La truffa del secolo

recensione del film:
LA TRUFFA DEL SECOLO

Titolo originale:
Carbone

Regia:
Olivier Marchal

Principali interpreti:
Benoît Magimel, Gringe, Idir Chender, Laura Smet, Michaël Youn, Patrick Catalifo, Gérard Depardieu, Moussa Maaskri, Fred Épaud, Jean-Philippe Mancini, Naomie Winograd, Carole Brana – 104 min. – Francia 2017

Per questo film, che è un dignitosissimo film di genere, ispirato a una truffa realmente consumata (e accuratamente “silenziata”), ai danni dello stato francese e dell’Europa comunitaria nei primi anni di questo secolo, mi limiterò a una breve presentazione, invitando gli interessati a vederlo.
Antoine Roca (Benoît Magimel) era stato costretto a chiedere il fallimento della propria azienda, con gravissime conseguenze per la sua pace familiare, giacché il ricchissimo suocero, Aron Goldstein (Gérard Depardieu), che l’aveva sempre odiato, avvalendosi del proprio autorevole carisma, chiedeva, ora, alla figlia, di abbandonare “quel buono a nulla” e di sottrargli la possibilità di occuparsi dell’amatissimo figlioletto. Le conseguenza di questa situazione costituiscono la parte centrale del film: l’adesione di Antoine a un progetto finanziario allettante, sicuramente truffaldino, ma in qualche misura “legittimato” dalla pessima scrittura di una legge comunitaria, recepita dallo stato francese; l’inevitabile collusione con la piccola e grande malavita locale, la sua tragica conclusione.

Gli sviluppi dell’intera vicenda, con sorpresa finale, sono raccontati con ritmo serrato e sottolineati da un accompagnamento musicale molto scorsesiano,  così come è riconducibile a molto cinema di Martin Scorsese l’indagine sulle dinamiche familiari che costituiscono il motore, non solo lo sfondo, della storia. Grandi interpreti fra i quali si distingue per la perfezione, oltre che per la mole imponente, il sempre magnifico  Gérard Depardieu.

L’amore secondo Isabelle

recensione del film:
L’AMORE SECONDO ISABELLA

regia:
Claire Denis

Titolo originale
Un beau soleil intérieur

Principali interpreti:
Juliette Binoche, Xavier Beauvois, Philippe Katerine, Josiane Balasko, Sandrine Dumas, Nicolas Duvauchelle, Alex Descas, Laurent Grévill, Bruno Podalydès, Paul Blain, Valeria Bruni Tedeschi, Gérard Depardieu, Claire Tran – 94 min. – Francia 2017.

l’angoisse d’amour: elle est la crainte d’un deuil qui a déjà eu lieu, dès l’origine de l’amour, dès le moment où j’ai été ravi. Faudrait que quelqu’un puisse me dire : « Ne soyez plus angoissé, vous l’avez déjà perdu(e) »
(Roland Barthes – Fragments d’un discours amoureux – Agony – Edition du Seuil – Paris 1977 -pag. 38)

Come far durare l’amore, quello vero, nella sua più pura essenza è ciò che si chiede tormentosamente Isabelle (Juliette Binoche), bella donna di mezza età, nonché madre di una bambina di dieci anni (al momento del film, custodita dal suo ex marito). Pittrice affermata, Isabelle si realizza solo in parte nel suo lavoro creativo, che pure è proiezione di sé: frequenta l’ambiente dei critici e delle mostre, si muove tra intellettuali che l’ammirano e la corteggiano, ma di loro non sopporta lo snobismo supponente, lontanissimo dalla sua istintiva sensualità. Alla sua non verdissima età, mostra senza falsi pudori il proprio corpo ancora desiderabile con innocente carnalità: generose le sue scollature e ridottissime le sue minigonne; le piace danzare (anche da sola); le piace il buon cibo e, naturalmente, le piace l’amore. È in attesa di incontrare l’uomo che le si conceda senza riserve, senza retro-pensieri, capace di abbandonarsi con dolce smemoratezza, come lei. La sua vita amorosa, come comprendiamo già all’inizio del film, è un disastro, perché la passione e il desiderio si trasformano presto in un crudele gioco di potere ai suoi danni. Dal banchiere attempato (Xavier Beauvois), al giovane attore (Nicolas Duvauchelle), all’ex marito (Laurent Grévill), a Marc (Alex Descas), tutti si difendono da lei e dall’amore: hanno moglie, non vogliono soffrire, si negano, devono partire, non la coinvolgono nei loro progetti, si pentono di ciò che è stato… L’ attesa delle decisioni che non arrivano è una condizione di angoscia continua per lei, aggravata dalla percezione della propria solitudine senza scampo: se un incontro “giusto” sembra prospettarsi, ci penseranno i suoi amici intellettuali a metterla in guardia, a instillarle dubbi, a provocare la crisi. Si affiderà, infine, a un veggente (Gérard Depardieu), in un finale aperto di sorprendente ambiguità; ambivalenza e ambiguità connotano, del resto, l’intero film, oltre a tutti i suoi personaggi.
La regista, infatti, sembra aver costruito la sua ultima pellicola sul dicotomico oscillare fra la gioia e il dolore nel sentimento amoroso, contraddittorio in sé, nodo aggrovigliato di pulsioni ed emozioni, tanto ineffabile da rendere impossibile ogni comunicazione verbale. In uno dei film più parlati della Dénis, le parole degli amanti mostrano non solo la loro inadeguatezza, ma la loro equivoca interpretabilità, quando non la brutalità di un linguaggio adatto solo a definire il possesso, il ricatto e il denaro. La frammentarietà del film ne è un riflesso, ed è frutto di un montaggio volutamente spezzato, che presenta brandelli di storie nel loro farsi, o nel loro prevedibile concludersi, finché, nell’ultima e lunga scena, del tutto inaspettatamente, compare nei panni di un mago un po’ cialtrone e un po’ turbato un inedito e grande Depardieu.
Ispirato dichiaratamente ai Frammenti di un discorso amoroso di Roland Barthes, lettura amatissima dalla regista, capace di coinvolgerla fino alle lacrime*, Claire Dénis ha sceneggiato questo film insieme a Christine Angot, scrittrice di alcuni romanzi di contrastato successo e anche con l’attiva collaborazione di Juliette Binoche. Un lavoro a sei mani, la cui riuscita a me, ma non a tutti, è sembrata poco discutibile. Un film non facile, ma da vedere.

* (“c’est un livre […] qu’en le lisant je pleurais […] je comprenais exactement ce qui c’est l’agonie amoureuse […] ce n’est pas quelque chose dont on meurt, c’est un goût de son corp, de son âme…)
Intervista concessa a Jean Sébastien Chauvin e a Jean Philippe Tessé a Parigi il 29 giugno 2017 e pubblicata sul numero 736 dei Cahiers du Cinéma del settembre 2017 (pagg. 34-36).

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Chi è interessato può trovare QUI fra i documenti di questo blog un frammento dello spettacolo ispirato a Roland Barthes, dal titolo: “Nodi di un discorso amoroso” – scritto e recitato da Massimo Zordan e Marcello Verona, messo in scena dal Teatro dell’Elefante, Cagliari, 25 Aprile 2008 –

Saint Amour

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recensione del film:
SAINT AMOUR

Regia:
Benoît Delépine, Gustave Kervern

Principali interpreti:
Gérard Depardieu, Benoît Poelvoorde, Vincent Lacoste, Céline Sallette, Gustave Kervern, Andrea Ferreol, Chiara Mastroianni, Izia Higelin, Ana Girardot, Michel Houellebecq – 101 min. – Francia, Belgio 2016

Il padre è Jean (Gérard Depardieu); il figlio è Bruno (Benoît Poelvoorde); il taxista è Mike (Vincent Lacoste): sono i tre protagonisti di questo film che ci porta in giro per la Francia nelle terre del vino, dalla Borgogna a Bordeaux, ricordandoci, sia pure molto da lontano, Sideways (2004) di Alexander Payne. I rapporti fra il padre, che è un agiato allevatore di tori, e il figlio, che lavora nella sua azienda, sono difficili, poiché Bruno, con la contrarietà del padre, non vorrebbe continuare quell’attività e, ora che è in vacanza, vorrebbe passare una settimana fra libagioni e donne, con le quali non riesce però a stabilire un rapporto decente: pieno di complessi e privo di autonomia, sembra non essersi mai liberato dell’ingombrante (in tutti i sensi) presenza del padre, che è invece sicuro di sé e realizzato. Jean, però, nonostante l’aspetto “autorevole” è a sua volta un uomo fragile, che trova la sua sicurezza solo comunicando i propri problemi, attraverso il cellulare, alla moglie defunta, fingendo di continuare un impossibile dialogo affettuoso con lei. Mike, il taxista, sembra essere dei tre l’unico personaggio davvero contento di stare al mondo: è, infatti, un giovane belloccio, che racconta di essere felicemente sposato con una donna di cui ha conquistato il cuore, ciò che gli permette di dispensare i propri consigli a Bruno, affinché, imparando dal suo esempio, smetta di affliggersi e trovi finalmente l’amore che desidera. In realtà, le sue frequenti deviazioni dalla strada principale ce lo mostrano alle prese con ragazze che di lui conservano un pessimo ricordo tanto che, non appena lo riconoscono, lo aggrediscono senza troppi complimenti.
La verità che ciascuno di loro cela accuratamente diventerà chiara dopo che Venus (Céline Sallette) una bella donna-amazzone, quasi una divinità boschereccia, li ospiterà nel proprio agriturismo riuscendo a ottenere da ciascuno di loro la piena confessione delle rispettive debolezze, nonché la piena realizzazione del desiderio che più profondamente la tormenta. Nel film si susseguono, pertanto, situazioni spiazzanti e sorprendenti, che movimentandolo dovrebbero tenere desta la nostra attenzione. Non accade sempre, però, perché alle sorprese gli spettatori fanno presto l’abitudine e di solito le prevedono agevolmente.

Una doppia regia, già sperimentata e collaudata in alcuni film precedenti e anche una produzione multinazionale per un road movie demenzial-popolare che, personalmente, ho trovato qualche volta gradevole, ma più spesso noioso. Il finale, poi, mi è parso una specie di mega-spot del Fertility day. Si può vedere, ma non è fondamentale! Ottimi (ma c’è bisogno di dirlo?) Gérard Depardieu e Benoît Poelvoorde

Novecento 2

Schermata 08-2456876 alle 23.53.56recensione del film:
NOVECENTO
(ancora sull’Atto primo – Atto secondo)

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti del secondo atto:
Alida Valli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Gerard Depardieu, Laura Betti, Pietro Longari Ponzoni, Robert De Niro, Werner Bruhns

Schermata 08-2456873 alle 08.57.38Alfredo aveva conosciuto Ada a Parma, nella casa dello zio Ottavio, dov’era approdato dopo l’avventura del mattino, invero poco onorevole, quando, insieme al suo amico Olmo,  si era imbattuto in una giovane prostituta epilettica. Olmo ne era tornato molto turbato: Anita, con po’ di ceffoni, lo aveva liberato dal senso di colpa. Alfredo invece, a casa dello zio, aveva incontrato lei, la bellissima Ada. Al primo impatto, in verità, non aveva potuto vederla molto bene, perché il suo viso era celato da una massa di capelli bagnati che stava cercando di asciugare. Poi, liberando la fronte, la donna aveva scoperto i suoi bellissimi occhi e acceso un sigaro, cosa assai singolare, allora, soprattutto per uno come lui, cresciuto e allevato in campagna. Ada si rivelava, poco dopo, intenditrice d’arte e di cultura, nonché capace di guidare l’auto, altra cosa rara per l’epoca, e di scrivere poesie secondo la moda futurista. Affascinante nei modi, elegante, spregiudicata e apparentemente sicura di sé, nutrita di buone letture, lasciava trasparire un’ottima educazione e una intelligente curiosità per le esperienze più diverse; aborriva la volgarità dei fascisti e la loro violenza che rifiutava di vedere, ragione per la quale talvolta si fingeva cieca. Alfredo ne era rimasto incantato: sarà lei a riportarlo a casa sull’auto dello zio. Lungo il percorso la sua particolare “cecità” si era manifestata, quando, durante il sorpasso di un convoglio di squadristi, aveva messo a rischio la propria vita e quella di lui. Saranno insieme, con Olmo e Anita, al ballo che precede l’incendio della casa del popolo.

Nella scena dell’incontro è compendiato, mirabilmente, il ritratto di Ada, connotata, nel corso di tutto il film, dall’inafferrabilità, splendidamente espressa da quei capelli che la nascondono. E’ davvero un personaggio singolare e sfuggente, come aveva avvertito subito, del resto, lo stesso Alfredo, continuamente spiazzato dal suo comportamento. Diversamente da altri, Ada era capace di astrarsi dal presente per non vedere gli orrori e le brutture che le stavano intorno, volgendo altrove, più in alto, forse, quegli occhi magnifici e limpidi, che forse cercavano aria pulita, al di sopra delle soffocanti nebbie della “Bassa”. Nei suoi pensieri inquieti, sognava di spostarsi con Alfredo verso lidi che sperava, invano, finalmente lontani dalle camicie nere: per questo insieme a lui aveva raggiunto Capri, dove zio Ottavio si stava dilettando con la fotografia artistica (ritraendo divinità boscherecce, ovvero ignudi giovanotti in posa sugli alti faraglioni). Talvolta si assentava dal presente anche attraverso viaggi “altri”, nei paradisi artificiali della cocaina, che lo stesso Ottavio si procurava su quell’isola*. L’Aventino dorato dei due innamorati a Capri, però, non sarebbe durato a lungo: un telegramma aveva avvisato lui della morte improvvisa del padre. Alla morte di Giovanni, il matrimonio di Ada e Alfredo, poco opportunamente annunciato e quasi subito celebrato, aveva acceso la speranza che nella proprietà dei Berlinghieri qualcosa sarebbe cambiato nei rapporti con i contadini. Olmo e anche Ada, a più riprese, avevano inutilmente chiesto ad Alfredo l’allontanamento di Attila, ormai convinto e spietato squadrista, a cui il giovane padrone non aveva voluto togliere la conduzione dei poderi e della casa, neppure quando, in sua presenza, Attila, che aveva appena violentato e ucciso il piccolo Patrizio Vanzini, con la complicità perversa di Regina, la sua diabolica amante, aveva cercato di massacrare di botte Olmo, accusandolo del delitto. Il fatto è che Alfredo, anche se non aveva mai amato i fascisti, aveva bisogno dei loro servigi, come tutti gli altri padroni della zona (e anche come molti industriali del nord): gli mancava la voglia, e la capacità di occuparsi direttamente delle proprietà; era diverso dal nonno che non aveva temuto di condividere con i suoi stallieri e con i contadini “sterco e sudore” e qualche buona bottiglia, talvolta. Era un “rentier”, che avrebbe preferito occuparsi d’altro, ritenendo che poche e salutari mortificazioni sarebbero state sufficienti a ristabilire le giuste distanze fra lui (era o no il padrone?) e il suo “cane da guardia”, così come Attila si lasciava definire dalla stessa Regina. Le umiliazioni, però, non facevano altro che accrescere la rabbia impotente e invidiosa del suo fattore, nonché i propositi di vendetta, anche da parte di Regina. Ora si stava sgretolando il matrimonio con Ada, che era nato troppo in fretta e male: i festeggiamenti erano stati turbati da alcuni sinistri presagi. In primo luogo Alfredo aveva notato con dispiacere l’assenza di Olmo, (Anita era morta da qualche tempo, durante il parto della loro bambina, che si sarebbe chiamata come lei): probabilmente l’amico aveva preferito andarsene per i fatti suoi, piuttosto di accettare l’umiliazione di festeggiare le nozze nella stanza dei servi. Non si era visto neppure lo zio Ottavio, che era arrivato in ritardo, ma con un un regalo speciale per la sposa: lo splendido cavallo bianco (dal nome evocativo: Cocaina), che le avrebbe consentito di allontanarsi subito, ancora coll’abito nuziale, pur di non vedere il dilagare sguaiato delle camicie nere nella bella casa, tollerato da tutti gli invitati, mentre in quello stesso giorno Attila e Regina avrebbero orribilmente stuprato e successivamente massacrato il piccolo Patrizio. Il rientro di Olmo e di Ada sul suo bel cavallo e il ritrovamento del corpo straziato del piccino, seguito dal tentativo non riuscito di  massacrare il sovversivo Olmo Dalcò, avevano chiuso una giornata da dimenticare. Ada, però, non dimenticava né l’immobilità del marito di fronte ai soprusi e alle ingiustizie di Attila, né l’ostilità aperta di Regina; aveva cercato di far qualcosa di utile, insegnando alla bambina di Olmo a leggere e a scrivere, ma questo suo impegno non era stato apprezzato né da Olmo, né da Alfredo, che di Olmo stava diventando geloso. Avrebbe allora cominciato un altro viaggio, un doloroso percorso di abbrutimento, attraverso il vino, negato nella sua casa (era Regina a custodire le chiavi della dispensa), ma ottenuto nelle osterie più sordide, dove in una memorabile e nevosa notte di Natale Alfredo era riuscito a scovarla. La scoperta, al loro ritorno, di un nuovo delitto (ancora Attila!) aveva fatto maturare in lei la decisione di troncare ogni rapporto col marito, dapprima rinchiudendosi in camera sua e successivamente abbandonando per sempre la casa e facendo perdere definitivamente le proprie tracce. Si era forse congiunta ai movimenti di resistenza che clandestinamente si stavano organizzando sull’Appennino?
Alla fine del film, cioè nel racconto del 25 aprile che, circolarmente, ci riporta al suo inizio, potrebbero indurci a crederlo alcune affermazioni di Olmo, che a quella lotta clandestina aveva partecipato ed era tornato “bello di fama e di sventura”, come l’Ulisse foscoliano. E’ certo, però, che ancora una volta la donna aveva spiazzato tutti, confermando la sua sfuggente inafferrabilità, così come la sua limpida e ferma ripulsa di ogni violenza. Torna ancora in mente quel suo sguardo alla ricerca di un mondo pulito, rispecchiandosi nel quale, il regista sembra, in conclusione, esprimere il suo giudizio su tutti i suoi personaggi.

Si è spesso rimproverato a Bertolucci una sorta di faziosità manichea, che lo avrebbe spinto a fare un film in cui tutti i buoni sono dalla parte degli antifascisti e tutti i cattivi sono dall’altra, come dimostrerebbe proprio la figura di Attila, vero genio del male. Non riesco a leggere il film in questo modo: tutte le figure rilevanti di questo film, andrebbero considerate per ciò che rappresentano emblematicamente: Olmo, tenacemente legato ai valori dei Dalcò, è ingenuo e un po’schematico nel modo di pensare e nel comportamento, incarna un modo di far politica senza molte mediazioni culturali: è un eroe coraggioso, che può suscitare simpatia, ma col quale è difficile identificarsi; Alfredo è un antifascista più complesso e tormentato, ma non è sufficientemente coraggioso per rompere decisamente con gli altri agrari impegnati a oltranza nella difesa della “roba” e, in ogni caso, è incapace di elaborare una proposta politica in grado di coinvolgere gli altri proprietari in una forma di opposizione liberale. Attila non è il cattivo per antonomasia, né lo è in quanto fascista: è un uomo mediocre, senza qualità, vile e invidioso; non è il male incarnato (che lo renderebbe un personaggio tragico), ma è piuttosto l’incarnazione della banalità del male, favorito dalla degenerazione dello stato, che rinunciava al suo compito istituzionale di far rispettare le leggi, uguali per tutti i suoi cittadini.

Schermata 08-2456875 alle 23.44.16In tutto il film, però, il vero protagonista è il “quarto stato”, esplicitamente evocato nei titoli di testa e di coda, sovrapposti al celebre dipinto di Pelizza da Volpedo e identificato qui con l’intero popolo della Bassa, che con la sua umanità e anche con la sua memoria fatta di canti, di danze, di espressioni dialettali, ma soprattutto di storie direttamente vissute o sentite raccontare, permette al regista la realizzazione di questo grande affresco corale, la ricostruzione di un’epoca, che è un pezzo fondamentale della nostra storia. E’ quasi un invito a ricordare, che si dispiega per tutta la durata della pellicola, stupefacente per la quantità di emozioni che ancora suscita, dopo tanti decenni. Mi sembra questa l’eredità duratura del film, che al di là delle singole scene, più o meno riuscite, ci dà, attraverso una serie di quadri potentissimi, un’indimenticabile rappresentazione di come eravamo.

E’ un film di parte? Lo è, ma questo è un pregio, non un limite: Bertolucci non aveva voluto affatto mettersi al centro di “opposti estremismi”, aveva voluto, invece, chiarire da quale parte ci si era dovuti schierare per opporsi all’arroganza e all’ingiustizia dei potenti, nelle zone emiliane, come dappertutto! Di questo, credo, tutti dovremmo prendere coscienza. Grazie allora a questo nostro grande regista per lo splendore lirico della prima parte, per i cupi drammi della seconda, per i personaggi indimenticabili che ancora vivono, amano e soffrono davanti ai nostri occhi, per gli attori straordinari (popolari e professionisti) che hanno dato se stessi, per le musiche meravigliose che accompagnano le scene, per la splendida fotografia di Vittorio Storaro, e grazie anche al mirabile restauro che ci restituisce il film in tutta la sua suggestione.
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* la sniffata e la successiva danza hanno probabilmente ispirato la scena famosa dell’overdose di Uma Thurman in Pulp Fiction di Tarantino, che ha citato sicuramente questo film anche nelle Jene: il taglio dell’orecchio dell’atto 1

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Le immagini del soggiorno a Capri di Ada e Alfredo, cioè l’inizio dell’atto 2, sono attualmente visibili su Youtube. Potete raggiungerle attraverso questo documento direttamente dal blog.

Novecento

Schermata 07-2456864 alle 21.22.18recensione del film:
NOVECENTO
(Atto primo)

regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Gerard Depardieu, Robert de Niro, Burt Lancaster, Romolo Valli, Dominique Sanda, Stefania Sandrelli, Alida Valli, Francesca Bertini, Laura Betti, Donald Sutherland, Sterling Hayden, Roberto Maccanti, Paolo Pavesi, Pietro Longari Ponzoni, Werner Bruhns – 318 minuti Italia, Francia 1976

Bernardo Bertolucci, evocando in una lunga intervista il tempo in cui venne girato questo bellissimo film, ricostruisce il clima politico e culturale della fine degli anni ’70, quando, dopo il grande successo internazionale del suo precedente L’ultimo tango a Parigi, gli si aprirono le porte degli Stati Uniti. Lì, il regista ottenne, infatti, cospicui finanziamenti a scatola chiusa, che gli permisero di creare questa nuova opera nel modo e col tempo che gli parvero necessari, avvalendosi, oltre che di un numero enorme di personaggi popolari, anche di un cast molto prestigioso e blasonato (i nomi più famosi all’epoca erano quelli di Burt Lancaster, Alida Valli, Francesca Bertini, cui si aggiungevano lo straordinario Sterling Hayden, nonché i giovani e bellissimi Gerard Depardieu e Robert De Niro, il quale aveva al suo attivo, comunque, già alcuni film di tutto rispetto, fra i quali la seconda parte del Padrino di Coppola). Questa illimitata apertura di credito non impedì tuttavia che, all’uscita del film, proprio dal produttore americano arrivassero al regista i primi violenti attacchi: troppo lunga la proiezione di più di cinque ore per il pubblico americano; troppo ideologico l’insieme; troppe bandiere rosse nel film. Eravamo nel 1976, in piena guerra fredda!
Schermata 08-2456876 alle 23.31.00In Italia, invece, dove si decise di dividere il film in due parti che furono proiettate separatamente, il film ebbe un sicuro successo di pubblico, ma anche alcuni problemi giudiziari che, dopo le vicissitudini incredibili del suo film precedente, sembravano essere diventati inseparabili da Bertolucci. L’assoluzione piena non gli alleviò l’amarezza per la gelida accoglienza da parte della sinistra del tempo, di quel PCI cui il giovane regista avrebbe voluto dedicare quest’ultima sua fatica: erano i tempi del compromesso storico berlingueriano e dei timori che il richiamo identitario al popolo della sinistra avrebbe potuto nuocere a quella strategia. Quasi una ennesima dimostrazione della perenne inattualità degli artisti!

Il film inizia con la rappresentazione della “festa d’aprile” nella campagna emiliana presso Parma (l’ambiente in cui si svolgono le vicende raccontate). E’ il 25 aprile 1945, il giorno della Liberazione dell’Italia dal dominio nazifascita: dalle fattorie e dai poderi accorrono numerosi i contadini, mentre, ancora armati e violenti, gli uomini più compromessi col fascismo di Salò cercano scampo alla loro ira, alcuni ancora sparando e uccidendo. Il festoso e drammatico racconto del ritorno alla vita democratica costituisce la premessa dell’intero film, indispensabile per ricostruire i primi decenni del ‘900, così come erano stati vissuti in quelle campagne sia dai proprietari della famiglia Berlinghieri, il vecchio Alfredo (Burt Lancaster) e suo figlio Giovanni (Romolo Valli), sia dai numerosi lavoratori agricoli, che alle loro dipendenze sopportavano condizioni di pesante sfruttamento, sorretti dalla fierezza dell’appartenenza di classe, che condividevano col vecchio Leo Dalcò (Sterling Hayden), patriarca amato e rispettato da tutti

La morte di Verdi, avvenuta nel gennaio del 1901, aveva chiuso definitivamente, in ogni senso, il secolo XIX. La notizia si era sparsa velocemente nelle campagne, urlata dal deforme “Rigoletto” paesano, ed era stata immediatamente seguita, nella narrazione del film, dagli auspici beneauguranti di due nascite: stavano per vedere la luce, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, Olmo (Roberto Maccanti / Gerard Depardieu), l’ultimo nipote di Leo, e Alfredo (Paolo Pavesi / Robert de Niro), l’erede atteso dei Berlinghieri. Dopo essersi soffermato sulle litigate fra i due bambini, così diversi per collocazione sociale, il regista si appresta a tratteggiare, con grande finezza analitica, il complesso rapporto di amicizia e di ostilità che li connota e che costituisce, forse, il tema centrale di tutto il film, quello attraverso il quale egli filtra gli eventi storici straordinari del primo ventennio del ‘900.
Educato con la severità autoritaria comune alle famiglie patriarcali, vestito sempre come un piccolo lord, col suo collettino inamidato, il piccolo Alfredo prova ammirazione e anche un po’ d’invidia per la libertà anarchica di Olmo, sempre libero di sporcarsi, di non avere paura dei disagi della vita naturale, di agguantare le rane per infilarle crudelmente nel proprio cappellaccio, di entrare vestito nelle acque stagnanti della campagna circostante. Olmo, inoltre, era capace di prodezze strabilianti, di atti di straordinario coraggio: sapeva stendersi sui binari al passaggio del treno, uscendone magari molto sporco, ma vivo, senza un graffio. Una vera delizia, poi, per Alfredo, poter allontanarsi dalle tensioni familiari, dal padre prepotente, dal parentado scroccone, dalla madre lamentosa, dal nonno molto affettuoso, ma anziano e trattato da demente. La drammatica morte di quest’ultimo, la farsa del testamento dettato al notaio compiacente, le fantasie di evasione nei mondi lontani dello stravagante e diseredato zio Ottavio (Werner Bruhns), la morte di Leo, il treno del Soccorso Rosso a sostegno dello sciopero dei contadini, scandiscono le tappe del tormentato e progressivo staccarsi di Alfredo dalla sua poco amata famiglia, simbolicamente rappresentato dalla coraggiosa decisione di sdraiarsi a sua volta sui binari al passaggio del treno pieno di bandiere rosse che sta portando a Genova Olmo insieme agli altri figli dei contadini in sciopero. Ora si dichiarano entrambi “socialisti dalle tasche buche”, ciò che li dovrebbe rendere molto simili, anche se lontani, in tutti i sensi: Alfredo non ha bisogno del Soccorso rosso e perciò non andrà a Genova.
Con un bellissimo passaggio, preceduto da un attimo di buio sullo schermo, ecco un altro treno: una sigaretta che si accende è sufficiente per illuminare le divise dei soldati di ritorno dal fronte della prima guerra mondiale, quelli più giovani, che erano stati arruolati negli ultimi mesi del conflitto. E’ così raccontato il ritorno di Olmo alla proprietà dei Berlinghieri, uno dei momenti emozionanti del film: poche le parole, ma tanta la gioia e la commozione: il lavoro lo aspetta. Che fine ha fatto Alfredo? Alfredo non è partito neanche questa volta, neppure per la guerra: ha indossato inutilmente la divisa da tenente e ha comprato inutilmente una lucidissima spada. I soldi del padre gli hanno evitato la partenza; si è allora accontentato di aspettare, in compagnia di Regina (Laura Betti), la cuginetta un tempo presuntuosa e insopportabile che ora egli cerca di allontanare da sé.
La vecchia amicizia con Olmo si rinnova, ma i tempi non sono più quelli. La guerra aveva privato la cascina di molte braccia: Giovanni aveva cercato di rimediarvi acquistando un certo numero di macchine e assumendo un fattore, servile, odioso e ambiziosissimo, Attila (Donald Sutherland), per controllare il raccolto e il lavoro dei contadini. Si diceva, però, che altri proprietari della zona avessero cominciato a sfrattare dalle abitazioni, per lunga tradizione assegnate a loro, le famiglie degli agricoltori “eccedenti”, magari tornati, feriti e invalidi, dal fronte. Il disagio era profondo e investiva davvero tutti: gli agrari che non intendevano ragione diversa da quella del profitto; i contadini che non avevano alcuna colpa di ciò che era successo e che ora si vedevano costretti a lasciare non solo il lavoro, ma le case avite. Questa volta, però, qualcuno sembrava finalmente in grado di organizzare una vera protesta: la Lega dei braccianti, animata dalla giovane maestra Anita Furlan (Stefania Sandrelli), profuga veronese, accolta dai Dalcò dopo che aveva perso nella guerra casa e parenti. Politicamente molto vicini e reciprocamente attratti, Anita e Olmo si innamorano.

Le ragioni degli sfrattati, dunque, erano riuscite a fermare l’esercito che i padroni avrebbero voluto si schierasse, come in passato, a difesa delle loro proprietà. In realtà si stava creando, e Bertolucci lo dice in modo impareggiabile col linguaggio del cinema, l’esplosiva miscela di violenza, odio, frustrazioni, arrivismo e invidia sociale che in breve tempo avrebbe portato all’affermarsi del fascismo. Una chiesa è lo sfondo del patto scellerato che agrari, preti, aspiranti nuovi padroni e frustrati di ogni specie stringeranno, in una scena memorabile, al fine di organizzare le prime squadre fasciste nelle campagne emiliane: è presente l’ambizioso Attila, è lì anche Regina, frustrata per essere stata estromessa dalle stanze del cugino, che avrebbe voluto sposare, c’è il conte Pioppi (Pietro Longari Ponzoni), il proprietario che aveva dovuto arrendersi davanti ai suoi contadini e c’è anche Giovanni, che lì aveva convocato imperativamente il fratello Ottavio e il figlio Alfredo, il cui allontanamento sdegnoso sarà, forse, l’elemento decisivo, quello che lo spingerà ad allinearsi alle posizioni più estremiste che in un primo momento sembrava aver rifiutato. I frutti di quella riunione non si sarebbero fatti attendere: la spaventosa violenza delle squadracce infierì con inaudita ferocia: l’incendio della casa del popolo e il rogo in cui morirono bruciati gli anziani che erano di guardia diffuse il terrore fra tutti gli altri, cosicché i funerali delle vittime si svolsero nell’indifferenza dei più, senza alcuna solidarietà della popolazione, ben barricata in casa, nonostante le invocazioni di Olmo e i pianti di Anita, che ora comprendeva la portata della sconfitta e intuiva la fine prossima di qualsiasi opposizione sociale.
E’ l’autunno triste delle lotte contadine: la piazza vuota, la banda con la solita musica, il corteo con le solite facce; è la fine di un’epoca, la cessazione di ogni forma di mediazione sociale, il trionfo dell’arbitrio e dell’arroganza, come la scena agghiacciante e simbolica del massacro del gatto, che conclude il primo atto del film, lascia chiaramente presagire.
La prima parte di questo lungo film è una vera grande epopea delle lotte contadine, priva di retorica, girata con cura e resa affascinante dalla bellissima fotografia che, grazie al restauro avvenuto qualche anno fa, siamo finalmente in grado di apprezzare pienamente. La seconda parte, che non è, almeno secondo me, altrettanto convincente, sarà oggetto della mia prossima recensione, insieme alla storia dell’amore molto tormentato fra Ada (Dominique Sanda) e Alfredo, che è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del film.

l’adorabile statuina (Potiche – La bella statuina)

Recensione del film:

POTICHE – LA BELLA STATUINA

Titolo originale:
Potiche

Regia:François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Judith Godrèche – 103 min. – Francia 2010.

Film delizioso, raccontato con levità, quasi una moderna fiaba. Come sempre, in Ozon, lo scherzo non è gratuito: riflettiamo sui ruoli e sulle convenzioni sociali,e, ancora una volta, sulla maternità, ridendo e scherzando…
La grande Catherine non avrebbe meritato la Coppa Volpi a Venezia?

C’era una volta, a Sainte Gudule, un uomo (Robert), convinto che il ruolo della donna fosse quello della bella statuina, decorativo soprammobile del salotto, che il ruolo del maschio fosse quello di guadagnare per la famiglia, che il ruolo del proprietario di una fabbrica fosse quello del padrone antisindacale feroce e dispotico.
C’era una volta una donna bella e piena di vita (Suzanne) che aveva tentato di evadere dalla lussuosa prigione che il maschio, marito e padrone aveva costruito attorno a lei, ma che alla fine ci aveva rinunciato, perché la maternità le aveva imposto prioritariamente un ruolo insostituibile.
Quella donna, ancora bella, ma un po’ appesantita, dopo aver allevato due figli, cerca di trovare qualche interesse, che motivi la sua vita, nella poesia, nel contatto con la natura, nel prendersi cura della salute del marito.
Il marito, invecchiato a sua volta, continua a esercitare con padronale iattanza le “sue” prerogative su di lei, sugli operai della “sua” fabbrica e anche sulla segretaria, che non sarebbe “sua”. ma che non osa dirgli di no.
La fiaba moderna (siamo nel 1977), però, non permette che le cose continuino così all’infinito: il caso, dispensatore di giustizia, costringerà Robert a letto per curarsi e Suzanne a occuparsi della direzione dell’azienda di famiglia, con grande soddisfazione degli operai, che solo per merito suo sospendono lo sciopero, del figlio, che nell’azienda introdurrà la propria creatività, fino ad allora sterile, del sindaco comunista del paese di Sainte Gudule, Maurice Babin che aveva avuto una breve storia con Suzanne e che ne era rimasto innamorato. Purtroppo il marito, guarito dalla malattia, ma non dalla presunzione e dalle pretese autoritarie, tornerà a rivendicare il suo ruolo proprietario, ma la nuova Suzanne, questa volta, saprà trovare il modo di affrancarsi vivendo realizzata, felice e contenta. La pièce è raccontata in modo brioso e spiazzante: spesso il regista sembra divertirsi a rovesciare le attese degli spettatori, determinando un alternarsi di effetti comici e malinconici, che conferiscono al film una straordinaria finezza: non è farsa e non è commedia sentimentale: è un film di Ozon, che ancora una volta ci invita a riflettere sui ruoli e sulle convenzioni sociali, questa volta con molte invenzioni, leggerezza e ironia. Gli interpreti sono davvero strordinari: Suzanne e Babin sono la coppia Deneuve – Depardieu, invecchiata dai tempi dell’Ultimo metro, ma, se possibile, ulteriormente migliorata; perfetti nel rievocare un passato non più proponibile, suggellato da un ultimo ballo tenero, malinconico e sorridente. Robert ha avuto in Fabrice Luchini un grande interprete, e ha dichiarato di essersi ispirato, per recitare questa parte, a un noto uomo italiano…