Le affinità elettive

recensione del film:
LE AFFINITÀ ELETTIVE

Regia:
Paolo e Vittorio Taviani

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Fabrizio Bentivoglio, Jean-Hugues Anglade, Marie Gillain, Massimo Popolizio, Consuelo Ciatti, Stefania Fuggetta –
98 min. – Italia 1996.

La trasposizione cinematografica di uno dei romanzi più impegnativi della letteratura europea, fra classicismo e romanticismo, benché abbia richiesto a Paolo e Vittorio Taviani alcuni tagli spericolati, nonché il sacrificio di non pochi personaggi importanti dell’opera famosa, si è secondo me rivelata una operazione riuscita. L’impresa era molto difficile, ciò di cui bisogna tener conto nella valutazione complessiva dell’opera.
I due registi, infatti, hanno saputo restituirci, nel linguaggio del cinema, un romanzo molto letterario e filosofico, nel quadro naturale del paesaggio toscano, ambiente assai diverso da quello tedesco che è più scuro e contrastato, percorso da piogge frequenti e illuminato da bagliori improvvisi.
Il titolo, che rimane quello del romanzo, ci riporta all’interesse presente in Goethe per la cultura scientifica del suo tempo e alla convinzione che i rapporti d’amore che portano al formarsi della coppia non sfuggano alle leggi naturali dell’affinità chimica fra gli elementi composti, instabili per natura, e con tendenza a scindersi negli elementi primari, destinati a legarsi inevitabilmente con altri elementi da cui sono irresistibilmente e fatalmente attratti.
Un determinismo ineluttabile perciò percorre la vicenda di Edoardo (Jean-Hugues Anglade) e Carlotta (Isabelle Huppert) diventati marito e moglie dopo che, essendosi amati in gioventù, avevano separato le loro strade per ritrovarsi casualmente, non più giovanissimi, entrambi vedovi dei precedenti matrimoni. Diversi nel carattere e nelle aspirazioni, Carlotta ed Edoardo ora vivevano grazie alle rendite dei terreni di lui, presso i quali, in un grande cascinale di campagna, avevano stabilito la propria abitazione. Ai progetti di Carlotta, razionalista e intenzionata a migliorare la qualità delle coltivazioni, Edoardo prestava un ascolto distratto, più interessato a promuovere una rete di rapporti d’amicizia nei quali l’amore reciproco si sarebbe arricchito e consolidato. L’arrivo di Ottone,l’architetto (Fabrizio Bentivoglio), fortemente voluto da Edoardo, e, di lì a poco, quello di Ottilia (Marie Gillain), la giovane e graziosa figlioccia di Carlotta, avrebbe destabilizzato, invece, il loro precario equilibrio di coppia. Da questo momento il film, percorrendo rapidamente le vicende del romanzo e seguendo l’allentarsi del legame dei due sposi, descrive il nascere dell’amore che, per affinità elettiva, avrebbe legato profondamente Edoardo e Ottilia, nonché Ottone e Carlotta, di cui, presto si sarebbe visto il frutto-monstre, poiché da quello strano incrociarsi delle passioni e del sentire sarebbe nato il figlio di Carlotta e di Edoardo, che nei capelli e nel volto avrebbe avuto le sembianze di Ottone e di Ottilia, gli amanti desiderati.

Il film è preceduto dalla scena memorabile dell’emersione dalle acque profonde del lago dell’antica statua di Venere, da millenni sottratta alla vista degli uomini, avviluppata dalle alghe e attraversata dalle migrazioni di miriadi di pesci, in un ribollire vitalistico, senza apparente senso. Grazie a questo incipit, i Taviani mostrano di aver conosciuto e meditato le stratificate interpretazioni del romanzo nel corso dei secoli, proiettandole sull’intero film, che è perciò non solo rappresentazione delle discussioni filosofiche sull’amore e sul matrimonio, o della morale laica in opposizione a quella religiosa, ma riflessione storicamente plausibile sulla necessità di separare la natura dalla sua rappresentazione artistica, e sullo stesso concetto di mimesi sul quale si era fondata ogni teorizzazione del classicismo. Il compito davvero improbo dei registi  era stato certamente reso possibile grazie anche alla “colta” interpretazione di tutti gli attori che avevano saputo rendere umanamente credibili i loro complessi e difficilissimi personaggi.

Ai lettori

Stiamo vivendo giorni terribili per la cultura, non solo cinematografica, in tutto il mondo.
La morte di Philip Roth ha aggiunto dolore a dolore: in meno di un mese, abbiamo perso tre grandi registi, come Milos Forman, Vittorio Taviani ed Ermanno Olmi. Intendo, attraverso questo blog, rendere loro omaggio impegnandomi nella recensione di alcuni loro film meno noti. Tornerò, al più presto anche nelle sale, da cui mi ha tenuta lontana un fastidioso malanno (di stagione) agli occhi. A presto.

Happy End

recensione del film:
HAPPY END

Regia:
Michael Haneke

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Fantine Harduin, Dominique Besnehard,  Nabiha Akkari, Jack Claudany, Hassam Ghancy, Jackee Toto, Franck Andrieux – 110 min. – Francia 2017.

Con questo titolo, piuttosto sorprendente per chi lo conosce, Haneke ha presentato il suo film in concorso a Cannes quest’anno. In realtà, egli non ha ammorbidito né il suo nihilismo sconsolato, né l’analisi spietata delle manifestazioni del male nel cuore dell’uomo: è rimasto fedele a se stesso, cosicché se ogni tanto ci strappa, durante il film, qualche sorriso, questo nasce dall’amarissima riflessione sulla realtà del vivere e sull’ipocrisia che spinge uomini e donne a offrire di sé un’apparenza accettabile, per minimizzare le contraddizioni della propria coscienza nonché i conflitti nei rapporti umani e sociali.
Calais è lo scenario di quest’ultima fatica dell’ormai anziano regista austriaco: il luogo in cui si accalcano gli uomini e le donne che, giunti dall’Africa nera, sono in attesa di trovare, al di là della Manica, migliori condizioni per il futuro. Il grande tema sociale e politico, tuttavia, è appena sfiorato dal racconto del film, che è tutto focalizzato sulle vicende più recenti di un’importante famiglia locale, che aveva costruito le proprie ricchezze e la propria condizione di potere, grazie all’impresa edilizia condotta un tempo dal nonno Georges Laurent (Jean Louis Trintignant), alla quale era stata affidata la realizzazione di grandiose opere pubbliche: allora, quando molti cantieri si erano aperti e molte offerte di lavoro avevano aumentato il giro di denaro nella zona, il vecchio patriarca aveva saputo salvaguardare gli interessi della sua famiglia aumentandone prestigio e ricchezze e permettendo ai figli di studiare secondo le proprie inclinazioni. Era accaduto perciò che Thomas avesse voluto diventare medico e si fosse spostato a Lille, dove aveva messo su famiglia: degli affari dell’azienda ora si occupava Anna, l’altra figlia, donna tenace e spregiudicata (Isabelle Huppert, come sempre bravissima), qualità non sufficienti, però, a salvaguardare l’impresa dall’imminente rovina, accelerata da un increscioso incidente. Si era aperta, infatti, una voragine franosa sotto un grande cantiere che, oltre ad aver provocato la morte di un lavoratore, aveva mosso le indagini della magistratura, ciò che gettava ombre e sospetti sulla credibilità complessiva dell’impresa. Anna ora cercava di arginare il crollo, trattando con alcune banche inglesi qualche forma di finanziamento, mentre sperava di ottenere l’appoggio alle proprie decisioni da parte del del fratello Thomas e del figlio, giovane disturbato e ribelle, legato a lei da un’oscura e inconfessabile attrazione. Il vecchio Georges, insieme alla piccola Eve, la depressa figlia tredicenne di Thomas (ritratto magnifico di un’adolescente che vive in una solitudine terribile i suoi problemi, nonché i sospetti forse ingiusti dai quali è circondata), benché esclusi da qualsiasi decisione, sono le persone più lucidamente consapevoli dei vizi privati dei componenti di quella famiglia, ora nuovamente riunita per volontà di Anna, animata dalla ferma volontà di offrirne un’immagine unitaria, anche se le tensioni e gli impulsi, ipocritamente imbrigliati dalla sua diplomazia, non sembrano promettere molto di buono…
Non intendo dire altro, perché il finale del film, aperto alla nostra interpretazione, non può in alcun modo essere anticipato. Aggiungo invece che il mio avarissimo racconto si riferisce alla sola seconda parte del film, a cui Haneke arriva dopo aver presentato in modo volutamente frammentario (che più tardi diventerà pienamente comprensibile) alcuni fatti molto importanti, apparentemente slegati fra loro. Si tratta di narrazioni che, con differente ampiezza, compaiono dall’inizio del film nell’inedito e singolare “formato” dello schermo di uno smartphone, sul quale si alternano alle pagine di Facebook quelle di di altri social network, nonché una chat, di cui non si conoscono gli interlocutori, ma che molto di inquietante ci racconta di alcune vicende che costituiscono l’antefatto drammatico di ciò che vedremo.

Il meraviglioso Jean-Louis Trintignant, è Georges, il grande vecchio reso invalido da un incidente che ne ha limitato la mobilità, ma non volontà di morire, poiché egli non si rassegna all’orrore del proprio degrado e della propria sofferenza. Il suo personaggio volutamente riecheggia il protagonista di Amour, non solo perché porta il suo stesso nome, ma per la citazione esplicita dell’atto che per pietà e per amore in quel film aveva compiuto, dando la morte alla donna che più amava al mondo. Il richiamo, così emotivamente sconvolgente, non lascia alcun dubbio sul persistere del profondo pessimismo di Haneke, sul significato sarcastico del titolo-ossimoro di questo suo ultimo lavoro, sulla buia prospettiva che ci attende alla fine del nostro percorso, oltre il quale il nulla indistinto e insensato ci inghiottirà. Un film crudele e bellissimo.

L’avenir

schermata-2016-11-26-alle-22-33-28recensione del film:
L’AVENIR

Regia:
Mia Hansen-Løve
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Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Edith Scob, Roman Kolinka, André Marcon, Marion Ploquin
– 100 min. – Francia 2016.

Orso d’Argento alla Berlinale di quest’anno, del tutto ignorato qui in italia, visto al TFF, con la sgradevole sensazione che da noi non arriverà mai. Possibile che proprio nessuno intenda distribuirlo anche qui?

Nathalie (Isabelle Huppert), insegnante di filosofia, era apparsa all’inizio del film quando, ancora giovane, aveva portato i suoi bambini a visitare Le Grand Bé, il luogo caro a Chateaubriand che lì aveva voluto essere seppellito: una piccola altura unita a Saint Malo da una lingua di terra percorribile solo nei momenti di bassa marea, emblematica dell’aspirazione dello scrittore a confondersi con l’eterno fluire del mare, non del tutto staccato, però, dal mondo degli uomini.
Erano passati gli anni, i bambini erano cresciuti e ora vivevano per lo più lontani da lei, mentre si moltiplicavano i suoi problemi: una madre (Edith Scob) con la demenza senile, che di lì a poco l’avrebbe lasciata; una vita matrimoniale prossima alla deflagrazione; una vita professionale ormai priva di soddisfazioni, poiché le sue belle lezioni di filosofia interessavano sempre meno gli studenti, spesso in sciopero per rivendicare spazi e diritti che le sembravano incomprensibili, mentre gli editori dei suoi saggi le richiedevano minor rigore nel linguaggio, maggiore facilità, e la spingevano ad adeguarsi a un pubblico superficiale e poco disposto a letture impegnative. Le era rimasto vicino solo Fabien (Roman Kolinka), l’antico discepolo intelligente, un po’ anarcoide, che aveva seguito con passione le sue lezioni e che si era messo a scrivere di filosofia, col suo pieno sostegno. Ora Fabien, però, aveva fatto una scelta decisiva per la propria esistenza:  aveva iniziato a vivere, in coerenza con le proprie convinzioni, in una “comune”, nelle prealpi del parco regionale del Vercors (il territorio è quello di Grenoble), riducendo al minimo i bisogni e le necessità indotti dalla vita di città, e l’aveva invitata a condividere quella vita con lui e con quanti, come lui, erano disposti a rinunciare ai modelli imposti dalle convenzioni borghesi. Nathalie, avrebbe trovato però, inaspettatamente, nella sua filosofia e in se stessa la forza di affrontare i cambiamenti e le separazioni inevitabilmente legate al passare del tempo, accettate finalmente con consapevole serenità.

Il film, minimalista, come gli altri di questa bravissima regista, indaga delicatamente negli stati d’animo di Nathalie, nelle sue esitazioni, nell’equilibrio instabile della sua esistenza che perde a poco a poco certezze e riferimenti, avvalendosi dell’interpretazione eccezionale di Isabelle Huppert, che senza retorica, con la ricchissima gamma delle espressioni del volto, dello sguardo, della gestualità e delle parole costruisce un personaggio femminile bellissimo e non facilmente dimenticabile.

Da vedere, se arriverà in Italia, s’intende!

Elle

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recensione del film:
ELLE

Regia:
Paul Verhoeven

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Virginie Efira, Christian Berkel, Anne Consigny, Jonas Bloquet, Charles Berling, Lucas Prisor, Vimala Pons, Raphaël Lenglet, Judith Magre – 130 min. – Francia 2016.

Reso visibile in Italia per ora solo in alcune giornate del Torino Film Festival, questo film lo scorso aprile ha conteso la Palma d’oro a Cannes a Toni Erdmann (che fra qualche mese sarà proiettato anche in Italia. Meglio tardi che mai). Sappiamo com’è andata: nessuno dei due film, entrambi amati e sostenuti dalla critica, ebbe la Palma prestigiosa, che andò sorprendentemente a Ken Loach, dando il via a un seguito di polemiche, che, dopo aver visto questa pellicola, mi sembrano assai giustificate. Lo dico con tutta serenità, confermando l’apprezzamento che ho già espresso per il bellissimo I, Daniel Blake. 

Michèle, il gatto e la “matta bestialità“.
Si progettavano e si realizzavano prodotti di animazione tridimensionale, destinati al mercato dei videogiochi per adulti, nell’impresa di cui era padrona e dirigente Michèle (Isabelle Huppert), donna d’affari dura e determinata, che conosceva il fatto suo e che di nessuno si fidava, se non di Anna (Anne Consigny), la propria segretaria, del cui marito era l’amante. Ai suoi ordini si adeguava tutto lo staff, dall’ultimo arrivato ai più maturi collaboratori, che erano obbedienti (e riluttanti) esecutori della sua volontà. La donna aveva vissuto storie complicate: un padre serial killer in galera; una madre (Judith Magre) piuttosto anziana ma irriducibilmente e grottescamente vezzosa, vogliosa e spregiudicata; un marito da cui aveva divorziato e un figlio, Vincent, (Jonas Bloquet) che non era quel che si dice un mostro d’intelligenza, ma che ora non viveva più con lei, essendosi sistemato con una giovane donna speranzosa come lui che la prossima nascita di un bébé avrebbe indotto Michèle, la dura, a scucire  i soldi per l’acquisto di un appartamento grande in cui il piccino potesse crescere.
La vita di Michèle dunque si svolgeva fra l’impresa e la casa, in un alloggio della banlieu parigina che ora condivideva  con un bellissimo gatto grigio, dagli occhi misteriosi e imperscrutabili proprio come i suoi: d’altra parte l’animale, per indipendenza e libertà, le rassomigliava molto, così come anche per crudeltà spietata e insieme innocente: in fondo era, come lei, nato così. Nel corso del film l’apparizione improvvisa dell’animale, che con un imperioso miagolio si faceva aprire la porta dell’alloggio, poteva sembrare buffa e farci sorridere, se non si fosse subito compreso, però, che la sua presenza improvvisa e perentoria era un  segnale inquietante della bestialità oscura in agguato, che si stava introducendo di prepotenza nella tranquilla vita di Michèle, la quale, infatti, non faceva a tempo a chiudere la porta a vetri, quando quella stessa porta si riapriva violentemente, mentre lei, gettata a terra, era costretta a subire la furia sessuale inaudita di un aggressore sconosciuto, mascherato e vestito con un manto nero, come un eroe dei suoi videogiochi.
Se l’inizio del film era stato folgorante e memorabile, il seguito ci aveva spiazzati: Michèle, che non era donna dalle lacrime facili, mostrava una capacità inattesa di dominare razionalmente la situazione: riassettata la casa, rimossi i frammenti degli oggetti che frantumandosi erano caduti a terra con lei, aveva rimosso con un bagno caldo anche la sporcizia che quell’uomo le aveva lasciato addosso, aveva medicato le ferite e aveva ripreso la solita vita. In azienda aveva riunito e informato i suoi collaboratori, tutti sospettabili, per scrutare da vicino le loro reazioni, e valutarne la sincerità, ignorandone (come sempre) i consigli. Di fare denuncia alla polizia era assurdo parlare; meglio un brindisi che sancisse senza equivoci il ritorno alla normalità. Purtroppo, però, al primo stupro ne erano seguiti altri, perpetrati nello stesso modo e con altrettanta barbarie, così da indurla a indagare non solo fra i suoi collaboratori più stretti, ma anche fra i suoi più prossimi conoscenti, fra i quali Patrick (Laurent Lafitte), il suo vicino di casa, da cui è attratta.

Michèle come Poirot?
 Il grande tavolo festoso della sua salle à manger, durante la notte di Natale, offriva l’opportunità del confronto allargato fra lei e i collaboratori sospettati, che erano stati tutti quanti invitati per il cenone, insieme a compagne, mogli, fidanzate. Tutti avevano conti in sospeso con lei (che non li stimava affatto), poiché a tutti pesava obbedirle; di Patrick, il vicino, la donna non sapeva molto, ma il suo comportamento pio e devoto, appiattito sulla religiosità bigotta di sua moglie, sempre pronta alle orazioni e ai rosari, la rendeva diffidente: si sarebbe occupata  soprattutto di lui, cercando di conoscerlo. Che cosa di meglio che misurarne la reattività sessuale? Le riprese mostrano in modo alterno il sopra e il sotto del tavolo: l’aspetto dell’intrattenimento gentile, del cibo e della festa (c’è persino spazio per la messa papale trasmessa dalla TV), e insieme ciò che stava avvenendo oscuramente sotto la bella tovaglia: le gambe di Michèle che si allungavano per incontrare quelle di Patrick, che sembrava aver ben compreso e rispondeva, rilanciando il messaggio. Naturalmente i suoi movimenti audaci e ben dissimulati, i suoi ammiccamenti non provavano alcunché, ma Michèle era convinta che quella pista fosse promettente, perciò decideva di percorrerla fino in fondo. Non aggiungo, a questo punto, ulteriori particolari del racconto; mi limito a dire che ora il film diventa un thriller teso, pervaso da un’ironia nera, impronta stilistica di tutto il film. Da una parte, infatti, il tentativo di scoprire l’identità dello stupratore richiedeva che lei affrontasse un percorso conoscitivo pericoloso; dall’altra le si presentava una strada molto intrigante per la sua novità, poiché alla curiosità tutta mentale e razionale dello smascheramento si stava affiancando una curiosità di altro tipo, un po’ perversa, folle, istintuale, animale (il gatto ora le rassomigliava davvero!) che rischiava di esporla seriamente alla bestialità sadica di un maniaco probabilmente incapace di fermarsi.

La vicenda raccontata si ispira al romanzo  Oh… di Phillippe Dijan (che per il film lo ha sceneggiato insieme a David Birke e Harold Manning). Era stato però il produttore franco- tunisino Said Ben Said ad acquistarne i diritti cinematografici, così come era stata Isabelle Huppert ad assicurarsi legalmente il diritto di prelazione nel caso il romanzo fosse diventato un film, prima ancora che Dijan offrisse la regia (e l’attrice) a Paul Verhoeven, che dalla metà degli anni ottanta lavorava a Hollywood, dove aveva diretto i suoi film più noti (tutti ricorderanno Basic Instinct), spesso trasgressivi, triviali e scandalosi. L’incontro fra lui e l’attrice si rivelò subito promettente: nasceva, infatti, un rapporto di fiducia e collaborazione che si sarebbe mantenuto per tutta la durata delle riprese.
Graffiante e ironica fino al sarcasmo, la regia di Paul Verhoeven manifesta anche questa volta la sua volontà di provocatore ambiguo che può apparire politically incorrect, nello sfidare alcune tematiche femministe, anche se mai nel film si minimizza la gravità della violenza, di cui si evidenzia senza sconti la sopraffazione insopportabile. L’interpretazione di Isabelle Huppert dà vita a un personaggio femminile di grandissima complessità che, non intendendo piegarsi alla paura e alla prepotenza, evita ogni vittimismo, preferendogli il ruolo difficile di chi conduce il gioco, anche a rischio di soccombere. I personaggi maschili appaiono impietosamente ebeti e presuntuosi, del tutto inadeguati ad assumere qualsiasi responsabilità nella vita.
Nel film sono numerosissimi i rimandi a molto precedente cinema, dal Buñuel di Tristana (la stampella), o di Bella di giorno (la scoperta dell’erotismo perverso e pericoloso), fino a quello meno noto di Estasi di un delitto, richiamato dalle fiamme inquietanti della stufa in cantina). Ritroviamo poi il Fellini  di 8 1/2, a cui il regista dice di aver pensato nella scena del grande tavolo natalizio, nonché Haneke alla cui folle e misteriosa Pianista sembra quasi rifarsi il personaggio di Michèle, e persino i Coen di Blood Simple (nella scena delle forbici fatte penetrare sul dorso della mano). Un susseguirsi ininterrotto di invenzioni sorprendenti, di immagini rutilanti, di spiazzanti svolte e anche di divertenti volgarità, controllate da una regia attentissima, rendono questo lavoro del quasi ottantenne Verhoeven un signor film, di qualità davvero notevole e rara, da vedere assolutamente (distribuzione italiana permettendo!)

otto belle vipere! (Otto donne e un mistero)

Schermata 12-2456655 alle 23.24.16recensione del film:
OTTO DONNE E UN MISTERO

Titolo originale:
8 Femmes

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard – 101 min. – Francia 2002.

Natale ci regala molti cinepanettoni e molti film per le famiglie, che, forse colpevolmente, mi interessano poco. Naturalmente nelle sale si possono trovare anche buoni film, ma li ho visti tutti e recensiti quasi tutti (non ho recensito Dietro i candelabri, buon film che non mi ha lasciato molto, forse per l’antipatia che mi ha sempre suscitato Valentino Liberace): non mi rimanevano che i DVD di qualche film d’antan, come questo di Ozon, regista che apprezzo, prima di tornare presto alle abituali recensioni dei film nelle sale.

Come tutte le famiglie, anche quella del film in questione si ritrova al gran completo per il pranzo di Natale. Qui siamo nella campagna francese, in una lussuosa villa nella quale il padrone di casa abita, insieme alla bella moglie un po’ attempata, Gaby (Catherine Déneuve), alla figlia Catherine (Ludivine Sagnier), alla suocera (Danielle Darrieux) e alla cognata Augustine, la scontrosa e isterica sorella di Gaby (Isabelle Huppert). L’arrivo dell’altra figlia, la giovane Suzon (Virginie Ledoyen) e, più tardi, della sorella di lui, Pierrette (Fanny Ardant) completa la presentazione dell’intera compagine familiare. La festa, però, non potrà svolgersi, avendo una delle cameriere, Louise (Emmanuelle Béart), scoperto che il padrone di casa a, cui sta portando la colazione in camera, è riverso sul letto in un bagno di sangue, colpito da un pugnalata alla schiena. Altre scoperte si susseguono: i fili del telefono sono stati tagliati, il riscaldamento non si accende, fuori una fitta nevicata impedisce di uscire per comunicare con l’esterno, ciò che rende impossibile, quindi, chiamare la polizia mentre una profonda inquietudine si diffonde fra i presenti. Solo fra loro è, però, da ricercare l’assassino (questo pare certo, poiché l’attentissimo cane non aveva abbaiato, avendo evidentemente riconosciuto la persona che si era introdotta in casa con il proposito omicida). Sarà la figlia più giovane dell’ucciso ad avviare le prime indagini sull’accaduto, cercando di verificare l’ alibi di tutti i presenti, compreso quello della fedele governante nera, Chanel (Firmine Richard): è suo intento, infatti, chiarire gli spostamenti di ciascuno, ma, cosa ben più importante, accertare se qualcuno covasse odio o risentimento rancoroso nei confronti del suo amato genitore.

Il film sembrerebbe procedere in due direzioni, entrambe molto convenzionali: la prima è quella del giallo classico in cui gli indizi, innumerevoli, non diventano mai prove, potendo essere, infatti, continuamente ribaltati e perdendo, quindi, di consistenza; la seconda, che si ispira alla più tradizionale misoginia, è la rivalità astiosa fra le otto donne, le cui inconfessabili e segrete debolezze sono per lo più note all’ universo femminile meschino, pettegolo e ipocrita che si aggira nella casa e intorno a essa, ma sono sempre anche accuratamente occultate e taciute a tutti gli altri, per offrire, almeno all’apparenza, il quadro di una famiglia molto “per bene”, come si conviene fra gente ricca o presunta tale.
In realtà, fin dalle prime scene il film è costruito come un musical le cui sequenze sono accompagnate dal ritmo delle canzoni più note all’epoca in cui il film venne girato, che vengono interpretate dalle diverse otto attrici, che quindi si cimentano con intelligenza e ironia in un genere cinematografico piuttosto ibrido, al quale non sono certo abituate.
Il film, concepito in un primo momento come il remake del film Donne, di George Cukor, girato nel 1939, mantiene dell’originario progetto solo l’idea di un cast esclusivamente femminile, diventando invece l’adattamento da parte di Ozon  di un testo teatrale, piuttosto in voga, scritto negli anni ’60 da Robert Thomas, in cui del giallo rimane assai poco, sostituito da una verve ironica che nel film diventa il malizioso e intelligente umorismo della sceneggiatura, ben sorretta dalle bravissime attrici, capaci di suscitare la nostra curiosità intorno a una vicenda ricca di colpi di scena e di inattese conclusioni.

dal romanzo al film (La religiosa)

Schermata 09-2456547 alle 12.47.24recensione del film

LA RELIGIOSA

Titolo originale:
La réligieuse

Regia:

Guillaume Nicloux

Principali interpreti:

Pauline Etienne, Isabelle Huppert, Louise Bourgoin, Martina Gedeck, Françoise Lebrun – Francia, Germania, Belgio 2013 – 100minuti

Rifacendosi alla storia di Suzanne Simonin, raccontata nel 1760 da Diderot nel famoso romanzo La religieuse, ma modificandone il finale, meno avventuroso e rocambolesco e, forse, aperto al lieto fine, il regista Guillaume Nicloux ce ne offre la seconda versione cinematografica. La vicenda, molto nota, ispirò numerose opere e racconti nel corso dell’800, comprese le pagine manzoniane dedicate a Gertrude, la Monaca di Monza.
La giovanissima Suzanne (Pauline Etienne), figlia adulterina, frutto di una relazione “peccaminosa” della madre, è costretta dalla famiglia a chiudersi in convento, ma non accetta la decisione dei suoi genitori, che le sembra ingiusta e discriminatoria, rispetto a quella adottata per le due sorelle che avevano potuto costruirsi una vita rispettabile, grazie a un buon matrimonio. Anche se in un primo tempo la poveretta si adatta alla clausura di un anno in vista della propria formazione, respingerà in seguito fermamente e pubblicamente la prospettiva di prendere il velo per il resto della propria vita. Lo scandalo che ne deriverà verrà utilizzato abilmente dai suoi familiari che avranno buon gioco a chiuderla in casa fino a piegare nuovamente la sua volontà. Comincia da quel momento il calvario di Suzanne, appena mitigato, in un breve periodo iniziale, dall’umana comprensione dell’anziana Madame de Moni (Françoise Lebrun), la superiora del Couvent de Longchamp, che sinceramente e con sensibile affetto presta attenzione ai suoi problemi. Le successive vicissitudini della sventurata giovane, fatte di umiliazioni indicibilmente sadiche da parte della nuova superiora di Longchamp (Louise Bourgoin), la indurranno a confessare all’esorcista le torture alle quali era stata sottoposta, così da essere trasferita a Saint Eutrope. Là Suzanne ha appena il tempo di godersi ingenuamente le coccole tenere della nuova badessa (Isabelle Huppert), che il confessore la mette in guardia perché se ne tenga lontana e non si lasci invischiare nel clima di gelosie isteriche e torbide che domina nel monastero, a causa dei capricci saffici della superiora. Non le resta che fuggire, di nascosto e di notte, verso un ignoto futuro.

Dénis Diderot, l’enciclopedista francese nonché grande scrittore, si era a sua volta ispirato alla vera vicenda di Marguerite Lamarre, costretta, contro la sua volontà, a trascorrere in convento 55 anni senza poter mai uscirne: egli intendeva denunciare la consuetudine vessatoria delle famiglie più in vista di assegnare al primogenito l’eredità del patrimonio familiare, per evitare che la divisione delle ricchezze potesse ridurne la consistenza, diminuendo in tal modo il potere e il prestigio della casata. Nel caso della Religieuse alla preoccupazione economicista, si aggiungeva una motivazione sommamente ipocrita: la giovane sacrificata era figlia adulterina, nata perciò da una “colpa” di cui la madre intendeva in qualche modo liberarsi, facendola espiare a lei, testimonianza vivente e ingombrante del suo antico peccato. In Diderot era altresì presente, oltre alla forte polemica nei confronti delle famiglie altolocate della sua epoca, una buona dose di “verve” anticlericale: conosceva, infatti, per esperienza personale e familiare gli ambienti monastici e ne parlava, perciò, dopo aver riflettuto a lungo sulla loro funzione di reclusorio per i figli indesiderati dei nobili e dei ricchi, che in tal modo venivano allontanati dalla loro vista e dalla loro coscienza. Sotto la finzione della rinuncia alle cose della terra per dedicarsi esclusivamente alla preghiera, Diderot vedeva annidarsi pericolose e intollerabili distorsioni della religiosità, ridotta a copertura di meschini e inconfessabili interessi, nonché altrettanto pericolose sottovalutazioni delle esigenze umane di socialità, di amore, di libertà e di realizzazione di sé. I rapporti all’interno delle comunità monastiche venivano in tal modo resi difficilissimi: l’obbedienza che legava le monache alla gerarchia conventuale diventava troppo spesso asservimento ai capricci della superiora, che talvolta manifestava una certa umana comprensione e solidarietà (madame de Moni), ma più spesso sfogava sulle novizie, maltrattando sadicamente le meno conformiste, le proprie personali frustrazioni (Sainte Christine), quando non tentava di coinvolgerle in un giro di amori saffici e di predilezioni morbose, con una tecnica di seduzione e successivamente di ripulsa che dipendeva, ancora una volta, dall’arbitrio dispotico (la superiora di Saint Eutrope).
Come si può capire, dunque, il film si attiene abbastanza scrupolosamente alla lettera dello scritto di Diderot, così da diventarne quasi la parafrasi illustrata, sicuramente ben recitata e accuratamente ricostruita. La vicenda cinematografica di Suzanne Simonin non si arricchisce però di interpretazioni originali che, scavando nel personaggio o nell’ambiente in cui si muove, offrano nuovi spunti alla lettura; ha una correttezza didascalica elegante, ma un po’ piatta e perciò può essere definita una buona lettura scolastica del romanzo.

la vita e le illusioni (Amour)

recensione del film:

AMOUR

 Titolo originale:

Amour

 Regia:

Michael Haneke

 Principali interpreti:

Jean-Louis Trintignant, Emmanuelle Riva, Isabelle Huppert, Rita Bianco, Laurent Capelluto – 105 min.  Francia, Austria, Germania 2012

Il film, Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, ci racconta subito “come va a finire”: in un appartamento parigino viene ritrovato il corpo di una anziana donna, circondato dai fiorellini  primaverili, dei quali il marito aveva voluto adornarla, in un estremo gesto d’amore, prima del definitivo abbandono. La storia che successivamente ci viene narrata è quella di un’anziana coppia di coniugi, i quali, da molti decenni insieme e pienamente soddisfatti della loro convivenza, si sono improvvisamente scoperti vecchi. Un oscurarsi istantaneo della coscienza della donna, durante la colazione del mattino, allarma immediatamente lui; ne seguirà un’operazione alla carotide e la paralisi che progressivamente ridurrà le sue  capacità di movimento e muterà forzatamente le abitudini consolidate, nonché i rispettivi ruoli. In questo modo irrompe, nella bella e spaziosa casa parigina di Anne (Emanuelle Riva) e Georges (Jean-Louis Trintignant), la malattia  che progressivamente devasterà il corpo e forse anche la mente di lei, mentre il marito cercherà di alleviarne le sofferenze più penose. Haneke, il grande regista austriaco che impassibilmente aveva esplorato gli aspetti oscuri dell’animo umano nei precedenti, bellissimi film (ricordo, in particolare Il nastro bianco), si interroga, questa volta, con un’indagine altrettanto dura e spietata, sul senso dell’invecchiare, e, indirettamente, sul senso della vita. Quella che per tutti e due era stata un’esistenza ricca di cultura, conoscenze, letture, viaggi, ora si è ridotta dentro lo spazio angusto della sedia a rotelle di Anne e infine sarà confinata nel letto di casa, scenario di tutte le operazioni che le servono per sopravvivere dolorosamente, senza alcuna speranza di migliorare. Georges, che vorrebbe davvero esserle di conforto e di aiuto, amandola profondamente, agisce nella piena consapevolezza che “andrà sempre peggio”, e cerca almeno di limitare, senza molto successo, i danni che infermiere e badanti, nella loro rozzezza, le procurano, poiché alla umiliazione per dipendere da loro, si somma per  Anne quella che le arriva dal loro agire superficiale, e anche dalla garrula crudeltà di troppe parole, pronunciate senza  alcuna vera compassione. Il film indugia senza infingimenti consolatori, anche sui più crudi particolari di questa condizione degradata, che mette in luce l’insensatezza di ogni progetto, essenza stessa della vita di coppia: perdono importanza non solo le cose belle e amate, come i libri, la casa raffinata e arredata con cura, il pianoforte e la musica stessa che entrambi avevano apprezzato e coltivato, ma anche i rapporti con le persone che pure avevano occupato tanta parte della loro vita: il discepolo cui Anne aveva insegnato ad amare la musica di Schubert e che ora ha trovato la sua strada lontano da lei, nonché la stessa figlia Eva (Isabelle Huppert), anche lei lontana ed estranea ormai alla tragedia che vivono soltanto i due anziani coniugi consumando nella inquieta solitudine dell’attesa della fine le loro ultime giornate. La crudele bellezza di questo film è nella grande capacità di dar voce allo sgomento esistenziale di fronte al destino dell’uomo, che purtroppo ci riguarda tutti, quale che sia il nostro immediato futuro. “All’apparir del vero” resta l’incubo della voragine scura (il vano dell’ascensore che si spalanca sul vuoto nel sogno di Georges) e l’onnipresenza dell’acqua, quella che scorre  dal rubinetto, non a caso subito prima dell’incidente di Anne, nonché quella della pioggia (“il tempo fatto acqua” avrebbe detto Montale), che accompagna la caduta (forse volontaria) di Anne presso la finestra dell’ingresso e quella che riempie a poco a poco il bell’appartamento (sempre nel sogno di Georges e che non a caso ricompare verso la fine del film)  simbolo, a mio avviso, come spesso nelle culture orientali, (che credo il regista conosca almeno attraverso Schopenhauer) dell’elemento indistinto ed eterno in cui tutte le gocce confluiscono perdendo la loro individuabilità.

NOTE:

La citazione montaliana è tratta dalla lirica Notizie dall’Amiata (Le occasioni);

“All’apparir del vero” è citazione leopardiana dalla lirica A Silvia (I Canti)

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Uno scenario terribile (Bella addormentata)

recensione del film:
BELLA ADDORMENTATA

Regia:
Marco Bellocchio

Principali interpreti:
Toni Servillo, Isabelle Huppert, Alba Rohrwacher, Michele Riondino, Maya Sansa, Pier Giorgio Bellocchio, Brenno Placido, Fabrizio Falco, Gianmarco Tognazzi, Roberto Herlitzka, Gigio Morra, Federica Fracassi – 110 min. – Italia 2012

Molteplici equivoci si sono addensati su questo film, il primo dei quali è che riguardi la vicenda di Eluana Englaro. In realtà Bellocchio, attraverso i documenti di allora (febbraio 2009), evoca quella vicenda terribile, e anche il vergognoso e strumentale schierarsi del governo contro le decisioni dei magistrati, utilizzandola quale scenario di tre diverse storie che hanno solo qualche pallida somiglianza con quella di Eluana, ben più drammatica. Nel film, pertanto, si intrecciano tre racconti, nettamente diversi fra loro, che hanno in comune solo lo sfondo storico dell’Italia degli anni berlusconiani quando, sostenuti dal governo che stava per far approvare una legge ad hoc, in buona o in mala fede, alcuni cattolici fondamentalisti si mobilitarono per bloccare l’ambulanza che stava trasportando Eluana nel luogo dove avrebbe potuto morire in pace e dignitosamente, dopo 17 anni di vita vegetativa e di sofferenze inaudite. La ricostruzione di questi fatti è precisa e accurata e suscita più di un’inquietudine: ragazzini indottrinati e fanatici che cercano visibilità attraverso la sceneggiata dell’acqua o anche usando strumentalmente povere creature handicappate che portano al collo la scritta Ammazzate anche noi: una delle pagine più cupe della nostra storia recente.
Uno dei protagonisti del film, il senatore di Forza Italia Uliano Beffardi (Toni Servillo) si trova in grave imbarazzo nei confronti del suo partito, sia perché ha mantenuto i principi laici che avevano connotato il suo passato da socialista, sia perché aveva dolorosamente aiutato a morire sua moglie, che glielo aveva chiesto come atto d’amore estremo. Questo episodio, che mi ha pienamente convinta, non è solo il racconto della crisi di coscienza di una onesta persona, ma è anche la storia di un uomo tormentato dal dubbio, in mezzo a senatori furbacchioni, carrieristi, nonché a cinici e disillusi yes-men, pronti a votare come vuole il grande capo pur di assicurarsene i favori e i conseguenti vantaggi. Questa gente, calpestata la propria dignità personale, sguazza nella palude dell’opportunismo come l’ippopotamo nell’acqua melmosa: la scena stupenda della sauna collettiva, mentre lo psichiatra (Roberto Herlitzka, bravissimo!) dispensa pillole e consigli sciagurati, mi è parsa una citazione dal Faust di Sokurov (il bagno nella grotta) molto opportuna e molto naturalmente inserita, perfetta metafora di una situazione di diabolica efferatezza, mascherata da indulgente saggezza.

Le altre due storie, a mio avviso, non sono altrettanto interessanti e convincenti: non lo è quella della Divina madre, in cui Isabelle Huppert (che peccato!), atea devota, trascura marito e figlio che hanno bisogno di lei, per occuparsi solo di Rosa, cadavere tenuto in vita da un respiratore artificiale; non lo è neppure quella della giovane drogata, che tenta più volte il suicidio, mentre il medico continuerà ostinatamente a soccorrerla impedendoglielo. In entrambi i casi le ragioni dei laici vengono sostenute da persone socialmente poco accettabili: l’egoista e la drogata, analogamente a quanto avviene nell’episodio, minore certamente, del giovane pazzo che lancia un bicchiere d’acqua contro il volto di Maria (Alba Rohrwacher), la figlia del senatore Uliano, fanaticamente convinta della necessità di “salvare” Eluana. In conclusione, dunque, il film presenta alcuni aspetti non solo molto positivi, ma, direi, eccellenti, anche se nel complesso sembra risentire di un eccesso di prudenza del regista e lascia una sensazione, probabilmente ingiusta, di sgradevole e un po’ pasticciona ambiguità .

che spreco! (Il mio migliore incubo)

recensione del film:
IL MIO MIGLIORE INCUBO

Titolo originale:
Mon pire cauchemar

Regia:
Anne Fontaine

Principali interpreti:
Isabelle Huppert, Benoît Poelvoorde, André Dussollier, Virginie Efira, Corentin Devroey -’99 min. – Francia, Belgio 2010.

Non è nuova, né originale, l’idea di questo film, (la stessa, per esempio, che ispira anche Quasi amici): far convivere due persone che più diverse non potrebbero essere, creando un legame così profondo fra loro, da poter ignorare diversità e differenze. Qui sono un uomo e una donna le persone che, dopo essersi casualmente incontrate, durante un consiglio di classe, scoprono, dopo un inizio all’insegna della reciproca antipatia, di non poter più far a meno l’uno dell’altra, pur rimanendo se stessi, cioè mantenendo inalterate le diversità profonde che li connotano.
Lei, Isabelle Huppert, è una raffinata e algida signora parigina di mezz’età, che dirige con competenza e cultura una Fondazione d’arte contemporanea; lui, Benoît Poelvoorde, è un rozzo perdigiorno, senza arte né parte, col chiodo fisso delle donne, possibilmente formose, secondo un suo ideale esclusivamente quantitativo della bellezza femminile. Da questi presupposti di solito non nasce una storia d’ amore; in questo caso, infatti, sembra nascere soprattutto una storia di sesso, favorita dalla lunga astinenza di lei, che, diventata madre, aveva chiuso la propria vita sessuale, dedicandosi esclusivamente a organizzare, da manager instancabile, il lavoro, ma dimenticando completamente la propria fisicità.
Questa storia difficile viene raccontata in modo banale e volgarotto dalla regista, che mi è parsa del tutto priva di quella capacità di analisi introspettiva che caratterizza di solito il lavoro dei registi francesi. Il pubblico che si aspetta un film di qualità ne esce deluso, né riesce a comprendere per quali misteriosi motivi attori famosi e raffinati sprechino le loro capacità e il loro nome in imprese di gusto così dubbio. Notazione marginale: perché i titoli originali vengono tradotti in questo modo? Perché pire, che vuol dire peggiore, diventa in italiano migliore?