile fra moderati e integralisti si farà sentire nel villaggio e lambirà il convento, saranno proprio le parole del Corano pronunciata da Christian e proseguite dal feroce guerrigliero (bellissima e toccante scena del film) ad allontanare, almeno per il momento, il pericolo per i monaci. Il convento, però è ormai individuato come luogo per curare i feriti: proprio a Luc verrà portato il guerrigliero ferito e sofferente e ciò scatenerà la diffidenza delle autorità militari algerine, al governo in seguito al colpo di stato del 1991. I monaci non accolsero né l’invito ad accettare il presidio del convento da parte dell’esercito, né la perentoria intimazione a lasciare il paese alla volta della Francia, perché, proprio nel momento di maggior rischio, tutti ritrovarono le irrinunciabili ragioni che li avevano indotti ad amare la terra di Algeria e il suo popolo, con il quale essi decisero di condividere rischi e paure. Le pagine più belle del film, si trovano, a mio avviso, nella rappresentazione della fragilità umana, dei dubbi e delle esitazioni dei monaci, che sono uomini e non dei, e perciò temono il dolore e la morte, come tutti. All’ elicottero minaccioso e assordante, non potranno che opporre i loro canti e la loro preghiera; all’avvicinarsi dell’ultima ora di libertà, opporranno una sobria cena, con due belle bottiglie di un buon rosso francese, e l’accompagnamento di una suggestiva pagina dal Lago dei cigni. Bellissimo e toccante il finale, con l’immagine del loro disperdersi nel nevischio che a poco a poco li sottrae alla vista dello spettatore, nel gelo dell’inverno e del cuore del carnefice