terapia di coppia (Emotivi anonimi)

recensione del film:
EMOTIVI ANONIMI

Titolo originale :
Les emotifs anonymes

Regia:
Jean-Pierre Améris

Principali interpreti:
Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré, Lorella Cravotta, Lise Lamétrie, Swann Arlaud.
Francia, Belgio, 2010 – 80 minuti

Le terapie di gruppo delle associazioni anonime in cui molte persone condividono con altre i propri problemi e le proprie angosce sono davvero efficaci?
Angelique, la timidissima protagonista di questo film, è solita frequentare un gruppo di “emotivi anonimi”, proprio ora che sta vivendo un momento di profondo disagio: era un’ottima cioccolataia, e aveva fornito, grazie alla sua arte sopraffina e alla sua inventiva, pralineria di eccelsa qualità alla più raffinata pasticceria della città, ma lo aveva fatto…sotto mentite spoglie: fingendosi un eremita che aveva trasformato il proprio romitorio in un laboratorio artigianale di cioccolato. In tal modo aveva realizzato se stessa senza comparire, conciliando, quindi, la passione per il cioccolato e la professionalità con la sua inguaribile timidezza. Gli squisiti e inimitabili cremini, ora, morto il suo datore di lavoro, potrebbero rilanciare la cioccolateria alla quale si presenta per ottenere una adeguata occupazione, ma il nuovo padrone la assume come rivenditrice dei suoi prodotti aziendali, mediocri e poco richiesti dal mercato. Angelique, che è appassionata creatrice di piccoli capolavori al cioccolato, capace di accostare i gusti con audace inventiva, per la sua goffa emotività rifugge dal mettersi in gioco rivelando le sue doti e accetta quanto le viene proposto. D’altra parte, anche il nuovo datore di lavoro, Jean-Réné, è timidissimo e goffo quanto lei, e forse più di lei, soprattutto con le persone dell’altro sesso. Il film è la storia di questo difficilissimo incontro fra emotivi, che si piacciono, si stimano, si amano, come è subito intuibile, ma fanno di tutto per complicare le cose involontariamente. La terapia di coppia si rivelerà forse vincente.
Filmettino sorridente e gracile, salvato dalla eccezionale interpretazione dei due timidoni (Benoît Poelvoorde, Isabelle Carré), adatto a chi apprezza, nel periodo delle feste natalizie, un cinema divertente senza eccessivi filosofemi. Va, tuttavia, lodato per la finezza dell’analisi psicologica e per l’assoluta mancanza di volgarità, il che, nel periodo degli italici cine – panettoni, non è un merito secondario.

ruoli e convenzioni (Il rifugio)

Recensione del film:

IL RIFUGIO

Titolo originale: Le refuge

Regia: François Ozon.

Principali interpreti:
Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy, Pierre Louis-Calixte, Melvil Poupaud, Claire Vernet. – 88 min. – Francia 2009.

Due giovani parigini, Mousse e Louis si amano da tempo e da tempo si drogano, senza troppe difficoltà, perché, essendo ricchi, non sono costretti a rubare o a prostituirsi. I loro privilegi sociali, però, non li rendono invulnerabili: dopo l’ennesima assunzione di eroina il fisico di Louis non regge. Si salverà, con difficoltà, Mousse, che all’ospedale apprenderà di essere incinta. Questo antefatto si chiude con i funerali di Louis e con un breve e freddo incontro fra Mousse e la madre di Louis, che le promette aiuto nel caso decidesse, come le sembrerebbe ovvio, di abortire. Il seguito del film si sposta sulle spiagge basche tra la Francia e la Spagna, in un paesetto dove Mousse, che non ha abortito, intende trascorrere in pace la propria gravidanza. Questa seconda parte del film è disseminata di indizi che rivelano che il rapporto di Mousse con la maternità è quanto meno problematico e che è comunque separato dalla saldissima convinzione (che mai l’abbandona), di portare a compimento la gravidanza: sono le motivazioni di questa sua scelta a rendere perplessi: per un aspetto Mousse vorrebbe far rivivere nel suo corpo, almeno per un po’, Louis, che non c’è più; per un altro, è curiosa di vedere la nuova creatura, di capire a chi assomiglia, come avrà gli occhi…motivazioni, insomma simili a quelle di altre donne, ma accompagnate da un’ inquietudine particolare, che diventa acuta dopo che, durante un casuale incontro sulla spiaggia, una donna, con una certa esaltazione enfatica, le prodiga consigli sul suo futuro ruolo materno. L’ha raggiunta, in questo luogo, il fratello gay di Louis, Paul, che stabilisce con lei un complesso rapporto, inizialmente conflittuale, poi sempre più affettuoso: sono entrambi soli, non accettati dal resto della società, un gay e una drogata, che non ha ancora deciso se smettere. Le confidenze fra i due rivelano ciò che non ci si aspetta: la madre di Louis, ostile alla gravidanza di Mousse, era stata in realtà una donna frustrata nello spasmodico desiderio di un secondo figlio; il gentilissimo Paul desidererebbe davvero l’affetto di un figlio, mentre Mousse anela ancora alla propria libertà e non si sente pronta a fare la madre. Il film, dunque, ci chiede che cosa significa il ruolo di madre in un mondo nel quale la condizione femminile è profondamente cambiata; ci chiede inoltre se altri soggetti che hanno dentro di sé quella profonda tenerezza che convenzionalmente viene ancora ritenuta una prerogativa esclusivamente femminile, non possano essere a loro volta altrettanto degni di svolgere quel ruolo. Mi pare che questa domanda, che si può considerare una provocazione intellettuale e culturale del regista Ozon, sia diventata, però, un film commovente e poetico, recitato benissimo dal giovane Paul, nella vita musicista e non attore, cui si devono le musiche del film, e da Isabelle Carré (incinta per davvero), umanissima Mousse.