che bello quel discorso! (Il discorso del re)

Recensione del film:

IL DISCORSO DEL RE

Titolo originale:
The King’s Speech

Regia:
Tom Hooper

Principali interpreti:
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle
– 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010.

Questo bellissimo film storico ricostruisce le vicende che, in un drammatico momento per la storia britannica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, portarono nel 1936 Alberto, duca di York sul trono britannico, col nome di Giorgio VI. Questo avvenne dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, diventato duca di Windsor per sposare Wallis Simpson, l’americana pluridivorziata e molto chiacchierata anche per le simpatie filo-naziste. Il trono, in realtà, non era mai stato nelle ambizioni del giovane Alberto. Egli era cresciuto in una famiglia reale poco affettuosa con lui, considerato quasi malato di mente, sempre schiacciato dalla sicurezza prepotente del fratello maggiore, la cui mancanza di stima e di amicizia probabilmente fu all’origine del blocco psicologico che nelle cerimonie ufficiali gli procurava un’ostinata balbuzie. Forse, proprio in considerazione della scarsa stima di cui godeva in famiglia, nessuno si era opposto al matrimonio d’amore (rarissimo all’epoca nelle corti europee) con la giovane Elizabeth Bowes-Lyon, discendente da famiglia di nobiltà secondaria. La scelta fu davvero felice: Elizabeth gli diede due figliolette di cui egli fu padre affettuoso e tenero, ma soprattutto gli fu vicino e lo aiutò con la sua presenza amorevole e attenta nei momenti più difficili dei suoi impegni pubblici, insistendo per fargli accettare il logopedista, Lionel Logue. Questi, individuando la causa dei suoi guai, non si lasciò intimidire né dagli scatti d’ira o di arroganza, né dalle umiliazioni che il giovane re non gli risparmiava, e cercò di condizionarlo positivamente per fargli superare ansie e paure che gli avevano impedito di avere stima e rispetto di sé. Il discorso che, alla vigilia della guerra contro la Germania (1939) egli pronunciò, senza balbettamenti, ma con grande calore, assistito da Lionel, fu ascoltato con commozione in ogni angolo dell’impero, grazie allo strumento della neonata radio, e sancì il legame d’affetto e di stima che da allora, fino alla sua morte, legherà il re al suo popolo. Il film racconta, in modo estremamente limpido e classico la storia del re che vorrebbe guarire, ma anche la vicenda della sua difficile fiducia verso Lionel, grande deuteragonista. La grande storia del Novecento non si limita a fare da sfondo, ma accompagna in ogni momento del film le scelte di Alberto: è dalla consapevolezza della sinistra minaccia che Hitler costituisce per il suo paese che nasce la ferma volontà del re di accettare la sfida compiendo il suo dovere fino in fondo, anche avvalendosi della radio,cioè del prodotto tecnologico che i dittatori europei avevano cominciato a usare come strumento di manipolazione del consenso, e della quale, nonostante la difficoltà di parola, egli vorrà servirsi, intuendone le enormi potenzialità comunicative. La narrazione tratteggia con grande cura le ansie collettive del momento e con altrettanta precisione storiografica ci presenta una bellissima ricostruzione della Londra di allora, delle case, delle stanze reali, e di quelle più semplici, grazie a una calda e nitida fotografia. Gli attori sono guidati molto bene e manifestano eccezionali capacità interpretative, dall’ottimo Colin Firth, grande re, ma uomo timido impacciato, all’eccelso Geoffrey Rush, perfetto Lionel, alla bella e sensibile Helena Bonham Carter nella parte di lady Elizabeth, moglie innamorata e preoccupata, ma fiduciosa nelle qualità del marito.

Annunci

The Hurt Locker

Recensione del film:
THE HURT LOCKER

Regia:
Kathryn Bigelow

Principali interpreti:
Jeremy Renner, Anthony Mackie, Guy Pearce, Ralph Fiennes, Brian Geraghty,David Morse, Christian Camargo, Evangeline Lilly
-131 min. – USA 2008.

Il film descrive il comportamento di tre soldati dell’esercito americano, impegnati in Iraq nelle rischiosissime operazioni di disinnesco delle mine disseminate e dissimulate dappertutto nel territorio: William James, J.T. Sanborn, e Owen Eldridge. Ciascuno di essi compone la squadra degli artificieri, e svolge un ruolo reale nelle operazioni, ma ha nel film un ruolo anche simbolico, soprattutto in relazione alle domande che la guerra pone e alle risposte che ne possono derivare. Owen Eldrige è il personaggio che meno riesce ad accettare la guerra: non ne capisce le ragioni, ha continuamente bisogno di un supporto psicologico, non vorrebbe sparare neppure quando diventa una inderogabile necessità: quando, in barella e ferito, verrà riportato negli Stati Uniti, rovescerà sui suoi commilitoni tutto l’odio che la guerra ha fatto maturare nel suo animo. Il sergente Sanborn è un nero, che svolge nella squadra una funzione di copertura; anche lui ha paura, ma non ne é ossessionato e si espone con prudenza; nel corso delle azioni in cui è impegnato, vediamo mutare il suo atteggiamento: più speranzoso all’inizio, quando ancora gli sembra di essere molto giovane per decidere di sistemarsi stabilmente e mettere su famiglia, alla fine ( e sono passati “solo”36 giorni, un’eternità, in mezzo a quei rischi), esprime accoratamente la sua voglia di paternità: la sua risposta alla morte sempre in agguato. La figura più interessante mi pare quella del volontario William James. Al suo comportamento si riferisce forse la regista, quando parla di guerra come droga. William, infatti, pare quasi un incosciente, talmente assuefatto al pericolo, e talmente bravo nell’uscirne, da dare l’impressione di andarselo a cercare. La parte finale del film, in cui si rievoca la sua vita di pacifico padre e marito, contiene alcune sequenze “da antologia”, come è stato giustamente detto: l’agghiacciante panoramica di un reparto di supermercato americano, degno di Andy Warhol e delle sue Campbell soup; una moglie che pare realizzata nel suo ruolo di mammina perfetta; un figlio pieno di coloratissimi giocattoli di plastica, emblemi del vuoto che contengono. Un sogno, o meglio, un incubo americano, di cui non è possibile trovare il senso: talvolta ci si droga anche per disperazione. La sua partecipazione alla guerra proprio in quel tipo di operazioni é per lui l’unico modo per tornare ad amare la vita. Quell’amore si manifesta anche per il piccolo Beckham, e, fin dov’è possibile, per l’uomo imbottito di esplosivo, ma anche nell’indulgenza e nell’umana partecipazione per le paure e le intemperanze dei suoi commilitoni. Film per molti aspetti straordinario.