Animali notturni

schermata-2016-11-26-alle-22-25-48recensione del film:
ANIMALI NOTTURNI

Titolo originale:
Nocturnal Animals

Regia:
Tom Ford

Principali interpreti:
Amy Adams, Jake Gyllenhaal, Michael Shannon, Aaron Taylor-Johnson, Isla Fisher – 115′ – USA 2016.

Gran Premio della Giuria a Venezia quest’anno, il film è un elegante racconto tratto da Tony and Susan, romanzo di Austin Wright, sceneggiato e diretto da Tom Ford, alla sua seconda opera da regista. Si tratta della storia del fallimento esistenziale di Susan (Amy Adams), proprietaria di una galleria d’arte a Los Angeles, dove erano esposte opere d’avanguardia, oltre che installazioni crudeli e molto disturbanti, come si può vedere all’inizio del film. Abbandonata dal suo compagno sempre altrove (anche nel weekend), che preferisce con ogni evidenza altre compagnie, Susan viene rappresentata nella solitudine della propria bellissima casa mentre legge la bozza del romanzo che Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal), suo ex marito, le aveva inviato alla vigilia della pubblicazione. Si intitola Animali notturni quel romanzo, opera prima di un uomo che aveva sempre adorato scrivere e che ora, finalmente, aveva trovato un editore disposto a credere in lui.
Edward era stato un vecchio compagno di liceo, segretamente innamorato di lei, che Susan aveva casualmente rivisto a New York quando ancora era una studentessa della Columbia University: l’incontro inatteso aveva ravvivato l’attrazione reciproca, che ora si accompagnava ai sogni e ai progetti per il futuro: era stata lei a volere il matrimonio, nonostante i tentativi di dissuasione di sua madre, bella e cinica signora texana, molto scettica sulla possibilità che durasse nel tempo l’unione fra la giovane figlia, educata dalla sua nascita ai “valori” conservatori della famiglia che avrebbe presto riconosciuto come propri e un ragazzo senza storia, come tanti illuso che anche per lui sarebbe venuto il momento del successo, attraverso la scrittura.
La profezia era stata fin troppo facile: Edward non aveva condiviso la volontà di Susan di dedicarsi al mercato dell’arte aprendo la galleria di Los Angeles, cosicché fu, dopo solo due anni, abbandonato al proprio destino in modo duro e molto umiliante. La storia triste di quell’amore naufragato non viene raccontata nel modo diacronico col quale ho cercato di parlarne: emerge a poco a poco, sotto forma di flashback che riportano alla memoria dolorosamente i momenti irripetibili di un passato che Susan aveva stoltamente sprecato e che ora forse vorrebbe ricuperare. Questo è però solo un aspetto del film, che abilmente intreccia le immagini di quei ricordi con altre evocate dal romanzo di lui che ora Susan sta leggendo avidamente: si trattava di un thriller cupo e teso,  del crudo racconto dell’orribile aggressione sfociata nel sangue, subita da una coppia di coniugi, in viaggio di notte con la figlia adolescente, su una deserta strada del Texas e della vendetta di lui, unico sopravvissuto, trasformatosi in killer (il riferimento più prossimo è Cane di Paglia di Sam Peckinpack). La  prosa avvincente di Edward era stata capace di trasformare la notte insonne di Susan in un continuo incubo angoscioso.

Come si vede, la storia che il film ci presenta è complicata e richiede un’ottima sceneggiatura per tenere insieme i frammenti di memoria, la coscienza di un presente fallimentare, nonché il thriller contenuto nel romanzo. Miracolosamente il regista supera con eleganza la prova, dimostrandosi davvero un narratore di razza, come Edward. Mi permetto, però, di ribadire quanto avevo già espresso, a proposito del suo primo film, A single man, qualche anno fa: accuratissime le immagini, grande eleganza formale, ottima sceneggiatura, impeccabile direzione degli attori, ma quanta freddezza in tanta meticolosa e compiaciuta perfezione!

Annunci

il grande Fitzgerald (Il grande Gatsby)

Schermata 05-2456434 alle 00.23.58recensione del film:

IL GRANDE GATSBY

Titolo originale The Great Gatsby

Regia:

Baz Luhrmann

Principali interpreti:

Leonardo DiCaprio, Tobey Maguire, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Isla Fisher -142 min. – Australia, USA 2013.

Tutte le citazioni fra virgolette sono tratte dal romanzo di Francis Scott Fitzgerald Il grande Gatsby, nella traduzione italiana di Fernanda Pivano.

La vicenda del film è quella stessa del romanzo di Francis Scott Fitzgerald, con la singolare aggiunta dello psichiatra, che esorta Nick Carraway, voce narrante nel film e anche nel romanzo, a scrivere le proprie memorie per liberarsi dei fantasmi del passato. Siamo a New York, nel 1922, cioè in uno di quegli anni che, dopo la grande guerra, furono caratterizzati dall’illusione dei facili arricchimenti, dalla voglia di farcela nonostante tutto, dal sogno americano, insomma. Migliaia di persone, animate da una sorta di ottimismo della volontà, si erano date l’obiettivo del riscatto sociale, nella convinzione che, nel paese delle opportunità, le origini familiari, per quanto umili, sarebbero state annullate dal successo, mentre la povertà sarebbe rimasta appiccicata addosso come una colpa. Sono, però, questi anni anche molto inquieti: ci si vuole arricchire in fretta, ma le vecchie classi dominanti diffidano dei nuovi ricchi, temono la loro concorrenza non solo negli affari e si chiudono in difesa delle loro posizioni privilegiate. Temono, inoltre, che, per il bisogno crescente di uguaglianza, si affermino pericolose tentazioni sovversive, che i “negri” pretendano i diritti dei bianchi: si fa strada una visione razzista e reazionaria di cui il personaggio di Tom Buchanan, nel romanzo, come nel film, è l’incarnazione: “Dipende da noi, che siamo la razza dominante, stare attenti; altrimenti queste altre razze prenderanno il controllo di tutto.” Del resto, la sua giovane e graziosa moglie, Daisy, gli fa eco: “Dobbiamo sterminarle”. Daisy era stata, cinque anni prima dei fatti raccontati, innamorata di Gatsby (che “la fissava come tutte le ragazzine desiderano essere fissate una volta o l’altra”), conosciuto quando si accingeva a partire, come ufficiale, per la guerra in Europa, dopo la decisione americana di intervenire (1917). Anche Gatsby era attratto da lei, per la sua bellezza, indistinguibile dal sentore di ricchezza che promanava persino dalla sua voce, che, secondo la definizione dello stesso Gatsby, era “piena di monete” (curiosa e significativa la sottovalutazione di di questo particolare nel film, indice dell’ eccessiva banalizzazione di tutta la vicenda, che non è solo la storia di un amore, perché Daisy è, sul piano simbolico, il sogno americano di Gatsby). La fanciulla sembrava ben decisa ad attendere il ritorno dalla guerra del bell’ufficiale, ma la sua agiata e importante famiglia era stata ancora più decisa a farle sposare Tom, uomo di Chicago, di favolosa ricchezza. Né il matrimonio, né la nascita di una bimba avevano però soddisfatto Daisy, che dopo un periodo di infatuazione per lui, si era resa conto di essere stata costantemente tradita, in modo piuttosto arrogante e sfrontato. La coppia, al momento del racconto, abita a New York, in una grande e lussuosa villa neoclassica nel verde, di fronte al West Egg di Long Island e proprio davanti al misterioso e sontuoso castello, fatto sorgere non casualmente proprio lì da Gatsby, che ora, dopo aver fatto fortuna per sentirsi degno di lei e della sua ricca famiglia, è deciso a riconquistarla, non ignorando le molte voci inquietanti e forse calunniose sul suo passato e sull’ ingente ricchezza, non si sa come accumulata. Le feste sontuose e aperte al bel mondo new-yorkese, che ogni venerdì sera si svolgono nel castello di West Egg, vengono offerte nella speranza di vedere, prima o poi, anche lei affacciarsi a quella porta. Solo la mediazione di Nick, vicino povero di Gatsby e cugino di lei, però, renderà possibile il primo ritrovarsi dei due e il successivo ingresso della bella Daisy in quella stravagante dimora, ricca di una biblioteca di libri mai letti, nonché di guardaroba traboccanti di magnifiche camicie di seta, ma piena di stanze inabitate e cupe.

Gli altri percorsi narrativi che, intrecciandosi strettamente alla vicenda dei due amanti e degli adultèri di Tom, porteranno all’epilogo tragico della storia di Gatsby, vengono sviluppati fin dalle prime pagine del romanzo e del film, ma, in quest’ultimo, subiscono un notevole rallentamento, dovuto all’irrompere, nel tessuto del racconto, di lunghissime sequenze descrittive, costruite con dovizia di particolari davvero smodata, secondo il gusto kitsch di cui Luhrmann aveva già dato prova nel bruttissimo (almeno secondo me) Moulin Rouge (2001). Egli accumula nella rappresentazione delle feste di casa Gatsby un eccesso di ori, lustrini, piume, musiche (non solo il jazz degli anni 20, ma, con vistosi anacronismi, pezzi anche famosi scritti in epoche successive), danze, wisky e champagne, che rispondono soprattutto al bisogno di riempire il suo horror vacui, in modo alquanto fastidioso e grossolano, senza rendere giustizia alla grazia del romanzo, che è sottile e difficile, pieno di simboliche corrispondenze. In molte sale il film addirittura è proiettato in 3D, così da suscitare ulteriormente l’ingenua meraviglia dello spettatore, quasi dovesse rivivere la poetica barocca di Giambattista Marino: E’ del poeta il fin la meraviglia… Il capolavoro di Francis Scott Fitzgerald avrebbe meritato davvero qualcosa di meglio. Le trasposizioni cinematografiche delle grandi opere letterarie non sono affatto sempre deludenti: numerosi registi, anche di fronte a opere di grande bellezza, hanno saputo darne letture originali, o interpretazioni interessanti. Luhrmann, invece, si è limitato a illustrarne enfaticamente gli aspetti edonistici, e a parafrasare, senza infamia e senza lode, il resto del racconto, senza fornirne una chiave interpretativa originale. Peccato! Nel cast degli attori, molto notevole, spicca l’ eccellente prova di Leonardo Di Caprio.