La notte brava del soldato Jonathan

recensione del film.
LA NOTTE BRAVA DEL SOLDATO JONATHAN

Titolo originale:
The Beguiled

Regia:
Don Siegel

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Elizabeth Hartman, Geraldine Page, Jo Ann Harris, Darleen Carr, Mae Mercer – 109 min. – USA 1971

Al Festival di Cannes dello scorso maggio, la regista Sofia Coppola ha presentato L’inganno, il film che sarà nelle nostre sale a partire da giovedì 21 settembre. Non tutti sanno che L’inganno è il remake di questo vecchio film, che ebbe allora un buon successo. In attesa di vederne la nuova versione, ho pensato di presentare l’originale, che si può trovare in DVD. Vale, secondo me, la pena di meditarlo.

Con il bizzarro titolo La Notte brava del soldato Jonathan era stato presentato nel 1971 nelle sale italiane questo film firmato Don Siegel, tratto da un romanzo di Thomas P. Cullinan, intitolato, a sua volta A Painted Devil*.
Il soldato Jonathan (Clint Eastwood) aveva combattuto nell’esercito nordista durante la guerra civile americana; ferito, forse gravemente, era stato ritrovato in pieno territorio sudista, nel bosco dove la dodicenne Amy stava raccogliendo i funghi per il pranzo al collegio femminile da cui si era allontanata e a cui, ora, lo avrebbe accompagnato nella speranza che Miss Martha Farnsworth (Geraldine Page), la severa proprietaria della scuola, se ne prendesse cura. Era stato accolto con molta diffidenza all’interno della struttura educativa nella quale tutte le donne che vi risiedevano, dalle studentesse a Edwina (Elizabeth Hartman), l’insegnante di francese, a Miss Martha, fino alla schiava nera disperata di ogni possibile riscatto, erano convinte sostenitrici della secessione sudista: ricoverare un soldato nemico era molto pericoloso per tutte loro, che, già esposte ai rischi di un’incursione delle truppe nordiste, sarebbero diventate facile preda, per il loro tradimento, anche dei soldati sudisti di passaggio. Sotto quest’aspetto, Sudisti e Nordisti si equivalevano: la guerra, fin dalla notte dei tempi, richiede disumani sacrifici e scatena i più diversi appetiti, facendo emergere gli istinti predatori dei soldati, il cui transito lascia ovunque strascichi molto penosi, alimentando l’odio e il desiderio di rivalsa. Jonathan non era diverso dagli altri, ma sapeva come sfruttare, a proprio vantaggio, l’urbanità e i bei modi che sembravano provenirgli da un’ottima educazione e da una nobiltà d’animo non comune. Egli si era lasciato docilmente curare e, in seguito, accertatosi di esserere il solo maschio presente in quella scuola, era riuscito a guadagnare la fiducia delle donne che lo attorniavano, essendosi rivolto con le parole giuste a ciascuna di loro. La sua bellezza, poi, aveva conquistato il cuore di molte, ciò che avrebbe scatenato le rivalità e le gelosie all’origine della sua rovina. Egli aveva dunque sottovalutato la ferocia femminile, confidando un po’ troppo sulle capacità seduttive delle sue parole lusinghiere e del suo corpo, neppur troppo “oscuro oggetto del desiderio” comune, reciprocamente taciuto, ma universalmente noto o sospettato.

Nel film, condotto con un crescendo di tensione che potrebbe quasi apparentarlo a un noir, si delinea una vicenda oscura e terribile, con tratti di morbosità, costruita, con grande finezza psicologica, seguendo i percorsi che avevano portato le donne e il bel soldato Jonathan ad avvicinarsi e in seguito ad allontanarsi tragicamente: “la notte brava” era stato l’inizio della fine di quel rapporto di fiducia guardinga (perdonate l’ossimoro, ma non saprei definire meglio l’ambiguità del comportamento reciproco) che aveva legato per qualche tempo l’uomo ferito alle donne intristite e inaridite dall’isolamento e dall’inibizione di ogni prospettiva amorosa, ma per lo più ansiose di salvaguardare il buon nome dell’istituzione a cui per ora dovevano protezione e sostentamento. Era stato, infine, il rovesciamento delle sorti della guerra a mutare il destino di tutti, mostrando la brutalità arrogante anche di Jonathan, il vincitore, che, seppure compromesso nella propria integrità fisica, aveva subito presentato il proprio conto, offrendo il fianco alla temibile alleanza delle donne umiliate e offese.
Il film, che si apre e si chiude circolarmente con i colori sbiaditi della fotografia che solo a poco a poco si ravvivano nel racconto, connotando anche temporalmente la distanza del regista, è bellissimo e inquietante e, per l’epoca (1971), anche molto coraggioso, non nascondendo aspetti della realtà che solo a partire dagli anni ’80, fra mille difficoltà, avrebbero trovato il loro spazio  sullo schermo.
Vorrei soffermarmi, brevemente, sul gioco dei titoli, che in parte tradisce diverse interpretazioni della storia narrata: The beguiled, il titolo originale del film, indicherebbe che qualcuno è stato ingannato. Chi? Lo spettatore potrebbe scoprire, secondo me, che ingannati sono stati tutti i personaggi che si erano, in certo modo, illusi. Il titolo italiano, non privo di una certa verità, invece, parrebbe puntare soprattutto sulla stoltezza colpevole del soldato Jonathan, inevitabilmente vittima della propria presunzione: se l’era cercata, dunque, secondo un modo di pensare tenacemente radicato nelle menti di troppi nostri concittadini!

 

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*Pubblicato per la prima volta in Italia da pochi giorni, anche in edizione elettronica, col titolo L’inganno dalla casa editrice DEA Planeta

 

 

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Il buono, il brutto, il cattivo

Schermata 2015-10-07 alle 18.31.52recensione del film:
IL BUONO, IL BRUTTO, IL CATTIVO

Regia:
Sergio Leone

Principali interpreti:
Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Eli Wallach, Luigi Pistilli, Rada Rassimov,Aldo Giuffré, Mario Brega, Enzo Petito, Claudio Scarchilli, John Bartha, Livio Lorenzon,Antonio Casale, Sandro Scarchilli, Benito Stefanelli, Angelo Novi, Antonio Casas  – 182 min. – Italia, Spagna 196

Restaurato e trasferito su DVD dalla Cineteca di Bologna nel luglio 2014.

Anche questa recensione è scritta, come contributo personale, per il Cineforum di Canegrate che concluderà con la proiezione di questo film, il 24 novembre prossimo, la programmazione che ha portato avanti dal luglio di quest’anno. 

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– La Trilogia del dollaro

Il buono, il brutto, il cattivo (1966) è l’ultimo dei tre film di Sergio Leone che insieme costituiscono la cosiddetta Trilogia del dollaro: è stato girato dopo Per un pugno di dollari  (1964) e Per qualche dollaro in più (1965). Con i due film precedenti questo ha in comune l’ambiente deserto del West, ricostruito in terra di Spagna, alcuni attori non protagonisti, la musica di Ennio Morricone nonché la presenza di Clint Eastwood, che incarna nelle tre opere il misterioso personaggio  dello “straniero senza nome”, arrivato dal nulla, col poncho e il piccolo sigaro all’angolo della bocca, biondo, dall’ aspetto freddo e impenetrabile, di poche parole, rapidissimo e preciso nello sparo, eseguito con gelida e intelligente determinazione. La scelta di Eastwood, nel primo film del 1964, era stata un ripiego per Sergio Leone, che aveva firmato la regia con lo pseudonimo di Bob Robertson*. Clint era allora sconosciuto in Europa e poco conosciuto anche negli Stati Uniti, dove aveva ottenuto un po’ di popolarità presso il pubblico del piccolo schermo, avendo recitato per una serie televisiva senza troppe pretese, che si intitolava Rawhide. Non era proprio l’attore che avrebbe voluto il regista che puntava molto più in alto, a Charles Bronson o a Henry Fonda: decisamente troppo in alto per lui che, pur essendosi inserito nel mondo del cinema molto giovane e avendo nel proprio curriculum parecchie collaborazioni alla regia e qualche sceneggiatura, aveva diretto per intero, con grande scrupolo filologico, solo Il Colosso di Rodi, realizzando un dignitoso “peplum”. La collaborazione fra l’attore poco noto e il regista non ancora affermato si rivelò, però, molto felice: Per un pugno di dollari fu un successo di pubblico clamoroso, sia pure con strascico giudiziario**. Gli incassi premiarono il regista che aveva avuto il merito di rianimare, rinnovandolo, il genere western, languente negli Stati Uniti, e quello di riportare il pubblico nelle sale italiane, quando, dopo la grande stagione neorealistica, anche il nostro cinema non se la stava passando molto bene. A questo primo western seguì Per qualche dollaro in più, opera di maggiore complessità, con l’ingresso di un eccezionale attore americano, Lee Van Cleef, nei panni del colonnello Mortimer, che, insieme al Monco (Clint Eastwood, così chiamato per l’abilità nell’uso della sola mano destra per sparare riponendo rapidamente l’arma), interpreta la parte del cacciatore di taglie alla ricerca di El Indio, feroce e ombroso bandito pazzo (Gian Maria Volonté), che Mortimer intende catturare non tanto per incassarne la taglia, quanto per vendicare l’atroce morte della sorella.
Lee Van Cleef (nei panni di Sentenza – il Cattivo), insieme a Clint Eastwood (nei panni di Biondo – il Buono) e a Eli Wallach, indimenticabile nuovo arrivato dagli States (nei panni di Tuco – il Brutto) saranno i grandi protagonisti dello straordinario film col quale si chiude la Trilogia: Il buono, il brutto, il cattivo.

 Il buono, il brutto, il cattivo.

C’era una volta la guerra di secessione…

Dal punto di vista storico, per le cose raccontate, questo film dovrebbe essere in realtà la premessa della prima e della seconda pellicola della Trilogia poiché la vicenda si svolge durante la guerra di secessione americana, che i due film precedenti avevano dato per conclusa. Questa guerra non occupa poca parte della nuova opera, e non ne costituisce neppure lo sfondo neutro, poiché si intreccia continuamente con le avventure dei tre personaggi e diventa il decisivo snodo conclusivo dell’intera pellicola. Questo va sottolineato, perché permette di riflettere attentamente sul particolare cinema “western” del grande regista, ormai lontano dal mondo del Far West, che, pur rimanendo presente nella sua immaginazione e pur essendo fonte inesauribile di creazione di nuovi miti, non interessava più il pubblico, preso dai problemi e dalle contraddizioni del proprio tempo. Egli, dunque, ci presenta un periodo diverso della storia americana, di cui ricostruisce con cura meticolosa fatti realmente accaduti e molti particolari della vita quotidiana, inserendovi, credibilmente, la finzione narrativa e dando voce contemporaneamente anche alla nuova sensibilità del pubblico, prima di tutto nei confronti di quell’inutile strage che si chiama guerra. Il nuovo modo di sentire si era manifestato anche in Italia, opponendo alle commemorazioni ufficiali, che nel corso del 1965 avevano evocato le due guerre mondiali (quella iniziata nel 1915 e quella conclusa nel 1945), una visione pacifista e antibellicista. Se ne sentono spesso gli echi nel film, come nell’episodio del ponte di Langstone, che, nonostante fosse stato teatro di battaglie sanguinose senza esito alcuno, continuava a essere oggetto di contese infinite provocando troppi morti, mutilati e feriti gravissimi, sacrificati dal puntiglio degli Stati Maggiori, che poco si preoccupavano delle sofferenze dei giovani mandati al macello. Solo la sua distruzione ad opera di Biondo e di Tuco, a lungo desiderata dall’ufficiale (Aldo Giuffré) stanco di veder morire i propri soldati per obbedire agli sciagurati ordini dei superiori, avrebbe evitato il perdurare della carneficina e, insieme, permesso ai due banditi di raggiungere il nascondiglio del tesoro di cui intendevano impadronirsi fin dall’inizio del film. I due banditi erano riusciti separatamente e fortunosamente a riguadagnare la libertà con la fuga, evitando di essere spediti, come prigionieri di guerra, al terribile campo delle prigioni unioniste di Betterville, dove sicuramente sarebbero morti, poiché si trattava di un luogo di tortura e sterminio, ciò che allude alla verità storica dell’esistenza in terra americana, del primo lager della storia***, scientificamente organizzato per far morire i reclusi fra i più atroci tormenti mentre la guerra era in pieno svolgimento. Le parole dell’ufficiale, convinto dell’idiozia della guerra, quelle di Biondo turbato dall’orrore di tanti morti, e, prima delle loro, quelle di Tuco, che aveva difeso la propria scelta dell’illegalità di fronte a un fratello prete, che dall’alto dei suoi privilegi si era permesso di condannarlo, rovesciavano le tradizionali e manichee rappresentazioni dei buoni e dei cattivi nei western e inducevano lo spettatore a interrogarsi sulla relatività delle convinzioni morali, e a riconoscere anche nei banditi un’umanità non del tutto perduta. Tuco e Biondo, coi loro difetti e coi loro pregi, si trasformavano, incarnando, nel corso del film, i più umani dei banditi, simili a quelli che frequentemente si possono incontrare nei racconti picareschi o in alcuni romanzi d’avventura della tradizione letteraria (Leone accenna a Don Chisciotte), distinguendosi da Sentenza, la cui cattiveria vera lo aveva portato a schierarsi col potere e con i signori della guerra per trarne il massimo dei vantaggi.
Ricostruendo negli spazi deserti della Spagna l’ambiente dei vecchi Western, Leone ne aveva ricreato l’incanto grazie alle immagini pulite ed essenziali, in cui il paesaggio grandioso coi suoi silenzi, interrotti dai suoni e dai rumori della natura, riecheggiati dalle musiche suggestive di Ennio Morricone, permetteva alle vicende di svilupparsi in un’aura favolistica, quasi magica, capace di far sognare ancora gli spettatori, che pur lontano da quei fatti, li sentivano vicino e si commuovevano, allo stesso modo con cui continuava a essere commosso il pubblico che seguiva i racconti fantasiosi dei “pupari” che evocavano, muovendo le loro marionette, le gesta degli antichi paladini di Orlando, aggiornate ai tempi e adattate ai luoghi in cui lo spettacolo si rappresentava (ho riportato a memoria le parole dello stesso Leone, nell’intervista di cui do notizia nella nota***).

Presto condannati dai critici italiani, assai poco lungimiranti e molto conservatori, che non apprezzavano la contaminazione del nostro cinema con i temi, pur importanti, di derivazione americana, che, secondo loro, male si sarebbero inseriti nella nostra tradizione cinematografica, i film della Trilogia, diedero origine a una serie infinita di imitazioni in Italia creando il genere degli “Spaghetti Western”, la cui paternità era stata attribuita a Sergio Leone, il quale la respingeva con tutta l’ironia tagliente e bonaria di cui era capace e che connota questi stessi film, quest’ultimo soprattutto. Il pubblico, invece, gli aveva dato ragione, così come i registi più intelligenti d’oltreoceano che ne avrebbero presto colto le novità, tanto che, per molti di loro, questi anomali western erano diventati oggetto di ispirazione e anche di culto.

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*alla lettera “figlio di Robert”: suo padre Vincenzo Leone, regista a sua volta, si presentava come Roberto Roberti

**Leone, che si era ispirato a La sfida del samurai di Akira Kurosawa (1961), fu accusato di plagio, perse la causa, e fu condannato a cedere gli incassi del film in Giappone, Corea e Formosa, nonché il 15% dei diritti mondiali.
La causa ritardò fino al 1967 l’ingresso della Trilogia negli U.S.A.

***fu lo stesso Sergio Leone a parlarne in una lunga intervista del 1982, raccolta a Londra da Christopher Frayling e ora pubblicata nel bellissimo volume edito dalla Cineteca di Bologna, ancora reperibile sul mercato librario, dal titolo C’era una volta in Italia dello stesso Frayling-