Paterson

schermata-2016-12-22-alle-21-38-43

recensione del film:
PATERSON

Regia:
Jim Jarmusch

Principali interpreti:
Adam Driver, Golshifteh Farahani, Kara Hayward, Sterling Jerins, Jared Gilman,
Luis Da Silva Jr – 113 min. – USA 2016

 

Paterson è un giovane poeta: scrive di nascosto su un quaderno segreto che porta sempre con sé durante il suo lavoro: è autista sui pullman di linea, nel New Jersey, precisamente nella cittadina che porta il suo stesso nome: Paterson. Questo piccolo centro in passato aveva ispirato poeti come Williams Carlos Williams e, più recentemente, Allen Ginsberg, e aveva dato accoglienza anche a un celebre anarchico italiano, Gaetano Bresci, che da quel luogo era partito per uccidere nel 1900 il re d’Italia Umberto I. Il giovane autista (Adam Driver) sembra voler far rivivere la tradizione poetica radicata nella cittadina, confortato anche dall’incoraggiamento di Laura (Golshifteh Farahani), la tenera moglie innamorata, che egli lascia ogni mattina ancora semi-addormentata e che, a sua volta, coltiva una vena artistica, adornando la loro casa con tende e tessuti che dipinge nei toni del bianco e del nero.

Laura è la sua musa: per lei Paterson scrive su quel quaderno segreto (come Petrarca il suo Secretum, dice lei!), ispirandosi all’amore che li unisce. Sebbene non esista, nella sua vita, qualcosa che si possa considerare particolarmente rilevante, egli è capace di cogliere, al di là dell’apparenza ripetitiva di una vita senza scosse, gli scarti anche minimi che rendono sempre nuova la giornata: è il collega colpito dalle sciagure; sono le confidenze fra i passeggeri; è l’incontro con un gruppo di balordi; è il desiderio di Laura di quella bella chitarra bianca e nera; è la scatola di fiammiferi particolarmente significativa; è l’incidente che gli blocca il pullman durante la corsa; è l’atto involontariamente eroico all’interno della birreria dove ogni sera è atteso perché tutti vogliono ascoltare i suoi racconti; è l’improvviso incontro con la bimba poetessa, o col giapponese innamorato della letteratura; sono le coppie di gemelle che compaiono sulla sua strada, indizio di un destino misterioso, forse.
Jim Jarmush sembra essere tornato ai suoi primi lungometraggi, per il minimalismo del racconto e per l’attenzione nei confronti dell’umanità che oscuramente abita le periferie americane o le province dimenticate di cui ha colto spesso l’anima profonda, le aspirazioni e i sogni frustrati dalla realtà: vedendo Paterson, tornano alla mente i suoi film in bianco e nero (Stranger tan Paradise, soprattutto) o a colori, come Mistery Train anche più che Broken Flowers (pur bellissimo).
Siamo invece abbastanza lontani dai vampiri politicamente corretti  del suo Only Lovers Left Alive (questo, ovviamente, non è un giudizio di valore).
Il regista, seguendo giorno per giorno per un’intera settimana la vita apparentemente regolare di Paterson, riflette sull’amore, fonte primaria di ispirazione, sulla capacità dei poeti di ascoltare e di cogliere, al di sopra delle meschinità e della noia della vita quotidiana, misteriosi collegamenti, analogie, segnali, aspetti non sempre razionalizzabili della realtà.

Neruda, Il cittadino illustre, Paterson: la stagione cinematografica, dopo il vuoto dell’estate, ha proposto tre film sulla poesia. Me ne compiaccio, sperando che si tratti dell’ inizio di un cambiamento, finalmente, dopo una stagione anche troppo incentrata sulle ricostruzioni giornalistiche, cronachistiche, biografiche e documentaristiche. Personalmente, non ne potevo più.

Annunci

una donna afghana (come pietra paziente)

Schermata 04-2456388 alle 23.17.39recensione del film:

COME PIETRA PAZIENTE 

Titolo originale:

Syngué Sabour

Regia:

Atiq Rahimi

Principali interpreti:

Golshifteh Farahani, Hamid Djavadan, Massi Mrowat, Hassina Burgan. – 103 min. – Francia, Germania, Afghanistan 2012.

Secondo la leggenda afghana, la pietra paziente (Syngué Sabour), cui allude il titolo del film, è quella che viene individuata come adatta a ricevere le confidenze di chi vuole parlare rivelando i propri segreti: il carico delle sofferenze di cui ci si vuole liberare si fa, col tempo, così pesante per quella pietra da determinarne infine lo scoppio e la disintegrazione in mille pezzettini. La protagonista senza nome di questo film (la stessa straordinaria e bellissima attrice iraniana di About Elly e Pollo alle prugne, Golshifteh Farahani) ha trovato nel marito, a sua volta senza nome, in coma da molti giorni per una pallottola nel collo, la sua pietra paziente: a lui, assente e silenzioso, infatti, la donna vuole affidare le proprie confessioni. E’ sua moglie da dieci anni, sono nate due bambine, ma non ha mai potuto parlargli di sé, come avviene in tutti quei paesi in cui i matrimoni mirano unicamente alla riproduzione. Ci troviamo in Afghanistan, in un quartiere di Kabul, sconquassato dai lanci incrociati di missili, che distruggono cose e ricordi, case e uomini. Le donne, ultima ruota del carro in quella sciagurata realtà, sono, a dire il vero, le persone sulle cui spalle ricade totalmente il peso del conflitto: non possono lavorare e sono costrette, tuttavia, a portare avanti la casa e la famiglia: i bambini hanno fame e sete; i malati hanno bisogno di cure, ma pochi sono coloro disposti ad aiutarli, per solidarietà o per compassione. La donna trova solo nella zia, tenutaria di un bordello, quel necessario soccorso che tutti le negano: presso di lei le sue bambine potranno finalmente mangiare e dormire in un luogo sicuro; mentre il suo posto continua a essere accanto all’uomo che l’ha sposata, la sua pietra paziente. In un crescendo di confessioni, sempre più drammatiche, la donna metterà a nudo gli angoli più nascosti del suo cuore, rivelando i segreti sempre taciuti: le paure infantili, come quella di essere venduta, come sua sorella, da un padre bisognoso di soldi per continuare a scommettere sulle quaglie; il fidanzamento senza di lui, lo sconosciuto che non si fa neppure vedere; il matrimonio celebrato, in una cerimonia senza gioia, ancora una volta in assenza di lui, trattenuto dai ben più importanti impegni di guerra; la paura di essere ripudiata perché ritenuta sterile. L’irruzione imprevista di un gruppo di soldati, armati fino al collo, nella sua abitazione potrebbe essere per lei il preludio di una svolta drammatica, di un’estrema umiliazione, ma diventa l’occasione attesa della sua vita: si farà strada in lei, a poco a poco, un nuovo sentire, un cambiamento del cuore,  un bisogno di sincerità profonda da cui si originerà il bellissimo finale del film, molto ben costruito, inatteso e terribile. Nel film è presente la denuncia di una condizione femminile intollerabile, insieme alla rivendicazione di diritti umani che non possono essere ancora a lungo così atrocemente calpestati. Tuttavia i due personaggi, quello di lei, accuratamente e finemente disegnato attraverso un’attenta analisi introspettiva, così come quello di lui, eterno assente, eroe guerriero senza qualità e senza meriti, rappresentano sul piano metaforico la condizione stessa dell’intera società afghana, nella quale l’immobilismo comatoso e violento dei maschi è ben rappresentato dalla condizione del malato incapace di risvegliarsi per ascoltare con umana comprensione, finalmente, la donna che, nonostante tutto, continua a farsi carico delle pesanti responsabilità della vita familiare e sociale, cosicché si perpetua la situazione di separatezza dei sessi, rigidamente incatenati nei ruoli tradizionali, che potrebbe durare ancora per molto tempo e di cui la donna del film massimamente esprime le contraddizioni.

Il regista di questo magnifico film è lo scrittore afgano Atiq Rahimi, che vive e lavora a Parigi dove fu accolto anni fa come rifugiato politico e dove scrisse numerosi romanzi, oltre a <em “Pierre de patience*, che nel 2008 gli fece conquistare il Prix Goncourt, cioè il premio letterario più prestigioso di Francia. A indurlo a trasformare in opera cinematografica il romanzo fu Jean Claude Carrière, il grande sceneggiatore di moltissimi famosi film (fra i quali alcuni celeberrimi di Luis Buñuel: Quell’oscuro oggetto del desiderio, Bella di giorno, Il fantasma della libertà, La via lattea e altri) la cui scrittura ha certamente contribuito alla riuscita di questo lavoro, che presenta molti caratteri della lenta narrazione del cinema iraniano e afghano, insieme a un uso molto francese dell’indagine psicologica, e della rappresentazione stilizzata, quasi teatrale, del conflitto fra  due visioni del mondo.

* Il romanzo, che è stato tradotto col titolo Pietra di pazienza per Einaudi, è, pertanto, disponibile anche nella nostra lingua. Invito i miei lettori a leggere qui le dichiarazioni di Atiq Rahimi, fondamentali per comprendere lo scenario terribile in cui romanzo e film sono maturati.

un’ interessante e chic operazione (Pollo alle prugne)

recensione del film:
POLLO ALLE PRUGNE

Titolo originale
Poulet aux prunes

Regia
Vincent Paronnaud, Marjane Satrapi

Principali interpreti:
Mathieu Amalric, Edouard Baer, Maria de Medeiros, Golshifteh Farahani, Eric Caravaca, Chiara Mastroianni, Isabella Rossellini – 91 min. – Francia, Germania 2011.

Il film racconta la triste storia del grande violinista Nasser Alì, che vive a Teheran insieme alla scorbutica moglie, mai amata, Faranguisse, e ai due bambini nati dal loro matrimonio. In seguito a un violento litigio, Faranguisse gli distrugge lo straordinario violino, indispensabile all’eccellenza delle sue esecuzioni, inducendolo a lasciarsi morire d’inedia. Durante gli otto giorni che precedono la morte, Nasser Alì ricostruisce le tappe importanti della sua vita, dagli studi musicali presso il vecchio maestro che gli affidò in eredità il prezioso violino, all’amore ricambiato per la bellissima Irâne, frustrato dall’opposizione dei genitori di lei, ma perenne fonte di ispirazione della sua arte, e vivo negli anni nonostante la lontananza e le vicissitudini successive. Forse è proprio l’ultimo casuale incontro con lei, che pare averlo dimenticato, a determinare la sua ferma volontà di morire. Il film è dunque il racconto, preceduto da una funzionale introduzione, delle otto giornate di Nasser Alì, che disteso sul proprio letto, è in attesa della fine. Dalla prima all’ultima giornata passano davanti alla sua mente i suoi ricordi dolci e tristi, che spesso si confondono con le proiezioni del futuro immaginato per i suoi figli, cresciuti e invecchiati. Nel film si incrociano perciò molteplici piani temporali, in cui presente, passato e futuro si collocano su scenari diversi, fatti di luoghi reali, ma anche di eleganti sfondi, ritagliati dal cartone disegnato e colorato con raffinatezza. In questi luoghi, veri o di cartone, le vicende rievocate vengono rielaborate trasformandosi in favolosi eventi, la cui lontananza nel tempo è espressa anche attraverso l’assenza di prospettiva spaziale tipica del racconto disegnato. Pollo alle prugne è diretto e sceneggiato da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, gli autori del libro a fumetti che porta lo stesso titolo; i due che avevano portato sullo schermo, pochi anni fa, il delizioso Persepolis. Il progetto viene portato avanti con poetica ispirazione; colpisce la complessità polisemica dell’amore per Irâne, il cui nome evoca la patria perduta dagli esuli che hanno firmato questo lavoro: una storia d’amore da lontano (omaggio in terra di Francia all’antica cultura cortese?), allusiva di una condizione politica senza speranza, gravata dal dolore disperato per l’impossibile riavvicinamento. Mathieu Amalric, attore realisticamente vivo dalla prima all’ultima scena, è bravissimo e convincente nella sua intensissima e dolente interpretazione. Attorno a lui, altri bravi attori, da Isabella Rossellini, ai due piccini che interpretano i figli di Nasser Alì, così come le molte “maschere” dai volti piatti e poco espressivi, perfette per essere fissate in quel contesto affascinante di fumetto colto e molto chic, che è tanta parte del film.

About Elly

Recensione del film.
ABOUT ELLY

Titolo originale:
Darbareye Elly

Regia:
Asghar Farhadi

Principali interpreti:
Golshifteh Farahani, Taraneh Alidousti, Mani Haghighi, Shahab Hosseini, Merila Zarei, Peyman Moadi, Rana Azadivar, Ahmad Mehranfar, Saber Abar, Taraneh Alidoosti, Peyman Moaadi, Saber Abbar – 119 min. – Iran 2009

Nelle prime scene del film, vediamo che un gruppo di amici, coi loro bambini, in piena allegria lasciano la città per trascorrere un lieto week-end al mare. Successivamente, essi sono costretti ad accettare una sistemazione di fortuna per le notti del loro soggiorno. Del gruppo fanno parte anche Ahmad ed Elly: il primo appena tornato dalla Germania, dove ha divorziato; la seconda, giovane maestra d’asilo dei bambini di Sephideh, che ha invitato entrambi nella speranza che dal loro incontro possa nascere una storia d’amore. Come si vede, la situazione di partenza è molto comune e potrebbe svolgersi in qualsiasi paese del mondo. Qui siamo in Iran, paese islamico, governato da integralisti, del quale qualche segnale già si può cogliere: le donne hanno il capo coperto da un velo, non si liberano degli abiti pesanti sulla spiaggia, come fanno mariti e figlioletti, ma nel complesso si gioca, ci si diverte e ci si aiuta nell’organizzare le giornate come tutti si fa in questi casi. Elly, però, ha qualche preoccupazione per la salute della madre e un segreto tormentoso, che conosce solo Sephideh e che la rende inquieta durante il soggiorno, nonostante l’evidente feeling con Ahmad. Improvvisamente, la serenità del gruppo è interrotta da due incidenti, il primo dei quali (che sembrava gravissimo) viene presto risolto, il secondo… forse: Elly è sparita senza lasciare tracce. Poiché Sephideh conosceva il desiderio dell’amica di rientrare a Teheran prima degli altri, e aveva cercato di impedirglielo, viene incolpata di questo fatto e, poiché non intende rivelare il segreto di Elly, viene strapazzata e malmenata dal marito, non più disposto a riconoscerle il ruolo attivo che aveva ricoperto fino ad allora nella gestione familiare. Anche la donna scomparsa, di cui non si conosce quasi nulla, viene additata come persona poco seria nel comportamento e del tutto inaffidabile. Prevalgono, nelle menti degli uomini e anche delle donne, ma non in Sephideh, i vecchi pregiudizi, perché la modernità degli atteggiamenti e dei costumi è più apparente che sostanziale e non regge infatti alla prova di una inattesa e improvvisa novità: a Sephideh, se vuole salvare se stessa e l’unità della sua famiglia, non resta che la dissimulazione, che non è esattamente la menzogna, ma quasi una forma di prudenza, unico strumento di difesa dall’oppressione sociale, così come ci aveva spiegato uno scrittore italiano,Torquato Accetto, nel 1641, nel trattato: “Della dissimulazione onesta” in cui sosteneva appunto la necessità di ricorrere all’arte del dissimulare per difendersi dalla tirannide delle corti e della Inquisizione. Il film pare dunque contenere una rappresentazione metaforica della condizione di doppiezza cui sono costretti a ricorrere gli uomini liberi di quel paese, per poter sopravvivere. Tutto lo svolgersi della vicenda è estremamente vivace e tiene desta l’attenzione perché il ritmo del film regge bene una narrazione fatta anche di colpi di scena inattesi, di improvvise rivelazioni, di tensione. Bravi gli attori, fra cui spicca Golshifteh Farahani bellissima e bravissima Sephideh, ora esule a Parigi, dove ha rivelato che le scene sul mare sono state girate col velo in testa, per ottenere dalle autorità il permesso di poterle girare, ma che nella realtà iraniana, in casi come come quelli rappresentati dal film, il velo non lo mette proprio nessuna donna, a riprova che la tirannide induce all’ipocrisia e, appunto, alla dissimulazione!