occasione sprecata (Storia di una ladra di libri)

Schermata 03-2456745 alle 12.51.00recensione del film:
STORIA DI UNA LADRA DI LIBRI

Titolo originale:
The Book Thief

Regia:
Brian Percival

Principali interpreti:
Geoffrey Rush, Emily Watson, Sophie Nélisse, Ben Schnetzer, Nico Liersch. Drammatico, – 125 min. – USA, Germania 2013

Questo è uno di quei film che non meriterebbe, a mio parere, la fatica di una recensione, se non per il serissimo argomento di cui tratta e che richiede un’ attenta riflessione.
Ci troviamo in una piccola città tedesca nel 1939, perciò in pieno regime hitleriano. Qui, attesa da una coppia di coniugi che si è offerta di adottarla, giunge, accompagnata da alcune volontarie della Croce Rossa Internazionale, Liesel, che ha poco più di dieci anni. In verità l’adozione avrebbe dovuto riguardare anche il fratellino della bimba, ma questi, in precarie condizioni di salute, era morto durante il faticoso trasferimento in treno, cosicché solo Liesel aveva potuto essere accolta nella casa povera, ma ospitale, dei coniugi Hans e Rosa Hubermann (Geoffrey Rush e Emily Watson). Apprendiamo che la madre di Liesel, militante comunista e perseguitata politica, aveva dovuto lasciarla per riparare all’estero e, cosa incredibile, che la piccola era analfabeta, ciò che le provocava molte difficoltà fra i suoi compagni di scuola dai quali era derisa. Sarà Hans a insegnarle non solo a leggere, ma ad apprezzare i libri che Liesel avidamente si sarebbe procurata, sottraendoli, con rischio personale, alla ricca biblioteca del borgomastro della cittadina. Presso casa Hubermann era giunto, inatteso ma generosamente accolto, il giovane ebreo Max Vandenburg, che, lasciata la famiglia per sfuggire ai rastrellamenti nazisti, aveva evitato il lager, ma si era ammalato per gli stenti e il freddo, spostandosi a piedi, stremato per la stanchezza e la fame. Il suo arrivo aveva aperto gli occhi di Liesel sulla realtà disumana del nazismo: ne aveva già conosciuto l’avversione alla cultura durante il rogo dei libri a cui aveva dovuto assistere con orrore e sgomento; ora ne sperimentava la volontà ferocemente persecutoria del tutto immotivata, nei confronti di creature inermi e innocenti. Farà tesoro degli insegnamenti di Hans e anche degli utilissimi incoraggiamenti di Max, intellettuale colto e raffinato, per progettare il proprio futuro, interamente dedicato alla causa della solidarietà fra gli uomini, alla pace nella libertà e alla cultura. Questi temi di sicuro interesse storico, vengono sviluppati in modo molto superficiale, con molta approssimazione e raccontati grazie alla voce narrante della Morte, artificio retorico del tutto ingiustificato e molto fastidioso. Forse il film è rivolto al pubblico dei pre-adolescenti, che potrebbero essere attratti dal racconto delle sventure di Liesel e di Max, cominciando a farsi un’idea delle nefandezze del nazismo, senza andar troppo per il sottile e senza badare alle inverosimiglianze del film, agli stereotipi e ai troppi registri narrativi che ne rendono incerta la coerenza.
Lo scopo nobile, però, non trasforma un film mediocre in un bel film. Peccato. Ottima prova di tutti gli attori, bambini e adulti, con una speciale menzione a Geoffrey Rush.

Il film è tratto dal romanzo omonimo di uno scrittore australiano, Markus Zusak, che, pubblicato nel 2005, ha venduto più di otto milioni di copie. L’opera tradotta in italiano è stata pubblicata dall’editore Frassinelli.

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banali indizi (La migliore offerta)

Schermata 02-2456338 alle 17.35.23recensione del film.

LA MIGLIORE OFFERTA

Titolo originale:

The best offer

Regia:

Giuseppe Tornatore

Principali interpreti:

Geoffrey Rush, Jim Sturgess, Sylvia Hoeks, Donald Shutherland – 124 min. – Italia 2012

Il signor Virgil Oldmann, battitore d’aste, dall’occhio abbastanza perspicace per scovare, sotto vecchie croste, capolavori preziosi, ha una certa propensione alla combine truffaldina durante le vendite all’incanto. Egli ha trascorso l’intera vita fra l’ufficio, le aste e una grande casa, arredata in modo pretenzioso, dove non ospita mai nessuno, essendo uomo dalle ridotte attitudini sociali, zitellone isterico, con paura fobica delle donne, maniacale collezionista di guanti da indossare continuamente per evitare improbabili infezioni, in agguato, secondo lui, dappertutto: nei contatti umani come nei cibi, e anche nelle vecchie magioni che egli visita con animo da rigattiere, attratto da misteriosi congegni e da oggetti che a una prima occhiata non sembrano promettere molte sorprese. I suoi rapporti con le donne sono inesistenti, tuttavia egli, in un suo caveau segreto, colleziona ritratti esclusivamente femminili, che gli piacciono talmente da arrivare a toccarli con mani nude, come se gli antichi dipinti non fossero un probabilissimo ricettacolo di batteri. Questo bizzarro signore ha un alto concetto di sé e non concede facilmente la sua esperienza di intenditore, neppure per fare l’expertise che gli viene richiesta sul contenuto antiquario di un’intera villa, quella in cui vive Claire, una misteriosa signorina che nessuno ha mai visto: soffre, infatti, la poveretta, di agorafobia, perciò non esce mai di casa. Ho parlato, fino a questo momento, della prima parte del film, quella che descrive in modo abbastanza dettagliato l’ambiente in cui maturerà la vicenda raccontata,  nonché i due nevrotici principali protagonisti: Virgil e, pur senza mostrarla, Claire, l’agorafobica. In questa  parte, inoltre, alcuni indizi che il regista dissemina, non credo distrattamente, sembrano promettere che il film si svilupperà  in modo complesso: l’amore per la creatura che non si lascia vedere ricorda l’antico mito di Amore e Psiche, come ci dice Lee Marshall (Screen International); le discussioni sul falso in arte e sulla copia hanno dietro di sé una sterminata tradizione filosofico-letteraria e almeno un film recente: Copia conforme; i ritratti e gli specchi, raddoppiando l’immagine alludono al tema del “doppio”; la curiosità per gli ingranaggi, nel film collegato al tema antichissimo dell’automa,  ci riporta alla memoria almeno la novella di Hoffmann Il mago sabbiolino, nonché la lettura che ne fece Freud nel celeberrimo saggio Il perturbante. Chi si aspetta che negli sviluppi del film si inserisca funzionalmente anche una sola di queste complesse suggestioni culturali, ne sarà deluso: Tornatore, infatti,  non sviluppa né un discorso sull’arte o sulla finzione, né sul doppio, né, come sembrerebbe infine logico, sul cinema: gli indizi rimangono esteriori presenze che prolungano inutilmente lo svolgersi di una vicenda prevedibile: un thriller banale anzi che no. L’unico momento ad alto contenuto simbolico in cui è possibile riconoscere la mano del buon regista è la scena finale, allorché i misteriosi ingranaggi, che avevano dato luogo all’automa ricostruito, rivelano finalmente la loro funzione di scandire inesorabilmente il tempo, incastrandosi nel sistema di orologi che costituisce l’ossessivo sfondo dell’ultima location di Virgil, il bar di Praga nel quale egli si accinge all’ultimo decisivo incontro: quello con la morte. Una scena di grande impatto e suggestione mi pare sia troppo poco per un film così ambizioso. Ottimi attori, fra i quali emerge l’eccellente Geoffrey Rush, nella parte di Virgil.

che bello quel discorso! (Il discorso del re)

Recensione del film:

IL DISCORSO DEL RE

Titolo originale:
The King’s Speech

Regia:
Tom Hooper

Principali interpreti:
Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Jennifer Ehle
– 111 min. – Gran Bretagna, Australia 2010.

Questo bellissimo film storico ricostruisce le vicende che, in un drammatico momento per la storia britannica, alla vigilia della seconda guerra mondiale, portarono nel 1936 Alberto, duca di York sul trono britannico, col nome di Giorgio VI. Questo avvenne dopo l’abdicazione del fratello Edoardo VIII, diventato duca di Windsor per sposare Wallis Simpson, l’americana pluridivorziata e molto chiacchierata anche per le simpatie filo-naziste. Il trono, in realtà, non era mai stato nelle ambizioni del giovane Alberto. Egli era cresciuto in una famiglia reale poco affettuosa con lui, considerato quasi malato di mente, sempre schiacciato dalla sicurezza prepotente del fratello maggiore, la cui mancanza di stima e di amicizia probabilmente fu all’origine del blocco psicologico che nelle cerimonie ufficiali gli procurava un’ostinata balbuzie. Forse, proprio in considerazione della scarsa stima di cui godeva in famiglia, nessuno si era opposto al matrimonio d’amore (rarissimo all’epoca nelle corti europee) con la giovane Elizabeth Bowes-Lyon, discendente da famiglia di nobiltà secondaria. La scelta fu davvero felice: Elizabeth gli diede due figliolette di cui egli fu padre affettuoso e tenero, ma soprattutto gli fu vicino e lo aiutò con la sua presenza amorevole e attenta nei momenti più difficili dei suoi impegni pubblici, insistendo per fargli accettare il logopedista, Lionel Logue. Questi, individuando la causa dei suoi guai, non si lasciò intimidire né dagli scatti d’ira o di arroganza, né dalle umiliazioni che il giovane re non gli risparmiava, e cercò di condizionarlo positivamente per fargli superare ansie e paure che gli avevano impedito di avere stima e rispetto di sé. Il discorso che, alla vigilia della guerra contro la Germania (1939) egli pronunciò, senza balbettamenti, ma con grande calore, assistito da Lionel, fu ascoltato con commozione in ogni angolo dell’impero, grazie allo strumento della neonata radio, e sancì il legame d’affetto e di stima che da allora, fino alla sua morte, legherà il re al suo popolo. Il film racconta, in modo estremamente limpido e classico la storia del re che vorrebbe guarire, ma anche la vicenda della sua difficile fiducia verso Lionel, grande deuteragonista. La grande storia del Novecento non si limita a fare da sfondo, ma accompagna in ogni momento del film le scelte di Alberto: è dalla consapevolezza della sinistra minaccia che Hitler costituisce per il suo paese che nasce la ferma volontà del re di accettare la sfida compiendo il suo dovere fino in fondo, anche avvalendosi della radio,cioè del prodotto tecnologico che i dittatori europei avevano cominciato a usare come strumento di manipolazione del consenso, e della quale, nonostante la difficoltà di parola, egli vorrà servirsi, intuendone le enormi potenzialità comunicative. La narrazione tratteggia con grande cura le ansie collettive del momento e con altrettanta precisione storiografica ci presenta una bellissima ricostruzione della Londra di allora, delle case, delle stanze reali, e di quelle più semplici, grazie a una calda e nitida fotografia. Gli attori sono guidati molto bene e manifestano eccezionali capacità interpretative, dall’ottimo Colin Firth, grande re, ma uomo timido impacciato, all’eccelso Geoffrey Rush, perfetto Lionel, alla bella e sensibile Helena Bonham Carter nella parte di lady Elizabeth, moglie innamorata e preoccupata, ma fiduciosa nelle qualità del marito.