Io sono Ingrid

Schermata 2015-10-20 alle 23.31.17recensione del film:
IO SONO INGRID

Titolo originale:
Jag är Ingrid

Regia:
Stig Björkman

Documentario con la partecipazione di
Jeanine Basinger, Pia Lindström, Fiorella Mariani, Isabella Rossellini, Isotta Rossellini, Roberto Rossellini, Liv Ullmann, Alicia Vikander, Sigourney Weaver – 114 min. – Svezia 2015.

Presentato come Evento che sarebbe rimasto per soli due giorni nelle nostre sale, come del resto dice la locandina, questo bellissimo documentario su Ingrid Bergman non ha probabilmente avuto l’accoglienza che avrebbe meritato. Per quanto mi riguarda ho vissuto due fatti sorprendenti, correlati fra loro, credo: un alto costo del biglietto (era un Evento!) e una sala semivuota. Oggi vedo che l’ Evento è ancora presente nella mia città (ne sono lieta, sia chiaro!), a prezzo normale, per un solo spettacolo al giorno: inevitabile e non piacevole la sensazione di una bella turlupinatura! In ogni caso, spero che la permanenza oltre i limiti previsti faccia bene alla conoscenza di questa pellicola e dell’eccezionale attrice di cui è ricostruita la vita privata e professionale, divisa fra la passione per la recitazione, coltivata fin da adolescente, e l’amore grandissimo per i figli, poco seguiti, ma sempre in cima a ogni suo pensiero e continuamente oggetto di ansie e di sensi di colpa.
Il regista Stig Björkman ha avuto  l’opportunità davvero fortunata di disporre dell’imponente quantità di diari, appunti, lettere, fotografie e filmati (con cinepresa amatoriale), conservati dagli amici e dai figli, attraverso i quali Ingrid Bergman aveva documentato minutamente i fatti della propria vita, dalla perdita, non ancora adolescente, della madre, a quella del padre, quando ancora era strettissima la propria dipendenza da lui (la giovinetta aveva solo 12 anni), alla scuola, ai primi studi teatrali, ai grandi film che la fecero conoscere al mondo intero negli anni Trenta del secolo scorso, alle vicende d’amore per tre volte seguite dal matrimonio e per tre volte concluse col divorzio.

Il regista, selezionando accuratamente  tutto il preziosissimo materiale, lo ha ricomposto cronologicamente, alternandolo con spezzoni dei film più celebri di lei, e con le interviste ai figli di primo e di secondo letto: Pia Lindström e Isotta, Isabella e Roberto Rossellini.
In tal modo egli ci ha offerto, prima di tutto, il ritratto molto vivo e plausibile di un’attrice dominata dalla passione esclusiva e perfezionista per il proprio lavoro nel teatro e nel cinema, del quale seguiva con grande interesse culturale l’evolversi verso forme nuove e diverse, che avrebbero potuto consentirle quella versatilità interpretativa  a cui tendeva, per evitare la fissità dei ruoli e dei personaggi. Con questo film egli, inoltre, ci racconta una madre soave e dolcissima con i figli (che la sentivano comunque molto vicino nonostante i lunghi periodi di lontananza), nonché una donna inquieta e appassionata nella vita sentimentale. Non si limita a questo, però: il documentario è anche la rappresentazione di un’epoca storica, immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, e di un’umanità oscurantista e illiberale, dominata da un moralismo ipocrita, sia nell’Italia povera e retriva della fine degli anni ’40, sia altrove in Europa e soprattutto negli Stati Uniti. I giudizi spietati e le condanne moralistiche avevano coinvolto la storia d’amore dell’attrice con Rossellini, tanto che, additata come adultera esecrabile, le fu addirittura impedito di presentarsi personalmente alla cerimonia per il suo primo Oscar (1956), che infatti fu ritirato in sua vece da Gary Grant: un referendum fra il pubblico che avrebbe seguito, direttamente o in TV, la premiazione, ne aveva decretato l’ostracismo!

Una visione più che consigliabile.

 

un’ interessante e chic operazione (Pollo alle prugne)

recensione del film:
POLLO ALLE PRUGNE

Titolo originale
Poulet aux prunes

Regia
Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi

Principali interpreti:
Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Eric Caravaca, Chiara Mastroianni, Isabella Rossellini – 91 min. – Francia, Germania 2011.

Il film racconta la triste storia del grande violinista Nasser Alì, che vive a Teheran insieme alla scorbutica moglie, mai amata, Faranguisse, e ai due bambini nati dal loro matrimonio. In seguito a un violento litigio, Faranguisse gli distrugge lo straordinario violino, indispensabile all’eccellenza delle sue esecuzioni, inducendolo a lasciarsi morire d’inedia. Durante gli otto giorni che precedono la morte, Nasser Alì ricostruisce le tappe importanti della sua vita, dagli studi musicali presso il vecchio maestro che gli affidò in eredità il prezioso violino, all’amore ricambiato per la bellissima Irâne, frustrato dall’opposizione dei genitori di lei, ma perenne fonte di ispirazione della sua arte, e vivo negli anni nonostante la lontananza e le vicissitudini successive. Forse è proprio l’ultimo casuale incontro con lei, che pare averlo dimenticato, a determinare la sua ferma volontà di morire. Il film è dunque il racconto, preceduto da una funzionale introduzione, delle otto giornate di Nasser Alì, che disteso sul proprio letto, è in attesa della fine. Dalla prima all’ultima giornata passano davanti alla sua mente i suoi ricordi dolci e tristi, che spesso si confondono con le proiezioni del futuro immaginato per i suoi figli, cresciuti e invecchiati. Nel film si incrociano perciò molteplici piani temporali, in cui presente, passato e futuro si collocano su scenari diversi, fatti di luoghi reali, ma anche di eleganti sfondi, ritagliati dal cartone disegnato e colorato con raffinatezza. In questi luoghi, veri o di cartone, le vicende rievocate vengono rielaborate trasformandosi in favolosi eventi, la cui lontananza nel tempo è espressa anche attraverso l’assenza di prospettiva spaziale tipica del racconto disegnato. Pollo alle prugne è diretto e sceneggiato da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, gli autori del libro a fumetti che porta lo stesso titolo; i due che avevano portato sullo schermo, pochi anni fa, il delizioso Persepolis. Il progetto viene portato avanti con poetica ispirazione; colpisce la complessità polisemica dell’amore per Irâne, il cui nome evoca la patria perduta dagli esuli che hanno firmato questo lavoro: una storia d’amore da lontano (omaggio in terra di Francia all’antica cultura cortese?), allusiva di una condizione politica senza speranza, gravata dal dolore disperato per l’impossibile riavvicinamento. Mathieu Amalric, attore realisticamente vivo dalla prima all’ultima scena, è bravissimo e convincente nella sua intensissima e dolente interpretazione. Attorno a lui, altri bravi attori, da Isabella Rossellini, ai due piccini che interpretano i figli di Nasser Alì, così come le molte “maschere” dai volti piatti e poco espressivi, perfette per essere fissate in quel contesto affascinante di fumetto colto e molto chic, che è tanta parte del film.

Two lovers

Recensione del film
TWO LOVERS

Regia:
James Gray
Principali interpreti:
Gwyneth Paltrow, Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, Moni Moshonov, John Ortiz, Bob Ari, Julie Budd
– 100 min. – USA 2008.

Secondo me, questo film, che giudico davvero molto bello, è molto più che un film d’amore e di amanti, come lascerebbe intendere il titolo. E’ soprattutto anche un film sulla difficoltà di vivere e di progettarsi quando un’educazione apertamente autoritaria (nel caso di Michelle) o, che è lo stesso, iperprotettiva (nel caso di Leonard) costringe a scegliere per il proprio futuro sentimentale una situazione che in qualche modo sostituisca la condizione familiare di provenienza, o perchè sarà fatta a immagine di quella che si sarebbe voluta (l’amante di Michelle è certamente una figura paterna che le garantirà affetto e sicurezza economica), o perchè riprodurrà esattamente il ruolo della famiglia nel caso del ragazzo (tralascio poi l’immagine tutta materna di Sandra). Credo pertanto che i riferimenti alle Notti bianche di Dostoievsky, che pure ci sono, rimangano alquanto “esterni”, essendo i due giovani in realtà molto simili tra loro: sembrano, infatti, uno il “doppio” dell’altro. Mi pare che l’attrazione che nasce fra i due molto debba anche a un riconoscersi nella debolezza e nella rispettiva fragilità ed è significativo che i due si amino al buio, senza che si siano “visti”, il che per me significa che non solo non conoscono l’uno il corpo dell’altra, ma che non si conoscono affatto. Significativo anche, infatti, che del duplice tentativo di suicidio il giovane abbia parlato solo a Sandra che diventerà sua moglie, ma non a Michelle, anche se vi alluderà, come se glielo avesse già detto, quasi a conferma dell’identità che connota i due personaggi. In questa situazione ai due giovani non resta che sognare velleitariamente un futuro insieme, senza avere alcuna possibilità di realizzarlo davvero. Un po’ di Dostoiewski, dunque, certamente, ma molto Philip Roth, con le sue famiglie soffocanti e con le madri affettuose, ma quanto opprimenti! Aggiungo che il film è raccontato con molta finezza ed è anche stupendamente recitato