The Farewell-Una bugia buona

recensione del film:
THE FAREWELL – UNA BUGIA BUONA

Titolo originale:
The Farewell

Regia:
Lulu Wang

Principali interpreti:
Zhao Shuzhen, Awkwafina, X Mayo, Lu Hong (I), Kong Lin, Tzi Ma, Diana Lin, Gil Perez-Abraham, Ines Laimins, Jim Liu, Aoi Mizuhara- 98 min. – USA, Cina 2019.

Mentire non sempre è cosa riprovevole: alcune menzogne possono persino allungare la vita! È uno dei messaggi che ci lascia questo bel film, secondo lungometraggio di Lulu Wang, regista cinese, ora cittadina americana, che ha forti legami con la terra delle sue origini e con quella parte della famiglia che è là e intende rimanerci.

In quest’opera, presentata con successo al Sundance Film Festival, la regista racconta un’esperienza vissuta, distaccandosene in parte: quel tanto che occorre per non rendere facilmente riconoscibili le persone reali che profondamente ama; si ringiovanisce di molto, perciò, e diventa la trentenne Billi che un po’ le rassomiglia e che è interpretata dalla rapper Awkwafina.

Newyorkese di origine cinese, come i suoi genitori, Billi, non diversamente dai suoi coetanei, ha trovato un lavoro precario per una paga così bassa che non riesce neppure a garantirsi l’indipendenza dalla famiglia, con la quale non vive più: non ha un buon rapporto con la madre che, pienamente americanizzata, le attribuisce ogni responsabilità per l’incerta condizione in cui si trova: non ha grinta; non è intraprendente..

Billi vuole molto bene alla nonna paterna, l’ultra ottuagenaria Nai Nai (Zhao Shuzhen), che, dopo averla allevata, era tornata nella sua Cina lasciandole l’indelebile ricordo della speciale tenerezza solidale che da sempre lega i nonni ai nipotini che hanno viziato e fatto crescere, accettandone capricci e difetti senza riserve.
Per la saggia Nai Nai, che vive serenamente la propria vecchiaia, e che sente spesso anche Billi (per lei si era convertita allo Smartphone), si sta sta avvicinando ora il triste momento del commiato dal mondo. Sembra, infatti, che non le resti molto da vivere: un brutto tumore ai polmoni, inarrestabile nella sua progressione, sta indebolendo le sue forze mentre l’inevitabile calvario delle terapie che le si prospettano mobilita tutti i parenti, compresi gli “americani”, che lasciano le loro abituali occupazioni per “proteggerla” dalla verità della malattia: la paura sicuramente la aggraverebbe.

Billi è combattuta fra l’esigenza di rinnovare, con la sua presenza, l’amore di un tempo, e quella, tutta americana, di essere sincera con lei, ma la sua ostinata voglia di verità rimane isolata: un po’ per volta comprenderà che la sua visione del mondo nasce dall’antropocentrismo della cultura occidentale, dalla convinzione che ogni uomo sia dominatore della natura e padrone della propria vita, e che a ognuno perciò tocchi decidere di sé e del proprio futuro, ingaggiando, come Antonius, il cavaliere bergmaniano, una sfida perdente con la morte.
Ogni cinese, invece, sa da sempre che la morte non è che il naturale ritorno a quel grembo materno che è la terra, che dà la vita e che se la riprende per riproporla in altra forma, ad altri esseri viventi, nell’incessante e ciclico alternarsi della vita e della morte.
Le immagini del film accompagnano il trascorrere del tempo con dolcezza, mentre le inimicizie e le incomprensioni si compongono nel ricordo di chi è stato e che tutti sentono ancora vicino.
Una bella lezione di serenità che può aiutarci a vivere meglio.

Uno dei film più profondamente “natalizi” che mi sia capitato di vedere.

così diversi, così uguali (Quasi amici)

recensione del film:
QUASI AMICI

Titolo originale:
Intouchables

Regia:
Olivier Nakache, Eric Toledano

Principali interpreti:
François Cluzet, Omar Sy, Anne Le Ny, Clotilde Mollet, Audrey Fleurot, Alba Gaïa Bellugi, Christian Ameri, Grégoire Oestermann, Cyril Mendy
– 112 min. – Francia 2011

Uscito in Francia nel novembre dell’anno scorso, è ormai il secondo film francese di tutti i tempi per numero di spettatori e per incassi, subito dopo Giù al nord (2008); ha inoltre ricevuto nove nomination ai premi Cézar, mentre Omar Sy ha già vinto il César come miglior attore.
L’opera si ispira alla vera vicenda del ricchissimo e colto aristocratico francese Philippe Pozzo di Borgo che, tetraplegico dal 1993 in seguito a un incidente di parapendio, racconta la straordinaria storia del suo rapporto con l’aiutante – badante, ma soprattutto amico, Abdel, in un romanzo, anche tradotto in italiano col titolo Il diavolo custode, pubblicato da Ponte alle Grazie.
Piccole le variazioni dal romanzo al film, che cambia soprattutto l’origine del quasi amico Abdel: non più algerino, ma senegalese, perciò molto più nero, e non più Abdel, ma Idris, chiamato da tutti Driss.
L’incontro fra Driss e Philippe avviene durante la difficile ricerca di un aiutante, in grado di assumere il gravosissimo compito di dedicarsi a un malato paralizzato dal collo in giù: ciascuno degli aspiranti all’assunzione ha il suo bravo curriculum, le sue abilità professionali, la sua asettica serietà, ma nessuno ha la capacità profonda di rapportarsi ai desideri del malato, che è ancora giovane e ha voglia di vivere, nonostante tutto. Driss si trova, fra tutti gli aspiranti, a essere l’unico presente per caso, a non aver alcuna intenzione di impegnarsi per Philippe, ad avere alcuni precedenti penali, a richiedere solo una firma, necessaria per garantirgli di vivere d’assistenza, nonché ad adocchiare anche la possibilità di rubare un oggetto (niente di meno che un ovetto di Fabergé), da regalare al momento di ripresentarsi alla sua famiglia, nello squallidissimo alloggio di banlieu che dovrebbe riaccoglierlo, dopo un po’ di galera. Non andrà così: Philippe l’ha visto, ne ha valutato la vitalità gioiosa, ha apprezzato la sua sfrontata trasgressività, ha intuito la sua fondamentale generosità e ha preteso, nonostante lo sconcerto del suo staff di infermiere e impiegate, dei suoi conoscenti e dei suoi familiari, di affidarsi a lui, che, dopo un periodo difficile di rodaggio, diventerà davvero l’amico più affidabile e disinteressato, ma anche il suo divertente e divertito compagno di avventure e di trasgressioni. Quello che avrebbe dovuto essere un rapporto di lavoro si trasforma in una vitale condivisione delle più varie esperienze, di fondamentale importanza per entrambi: Philippe e Driss impareranno molte cose l’uno dall’altro e daranno vita a un legame profondo, grazie al quale lo stesso Philippe raggiungerà in certo modo, quell’autonomia che non può venirgli dalle cure mediche, ma solo dall’amore per quella donna che egli ha per lungo tempo corteggiato da lontano, dedicandole poesie e lettere sentimentali, ma che solo grazie al pragmatismo di Driss riuscirà a incontrare e a sposare.
Film molto interessante, emozionante e divertente, che potrebbe anche diventare l’emblema della convivenza possibile, fra uomini che finalmente non temano la diversità, e sappiano riconoscere, al contrario, la comune umanità.
Faccio notare che in italiano, per gusto dell’orrido, Intouchables è diventato Quasi amici, stravolgendo il concetto contenuto nel titolo francese e che, analogamente, il romanzo, che in francese è Le second souffle è diventato Il diavolo custode. Mi astengo da ogni malignità: i titoli parlano da sé!