L’amante perduta (Model Shop)

recensione del film:
L’AMANTE PERDUTA MODEL SHOP

Titolo originale:
Model Shop

Regia:
Jacques Demy

Principali interpreti:
Anouk Aimée, Gary Lockwood, Alexandra Hay – 100 min. – Francia, USA 1968.

Il film, attualmente ancora visibile su Rai Play, è stato proposto in streaming dalla RAI negli scorsi giorni insieme ad altre otto famose pellicole che Quentin Tarantino, eccezionale presentatore dell’evento televisivo, ha utilizzato, in diversa misura, in C’era una volta a Hollywood, la sua ultima attesissima fatica.

Una storia del 1968

Los Angeles era in pieno sviluppo edilizio; interi quartieri di piccole case in legno venivano distrutte e, al loro posto, grattacieli in cemento armato sorgevano all’insegna della speculazione edilizia.

George Matthews (Gary Lockwood), promettente laureato in architettura,  si era impiegato nel settore, ma se ne era venuto via, disgustato non tanto dall’avidità dei nuovi padroni della città, quanto dal ruolo subordinato di cui, a scapito dei suoi progetti e delle sue speranze, avrebbe dovuto accontentarsi per chissà quanto tempo ancora.
All’inizio del film lo vediamo al risveglio, vicino a Gloria (Alexandra Hay), la biondina che l’aveva accolto nella modesta casetta in legno, perché amandolo (e sperando segretamente di cambiarlo), ne aveva accettato la vita un po’scapestrata di intellettuale auto-disoccupato, incapace di adattarsi alla dura legge del mercato del lavoro.
Lei, che invece accettava le offerte di lavoro che non mancavano in quel momento, voleva diventare danzatrice o foto-modella, ma non gli celava più il desiderio di un figlio e di una famiglia con lui, con modi così ricattatori e rancorosi da lasciare immaginare la prossima deflagrazione della loro vita di coppia.

George, squattrinato, alla guida dell’auto di lusso comprata a rate, cercava ora, fra gli amici in citttà, i cento dollari indispensabili per non farsela sequestrare, mentre due eventi concomitanti stavano per imporgli scelte di senso per il proprio futuro: un sorteggio aveva deciso che sarebbe partito per la guerra in Vietnam e una donna affascinante e misteriosa era apparsa all’improvviso davanti a lui che, incantato, ne seguiva da lontano l’auto bianca lungo le strade di Los Angeles. Quella bella creatura non poteva davvero passare inosservata, tutta bianca nell’abito e nel velo che ne celava, come i grandi occhiali scuri, la riconoscibilità.

L’avrebbe avvicinata al Model Shop, lo studio “artistico” in cui le modelle posavano per le foto osé scattate e sviluppate dai clienti-voyeur. Un lavoro come un altro, gli avrebbe detto lei, Lola (Anouck Aimée); un lavoro per tornare a Parigi al più presto, dal figlioletto quattordicenne che era impaziente di rivedere.
Una corrente di amorosa comprensione si era stabilita fra loro; la notte seguente, nell’abitazione di lei, confidenze, rivelazioni, ritrattazioni e ammissioini, avevano preceduto e infine concluso il loro appassionato incontro, l’unico, poiché la partenza di lei per Parigi aveva preceduto di qualche ora l’inderogabile impegno militare di luiin attesa del proprio futuro incerto,

Di questo film, piccolo ma toccante momento di nouvelle vague in terra di California, rimangono nella nostra memoria la “flanerie” in auto di George; la sua dolcezza amorosa, protetta e camuffata da un’involontaria aggressività del linguaggio; l’indeterminatezza delle cose che sarebbero accadute sulle quali incombeva la minaccia della morte possibile, non esorcizzata dal silenzio o dalla rimozione. Rimane il racconto del dolore per l’ineluttabile distacco, che Lola aveva anticipato  per evitare il melodramma scomposto degli addii e dei pianti, ma non per questo meno crudele.

L’Amante perduta ModelShop (1968) è un’opera ricca di situazioni e di personaggi  presenti anche nei precedenti film del regista francese in tournée a Los Angeles, Jacques Demy * (1931-1990), il brillante cineasta legato al gruppo della Nouvelle Vague, cui sembravano aprirsi le porte di Hollywood dopo che nel 1967 aveva fatto uscire  Les Demoiselles de Rochefort, il suo musical con Gene Kelly.

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* Lo aveva accompagnato, nelle diverse tappe della sua lunga e non sempre facile tourneé transcontinentale, Agnès Varda, sua moglie dal 1962.

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Perfect Day

Schermata 2015-12-11 alle 13.24.13recensione del film:
PERFECT DAY

Titolo originale:
A Perfect Day

Regia:
Fernando León de Aranoa

Principali interpreti:
Benicio Del Toro, Tim Robbins, Olga Kurylenko, Melanie Thierry, Fedja štukan, Eldar Residovic, Sergi López – 106 min. – Spagna 2015.

L’articolo indeterminativo del titolo originale si è perso per strada, perciò A perfect Day è diventato in Italia Perfect Day, per ragioni che sfuggono, e per le quali, purtroppo, si perde il riferimento espressivo a una giornata, una delle tante, perfetta per diventare l’emblema stesso della paradossale assurdità della guerra. Nel 1995, nel luogo montuoso e sperduto dei Balcani in cui i protagonisti di questo film si muovono, erano arrivati i segnali dell’accordo raggiunto tra Serbi e Bosniaci, dopo i massacri della terribile guerra civile. In vista della pace, l’Onu aveva ordinato ai suoi ispettori di verificare che tutti gli uomini delle ONG presenti sul territorio si attenessero, senza discutere, alle direttive emanate per evitare qualsiasi atto foriero, anche involontariamente, di nuove tensioni e di nuovi attriti. Naturalmente si trattava di direttive generali, che, mentre ordinavano di lasciare le cose come si trovavano, non consideravano l’esistenza di problemi solo in apparenza poco rilevanti, la gravità dei quali, invece, era ben nota  agli operatori umanitari impegnati a rendere meno duri gli effetti della guerra sulla popolazione e che, nonostante la tregua, sentivano, in coscienza, di dover risolvere. Sono il portoricano Mambrù (Benicio Del Toro) e l’americano B. (Tim Robbins) i volontari dell’ONG protagonisti della giornata raccontata da questo magnifico film, entrambi, dopo anni di logorante e poco gratificante lavoro, stanchi e disillusi avendo visto i loro ideali scontrarsi con la realtà e avendo constatato l’impraticabilità degli ordini impartiti dall’alto dai burocrati dell’Onu lontani dalla popolazione che è tanto bisognosa di aiuto, quanto diffidente e riluttante a collaborare.

La giornata di questo film inizia con l’inutile tentativo di Mambrù (gli si spezza la corda) di estrarre da un pozzo, che fornisce acqua alla zona, il cadavere di un uomo che qualcuno aveva buttato lì dentro con l’intento probabile di renderlo inutilizzabile; prosegue con il viaggio verso il villaggio dove ha sede l’unità di coordinamento delle ONG e dove forse è possibile acquistare un’altra corda. Partito con B, con Sophie (Mélanie Thierry), una francese molto giovane, appena arrivata, ben fornita di istruzioni politicamente corrette, ma del tutto inapplicabili, Mambrù dovrà accogliere sull’auto due nuovi passeggeri: un bambino alla ricerca del pallone (si troverà la corda e perciò anche un pallone per lui!), nonché un’altra ispettrice dell’Onu, Katia, una graziosa russa, più rigida di Sophie nell’attenzione che i colleghi applichino, senza discutere,  regolamenti e norme che non servono a nulla. Il viaggio, di pochi chilometri, ma disseminato di tranelli, imboscate, e anche di tragedie terribili, sarà concluso solo il giorno successivo, per l’impossibilità di percorrere al buio una strada sempre più rischiosa.

Anche questo, come gli altri viaggi del cinema e della letteratura, è un simbolico racconto di formazione, almeno per le due giovani donne che impareranno, a loro spese, quanto la guerra trasformi la realtà delle cose, come cambi il nostro sentire e il nostro pensare, come grottescamente metta allo scoperto, dietro l’apparenza dei torti e delle ragioni, la natura ferina degli uomini, che non sono buoni per natura e che è bene conoscere a fondo, senza illusioni.

I registri narrativi utilizzati da questo eccellente regista oscillano tra la rappresentazione grottesca delle contraddizioni della guerra, che inducono spesso a ridere, come è giusto fare di fronte alla stoltezza assurda degli uomini impegnati a farsi molto male, e quella della crudeltà più atroce, cosicché, quando si ride, si viene subito richiamati alla realtà dall’agghiacciante visione delle scene successive, per le quali non basterebbero le lacrime. L’impressione complessiva è quella di un film che, con ammirevole equilibrio, riesce a convincere profondamente, senza troppe parole e senza strilli propagandistici, dell’orrore della guerra: un film davvero pacifista da vedere, rivedere e mostrare nelle scuole. Insieme a La Isla minima (ancora nelle sale grazie, credo, al passa parola degli appassionati) è anche la testimonianza dello stato di grazia in cui vive il cinema spagnolo in questo momento.

Il buono, il brutto, il cattivo

Schermata 2015-10-07 alle 18.31.52recensione del film:
IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Regia:
Sergio Leone

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach, Luigi Pistilli, Rada Rassimov,Aldo Giuffré, Mario Brega, Enzo Petito, Claudio Scarchilli, John Bartha, Livio Lorenzon,Antonio Casale, Sandro Scarchilli, Benito Stefanelli, Angelo Novi, Antonio Casas  – 182 min. – Italia, Spagna 196

Restaurato e trasferito su DVD dalla Cineteca di Bologna nel luglio 2014.

Anche questa recensione è scritta, come contributo personale, per il Cineforum di Canegrate che concluderà con la proiezione di questo film, il 24 novembre prossimo, la programmazione che ha portato avanti dal luglio di quest’anno. 

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– La Trilogia del dollaro

Il buono, il brutto, il cattivo (1966) è l’ultimo dei tre film di Sergio Leone che insieme costituiscono la cosiddetta Trilogia del dollaro: è stato girato dopo Per un pugno di dollari  (1964) e Per qualche dollaro in più (1965). Con i due film precedenti questo ha in comune l’ambiente deserto del West, ricostruito in terra di Spagna, alcuni attori non protagonisti, la musica di Ennio Morricone nonché la presenza di Clint Eastwood, che incarna nelle tre opere il misterioso personaggio  dello “straniero senza nome”, arrivato dal nulla, col poncho e il piccolo sigaro all’angolo della bocca, biondo, dall’ aspetto freddo e impenetrabile, di poche parole, rapidissimo e preciso nello sparo, eseguito con gelida e intelligente determinazione. La scelta di Eastwood, nel primo film del 1964, era stata un ripiego per Sergio Leone, che aveva firmato la regia con lo pseudonimo di Bob Robertson*. Clint era allora sconosciuto in Europa e poco conosciuto anche negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto un po’ di popolarità presso il pubblico del piccolo schermo, avendo recitato per una serie televisiva senza troppe pretese, che si intitolava Rawhide. Non era proprio l’attore che avrebbe voluto il regista che puntava molto più in alto, a Charles Bronson o a Henry Fonda: decisamente troppo in alto per lui che, pur essendosi inserito nel mondo del cinema molto giovane e avendo nel proprio curriculum parecchie collaborazioni alla regia e qualche sceneggiatura, aveva diretto per intero, con grande scrupolo filologico, solo Il Colosso di Rodi, realizzando un dignitoso “peplum”. La collaborazione fra l’attore poco noto e il regista non ancora affermato si rivelò, però, molto felice: Per un pugno di dollari fu un successo di pubblico clamoroso, sia pure con strascico giudiziario**. Gli incassi premiarono il regista che aveva avuto il merito di rianimare, rinnovandolo, il genere western, languente negli Stati Uniti, e quello di riportare il pubblico nelle sale italiane, quando, dopo la grande stagione neorealistica, anche il nostro cinema non se la stava passando molto bene. A questo primo western seguì Per qualche dollaro in più, opera di maggiore complessità, con l’ingresso di un eccezionale attore americano, Lee Van Cleef, nei panni del colonnello Mortimer, che, insieme al Monco (Clint Eastwood, così chiamato per l’abilità nell’uso della sola mano destra per sparare riponendo rapidamente l’arma), interpreta la parte del cacciatore di taglie alla ricerca di El Indio, feroce e ombroso bandito pazzo (Gian Maria Volonté), che Mortimer intende catturare non tanto per incassarne la taglia, quanto per vendicare l’atroce morte della sorella.
Lee Van Cleef (nei panni di Sentenza – il Cattivo), insieme a Clint Eastwood (nei panni di Biondo – il Buono) e a Eli Wallach, indimenticabile nuovo arrivato dagli States (nei panni di Tuco – il Brutto) saranno i grandi protagonisti dello straordinario film col quale si chiude la Trilogia: Il buono, il brutto, il cattivo.

 Il buono, il brutto, il cattivo.

C’era una volta la guerra di secessione…

Dal punto di vista storico, per le cose raccontate, questo film dovrebbe essere in realtà la premessa della prima e della seconda pellicola della Trilogia poiché la vicenda si svolge durante la guerra di secessione americana, che i due film precedenti avevano dato per conclusa. Questa guerra non occupa poca parte della nuova opera, e non ne costituisce neppure lo sfondo neutro, poiché si intreccia continuamente con le avventure dei tre personaggi e diventa il decisivo snodo conclusivo dell’intera pellicola. Questo va sottolineato, perché permette di riflettere attentamente sul particolare cinema “western” del grande regista, ormai lontano dal mondo del Far West, che, pur rimanendo presente nella sua immaginazione e pur essendo fonte inesauribile di creazione di nuovi miti, non interessava più il pubblico, preso dai problemi e dalle contraddizioni del proprio tempo. Egli, dunque, ci presenta un periodo diverso della storia americana, di cui ricostruisce con cura meticolosa fatti realmente accaduti e molti particolari della vita quotidiana, inserendovi, credibilmente, la finzione narrativa e dando voce contemporaneamente anche alla nuova sensibilità del pubblico, prima di tutto nei confronti di quell’inutile strage che si chiama guerra. Il nuovo modo di sentire si era manifestato anche in Italia, opponendo alle commemorazioni ufficiali, che nel corso del 1965 avevano evocato le due guerre mondiali (quella iniziata nel 1915 e quella conclusa nel 1945), una visione pacifista e antibellicista. Se ne sentono spesso gli echi nel film, come nell’episodio del ponte di Langstone, che, nonostante fosse stato teatro di battaglie sanguinose senza esito alcuno, continuava a essere oggetto di contese infinite provocando troppi morti, mutilati e feriti gravissimi, sacrificati dal puntiglio degli Stati Maggiori, che poco si preoccupavano delle sofferenze dei giovani mandati al macello. Solo la sua distruzione ad opera di Biondo e di Tuco, a lungo desiderata dall’ufficiale (Aldo Giuffré) stanco di veder morire i propri soldati per obbedire agli sciagurati ordini dei superiori, avrebbe evitato il perdurare della carneficina e, insieme, permesso ai due banditi di raggiungere il nascondiglio del tesoro di cui intendevano impadronirsi fin dall’inizio del film. I due banditi erano riusciti separatamente e fortunosamente a riguadagnare la libertà con la fuga, evitando di essere spediti, come prigionieri di guerra, al terribile campo delle prigioni unioniste di Betterville, dove sicuramente sarebbero morti, poiché si trattava di un luogo di tortura e sterminio, ciò che allude alla verità storica dell’esistenza in terra americana, del primo lager della storia***, scientificamente organizzato per far morire i reclusi fra i più atroci tormenti mentre la guerra era in pieno svolgimento. Le parole dell’ufficiale, convinto dell’idiozia della guerra, quelle di Biondo turbato dall’orrore di tanti morti, e, prima delle loro, quelle di Tuco, che aveva difeso la propria scelta dell’illegalità di fronte a un fratello prete, che dall’alto dei suoi privilegi si era permesso di condannarlo, rovesciavano le tradizionali e manichee rappresentazioni dei buoni e dei cattivi nei western e inducevano lo spettatore a interrogarsi sulla relatività delle convinzioni morali, e a riconoscere anche nei banditi un’umanità non del tutto perduta. Tuco e Biondo, coi loro difetti e coi loro pregi, si trasformavano, incarnando, nel corso del film, i più umani dei banditi, simili a quelli che frequentemente si possono incontrare nei racconti picareschi o in alcuni romanzi d’avventura della tradizione letteraria (Leone accenna a Don Chisciotte), distinguendosi da Sentenza, la cui cattiveria vera lo aveva portato a schierarsi col potere e con i signori della guerra per trarne il massimo dei vantaggi.
Ricostruendo negli spazi deserti della Spagna l’ambiente dei vecchi Western, Leone ne aveva ricreato l’incanto grazie alle immagini pulite ed essenziali, in cui il paesaggio grandioso coi suoi silenzi, interrotti dai suoni e dai rumori della natura, riecheggiati dalle musiche suggestive di Ennio Morricone, permetteva alle vicende di svilupparsi in un’aura favolistica, quasi magica, capace di far sognare ancora gli spettatori, che pur lontano da quei fatti, li sentivano vicino e si commuovevano, allo stesso modo con cui continuava a essere commosso il pubblico che seguiva i racconti fantasiosi dei “pupari” che evocavano, muovendo le loro marionette, le gesta degli antichi paladini di Orlando, aggiornate ai tempi e adattate ai luoghi in cui lo spettacolo si rappresentava (ho riportato a memoria le parole dello stesso Leone, nell’intervista di cui do notizia nella nota***).

Presto condannati dai critici italiani, assai poco lungimiranti e molto conservatori, che non apprezzavano la contaminazione del nostro cinema con i temi, pur importanti, di derivazione americana, che, secondo loro, male si sarebbero inseriti nella nostra tradizione cinematografica, i film della Trilogia, diedero origine a una serie infinita di imitazioni in Italia creando il genere degli “Spaghetti Western”, la cui paternità era stata attribuita a Sergio Leone, il quale la respingeva con tutta l’ironia tagliente e bonaria di cui era capace e che connota questi stessi film, quest’ultimo soprattutto. Il pubblico, invece, gli aveva dato ragione, così come i registi più intelligenti d’oltreoceano che ne avrebbero presto colto le novità, tanto che, per molti di loro, questi anomali western erano diventati oggetto di ispirazione e anche di culto.

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*alla lettera “figlio di Robert”: suo padre Vincenzo Leone, regista a sua volta, si presentava come Roberto Roberti

**Leone, che si era ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961), fu accusato di plagio, perse la causa, e fu condannato a cedere gli incassi del film in Giappone, Corea e Formosa, nonché il 15% dei diritti mondiali.
La causa ritardò fino al 1967 l’ingresso della Trilogia negli U.S.A.

***fu lo stesso Sergio Leone a parlarne in una lunga intervista del 1982, raccolta a Londra da Christopher Frayling e ora pubblicata nel bellissimo volume edito dalla Cineteca di Bologna, ancora reperibile sul mercato librario, dal titolo C’era una volta in Italia dello stesso Frayling-

Io sto con la sposa

Schermata 2015-07-16 alle 22.38.47recensione del film:
IO STO CON LA SPOSA

Regia:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry

Docu-fiction della durata di 89 min. – Italia, Palestina 2014.

Docufiction è ” espressione nata dalla fusione tra fiction e documentario. La definizione di questo connubbio è mutevole da Paese e Paese, e sebbene queste forme miste siano nate al cinema hanno la loro larga diffusione in TV a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In Italia, una prima definizione vede la d. mescolare la vena documentaristica (per es. riprese in set reali) a una ricostruzione che fa uso di attori non professionisti che rivivono, raccontano, mettono in scena la loro vita ” (definizione dedotta da una voce dell’ Enciclopedia Treccani).

Ho riportato questa definizione perché mi pare che ben si addica al film in questione, in cui gli attori recitano se stessi: sono palestinesi e siriani, costretti, senza colpa, a fuggire dalla loro terra devastata dalla guerra e approdati sulle nostre coste dopo essere fortunosamente sopravvissuti a un viaggio tragico. Essi non intendono fermarsi nel nostro paese, ma vorrebbero raggiungere la Svezia, il paese più accogliente, fra quelli europei, con i siriani emigrati per ragioni politiche, dove è più facile ottenere il riconoscimento della condizione di rifugiato politico. Esistono, a questo proposito, accordi internazionali che sebbene sottoscritti da quasi tutti gli stati dell’ U.E. vengono sistematicamente disattesi: il vecchio continente è sordo alla disperazione dei perseguitati politici: per coloro che hanno la pelle anche solo un po’ più scura i controlli alle frontiere sono molto stretti e la probabilità di essere rispediti in Italia, luogo di approdo, sono molto alte. Tre uomini coraggiosi, il giornalista Antonio Agugliaro, il documentarista Gabriele Del Grande, insieme al poeta palestinese Khaled Soliman Al Nassiry, diventato cittadino italiano durante l’organizzazione del viaggio, hanno ricostruito molto bene le tappe avventurose di un percorso quanto mai rischioso e accidentato, lungo le strade meno frequentate della Francia e lungo i gelidi e grigi paesaggi della Germania e della Danimarca, illuminati, ogni notte, però, dalla calda rete di solidarietà internazionale ben organizzata e pronta a suggerire, a soccorrere, ad aiutare. Questo road-movie insolito e singolare, reso possibile grazie a un’operazione di Crowdfunding, ovvero di finanziamento dal basso, mette in luce l’ipocrisia dei governi europei, a parole pronti all’accoglienza, ma nei fatti decisi ad applicare pene durissime (fino a 15 anni di detenzione!) a chiunque si adoperi per trasportare i rifugiati lungo le strade europee verso la Svezia, ciò che ha reso necessaria la messa in scena grottesca del finto corteo nuziale, nella fiducia che, così camuffato, nessuno sarebbe stato bloccato. Il film ha attraversato le nostre sale come una meteora nello scorso autunno, ed è stato riproposto per pochi giorni in una sala di Torino, dove ho avuto modo di vederlo e apprezzarlo.
Se vi capita, dategli un’occhiata: in parte servirà ancora a coprire i costi della “spedizione”, ma soprattutto potrebbe rivelarsi utile a rafforzare la nostra umana solidarietà. Così, almeno, in questi giorni così tristi per tutti i rifugiati che non trovano accoglienza nelle nostre città, io spero fortemente!

soldati… (Torneranno i prati)

Schermata 2014-11-15 a 15.17.20recensione del film:
TORNERANNO I PRATI

Regia:
Ermanno Olmi

Principali interpreti:
Claudio Santamaria, Alessandro Sperduti, Francesco Formichetti, Andrea Di Maria, Camillo Grassi, Niccolò Senni, Domenico Benetti, Andrea Benetti, Carlo Stefani, Niccolò Tredese, Franz Stefani, Andrea Frigo, Igor Pistollato
– 80 minuti – Italia 2014

Ispirandosi ai racconti di guerra del grande Federico De Roberto, compresi sotto il titolo La paura, quest’ultimo lavoro di Ermanno Olmi si colloca, secondo me molto opportunamente, fra le riflessioni, i dibattiti e le manifestazioni che si sono svolte per il centenario dallo scoppio della prima guerra mondiale in Europa (1914), che precede di un anno l’entrata in guerra del nostro paese a fianco delle potenze dell’Intesa. In un piccolo film di soli 80 minuti, il regista ci fa vivere il dolore e l’angoscia di quella guerra orribile che già nel 1914 era stata, principalmente, guerra di trincea, e che questo carattere aveva mantenuto anche sul fronte italiano, poiché sugli altipiani delle colline carsiche si erano attestate le nostre truppe e lì erano state scavate le trincee che a queste davano rifugio: nelle trincee si dormiva, si distribuiva la posta (quanto attesa!), si mangiava, ci si ammalava, si veniva curati alla meglio e, soprattutto si moriva. In un bellissimo bianco e nero, il regista ci racconta la nostalgia, il dolore e l’angoscia claustrofobica dentro ai cunicoli in cui vivevano i soldati; la sporcizia e le malattie, nonché le mitragliate che li decimavano, non appena tentassero qualche sortita all’aria aperta. Non mancano nel film gli accenni agli ordini irresponsabili e disumani degli alti comandi militari, che, impartiti per conquistare pochi metri di terreno, esponevano a morte sicura i militari costretti all’obbedienza, dai giovani ufficiali, che talvolta tentavano a loro rischio di ribellarsi per salvaguardare le vite dei giovani a loro affidati, ai soldati, che, uno dopo l’altro venivano fatti uscire dalla trincea e cadevano falciati dai colpi di mitra. Ai morti, crivellati di colpi, si aggiungevano numerosi suicidi o molti casi di autolesionismo, estremo e disperato gesto per sottrarsi al tremendo macello. I prati certamente sarebbero rifioriti nel bellissimo paesaggio del fronte ma, a chi, dopo questa guerra, li avrebbe rivisti in pieno rigoglio, il film vuole ricordare il dolore e le sofferenze costati a troppi giovani caduti. Olmi ci aveva già raccontato, in passato l’orrore della guerra, quando nel 2001 aveva girato il bellissimo film Il mestiere delle armi, narrandoci una guerra diversa ma non meno crudele: quella dei capitani di ventura e delle truppe mercenarie al loro seguito. Allora egli aveva capovolto il tradizionale giudizio storico-letterario, da Petrarca a Machiavelli, circa l’inaffidabilità di quei combattenti, raccontando la vita e la morte atroce di Giovanni dalle Bande nere, tradito dai Signori di Ferrara, per i quali stava prestando servizio. Questo vecchio film, introvabile attualmente su DVD, costituisce, insieme a questo, oggi sugli schermi, un indispensabile contributo alla cultura di pace di cui tutti noi, spero, sentiamo la necessità.