Napoli, l’Italia (Le cose belle)

Schermata 07-2456853 alle 15.17.43recensione del film:

LE COSE BELLE
Documentario

Regia:

Agostino Ferrente, Giovanni Piperno

– 88 min. – Italia 2013.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno sono due documentaristi italiani che hanno al loro attivo alcune opere condotte singolarmente: L’orchestra di piazza Vittorio (Ferrente); Il pezzo mancante (Piperno). Hanno diretto insieme, invece, per conto di RAITRE, a Napoli nell’anno 2000, Intervista a mia madre, di cui questo bel documentario costituisce in qualche misura il seguito.
Quando i due registi avevano costruito quel loro primo lavoro, si erano serviti delle storie di quattro ragazzi giovanissimi: Fabio, Enzo, Adele e Silvana, abitanti delle periferie partenopee, pieni di sogni e di speranze per il futuro. Non poteva che essere così: erano tutti molto giovani; avevano tutta la vita da vivere e abitavano in una città, che, per quanto fosse degradata, era in piena fioritura di restauri e di opere. Napoli era, infatti, quella del sindaco Bassolino e stava attraversando il magico momento del “rinascimento napoletano”, ciò che alimentava grande fiducia nel domani e nelle prospettive che sembravano dischiudere, finalmente, anche per questa città e per i suoi abitanti, orizzonti europei. La realtà partenopea non era ancora quella della spazzatura nelle strade, né quella dei fuochi, della diossina che avrebbe inquinato l’aria, dei veleni che sarebbero penetrati nell’acqua e nella terra; né l’illegalità, pur endemicamente presente da sempre, aveva assunto le proporzioni devastanti che oggi conosciamo.
Ferrente e Piperno, tornando dopo più di dieci anni a Napoli e riprendendo i loro contatti di allora, cercano di capire com’è andata per i quattro giovanissimi di un tempo, che nel frattempo sono cresciuti e diventati adulti.
Le cose belle, augurate dai due registi ai ragazzi al momento del commiato, ma anche vagheggiate e apparentemente sul punto di realizzarsi, si stanno ora amaramente confrontando con la situazione dell’oggi, con la fine delle illusioni e con l’accentuarsi della marginalità che per i protagonisti non è ancora diventata così disperata come si potrebbe temere, ma è comunque dolorosissima ed è accompagnata dal timore che diventi una malattia cronica.

Il film, che è altamente consigliabile, è uscito nelle nostre sale solo ora, anche se è stato concluso un anno fa: sembra quasi clandestinamente condannato, come i suoi protagonisti, all’irrilevanza. Se potete, però, andate a vederlo, perché, in fondo, quella infelice città e quei giovani sventurati cercano di sopravvivere come accade a molti loro coetanei anche nel resto d’Italia: speriamo che se la cavino!

che delusione (Il pezzo mancante)

recensione del film – documentario:
IL PEZZO MANCANTE

Regia:
Giovanni Piperno

Durata: – 81 minuti – Italia – 2010

Il film ci informa che sono più di trecento i discendenti della coppia che, alla fine dell’800, ha dato origine alla famiglia Agnelli che tutti oggi conosciamo. Ogni torinese, probabilmente, ricorda di aver incontrato, almeno una volta nella vita, qualche componente della dinastia: lungo le vie della città, in qualche negozio, o a scuola (il film non lo dice, ma è stata una consuetudine degli Agnelli l’iscrizione dei figli alla scuola pubblica), alla partita o al ristorante. Ogni torinese, inoltre, ha provato, nei confronti di questa famiglia, un complesso sentimento, fatto di ammirazione, di fastidio, talvolta di avversione, ma talvolta anche di pietà, perché alle fortune economiche di questi imprenditori troppo spesso si sono affiancate sciagure e lutti dolorosi. Naturalmente, per i torinesi, come per tutti, gli Agnelli sono soprattutto i padroni della Fiat, che, insieme alle fabbriche dell’indotto, ha avviato alla produzione industriale migliaia di italiani, per molti dei quali è stata occasione di lavoro e di riscatto sociale. A Torino, comunque, La Fiat e gli Agnelli sono anche sinonimi di pensiero unico, del pesante dominio di una visione (gravida di conseguenze), per la cui realizzazione le amministrazioni pubbliche si sono mobilitate, coinvolgendo tutti i cittadini nei sacrifici necessari a evitare che, dal dopoguerra agli anni ’70, la massiccia immigrazione degli abitanti del Sud del nostro paese assumesse connotati di tragedia. Al di là del disagio, comunque la città è cresciuta, si è aperta alle novità e ha saputo costruire un modello di integrazione e di convivenza molto positivo. Solo con la crisi della Fiat, però, Torino ha potuto dotarsi di una metropolitana, perché all’automobile quasi soltanto era stato affidato in quegli anni lo sviluppo dei trasporti, con immaginabili conseguenze per il traffico e per la salute, minacciata dall’inquinamento e dalle polveri sottili più di ogni altra città italiana. Anche il volto di Torino è stato sfigurato e stravolto dallo sviluppo impetuoso e caotico, per il quale non era stata progettata: solo ora la città può nuovamente mostrarsi come la bella città che è, ricca di storia, di cultura, di umanità e non solo di Fiat. Gli argomenti per una docu-fiction, dunque, non mancavano: tutti molto intriganti e meritevoli di approfondimento. Il regista ha preferito trattare, invece, soprattutto il tema del “pezzo mancante”, cioè la vicenda di quei rampolli della dinastia, che, privi dell’interesse necessario per dedicarsi agli affari di famiglia hanno vissuto un po’ ai margini, coltivando hobby, studi ed attività creative, quali la scrittura, la poesia, il filosofare in solitudine, nella più totale e disperata infelicità, con esiti molto tragici. Giovanni Piperno, anche affrontando il lato oscuro, la vena di “follia” che ha attraversato gli Agnelli, avrebbe avuto materia per un film di grande interesse. Purtroppo, però, così non è stato: la saga, degna dei Buddenbroock, è diventata un’inchiesta un po’ pettegola, un collage di vecchie interviste di Minoli, di più recenti interviste a personaggi dai nomi insoliti e cognomi chilometrici, di animazioni divertenti e carine, ma nulla di più: un po’ poco! Alla fine del film, dopo che erano già passati i titoli di coda, è comparso l’invito a non abbandonare la sala, e a continuare la visione per soli 10 minuti (era per i torinesi o per tutti gli spettatori?) durante i quali, l’ex sindaco Diego Novelli, (non molto visibile) ha detto alcune cose interessanti della città e dei suoi mutamenti. Il film dura perciò 81 minuti, non i 71 che vengono annunciati sui giornali e sui siti web. L’immagine di Novelli, che pure è stato il primo sindaco a concepire lo sviluppo cittadino non solo in funzione della Fiat, non aggiunge molto a un film assai deludente.