un uomo normale? (Il conformista)

recensione del film:
IL CONFORMISTA

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti:
Jean-Louis Trintignant, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Gastone Moschin, Enzo Tarascio, Yvonne Sanson, Fosco Giachetti, Giuseppe Addobbati, Carlo Gaddi, Massimo Sarchielli, Alessandro Haber, Christian Alegny, Benedetto Benedetti, José Quaglio, Pierre Clémenti, Luciano Rossi, Milly, Orso Maria Guerrini – 116 min – Italia 1970.

Recensione di Gianna Montanari 

Com’è un uomo normale? Se lo chiede Marcello Clerici (interpretato da Jean-Louis Trintignant) il protagonista del film Il conformista di Bernardo Bertolucci, tratto dal romanzo omonimo di Alberto Moravia, ricomparso nelle sale cinematografiche in edizione splendidamente restaurata. Siamo in Italia nel periodo fascista. Marcello a 13 anni crede di aver ucciso un uomo (un soldato che lo insidiava) e per cancellare l’ombra del delitto sulla sua vita si adatta ad essere “normale”, termine che coincide con “conformista” ovvero persona che segue la mentalità corrente senza farsi troppe domande, con un fine di vita essenziale: fare carriera. Marcello, per fare carriera, grazie a un amico si fa presentare a un pezzo grosso del regime e accetta di entrare nell’O.V.R.A., la polizia segreta fascista; decide di sposare Giulia (Stefania Sandrelli), una ragazza “borghese” e ingenua (ma non tanto…), per lui una stupida, che però corrisponde ai parametri della perfetta moglie di un carrierista e opportunista; accetta l’incarico di uccidere un suo vecchio professore d’università, antifascista, che si è rifugiato a Parigi. A Parigi in viaggio di nozze riesce ad avvicinare il professore e a guadagnarne la fiducia; contemporaneamente vive una fiammata di passione per la moglie di questi (Dominique Sanda). Quando si tratta di eseguire la sentenza di morte sancita per il professore, che sta viaggiando in automobile verso la Svizzera, in un nebbioso e freddo mattino fra i boschi, ha dei momenti di ripensamento o di vigliaccheria, come pensa il “camerata” interpretato da Gastone Moschin che lo accompagna e lo controlla. Non sarà lui a uccidere il professore e la moglie, partita con lui all’ultimo momento.
Passano gli anni, arriva il 25 luglio del ’43 e il “conformista” si adegua al nuovo corso vestendo i panni dell’antifascista. Nello stesso tempo scopre che la moglie sapeva della sua attività come spia fascista, ma ha taciuto con questa motivazione: “Ho pensato che fosse necessario per la tua carriera”.
Il film traduce alla perfezione lo spirito del libro di Moravia, con l’ambiguità di rapporti che lo contraddistingue, e rende in maniera inquietante l’assenza di morale dei protagonisti della vicenda, che sembrano non essere in grado di distinguere il bene dal male, o, meglio, credono a una morale che si sono fabbricati a proprio uso e consumo, in cui ogni tradimento è lecito. Molto belle le ambientazioni, molto bravi gli attori, in particolare il protagonista Trintignant, sul cui volto passano tutte le sfaccettature dell’opportunismo e dell’indegnità del suo personaggio e anche i suoi turbamenti, sempre puntualmente superati con l’affermazione del primato dell’interesse personale.
(Gianna Montanari)

l’ultima zingarata

Recensione della docu-fiction:

L’ULTIMA ZINGARATA – UN FUNERALONE DA FARGLI PIGLIARE UN COLPO

Regia:
Federico Micali, Yuri Parrettini.

Con Mario Monicelli, Gastone Moschin, Milena Vukotic, Tommaso Bianco, Chiara Rapaccini
– Italia 2011.

Non so se questa docu-fiction sarà mai visibile nelle nostre sale: qualcuno è riuscito a vederla ieri sera a Firenze, qualche altro in streaming su Mymovies, alcuni lettori del quotidiano La Nazione la troveranno in edicola, insieme al giornale questa mattina, in DVD, altri potranno acquistarla, sempre in DVD, presso la libreria digitale IBS o presso i punti di vendita italiani di Giunti Al Punto. Poca gente, quindi, potrà godersi questo spettacolo, che mette insieme il cortometraggio, proiettato fuori concorso, con molti consensi all’ultimo festival di Venezia, col materiale documentario che ci presenta il grande lavoro di preparazione che il “corto” ha richiesto.Peccato! Ora vediamo di che si tratta:

Ritrovare, nella Firenze di oggi un po’ di quello spirito scanzonato, salace e burlesco,descritto nei secoli, e anche dal nostro cinema, in modo particolare dalle scene del funerale di Perozzi, nel film Amici miei di Mario Monicelli, è la scommessa che ha permesso la creazione di questa Ultima Zingarata. Spinti dalla visione di una città che rischia di diventare come le altre, perdendo la memoria di sé per adattarsi a un turismo di bocca buona, produttore e regista tentano perciò di riprodurre, nel popolare Oltrarno fiorentino di Santo Spirito, la stessa scena del funerale, anche per verificare se sia possibile ancora convogliare le energie degli abitanti di quel luogo verso un comune obiettivo, che ne faccia riemergere l’anima vera. Con l’assenso di Mario Monicelli, che se ne mostrerà entusiasta e che darà un prezioso incoraggiamento alla realizzazione dell’opera, i due temerari creatori del documentario daranno vita a un lavoro molto bello, di grande interesse, con costi contenuti e parzialmente ammortizzati dalle offerte degli stessi fiorentini d’Oltrarno; grazie anche alla collaborazione di amici professionisti dell’immagine digitale, che faranno persino apparire il vecchio e malato regista di Amici miei nella scena del funerale – zingarata (magie di Photoshop!). Nel giorno e nell’ora fissati per le riprese risponderanno all’appello i fiorentini, insperatamente numerosi (più di un migliaio), eterogenei per composizione sociale, bizzarri nell’ abbigliamento, dal quale emerge la pittoresca creatività di chi sta allo scherzo con molta intelligenza, non grottesco, ma eccentrico: come era giusto e conveniente alla bisogna. In tutti, il desiderio di ridere in libertà, di evocare un bel momento della storia più recente della loro città, di essere all’altezza della loro fama di gente a cui non manca il buon umore. Per tutto il film, la presenza di Monicelli contribuisce a suscitare anche molta commozione, perché egli ricostruisce i momenti buffi, i problemi affrontati e rievoca gli attori di allora, dei quali ancora sopravvivono il grande Michele Moschin, incontrato a Narni, dopo che attraverso Face-book era stata fatta una prima conoscenza, e Milena Vukotic, il cui intelligente volto riappare in una bella intervista. Gioco, finzione e tanta voglia di esserci: il cinema, insomma.