In guerra

recensione del film:

IN GUERRA

Titolo originale:

En guerre

Regia:

Stéphane Brizé

Principali interpreti:

Vincent Lindon, Mélanie Rover, Jacques Borderie, David Rey, Olivier LemaireIsabelle Rufin, Bruno Bourthol, Sébastien Vamelle, Valérie Lamond, Guillaume Daret, Jean Grosset, Frédéric Lacomare, Anthony Pitalier, Séverine Charrie – 105 min. – Francia 2018.

Presentato a novembre nelle nostre sale e dalle medesime assai presto uscito, l’ho miracolosamente ripreso al volo e in lingua originale, grazie  alla breve riproposizione del cinema Massimo di Torino (Museo del Cinema).

La vicenda in breve e il film

Nel cuore della Francia di oggi (Nuova Aquitania) più di mille lavoratori della Perrin, fabbrica dell’indotto automobilistico ad alto contenuto tecnologico, sono impegnati a difendere il posto di lavoro, messo in forse dalla direzione dell’azienda che ha sede in Germania, di cui lo stabilimento francese è parte organica. Dalle parole del sindacalista Laurent (Vincent Lindon, magnifico) apprendiamo subito che i motivi dello scontro vanno ricercati nella disdetta padronale dell’accordo, sottoscritto dalle due parti in conflitto due anni prima, quando i lavoratori, pur di difendere la sicurezza del posto di lavoro, avevano rinunciato, per cinque anni a qualsiasi rivendicazione salariale, con un sacrificio non piccolo, che non avrebbe impedito purtroppo alla proprietà tedesca di chiedere la chiusura della sua filiale francese, in crisi di mercato.

Questo bel film è la storia di una vera e propria guerra, vissuta dagli spettatori in presa diretta fin dalla prima scena, nella quale la presenza dei giornalisti e della TV ai colloqui fra i sindacalisti e i dirigenti dell fabbrica assume il valore indicativo della scelta narrativa del regista: la cronaca, che presto penetra, tuttavia, al di là degli aspetti documentari e giornalistici, per parlarci di quegli aspetti che spesso sfuggono alla frettolosa narrazione dei fatti. Se, infatti, al centro del film è lo scontro aspro fra antagonisti classici della storia occidentale degli ultimi due secoli (e anche di una parte della storia del suo cinema), il regista coglie, in tutta la loro durezza, gli elementi di novità che potrebbero rendere insanabile il conflitto, mostrandoci, attraverso i personaggi e le loro parole i caratteri connotativi delle classi in lotta: da una parte l’anarchismo sempre più arrogante, mascherato dal bon ton di facciata e dal bla bla dei luoghi comuni duri a morire, dei neo-liberisti internazionali, riottosi a riconoscere l’urgenza di mediazioni che ne limitino lo strapotere; dall’altra, attraverso le divisioni all’interno del sindacato, l’inesistenza palese di una strategia capace di proporre soluzioni alla nuova sfida della globalizzazione non ricorrendo soltanto alle armi spuntate e subalterne della rivendicazione e degli slogan, inutilmente urlati dall’onesto e generoso Laurent Amédeo. Egli inoltre  evidenzia, attraverso l’imbarazzo balbettante delle autorità politiche, l’inadeguatezza del potere pubblico a farsi portatore di proposte capaci di sbloccare situazioni apparentemente senza uscita, restituendo ai più deboli qualche speranza e qualche ragione per vivere.

Stephan Brizé  affronta, dunque,  ancora il tema del lavoro e della sua precarietà nel mondo globalizzato, dopo aver fatto uscire qualche anno fa La legge del mercato (2015), con lo stesso attore di allora, Vincent Lindon, senza indugiare (lodevolmente) questa volta, però, sugli aspetti privati e patetici della vita del protagonista. Ci offre, in tal modo, con questo durissimo e tragico film, numerose occasioni di riflessioni sul nostro presente e sul futuro probabilmente non roseo che attende le prossime generazioni.

Da vedere e meditare!

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Marsiglia e i Marsigliesi (La ville est tranquille)

recensione del film:
LA VILLE EST TRANQUILLE

Regia:
Robert Guédiguian

Principali interpreti:
Ariane Ascaride, Pierre Banderet, Jean-Pierre Darroussin, Jacques Boudet, Alexandre Ogou – 132 min. – Francia 2000.

Film assai disuguale del regista franco – armeno Robert Guédiguian, l’autore del recente Le nevi del Kilimangiaro.
L’opera, che è del 2000, ha avuto una scarsa distribuzione nel nostro paese e sarebbe passata inosservata se non fosse stata messa in vendita, in DVD, qualche tempo dopo, insieme a un quotidiano, il che ne ha permesso una più ampia diffusione. Il film contiene una serrata ed esplicita critica del liberismo degli anni 80, che, indicando nell’iniziativa individuale il modo per risolvere i problemi delle società avanzate del mondo occidentale, ha in realtà disgregato quel tessuto solidaristico che nel nostro mondo si era affermato dal dopoguerra e aveva conosciuto il massimo della sua espansione nel corso degli anni ’70. L’incapacità di elaborare prontamente risposte alternative a quelle liberistiche fu all’origine della crisi progressiva delle organizzazioni sindacali e dei partiti della sinistra in tutta l’Europa, e della conseguente solitudine di tutti coloro che dovettero affrontare da soli problemi enormi di cui si era in passato ignorata la complessità: la disoccupazione di massa, conseguenza della concorrenza internazionale, le difficoltà create dallo spostamento di migliaia di persone da altri continenti, la diffusione della droga fra i giovani, spia del malessere delle nuove generazioni. Il film in questione trasferisce questi problemi così grandi nelle piccole storie individuali di alcune persone che vivono a Marsiglia, la metropoli portuale del sud della Francia, le cui vicende vengono intrecciate dal regista con sapienza narrativa e con forte empatia, ma senza patetismi, in un film durissimo, che sembra quasi raccontato da Ken Loach. La città è tranquilla, ci dice il titolo; giustamente, però, uno dei personaggi del film, Abderamane, un nero che ha conosciuto la prigione per piccoli furti, fa notare alla donna che ama, Viviane, e che l’ha educato in prigione, insegnandogli il gusto per la musica, che vista da alcuni punti alti dei quartieri “per bene” della città, Marsiglia non solo è tranquillissima e pacifica, ma è bellissima. Bisogna assumere altri punti di vista per capire che cosa non va, quali sono i tormenti e le contraddizioni in cui si dibattono tanti cittadini, anch’essi presenti nel film: dal crumiro Paul, che ha abbandonato i suoi compagni di lotta e ha acquistato un taxi, caricandosi di debiti che non è in grado di affrontare, a Michèle (stupenda Ariane Ascaride), venditrice di pesce che invano cerca di combattere l’assuefazione alla droga della figlia, ai genitori di Paul, ancor giovani, ma vecchi dentro, avendo dovuto anticipare la pensione, per la crisi del porto, a Gerard, deluso dopo tante speranze , che porrà tragicamente fine ai suoi giorni.
Il film quindi ci fa entrare nel mondo degli sconfitti, di chi non ha potuto farcela, senza colpa, trovandosi di fronte alle esigenze capricciose di una società in cui le differenze fra ricchi e poveri stanno trasformandosi in barriere che separano mondi incomunicabili. Il guaio è che non sempre i “vinti” di Guédiguian hanno coscienza della loro progressiva emarginazione, perché molti si rifugiano nella idea folle e autoconsolatoria di appartenere, in ogni caso, al mondo privilegiato dei bianchi, dei francofoni, che non intende mischiarsi ai diseredati dell’emigrazione, il che non fa che allontanarli, sempre di più da ogni forma di solidarietà, che pure è imprescindibile per risolvere i loro difficili problemi. Il film, che contiene spunti numerosi che confluiranno nel più recente Le nevi del Kilimangiaro, merita di essere visto, nonostante l’evidente arrancare di un finale un po’ melodrammatico.