Cibo galeotto (Lunchbox)

Schermata 12-2456628 alle 18.08.19recensione del film
LUNCHBOX

Titolo originale:
Dabba

Regia:
Ritesh Batra

Principali interpreti:
Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith, Bharati Achrekar,Nakul Vaid, Yashvi Puneet Nagar, Lillete Dibey – 105 min. – India, Francia, Germania, USA 2013.

Il cibo preparato con cura da una moglie premurosa è certamente migliore di quello della mensa, ma Saajan era vedovo da un po’ di tempo, e perciò di questo doveva accontentarsi, aggiungendo alla tristezza per la perdita subita, anche la tristezza di quel menù a base di cavoli della premiata cucina scelta dall’azienda per il lunch dei suoi dipendenti (detto fra noi: quando mai gli uomini si cucineranno i loro cibi?). Per uno scherzo del caso, però, un giorno l’addetto al recapito aveva scambiato la borsa termica col pasto di Saajan con un’altra identica borsa che Ila aveva predisposto per il proprio fedifrago marito. Ila era una donna abilissima in cucina e, per di più, era consigliata da un’anziana zia, a conoscenza dei segreti di spezie, erbe e profumi che, mentre insaporiscono il cibo, fanno rinascere l’amore per le mogli nei cuori dei mariti un po’ distratti. L’errore casuale era stato segnalato da Ila a Saajan, con un biglietto inserito fra le pietanziere; a questo era seguita una divertita risposta di lui, ciò che aveva avviato un quotidiano scambio epistolare fra l’uomo, ora un po’ meno triste, e la donna, in piena crisi matrimoniale.
Da questa situazione prende l’avvio il film, opera prima del regista indiano Ritesh Batra, che, ambientando la vicenda a Mumbay, ci trasmette anche l’atmosfera della metropoli indiana: il frastuono delle sue strade; il traffico caotico; i bellissimi e vivacissimi monelli che in mezzo a quel trambusto trovano un angolo tranquillo fra le case per giocare col pallone; la fiumana degli abitanti, variopinti nei loro abiti, che si spostano per lavorare; gli emigrati che ora tornano, dopo lunghi soggiorni all’estero, in cerca di occasioni di lavoro in patria, come nel caso di Shaikh, ex cuoco nei paesi arabi e ora rientrato a Mumbay, dove vorrebbe sistemarsi nell’ufficio di Saajan, prossimo alla pensione.
Il regista mette in campo, dunque, in modo molto convincente, nella prima parte del film, molti spunti narrativi interessanti e divertenti, sullo sfondo di un grande paese orientale in via di trasformazione in cui agli antichi riti, alle usanze e alla saggezza provenienti da una cultura millenaria, si affiancano abitudini moderne, che rendono spesso difficile trovare un accettabile equilibrio fra vecchi e nuovi comportamenti. Dopo questo promettente inizio, il film si arena: i personaggi si muovono con molta incertezza, come se il regista non decidesse né come sviluppare la loro storia, né quale registro narrativo adottare, col risultato che la seconda parte del racconto, oscillando fra il patetico e il drammatico, finisce con rapportarsi in modo assai poco coerente con i toni ironici e malinconici della prima parte. Peccato davvero!

Alcune note linguistiche, tanto per la precisione.

Gabriele Niola, su Mymovies, recensendo questo film, afferma che da noi occidentali è del tutto assente la tradizione del lunchbox.
Credo, per chiarezza, che occorrerebbe vedere se esiste un termine nella nostra lingua equivalente a Lunchbox, poiché, in qualsiasi lingua se esistono le parole esistono anche le cose corrispondenti (in tutte le lingue i significanti hanno un significato). La traduzione letterale di lunchbox è: scatola che contiene (box) il pasto di mezzogiorno (lunch).
Se è così, allora voglio precisare che esistono parole italiane, di antica tradizione, quali gavetta o gamella, che significano esattamente la stessa cosa, e che la parola più elegante e più moderna con significato identico è pietanziera, termine nobilitato anche dall’uso letterario che ne ha fatto il grande Italo Calvino, che “La pietanziera” ha titolato appunto uno dei racconti-capitoli di Marcovaldo. Gli interessati possono trovarlo a questo link, su un documento pdf alle pagine 20/23. E’ una breve narrazione, scritta divinamente (è una lingua sempre bellissima quella di Calvino), che ha anche il pregio di farci sapere che nelle città industriali italiane, tradizionalmente, i lavoratori si portavano da casa le pietanziere col cibo per il mezzogiorno (prima, si intende, che i bar e i ristoranti si attrezzassero per la cosiddetta pausa pranzo).
A Torino, gli operai della Fiat venivano chiamati affettuosamente, per questa ragione, “i barachin”, termine torinese per indicare la pietanziera. A Milano mi pare che si chiamasse “schisceta” (accetto smentite, naturalmente!).
Risulta, anzi, che la crisi economica, che sta modificando molti stili di vita, stia riportando nuovamente in auge, nelle nostre città industriali, schiscete e barachin.

The Millionaire

recensione del film:
THE MILLIONAIRE

Titolo originale:
Slumdog Millionaire

Regia:
Danny Boyle

Principali interpreti:
Dev Patel, Anil Kapoor, Freida Pinto, Madhur Mittal, Irfan Khan, Mia Drake, Imran Hasnee, Faezeh Jalali, Shruti Seth, Anand Tiwari, Saurabh Shukla, Rajendranath Zutshi, Jeneva Talwar, Irrfan Khan, Azharuddin Mohammed Ismail, Sunil Kumar Agrawal, Jira Banjara, Sheikh Wali, Mahesh Manjrekar, Sanchita Choudhary, Himanshu Tyagi, Ayush Mahesh Khedekar -120 min. – Gran Bretagna, USA 2008.

L’India che il film rappresenta, nella prima parte, è soprattutto quella della sordida e lurida miseria delle periferie di Bombay, nelle quali abitano, arrangiandosi per sopravvivere, i bambini che diventeranno i protagonisti del film. In quello squallore, splendidamente rappresentato da un colore violento e insieme raffinato, Jamal Malik tocca il fondo della sua degradazione, cadendo letteralmente nella merda, caduta di forte impatto metaforico. La risalita sarà molto lenta, perché agli orrori della miseria si aggiungeranno quelli del fanatismo religioso che lo priveranno della madre, e quelli dell’avidità di un gruppo di delinquenti che vorrebbero accecarlo per farne un mendicante professionista e compassionevole. Grazie all’aiuto del fratello maggiore Salim, egli riuscirà a fuggire, sia pure a malincuore, poiché è costretto a lasciare Latika, la bimba che ha conosciuto fortuitamente e che si è aggiunta alla combriccola dei piccoli in cerca di miglior fortuna. Per tutta il resto della sua vita, l’obiettivo di Jamal sarà quello di ritrovarla, per vivere con lei. Il suo sogno d’amore, nonostante pericoli e difficoltà d’ogni genere, si realizzerà, infine, grazie alla vincita milionaria che il giovane riuscirà a realizzare, partecipando a un telequiz e imbroccandone le risposte. Il telequiz, insomma, è il deus ex machina, l’elemento decisivo per risolvere la situazione. E’ però anche il simbolo di un’India che sta cambiando, di una Bombay, ora Mumbay certamente più pulita e meno degradata, almeno in apparenza, ma devastata nei valori umani e solidali del passato che rendevano sopportabile anche la miseria. L’antica civiltà è diventata una delle curiosità di cui si alimenta il turismo di massa internazionale, mentre amore, amicizia e fratellanza sono insidiati fin nelle fondamenta. Nessuna simpatia per il giovane che vince il telequiz, da parte dell’organizzazione che lo trasmette: il conduttore della trasmissione sarà anzi colui che, denunciandolo per frode, gli farà passare altri penosissimi guai. L’unica solidarietà è la sua forma degradata: il tifo che intorno a Jamal si scatena da parte del pubblico, cioè di coloro che, poveri come lui, sognano di poter risalire a loro volta. Il fatto è che solo l’esperienza più dolorosa, legata ai momenti più difficili della sua vita, ha permesso a Jamal di rispondere correttamente alle prime domande del quiz, mentre per le ultime due domande, quelle milionarie, gli sono servite rispettivamente l’intelligenza e la fortuna. Grazie a questa mescolanza di elementi, Jamal e Latika vivranno insieme felici e contenti. Quest’ultima parte del film è quella che mi ha convinta meno, ma, forse, il lieto fine, come già sosteneva Manzoni, è sempre molto apprezzato…soprattutto da chi ritiene di vivere, come cercano di farci intendere, nel migliore dei mondi possibili!

il treno per il Darjeeling

recensione del film
IL TRENO PER IL DARJEELING

Titolo originale
The Darjeeling Limited

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Anjelica Huston, Amara Karan, Camilla Rutherford, Irrfan Khan, Bill Murray, Natalie Portman, Wally Wolodarsky, Waris Ahluwalia, Barbet Schroeder, Mr. A.P. Singh, Kumar Pallana, Dalpat Singh, Trudy Matthys, Irfan Khan
– 91 min. – USA 2007.

Il viaggio di tre fratelli lungo le strade dell’India, che è anche un vero percorso di formazione che avviene attraverso la definitiva separazione dai genitori. La morte del padre lascia dietro di sé un peso insopportabile, metaforicamente espresso dal carico di bagagli che seguirà i tre per tutto il viaggio e che solo alla fine essi decideranno di abbandonare (finalmente!). Il distacco dalla madre, voluto da lei, è ineluttabile e costituisce per tutti e tre una lezione di vita, grazie alla quale essi dovranno misurarsi per la prima volta, forse, con quello che Freud definisce il principio di realtà. Solo quando la madre, infatti, li inviterà a guardare davanti a sé e dentro di sé, senza parlare (e perciò senza mentire) si paleseranno ai loro occhi davvero le immagini dei loro desideri profondi, delle loro vere aspirazioni e solo allora essi troveranno la forza di abbandonare il peso del passato e di vivere nel presente. Questa complessità psicologica è raccontata con sorprendente leggerezza, così che il film si snoda in un narrare veloce e nervoso, accompagnato da un fotografia che più bella non potrebbe essere, ma anche molto raffinata e malinconica, degno sfondo allo stato d’animo triste e malinconico dei tre picari in viaggio.