Neruda

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recensione del film:

NERUDA

Regia:
Pablo Larrain

Principali interpreti:
Luis Gnecco, Gael García Bernal, Mercedes Morán, Diego Muñoz, Pablo Derqui, Alfredo Castro – 107 min. – Argentina, Cile, Spagna, Francia 2016

 

L’antefatto – Cile-1948
In Cile una larga coalizione di forze politiche eterogenee aveva  portato al governo (1946) Gabriel González Videla, ma dopo soli due anni l’unità delle forze politiche che lo avevano sostenuto era in crisi: la guerra fredda stava penetrando anche nel continente latino americano e il potente alleato nordamericano di Videla ora pretendeva la messa al bando del partito comunista, l’arresto dei suoi parlamentari, nonché dei dirigenti sindacali e di tutti coloro che si erano segnalati per aver lottato per una maggiore giustizia sociale. Un’ondata di propaganda visceralmente anticomunista aveva travolto gli esponenti politici più noti e popolari e fra questi il senatore Ricardo Eliécer Neftalí Reyes Basoalto, meglio noto con il nome d’arte di Pablo Neruda, grande poeta, il comunista più noto in tutto il mondo.

La biografia e l’invenzione
Da questo antefatto storico prende le mosse il film di Pablo Larrain, il quale ricostruisce la figura straordinaria di Neruda, ovvero del poeta che più di ogni altro aveva saputo incarnare, attraverso l’opera in versi, la verità profonda del Cile, nel quale le bellezze del paesaggio naturale, talvolta aspro e inaccessibile, talvolta dolce e armonioso, sembrano riflettere le contraddizioni della sua gente, capace di grandi slanci ideali e di nobili sacrifici, nonostante la presenza radicata e inestirpabile nel proprio animo di oscure, barbariche e non sempre nobili pulsioni. Alcuni anni di studio della vita e dei poemi di Neruda erano serviti al regista per escludere che un film sul poeta potesse realizzarsi come un “biopic”, del tutto inutile a comprenderne gli aspetti più significativi e veri: gli sarebbe servito, invece, un personaggio d’invenzione a cui affidare il racconto; un deuteragonista in conflitto col poeta; un persecutore implacabile che dal suo punto di vista narrasse, come voce fuori campo, la vicenda di una vita, che si era fatta poesia, tutta da conoscere. Nasce in questo modo Oscar Peluchonneau (Gael García Bernal), il poliziotto che, incaricato da Videla (Alfredo Castro), si mette sulle tracce di Pablo Neruda (Luis Gnecco) per arrestarlo, mentre la chiusura delle frontiere potrebbe facilitarne il compito.
Giovane e volitivo, di oscure e forse inconfessabili origini, Oscar aveva millantato un padre importante e stimato: un ministro degli interni che, riconoscendolo come proprio figlio, gli aveva trasmesso il cognome. La menzogna gli aveva aperto le porte della polizia di stato, ai suoi livelli più alti; ora, secondo i suoi piani, la cattura del poeta lo avrebbe reso famoso e potente nel mondo degli uomini che contano davvero; gli avrebbe finalmente permesso di entrare nelle eleganti dimore della buona società, che finora si era gloriata anche troppo della frequentazione di intellettuali comunisti, quelli che, come Neruda, avevano fatto credere di servire gli interessi della rivoluzione, crogiolandosi invece nel lusso e permettendosi ogni sorta di vizio. Per tutta la prima parte del film la voce di Oscar Pelouchenneau è la voce stessa dell’invidia sociale, di chi soffre l’ingiustizia delle proprie umili origini e pensa di addossarne le responsabilità allo snobismo degli uomini accolti dai salotti buoni e dai postriboli di lusso, come Neruda, per l’appunto.

Il poeta e il poliziotto
Entrato in clandestinità e protetto dai suoi compagni di partito, il poeta aveva deciso di giocare la sua partita in modo del tutto originale, servendosi, cioè, dell’arma che sapeva usare meglio: la parola poetica. Convinto della capacità di fascinazione della poesia, egli aveva fatto trovare al suo inseguitore le proprie tracce attraverso i poemi lasciati proprio per lui in bella mostra. Oscar lo avrebbe seguito proprio come si può seguire una sirena dal richiamo irresistibile, una grassa sirena, avanti negli anni e priva del tutto di sex appeal, di cui però egli coglieva la  forza penetrante della parola, che era nata dall’ascolto fiducioso di ciò che stava nel fondo oscuro del cuore degli uomini, anche di quelli che si sarebbero detti i più lontani dal poeta. Neruda, infatti, apparentemente schizzinoso e snob, non aveva disdegnato di avvicinare nei più infimi bordelli cileni quegli esseri umani disprezzati e dimenticati, confondendo la propria nudità (reale e metaforica) con la loro, in un contatto carnale irrinunciabile e in fondo innocente, poiché la fisicità era per lui la fonte di conoscenza primaria senza la quale far poesia non gli sarebbe stato possibile. Contraddittorio come ogni uomo lo è, Neruda emerge dalla narrazione di Larrain ben diverso da chi se ne aspettava un ritratto edificante, come un santino stereotipato; anche nel suo cuore, come in quello dei personaggi del suo film precedente tenebre e luce sono presenti  in un groviglio inestricabile, ciò che davvero lo rende fratello di Oscar, il “fratello poliziotto”, così come lo avrebbe chiamato in uno dei segnali a lui diretti lungo il percorso della sua fuga, cercando di attirarlo sempre più vicino fisicamente e, anche in questo caso, metaforicamente.

Il film mi ha talmente affascinata che vorrei davvero dirne di più, ma mi trattiene il rispetto per le attese di chi lo vedrà, nonché la speranza, forse un po’ presuntuosa, di avere, sia pure modestamente, agevolato l’interpretazione di un’opera assai complessa. Come ho scritto, il film non è un “biopic”: Larrain ha più volte sostenuto, anzi, di avere volutamente rovesciato i termini di questo “genere” (che non avrebbe permesso di comprendere Neruda, né come uomo, né come artista), scegliendo come vero protagonista il suo spietato antagonista. La pellicola è, invece, nei suoi momenti diversi, la narrazione di un momento difficile e doloroso per il poeta costretto alla fuga e infine all’esilio; una storia con le caratteristiche del noir, in cui non mancano le sorprese; la cronaca di un viaggio tormentoso e accidentato che è sempre più chiaramente un racconto di formazione per Oscar; un western anomalo e fascinoso lungo gli sterminati altipiani innevati delle Ande, ai confini coll’Argentina. Il film però, secondo me, è soprattutto l’affermazione della forza rivoluzionaria della poesia di Neruda, la voce libera nella quale avevano potuto trovare la propria umana identità le creature più deboli e indifese, quelle che sulla propria pelle avevano sofferto l’umiliazione e il disprezzo di chi le aveva in vario modo sfruttate: dai lavoratori trattati come bestie, ai contadini sfiniti dalle fatiche, alle puttane e ai travestiti dei postriboli, nonché allo stesso Oscar, il “fratello poliziotto” che aveva cercato, nel modo più inaccettabile di uscire dall’irrilevanza sociale e che, alla fine, alla parola del poeta avrebbe affidato la propria unica e irripetibile individualità. Straordinario film, da vedere sicuramente; eccezionale la recitazione di tutti gli attori.

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Le ragioni del no (No-I giorni dell’arcobaleno)

Schermata 05-2456428 alle 23.25.49recensione del film:

NO – I GIORNI DELL’ARCOBALENO

Titolo originale:

No

Regia:

Pablo Larrain

Principali interpreti:

Gael García Bernal, Alfredo Castro, Antonia Zegers, Luis Gnecco, Marcial Tagle  -110 min. – Cile 2012. –

Questo è il terzo film di Pablo Larrain sulla tragedia cilena del secolo scorso: con Tony Manero e Post Mortem il regista aveva raccontato, attraverso immagini dai toni cupi e molto drammatici, il golpe del generale Pinochet (11 settembre 1973), nonché la cruenta repressione militare che aveva spazzato via i partiti della sinistra e costretto all’esilio molti intellettuali e artisti prestigiosi. Con quest’ultimo suo lavoro Larrain ci racconta la fine, dopo quasi vent’anni, del regime golpista e l’inizio del cambiamento democratico in Cile. La sconfitta della feroce dittatura militare fu dovuta alla vittoria dei NO al referendum del 5 ottobre 1988, con il quale Pinochet chiedeva al popolo cileno l’autorizzazione a prolungare per altri otto anni il proprio mandato presidenziale. La vittoria dei SI era largamente prevedibile avendo la dittatura, col terrore, eliminato qualsiasi forma di opposizione, ed esercitato, perciò, il controllo delle fonti di informazione più diffuse nel paese: radio, televisione, giornali. Difficile, poi, immaginare una larga partecipazione al voto: certo, avrebbero votato gli elettori dei ceti medi, che in passato, in maggioranza, si erano opposti ad Allende e avevano appoggiato il golpe, beneficiando del tumultuoso sviluppo economico liberista voluto da Pinochet e sostenuto dal governo americano di Nixon. I poveri, invece, enormemente aumentati di numero per le privatizzazioni selvagge, ma privi di riferimenti politici, erano orientati a non votare, anche perché questa sembrava essere una delle scelte prospettate da alcuni oppositori, divisi come non mai al loro interno, quasi polverizzati e incerti sul da farsi in futuro. Grazie all’intuizione di René Saavedra, giovane pubblicitario deciso a sfruttare anche i pochi minuti assegnati, in notturna, dalla televisione di stato, per pochi giorni, al Comitato per il NO fu possibile convincere anche i più sfiduciati a capovolgere, col loro voto, il pronostico sfavorevole. La campagna elettorale che aveva in mente Saavedra puntava soprattutto a trasmettere un messaggio positivo e di speranza; un messaggio semplice e allegro che comunicasse la voglia di vivere liberi, in pace e di voltare pagina. L’arcobaleno, il logo connotativo della battaglia per il NO sui volantini, sulle magliette, sullo sfondo delle trasmissioni televisive, diventando simbolico della pluralità delle opinioni, proponeva anche alla sinistra una sfida politica: continuare a coltivare il dolore, nella purezza settaria dell’isolamento, oppure aprirsi alla società in una prospettiva di alleanze per cambiare? Non fu facile per il giovane René far accettare la sua campagna elettorale a molti membri del Comitato: i lutti, le umiliazioni, le torture e le ingiustizie subite ancora bruciavano sulla pelle di troppe persone, che avrebbero preferito trasformare le trasmissioni di propaganda in trasmissioni di denuncia dei crimini della giunta militare, anche nella convinzione che il referendum fosse, per la dittatura, il modo di legittimarsi davanti all’opinione pubblica internazionale. Quanto efficace, però, fosse il semplice messaggio di Saavedra fu subito chiaro al regime, che tentò con le violente intimidazioni, con le minacce e successivamente nascondendo i risultati del voto, di rovesciare il verdetto popolare, senza successo, però, perché l’aria nuova della libertà fu gradita anche dai militari, che abbandonando Pinochet, gli impedirono di reprimere, nuovamente nel sangue, la festosa gioia del popolo cileno per la vittoria democratica.*


Il film è molto bello, interessante ed emozionante in ogni momento della proiezione. E’ soprattutto un film di riflessione politica sulle ragioni del consenso e sulle alleanze necessarie per ottenerlo in situazione difficilissima, anche se, a quanto vedo, molti, sul web, lo intendono come film che dimostra l’importanza eccessiva della televisione nella comunicazione politica. Mi pare che qui non sia in discussione il mezzo, ma il messaggio: per questa ragione la pellicola potrebbe diventare oggetto di utile meditazione anche da parte della frammentatissima sinistra del nostro paese. E’ ben diretto da Larrain, che inserisce nella narrazione parecchi spezzoni di documenti d’epoca, come aveva fatto nei due precedenti suoi film ed è, inoltre, molto ben interpretato dai suoi attori, fra i quali troviamo ancora il grande Alfredo Castro, anche qui nella odiosa parte del sostenitore del regime.

*Di recente alcuni documenti, che proverebbero essere stata questa l’intenzione di Pinochet, sono stati pubblicati dalla National Security Archives. Chi volesse approfondire potrebbe trovare su questo sito le notizie che lo interessano.