il perfido portiere (Bed Time)

recensione del film:
BED TIME

Titolo originale:
Mientras duermes

Regia:
Jaume Balagueró

Principali interpreti:
Luis Tosar, Marta Etura, Petra Martínez, Carlos Lasarte, Alberto San Juan – 102 min. – Spagna 2011.

E’ difficile capire attraverso quali tortuosi percorsi un titolo originale che suona: Mientras duermes (in italiano: mentre dormi) diventi da noi un grottesco Bed Time (inglese, si badi) che alla lettera significa Tempo di letto. Siccome cose turpi si svolgono attorno a quel letto, una sovrascritta in rosso nella locandina vorrebbe trasformare il sostantivo bed (letto) in aggettivo bad (cattivo). In questo caso, sarebbe il tempo (time) a diventare cattivo. Un bel pasticcio, per voler dire che mentre qualcuno dorme, attorno e sotto quel letto, qualcun altro si affanna per rendere il sonno della persona dormiente più pesante e per commettere, indisturbatamente, turpitudini. Titolare semplicemente “mentre dormi” forse pareva banale e certo non è un gran titolo (a me riporta alla mente la traccia, indiscutibilmente cretina, di un tema in classe svolto in quinta elementare: “Mentre tu dormi c’è chi veglia e lavora”). Peccato, perché il film è un bel giallo, serrato e ben raccontato: è la storia di uno psicopatico, César, che fa il portiere di un condominio signorile di Barcellona, dalle stupende boiseries e vetrate liberty. César odia le persone sorridenti, perciò cerca di metterle in crisi, attento a qualsiasi piccolo barlume di felicità possa trasparire dagli sguardi di chi abita in quel bel palazzo. Le chiavi di cui egli dispone e che gli permettono di intrufolarsi negli appartamenti, gli consentono anche di carpire i punti deboli di coloro che gli sembrano contenti della vita, contro i quali si mette a lavorare subdolamente per insinuare dubbi e dolore. Il racconto procede gradualmente, ribaltando a poco a poco l’immagine di quest’uomo, che sembra in un primo tempo pacifico e gentile, e che sotto i nostri occhi si trasforma inaspettatamente in aguzzino lucidamente folle e spietato. Molti problemi morali vengono sollevati nel corso del film, il più importante dei quali è relativo all’origine del male nel cuore dell’uomo, un male che è difficile attribuire a cause sociali o ambientali, e che sembra, ancora una volta, innato, come dirà lo stesso César alla vecchia madre inferma e immobilizzata in un ospedale, alla quale egli racconta tutte le sue nefandezze, aggiungendo altro dolore alla sua vita di malata, incapace di reagire se non con le lacrime: “Io sono nato così”!
Per chi ama il genere thriller, il film è tutt’altro che banale; è inoltre molto teso, ben recitato ed è capace di suscitare inquietudini e interrogativi importanti in chi lo guarda, il che non è poco.

madri e figli (…E ora parliamo di Kevin)

recensione del film:
E ORA PARLIAMO DI KEVIN

Titolo originale:
We Need to Talk About Kevin

Regia:
Lynne Ramsay

Principali interpreti:
Tilda Swinton, Ezra Miller, John C. Reilly, Jasper Newell, Rocky Duer, Ashley Gerasimovich, Siobhan Fallon, Alex Manette, Kenneth Franklin, Leslie Lyles, Lauren Fox, Ursula Parker, James Chen, Leland Alexander Wheeler, Aaron Blakely, Jennifer Kim, Anthony Del Negro, Caitlin Kinnunen, Erin Maya Darke, Joseph Melendez, Neil Hardy
– 110 min. – Gran Bretagna, USA 2011

Questo affascinante e tragico film è la storia del difficile rapporto tra una madre e un figlio, forse non voluto, ma certamente accolto con grande disponibilità a capire e ad amare. Ancora in fasce il piccolo Kevin pare animato da odio profondo nei confronti della madre Eva, impensierita e stupita dolorosamente per la sua aggressività, mentre predilige il padre (meno ansioso di lei), che nei suoi confronti si muove con serena tolleranza, essendo sempre favorevole a perdonare e a comprendere. Il padre, Franklin, aveva voluto tenacemente il trasferimento della famiglia da New York, dove la donna lavorava, a un piccolo centro in mezzo ai boschi e alla natura, più adatto della grande metropoli alla crescita di un bambino. Eva, quindi, per il piccolo Kevin aveva sacrificato il proprio lavoro e la realizzazione di sé, ma non era stata compensata, sul piano affettivo, dall’ atteso e sperato mutare del comportamento del figlio nei suoi confronti: l’odio di Kevin, anzi, sembrava raffinarsi col tempo, tanto diventavano feroci i colpi che il piccolo, con studiata perfidia, riusciva ad assestarle, coll’esplicito scopo di ferirla con progressione crescente, parallelamente all’emergere in lui del pensiero razionale.
La nascita di Celia, la sorellina, complicò la già complessa dinamica inter-familiare, fino a compromettere l’unità stessa della famiglia. Alla vigilia del sedicesimo compleanno, cioè nel tempo legale ancora utile per evitare la pena di morte, Kevin arrivò a organizzare la strage nella scuola, in seguito alla quale fu condannato a una reclusione di pochi anni. In sintesi questa è la vicenda che il film ci racconta, ma il modo di narrare della regista scozzese Lynne Ramsay fa sì che non ci si trovi solo dinanzi a una tragedia annunciata. E’ Eva (nome non certo casuale), infatti, che, rimasta completamente sola e odiata dai suoi vicini di casa, ripercorre in un continuo avvicendarsi di passato e presente tutta la sua vita, ricostruendola in una serie di flash-back che sono la dolorosissima rivisitazione degli episodi più significativi, interrogandosi e interrogandoci sui perché dei drammatici accadimenti, su quello che non avrebbe dovuto fare, schiacciata dai sensi di colpa, che da sempre, di fronte a immani tragedie si impossessano delle donne, come se il peso del male nel mondo non potesse che essere loro addossato.
Questo densissimo film, a mio avviso, ci sfida a pronunciarci sulla fondamentale domanda della filosofia morale: il male che si impadronisce dell’uomo ha davvero sempre e solo spiegazioni psico-sociologiche? Siamo davvero sicuri dell’affermazione rousseauiana, ormai quasi luogo comune, secondo la quale l’uomo nasce buono e viene solo in seguito corrotto dall’ambiente che lo circonda? Il film insinua, inoltre, inquietanti dubbi anche su altri luoghi comuni: le presunte gioie della maternità, il dovere della dolcezza materna, la bugiarda serenità della famiglia televisiva, gli innocenti pargoli ecc. per presentarci una realtà durissima di lacrime e di sangue, che ci riporta ai personaggi tragici archetipici della cultura greco-occidentale, che tutti sembriamo aver dimenticato. Di eccezionale efficacia la recitazione di Eva: Tilda Swinton, la cui mimica facciale rappresenta l’indicibile dei suoi stati d’animo nel tempo, nonché dei suoi timori. Altrettanto eccellente l’interpretazione dei bambini che condividono il personaggio di Kevin, così come quella di John C. Reilly nella parte paciosa e un po’incosciente di Franklin.