le avventure e i dubbi di due giovani genitori (American Life)

Recensione del film:

AMERICAN LIFE

Titolo originale:
Away We Go

Regia:
Sam Mendes.

Principali interpreti:
John Krasinski, Maya Rudolph, Carmen Ejogo, Catherine O’Hara, Jeff Daniels, Allison Janney, Jim Gaffigan, Samantha Pryor, Conor Carroll,
Maggie Gyllenhaal, Josh Hamilton – 98 min. – USA, Gran Bretagna 2009.

Film davvero molto bello, di un regista che molti già conoscono, avendo visto American Beauty o Revolutionary Road, che in qualche misura vengono citati da questo film, il primo per l’analisi feroce della società americana; il secondo per la problematica visione della coppia, dell’amore e del ruolo genitoriale. Andate a vederlo. e magari a rivederlo perché è ricchissimo di particolari importanti, che solo una seconda visione, secondo me, permette di apprezzare pienamente.

La prima parte del film ci presenta Burt e Verona, due trentenni, molto innamorati, in attesa di un figlio. Essi, come tanti coetanei, vivono all’insegna della precarietà: precario e mal retribuito è il lavoro di lui, che fingendosi più adulto e simulando la voce dello yankee ottimista, vende per telefono qualche prodotto assicurativo; mal pagato anche il telelavoro di lei, che fa illustrazioni per manuali di anatomia patologica. La provvisorietà della loro condizione influisce sulle loro scelte: cercano, per il futuro del loro primo figlio, un punto di riferimento solido e e credono di averlo trovato nei genitori di lui (lei non li ha più), vicino ai quali abitano. Questi sono, davvero, però, completamente autonomi, né l’imminente arrivo della nipotina li commuove al punto da farli rinunciare alla loro indipendenza: andranno, anzi, per due anni ad Anversa, affittando la loro casetta con giardino, sulla quale i due giovani contavano. A questo punto inizia la parte centrale del film: il viaggio on the road (vero viaggio di formazione) di Burt e Verona, alla ricerca di un nucleo familiare amico e ben organizzato, che costituisca l’ ancoraggio solido, intorno al quale far crescere la nuova famiglia, ricevendo e offrendo solidarietà e aiuto. La serie di incontri, che la coppia aveva scrupolosamente programmato, è molto deludente: con ritmo incalzante e ferocemente sarcastico, il regista ci descrive alcune famiglie, dagli Stati Uniti al Canada, costituite da una grottesca galleria di “mostri”, che sembrano adoperarsi solo per l’infelicità dei figli, per incoscienza volgare e spietata; per ottusa fedeltà ideologica alla moda new – age; per incapacità di coltivare affetti quando si è in carriera; perché ci si lascia, quando non si ama più, abbandondonando i figli; perché se ne adottano troppi, quando non se ne hanno… I giovani e insicuri Burt e Verona comprendono che dovranno contare solo su se stessi, come è ovvio e anche giusto, non essendo il ruolo di genitori delegabile, né sostituibile nelle responsabilità. Sarà il luogo in cui Verona ha iniziato a vivere, la casa della sua famiglia, ora disabitata e un po’ squallida, ma ancora bella per la sua posizione fra lago e giardino e bellissima, soprattutto, per la ricchezza dei ricordi caldi e affettuosi che vi si annidano, il vero e irrinunciabile ancoraggio per la nuova famiglia, quello dove la bambina verrà accolta e protetta dall’amore dei due giovani genitori, unica e vera garanzia in un mondo in cui nessuno è garantito e in cui il futuro è incerto per tutti.
Il film è molto bello, e contiene, come il precedente Revolutionary Road, dello stesso Mendes, una acuta riflessione sui problemi della coppia nella società moderna, che sembrano trovare questa volta una positiva soluzione grazie al coraggio che l’amore vero infonde nei due protagonisti (soprattutto nella donna, resa, forse, più matura e cosciente, dalla maternità) ben interpretati dai bravissimi John Krasinski e Maya Rudolph, attori principalmente televisivi al loro primo film importante.

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A Serious man

Recensione del film:
A Serious Man

Regia:
Joel Coen, Ethan Coen

Principali interpreti:
Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Fred Melamed, Sari Lennick, Adam Arkin, Aaron Wolff, Jessica McManus, Brent Braunschweig, David Kang, Jack Swiler, Andrew S. Lentz, Jon Kaminski Jr, Ari Hoptman, Benjy Portnoe, George Wyner, Fyvush Finkel, Katherine Borowitz, Steve Park, Amy Landecker, Allen Lewis Rickman, Raye Birk, Peter Breitmayer, Stephen Park, Simon Helberg, Alan Mandell – 105 min. – USA, Gran Bretagna, Francia 2009.

Questo film invita a riflettere su alcuni interrogativi ai quali tutti gli uomini, in tutti i tempi, hanno cercato di dare risposta, attraverso le religioni, attraverso le filosofie morali, ma anche cercandone la spiegazione razionale. Qual è il senso del nostro esistere? Il bene e il male in che modo sono distinguibili? La scienza è in grado di migliorare davvero la nostra esistenza? Il protagonista, Larry, è un serio e impegnato insegnante di fisica della provincia americana, sul cui futuro professionale sembrano aleggiare le oscure minacce di alcune lettere anonime. Le laboriose dimostrazioni matematiche dei fenomeni fisici vengono ascoltate dai suoi studenti sonnecchianti, uno dei quali, gli dice apertamente di ritenere che la fisica sia una pura descrizione di fenomeni e, in quanto tale, del tutto separabile dalla matematica. Nella matematica, invece, secondo Larry, è la spiegazione dei fenomeni stessi, ma al termine dei suoi astrusi calcoli il “principio di indeterminazione” si imporrà, quasi a dimostrare l’inutilità della costruzione razionale così attentamente perseguita. D’altra parte è la vita stessa che si incarica di contraddire la serietà dell’impegno di Larry: le sciagure si accumulano su di lui, incolpevole e incapace di fare del male. La sua famiglia non sta insieme, i suoi parenti lo mettono nei guai e, nel momento in cui egli si rivolge ai rabbini, cioè all’autorità religiosa, ne ricava risposte banali che non riescono a indicargli il senso e la direzione della sua vita, ormai priva di bussola. Quando, per una serie di eventi fortuiti, tutti i guai di Larry sembrano risolversi, alcuni inquietanti segnali esterni, lo ripiomberanno nell’incertezza del futuro e della sua stessa vita: l’indeterminazione sembra essere, dunque, la cifra non solo dei fenomeni fisici, ma anche dell’esistere. In questa incertezza di ogni riferimento, perde valore qualsiasi sistema morale fondato sulla distinzione fra bene e male, perché, spesso, ciò che Larry ritiene un bene, si rivela deleterio, mentre ciò che ritiene un male si rivela utile e necessario a risolvere molti problemi, forse non i suoi, certamente di chi ha più di lui necessità di soccorso e di aiuto. Questa è anche la logica del prologo del film, in cui i protagonisti, che ricompariranno nel corso della narrazione, con ruoli diversi e forse più complessi, interpretano una vicenda apparentemente più oscura, che diventa una specie di falsariga della storia che seguirà, e che si conclude anch’essa con l’indeterminabilità del vero e del falso, del bene e del male. Chi è il Dibuk? E’ davvero morto o è vivo? La donna che lo ha colpito ha fatto bene o male?
Quello che rimane impresso del film è il linguaggio lieve col quale le domande metafisiche diventano racconto intelligentemente ironico e incalzante, che tiene sveglia la mente dello spettatore, ma parla anche al suo cuore, sollecitando una pietosa compassione di Larry e di se stesso.