La casa sul mare

recensione del film:
LA CASA SUL MARE

Titolo originale:
La villa

Regia:
Robert Guédiguian

Principali interpreti:
Ariane Ascaride, Jean-Pierre Darroussin, Gérard Meylan, Jacques Boudet, Anaïs Demoustier, Robinson Stévenin, Yann Trégouët, Geneviève Mnich, Fred Ulysse – 107 min. – Francia 2017.

Questo, che è un film bellissimo, di uno dei più grandi registi d’oltralpe viventi, è stato presentato lo scorso autunno a Venezia, dove non ha ottenuto alcun premio. No comment! Cercherò di analizzarlo, individuandone, senza troppo spoiler, i temi principali.

Armand, suo padre e i suoi fratelli

Dopo il malore, la vita del vecchio padre sembrava essersi bloccata in un limbo senza memoria e senza progetti nel quale, da un momento all’altro, egli aveva smarrito la coscienza, la parola, la mobilità e ogni autonomia: tutto era cambiato all’improvviso per lui e per Armand (Gérard Meylan), l’unico dei tre figli che gli era stato vicino sempre, nella bella casa in fondo alla calanque de Méjean, l’incantevole baia prossima a Marsiglia, che infatti si vedeva in lontananza, nelle limpide giornate invernali, quasi alla distanza di sicurezza sufficiente a impedire che la pace e la serenità del luogo, sovrastato dal viadotto dell’alta velocità, ne venissero disturbate. Méjean che non era mai stata fuori dal mondo, adesso era fortunatamente fuori dal caos convulso della vita di tutti.
Armand, che era vedovo da poco, aveva deciso di non abbandonare il suo vecchio in un istituto e di non tradirne la storia: intendeva portare avanti da solo il bel ristorante sotto casa (ideato, un tempo, per offrire ottima cucina di pesce a prezzi popolari), resistendo alle pressioni e alle proposte vantaggiose di acquisto che gli erano arrivate. Egli non poteva e soprattutto non voleva staccarsi da quell’ambiente e da quella memoria di solidarietà, né dai ricordi legati alla fede, limpida e generosa – forse un po’ utopica – nel comunismo prossimo venturo, che aveva ispirato tutta la vita del padre e dei suoi compagni di lotta, i pescatori del villaggio che in quel locale avevano trovato buon cibo, buon vino, prezzi bassi e un po’ di vita sociale.
Gli era necessario, però, incontrarsi con i suoi fratelli per definire, prima di ogni altra cosa, la sua quota di eredità paterna. Era già lì da qualche giorno Joseph (Jean-Pierre Darroussin), intellettuale comunista in crisi permanente, che, con un passato da operaio, era arrivato a insegnare all’università. Con lui, una giovane fidanzata, Berangère (Anaïs Demoustier), sua ex allieva, confusa e annoiata dai discorsi nostalgici sui vecchi tempi di Armand e di Joseph, il quale condivideva la tenacia quasi ingenua di Armand nel difendere l’antica diversità che lo legava al padre.
Stava arrivando, intanto, da Parigi, Angèle (Ariane Ascaride), che a Méjean non si era più vista da vent’anni, intenzionata a ripartire per Parigi al più presto. Per lei, che era stata una brava attrice teatrale e che ora lavorava nelle serie televisive, Méjean era legata al grande dolore per la morte della sua bimba di sette anni, la cui accidentalità non aveva mai voluto ammettere, convinta com’era della pesante responsabilità di suo padre.

Méjean e i suoi abitanti

Se, come ho detto, Marsiglia era abbastanza lontana, il mondo, al contrario, si era fatto sempre più vicino al villaggio: la globalizzazione e la rapidità delle connessioni, ben più dell’alta velocità, avevano favorito il diffondersi di un nuovo modo di pensare e di organizzare i rapporti umani; il pensiero unico stava appiattendo le culture e  mostrava, senza pietà, l’anacronismo delle posizioni ideali di Armand e di Joseph, nobili ma velleitarie e destinate, forse, ad altre  durissime sconfitte. La loro nostalgia del passato era un po’ patetica poiché si scontrava innanzitutto con la realtà indiscutibile del ridursi progressivo degli abitanti di Méjean: la crisi economica aveva portato lontano qualcuno di loro, o i loro figli; i pochi rimasti erano invecchiati, qualcuno era morto, qualcuno avrebbe preferito morire per non vedere la decadenza del proprio corpo e l’umiliazione della povertà. Era vivo però un giovane pescatore che di lì non si era mai mosso, in attesa di rivedere Angèle, che da bambino, molti anni prima, aveva ammirato mentre recitava in un teatro di Marsiglia: aveva studiato, aveva fondato una compagnia filodrammatica locale e, ostinatamente, aveva continuato a vivere di pesca, pensando a Claudel e a Brecht: prima o poi, quell’unica donna della sua vita sarebbe pur tornata e forse addirittura avrebbe apprezzato la sua lunga fedeltà!

In realtà il villaggio, con le sue case vuote o semi-vuote era al centro dell’attenzione di speculatori edilizi, pronti a farne un’attrazione per il turismo distratto dei nostri giorni; una sosta al ristorante, un selfie veloce, forse persino un breve soggiorno, poche ore o un paio di giorni, senza badare al prezzo: il trionfo dell’individualismo, l’orrore alle porte, la fine di ogni umana solidarietà, il tramonto dei sogni nobili e generosi del passato!

Nuovi arrivi a Méjean

Sarebbe invece, a sorpresa, venuto presto il momento di riprendere in mano le vecchie e logore bandiere rosse: magari non sarebbero servite alla rivoluzione, ma avrebbero indicato una strada percorribile e avrebbero ridato senso alla vita dei tre fratelli che sentivano di averlo smarrito; allo stesso modo sarebbero tornati utili gli abiti e i giocattoli della figlia di Angèle, rimasti per vent’anni nella sua stanzetta, perché Angèle non li aveva voluti portare con sé.
Nel porticciolo era naufragata rovinosamente un’imbarcazione col suo carico di clandestini nordafricani: molti morti erano stati ritrovati, ma qualche bambino si era salvato sicuramente: per questo la Gendarmerie aveva chiesto in giro notizie, e, anche nel ristorante, Armand e i suoi fratelli erano stati allertati…
Quei piccini, ripuliti, sfamati e rivestiti, però, non erano diversi dagli altri bambini e potevano, anzi, dovevano essere aiutati a superare, nel calore dell’accoglienza, le loro paure e a elaborare, col tempo, i loro lutti!
Con sobrietà pudica, senza retorica, senza insistere nel racconto particolareggiato del dolore, senza prediche inutili, scorre davanti agli occhi degli spettatori la grande tragedia dei nostri giorni, ben simboleggiata dall’immagine straziante delle due manine intrecciate che non vogliono separarsi, e che nessuno dovrà separare in futuro, se davvero si vuole la fine dell’odio  irrazionale e della paura insensata che sta avvelenando e distruggendo il nostro vecchio continente.

Un film molto bello, malinconico, ma non triste, aperto, con molte cautele, alla speranza, come non sempre accade  nei film di Guédiguian, interpretato dalla squadra dei suoi meravigliosi attori fra i quali, come sempre, si distingue la grandissima Arianne Ascaride. Dello stesso regista, avevo recensito anni fa La Ville est tranquille e Le nevi del Kilimangiaro.

Da vedere sicuramente!

Annunci

Io sto con la sposa

Schermata 2015-07-16 alle 22.38.47recensione del film:
IO STO CON LA SPOSA

Regia:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry

Docu-fiction della durata di 89 min. – Italia, Palestina 2014.

Docufiction è ” espressione nata dalla fusione tra fiction e documentario. La definizione di questo connubbio è mutevole da Paese e Paese, e sebbene queste forme miste siano nate al cinema hanno la loro larga diffusione in TV a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In Italia, una prima definizione vede la d. mescolare la vena documentaristica (per es. riprese in set reali) a una ricostruzione che fa uso di attori non professionisti che rivivono, raccontano, mettono in scena la loro vita ” (definizione dedotta da una voce dell’ Enciclopedia Treccani).

Ho riportato questa definizione perché mi pare che ben si addica al film in questione, in cui gli attori recitano se stessi: sono palestinesi e siriani, costretti, senza colpa, a fuggire dalla loro terra devastata dalla guerra e approdati sulle nostre coste dopo essere fortunosamente sopravvissuti a un viaggio tragico. Essi non intendono fermarsi nel nostro paese, ma vorrebbero raggiungere la Svezia, il paese più accogliente, fra quelli europei, con i siriani emigrati per ragioni politiche, dove è più facile ottenere il riconoscimento della condizione di rifugiato politico. Esistono, a questo proposito, accordi internazionali che sebbene sottoscritti da quasi tutti gli stati dell’ U.E. vengono sistematicamente disattesi: il vecchio continente è sordo alla disperazione dei perseguitati politici: per coloro che hanno la pelle anche solo un po’ più scura i controlli alle frontiere sono molto stretti e la probabilità di essere rispediti in Italia, luogo di approdo, sono molto alte. Tre uomini coraggiosi, il giornalista Antonio Agugliaro, il documentarista Gabriele Del Grande, insieme al poeta palestinese Khaled Soliman Al Nassiry, diventato cittadino italiano durante l’organizzazione del viaggio, hanno ricostruito molto bene le tappe avventurose di un percorso quanto mai rischioso e accidentato, lungo le strade meno frequentate della Francia e lungo i gelidi e grigi paesaggi della Germania e della Danimarca, illuminati, ogni notte, però, dalla calda rete di solidarietà internazionale ben organizzata e pronta a suggerire, a soccorrere, ad aiutare. Questo road-movie insolito e singolare, reso possibile grazie a un’operazione di Crowdfunding, ovvero di finanziamento dal basso, mette in luce l’ipocrisia dei governi europei, a parole pronti all’accoglienza, ma nei fatti decisi ad applicare pene durissime (fino a 15 anni di detenzione!) a chiunque si adoperi per trasportare i rifugiati lungo le strade europee verso la Svezia, ciò che ha reso necessaria la messa in scena grottesca del finto corteo nuziale, nella fiducia che, così camuffato, nessuno sarebbe stato bloccato. Il film ha attraversato le nostre sale come una meteora nello scorso autunno, ed è stato riproposto per pochi giorni in una sala di Torino, dove ho avuto modo di vederlo e apprezzarlo.
Se vi capita, dategli un’occhiata: in parte servirà ancora a coprire i costi della “spedizione”, ma soprattutto potrebbe rivelarsi utile a rafforzare la nostra umana solidarietà. Così, almeno, in questi giorni così tristi per tutti i rifugiati che non trovano accoglienza nelle nostre città, io spero fortemente!

Due film francesi: French Connexion – Samba

Schermata 2015-05-05 alle 12.44.58recensione del film:
FRENCH CONNECTION

Titolo originale:
La French

Regia:
Cedric Jimenez

Principali interpreti:
Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Céline Sallette, Mélanie Doutey, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Bruno Todeschini, Féodor Atkine, Moussa Maaskri, Pierre Lopez, Eric Collado, Cyril Lecomte, Jean-Pierre Sanchez, Georges Neri, Martial Bezot, Bernard Blancan, Gérard Meylan – 135 min. – Francia, Belgio 2014.

Momento di grazia, per il cinema francese, che ci manda da qualche tempo, oltre ai film belli di cui ho scritto le recensioni, alcuni buoni film, scritti con cura, che si seguono con piacere degli occhi e anche della mente.
Questo, ad esempio, pur affrontando il tema più volte trattato (anche dal cinema italiano) delle complicità mafiose fra malavitosi corsi, italiani e americani per il controllo del traffico internazionale della droga, ci presenta un intreccio interessante, condotto molto bene dal regista che ricostruisce, con attendibilità storica, i meriti di Pierre Michel, il coraggioso giudice francese, che trasferito nel 1975 a Marsiglia dalla città di Metz (Lorena), si era impegnato con tutte le sue forze per smantellare la ramificata organizzazione che si occupava di raffinare gli oppiacei, confezionarli ben camuffati dentro lattine di conserve alimentari e farli partire dal porto di Marsiglia alla volta di NewYork, sottraendoli a qualsiasi controllo. L’organizzazione mafiosa aveva a Marsiglia un capo riconosciuto, l’italiano Gaetano Zampa (Gilles Lellouche), che agiva nell’ombra, coperto da politici locali pavidi e collusi, che avrebbero preferito una condotta maggiormente cauta del giudice. Soltanto dopo l’elezione di François Mittérand alla presidenza della repubblica (1980), i socialisti francesi decisero di allentare i legami con l’organizzazione, facendo saltare la struttura gerarchica mafiosa, che, ormai del tutto fuori dal controllo di Zampa, organizzò l’attentato contro Pierre Michel. La vicenda, che è vera, è raccontata con classica compostezza, nel modo teso e incalzante dei film di genere degli anni ’80, di cui il regista evoca la presenza anche attraverso le scene di inseguimento lungo la “corniche”, i colori ingialliti della fotografia, la nettissima contrapposizione fra il giudice e il bandito, condotta però sul filo del reciproco rispetto. Nulla di particolarmente originale, per carità, ma un buon film, abbastanza coinvolgente.

———————————————

Schermata 2015-05-08 alle 20.12.04recensione del film:
SAMBA

Regia:
Eric Toledano, Olivier Nakache

Principali interpreti:
Omar Sy, Charlotte Gainsbourg, Tahar Rahim, Izia Higelin, Youngar Fall – durata 116 min. – Francia 2014.

I due registi che nel 2011 avevano girato Quasi amici, arrivato nelle nostre sale nel 2012, questa volta si cimentano sul tema scottante dell’immigrazione, in una commedia abbastanza gradevole, e anche un po’ amara. Il protagonista è Samba (Omar Sy, lo stesso di Quasi amici), qui nelle vesti di un senegalese in cerca di fortuna a Parigi, dove vive uno zio che invano egli tenta di raggiungere. Samba, infatti, che è da dieci anni in attesa del permesso di soggiorno, è costretto ora a campare in un centro di accoglienza, alle porte della metropoli, fra altri immigrati come lui. Quando, con un po’ di fortuna, gli sarà possibile fuggire dal centro, emergeranno molti problemi, perché non è facile a nessuno vivere senza documenti in una grande città poco ospitale, in condizioni di ricattabilità, senza alcuna tutela nel lavoro, e senza garanzie di ricevere una ricompensa adeguata. Per fortuna esistono le associazioni filantropiche, le signore che si adoperano per aiutare come possono i diseredati in attesa di lavoro e regolarizzazione. Samba verrà preso a cuore da Alice (Charlotte Gainsbourgh, la musa degli ultimi film di Lars von Trier), volontaria alle prime armi, che non sa molto di immigrazione, ma che cerca di non pensare ai problemi che l’hanno portata alle soglie della depressione. Alice, infatti, è una top manager stressata dalle preoccupazioni e dalle responsabilità, ora in congedo per curarsi: forse può farle bene occuparsi dei problemi degli altri. Fra i due nasce un rapporto di simpatia, forse un amore. La soluzione dei problemi di Samba arriverà, però, in modo sorprendente e drammatico, quando egli verrà in possesso, senza volere, dei documenti validissimi e del permesso di soggiorno di un amico del centro di accoglienza, morto annegato nella Senna, col quale aveva scambiato la propria giacca. Potrà lavorare da allora regolarmente e nel rispetto della legge, ma avrà perso il proprio nome, nonché, in fondo, la coscienza di sé.
Il film non è privo di difetti sia perché ricalca un po’ schematicamente la struttura di Quasi amici, raccontandoci di una coppia improbabile, disomogenea, tuttavia inseparabile, sia perché non è privo di lungaggini. Ha però il pregio di trattare in modo semplice e chiaro un problema tra i più scottanti dei nostri giorni, senza tacerne gli aspetti duri e le difficili contraddizioni con le quali tutti, ormai, dobbiamo fare i conti.

migranti (La gabbia dorata)

Schermata 11-2456612 alle 15.59.24recensione del film:
LA GABBIA DORATA

Titolo originale:
La jaula de oro

regia:
Diego Quemada-Diez

Principali interpreti:Brandon López, Rodolfo Dominguez, Karen Martínez, Carlos Chajon, Ramón Medína, Héctor Tahuite.
-102 min. – Messico 2013

Un racconto bellissimo e disperato sull’emigrazione nel mondo, film-verità che è anche invito a riflettere su di noi, sul senso di ciò che facciamo, sulla vita affannosa e disumana che i ricchi del mondo industrializzato stanno imponendo ai meno fortunati, agli ultimi degli ultimi, disposti a ogni sacrificio per arrivare a essere gli ultimi degli ultimi nelle nostre terre promesse. Il regista messicano Diego Quemada-Diez, alla sua prima opera, ma non nuovo nel mondo del cinema (ha, in passato, collaborato con Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu e Fernando Meirelles), ricostruisce con documentaristica asciuttezza l’emigrazione verso gli Stati Uniti, a piedi, di alcuni ragazzini guatemaltechi: Juan, Samuel e Sara, giovanissima che, sacrificando i suoi lunghi capelli e fasciando strettamente il suo seno nascente, cerca di farsi credere maschio, per sfuggire alle insidie che tutte le donne, giovani, o vecchie, belle o brutte incontrano lungo la strada. Presto si accompagnerà a loro un altro adolescente, Chauk, un indio silenzioso che si esprime solo con la propria lingua e che con parecchia diffidenza, e dopo momenti di forte tensione all’interno del gruppo, verrà accolto. Juan e Chauk, in realtà, si contendono le attenzioni di Sara, di cui Juan conosce il segreto, quasi subito, però, intuito anche da Chauk: impareranno, a loro spese, a far prevalere le ragioni della solidarietà piuttosto che quelle della rivalità. Il percorso avventuroso dovrebbe portarli negli Stati Uniti, a Los Angeles: un nuovo il sogno americano, dunque, seduce i più poveri del mondo, che per sfuggire alla disperazione, immaginano la vita “meravigliosa” che dovrebbe arridere ai loro occhi dopo tanto faticoso spostarsi, fra umiliazioni di ogni tipo, inseguendo treni in corsa per guadagnare qualche chilometro, o affidandosi a camionisti quanto mai infidi, o addirittura diventando inconsapevoli corrieri di droga, dormendo nei tubi destinati alle fognature, che lasciano intravedere un lontano barlume di luce… Il percorso dei ragazzi non è solitario: lungo la loro strada incontreranno migliaia di altri migranti affollati sui tetti dei treni, pigiati nei camion, o nascosti nei boschi, guardinghi, spesso insieme alle loro famiglie, che corrono continui rischi, non diversamente da coloro che, quotidianamente, sbarcano, se riescono ad arrivare vivi, sulle nostre coste. Non dirò altro, perché un po’ di curiosità giova al cinema, soprattutto se si tratta di un film pieno di tensione vera, come questo.

La pellicola, dunque, affronta, raccontando una piccola storia molto documentata, il dramma epocale dei nostri giorni: lo spostarsi di masse sterminate di uomini che continuano ad attraversare i continenti sospinti dalla fame e dalla mancanza di prospettive per il futuro. I protagonisti del film sono giovanissimi attori (premiati a Cannes come Miglior Cast), ma interpretano, magistralmente diretti da Quemada-Diez, i loro difficili ruoli con molta verità, così da suscitare la trepida identificazione degli spettatori. Da vedere e da meditare.

Il mondo alla rovescia (Miracolo a Le Havre )

recensione del film:
MIRACOLO A LE HAVRE

Titolo originale:
Le Havre

Regia:
Aki Kaurismäki

Principali interpreti:
Con André Wilms, Kati Outinen, Jean-Pierre Darroussin, Blondin Miguel, Elina Salo, Evelyne Didi, Quoc-Dung Nguyen, François Monnié, Roberto Piazza, Pierre Étaix, Jean-Pierre Léaud -93 min. – Finlandia, Francia, Germania 2011

Due anni fa scrivevo la recensione di Welcome, film molto bello del regista Philip Lioret, che affrontava, come questo film, anche se in una prospettiva del tutto realistica e purtropppo tragica, il problema dell’accoglienza malvagia ed egoistica degli europei (siamo a Calais) nei confronti degli stranieri che arrivano da noi, fuggendo dalle guerre, dalla fame e anche dalle tirannie.
In questo lavoro, non solo l’argomento è lo stesso, ma è anche identico lo scenario della vicenda: il canale della Manica (siamo a Le Havre); così come molto simili sono le esigenze del ragazzino che vorrebbe raggiungere le sponde inglesi. In entrambi i casi, inoltre, un adulto di buon cuore si prende cura dei giovani protagonisti, organizzando le cose perché la traversata si concluda felicemente, mentre la popolazione locale è fortemente ostile a qualsiasi nuovo arrivo. Nel film del finlandese Aki Kaurismäki, però, la vicenda viene raccontata con maggiore ottimismo e con un piglio più decisamente favolistico, rovesciando completamente, perciò, l’impostazione drammatica di Lioret.
Questa è la ragione per la quale, assistendo alla proiezione di questa pellicola, si ha un vago senso di straniamento, poiché immediatamente si avverte il “deja vu”, mentre, contemporaneamente, tutto sembra snodarsi in un’atmosfera più serena e gioiosa nella quale il bene prevale finalmente sul male, il commissario di polizia ha un cuore anche lui, gli umili (sempre visti con diffidenza dalle persone “per bene”, perché sono brutti e sporchi) nutrono una istintiva solidarietà verso colui che soffre, per il quale organizzano una strategia che avrà successo. La corte dei miracoli, dei lustrascarpe, dei bottegai anziani e poveri, delle anziane bariste di locali mal frequentati, del vecchio cantante rock, abbigliato da cialtrone, incurante dei suoi capelli ormai bianchi, del vecchio cane fedele e spelacchiato, avrà la meglio sull’ottusità dei duri di cuore, che non vogliono vedere gli occhi buoni e tristi di quel un piccolo nero gabonese di nome Idrissa che vuole raggiungere la madre a Londra. Una storia da libro Cuore, quasi un rinnovarsi del racconto Dagli Appennini alle Ande: il miracolo che sembrava impossibile. Nonostante tutto ciò, il film si lascia seguire senza noia e commuove davvero, perché è nelle corde del regista questa magia, che ci ricorda anche un po’, fin dal titolo italiano , il nostro Miracolo a Milano (credo che sia la prima volta che non mi irrita un titolo italiano!). In questa terra miracolosa, altri prodigi si compiranno, lasciando nello spettatore il piacere di questa poetica inverosimiglianza, di un mondo alla rovescia che è dolce come una strenna natalizia, certamente gradevole in questo periodo festivo, in cui tutti ci illudiamo di essere più buoni. Eccellenti attori per un regista a sua volta eccellente.

una storia di grande suggestione (Io sono Li)

recensione del film:
IO SONO LI

regia:
Andrea Segre

Principali interpreti:
Zhao Tao, Rade Sherbedgia, Marco Paolini, Roberto Citran, Giuseppe Battiston Drammatico, durata 100 min. – Francia, Italia 2011 – 100 min. – Francia, Italia 2011

Un altro film italiano che al al Festival di Venezia è stato accolto molto bene, un’altra storia di immigrazione, un’altra storia difficile. Shun Li fa l’operaia tessile in un laboratorio di sartoria a Roma. E’ venuta in Italia da sola, ma ha lasciato in Cina il suo bambino, di soli otto anni, presso il nonno, che ne ha cura. La sua massima aspirazione è ricongiungersi a lui, ma non dipende da lei né quando, né dove, né come: prima dovrà riscattare il passaporto, col suo lavoro, ma solo l’organizzazione che l’ha fatta arrivare in Italia potrà decidere nel merito; per il momento deve obbedire e spostarsi secondo una logica che le sfugge. Da Roma a Chioggia, dunque, dalla fabbrica al bar-osteria, gestito dai cinesi, ma frequentato da pescatori. Shun Li è intelligente e impara subito a servire i caffé e le “ombrete”; impara le parole con le quali ci si esprime nel dolce dialetto locale, impara che i pescatori lasciano volentieri qualche debito, i “ciodi”, che dovrà riscuotere; e impara, infine, a cucinare le canoce, che offrirà, col suo sorriso, per accompagnare qualche bicchiere. Fra gli avventori si distingue un anziano pescatore, Bepi, di origine slava, naturalizzato chioggiotto da trent’anni, perfettamente assimilato ai locali, ma con minori pregiudizi nei confronti degli stranieri e, in modo particolare di Shun Li, di cui a poco a poco, scopre che appartiene anche lei a una famiglia di pescatori da sempre, che ha un figlio al quale vorrebbe ricongiungersi, che non ha la libertà di muoversi come vorrebbe. Scopre anche che ama la poesia di un grande poeta cinese che ricorda ogni anno facendo galleggiare una rossa candela sull’acqua. Shun Li, a sua volta, scopre che anche lui è un poeta, ha facilità nel mettere in rima le parole, scopre anche che ha sensibilità e finezza d’animo. Ne nasce una bella amicizia, che potrebbe forse diventare una tenera storia d’ amore e d’affetto profondo, se non dovesse confrontarsi con i pregiudizi e la rozzezza degli altri pescatori, ignoranti e grevi nel parlare e nel giudicare, ma anche con gli spietati interessi dei cinesi. Ciò che maggiormente colpisce di questo film è la poesia che scaturisce dall”assoluta semplicità del narrare, sullo sfondo brumoso della laguna di Chioggia, dolce e femminile, laddove il mare aperto, con la sua violenza ha nome e connotazioni maschili, come ben coglie Shun Li, che nei lagunari sfondi sfumati, o nei colori dorati del tramonto, sembra trovare le più profonde e delicate corrispondenze con i moti del suo cuore tenero, sospeso nell’attesa di riabbracciare il figlio. Indimenticabili elementi del paesaggio i casoni dei pescatori, il profilo lontano delle Alpi, evocativi di paesaggi altri, ma familiari a Shun Li, che sembrano quasi emergere da una calligrafica stampa orientale. Il film è incredibilmente suggestivo e pieno di fascino, sorretto da una intelligente sceneggiatura, da un’ottima direzione e lascia sperare, trattandosi di un’opera prima, che il giovane regista, con passato da documentarista, ci darà in futuro altrettanto convincenti prove di sé. Bravissimi gli attori, in modo particolare i due protagonisti, che danno forma credibile e anima a due indimenticabili elegiaci personaggi.

La nostra vita

Recensione del film:
LA NOSTRA VITA

Regia:

Daniele Luchetti

Principali interpreti:
Elio Germano, Raoul Bova, Isabella Ragonese, Luca Zingaretti, Stefania Montorsi, Giorgio Colangeli, Alina Madalina Berzunteanu, Marius Ignat, Awa Ly, Emiliano Campagnola, Alina Berzunteanu – 95 min. – Italia, Francia 2010

Il film racconta la storia di Claudio, lavoratore edile alle dipendenze di un appaltatore palazzinaro mediamente ricco, grazie allo sfruttamento spregiudicato di manodopera in nero, per lo più straniera. La vita di Claudio si divide fra lavoro e famiglia: ama Elena, la moglie che gli ha dato due bambini e che ora ne attende un terzo. Direi che le cose migliori del film sono qui, nel racconto di un amore vero, in cui i piccoli, amati e voluti, sembrano quasi talvolta disturbare, con la loro presenza ingombrante, la complicità fisica profonda tra i due. Al terzo parto, purtroppo, Elena muore, mentre le sopravvive l’ultimo nato, Vasco. Nel giro di pochi giorni, Claudio dovrà assumere quelle decisioni che gli dovrebbero permettere, almeno a suo avviso, di rimpiazzare Elena nel cuore dei bambini. Gli oggetti, i piccoli gadget spesso inutili che nella società di oggi fanno status, e che Elena aveva evitato con cura di dare ai propri figli, diventano l’elemento compensativo dell’affetto perduto, e i soldi per avere oggetti e status diventano l’obiettivo del giovane da questo momento. La tenerezza, di cui Claudio aveva dato prova in passato, sembra lasciare il posto a una progressiva desertificazione affettiva, come se la difesa dal dolore dovesse necessariamente passare attraverso al gelo del cuore e a comportamenti alquanto discutibili sul piano umano e morale. Presto Claudio si troverà, da solo, di fronte a problemi imprevisti e gravi: grazie all’aiuto dei fratelli, però, riuscirà ad affrontarli e risolverli. Nella figura di Claudio, tuttavia, sono ravvisabili, fin dall’inizio del film, le condizioni di debolezza e fragilità che lo spingeranno a certe scelte: l’incapacità di denunciare la morte di un lavoratore rumeno che lavorava con lui rivela un’inclinazione al compromesso non molto onorevole; la mancanza di strumenti culturali per affrontare il dolore (testimoniata dall’enfasi rabbiosa con cui al funerale di Elena intonerà la canzone di Vasco Rossi) rivela l’incapacità di elaborare parole sue per dire la lacerazione prodotta in lui da questa perdita. La rappresentazione di questa “microstoria” sembra essere emblematica della vicenda di tutti noi, italiani che, da “brava gente” (ma sarà stato proprio vero?), stiamo diventando sempre più individualisti ed egoisti, poco rispettosi della legalità, e che riconosciamo come legittima solo la solidarietà familiare, avendo da tempo abbandonato l’interesse per le sorti collettive del nostro paese e perciò per la dimensione “politica” del nostro agire. Sotto quest’aspetto il film è interessante e ci offre un ritratto abbastanza impietoso dell’oggi in cui si muove, affiancando i principali personaggi, l’umanità dolente degli immigrati disperati, disposti a farsi sfruttare, ma non a rinunciare alla propria dignità, come ricorderà a Claudio il giovane rumeno che ha perso il padre e che vorrebbe ritrovarlo per onorarlo almeno da morto.

Welcome

Recensione del film:
WELCOME

Regia:
Philippe Lioret

Principali interpreti:
Vincent Lindon, Firat Ayverdi, Audrey Dana, Derya Ayverdi, Thierry Godard, Selim Akgül, Firat Celik, Murat Subasi, Olivier Rabourdin, Yannick Renier, Mouafaq Rushdie, Behi Djanati Ataï, Behi Djanati Atai, Patrick Ligardes, Jean-Pol Brissart, Blandine Pélissier -110 min. – Francia 2009.

La vicenda tragica del piccolo Bilal si ripete, più o meno simile, ogni giorno sulle coste più meridionali dell’Europa, perché tutti i governi si sono affrettati a darsi leggi sufficientemente restrittive e disumane per tranquillizzare le pavide coscienze dei nostri pavidissimi concittadini. Il fatto è che voltarci dall’altra parte per non vedere gli orrori che si affollano alle nostre porte ci rende ogni giorno più duri e incapaci di “compassione”, nell’etimologico significato del patire insieme, e perciò ci priva ogni giorno di quell’umana pietà che è rispetto per il nostro prossimo più debole e meno fortunato. Degli stranieri, ormai cogliamo sempre più solo un’identità indistinta, in cui si mescolano buoni e meno buoni, perché tutti ci paiono insidiare le nostre certezze, il nostro benessere, la tranquillità della nostra vita privata. Ben vengano, perciò, film che, come questo, costruiscono non una storia di immigrazione, ma la personale vicenda di un immigrato, che ha, come giovane, sogni e desideri simili a quelli dei suoi coetanei europei. L’individuazione, che è propria dell’arte, ci dà nella figura di Bilal, un’ immagine assolutamente e profondamente vera del dolore e delle sofferenze che ogni migrante porta con sé, perché l’unicità di ogni singolo individuo è anche unicità della individuale sensibilità, che non può sopportare a lungo di essere umiliata, ferita, offesa nella dignità. Il “folle volo” di Bilal, che a costo della vita attraverserà a nuoto la Manica, ci dice che anche un giovane e sconosciuto curdo è capace di amare fino al sacrificio di sé, poiché esistono in tutti, quindi anche nei “diversi”, quei sentimenti di tenerezza e di dedizione di cui i giovani sono capaci.
I pochi che hanno questa capacità di comprendere e di dare concretamente la loro solidarietà, nel film come nella realtà di ogni giorno, vengono perseguitati dalle leggi e perciò dalla polizia, isolati dai colleghi di lavoro e dai vicini di casa, quegli stessi che sullo zerbino d’ingresso del loro pulito e tranquillo appartamento hanno la scritta “Welcome”!
Il film è molto bello, essenziale nella sua denuncia, tenerissimo nella descrizione del rapporto di Bilal col suo maestro di nuoto, privo di enfasi retorica. Efficace l’interpretazione degli attori, superba quella di Lindon