Io sto con la sposa

Schermata 2015-07-16 alle 22.38.47recensione del film:
IO STO CON LA SPOSA

Regia:
Antonio Augugliaro, Gabriele Del Grande, Khaled Soliman Al Nassiry

Docu-fiction della durata di 89 min. – Italia, Palestina 2014.

Docufiction è ” espressione nata dalla fusione tra fiction e documentario. La definizione di questo connubbio è mutevole da Paese e Paese, e sebbene queste forme miste siano nate al cinema hanno la loro larga diffusione in TV a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso. In Italia, una prima definizione vede la d. mescolare la vena documentaristica (per es. riprese in set reali) a una ricostruzione che fa uso di attori non professionisti che rivivono, raccontano, mettono in scena la loro vita ” (definizione dedotta da una voce dell’ Enciclopedia Treccani).

Ho riportato questa definizione perché mi pare che ben si addica al film in questione, in cui gli attori recitano se stessi: sono palestinesi e siriani, costretti, senza colpa, a fuggire dalla loro terra devastata dalla guerra e approdati sulle nostre coste dopo essere fortunosamente sopravvissuti a un viaggio tragico. Essi non intendono fermarsi nel nostro paese, ma vorrebbero raggiungere la Svezia, il paese più accogliente, fra quelli europei, con i siriani emigrati per ragioni politiche, dove è più facile ottenere il riconoscimento della condizione di rifugiato politico. Esistono, a questo proposito, accordi internazionali che sebbene sottoscritti da quasi tutti gli stati dell’ U.E. vengono sistematicamente disattesi: il vecchio continente è sordo alla disperazione dei perseguitati politici: per coloro che hanno la pelle anche solo un po’ più scura i controlli alle frontiere sono molto stretti e la probabilità di essere rispediti in Italia, luogo di approdo, sono molto alte. Tre uomini coraggiosi, il giornalista Antonio Agugliaro, il documentarista Gabriele Del Grande, insieme al poeta palestinese Khaled Soliman Al Nassiry, diventato cittadino italiano durante l’organizzazione del viaggio, hanno ricostruito molto bene le tappe avventurose di un percorso quanto mai rischioso e accidentato, lungo le strade meno frequentate della Francia e lungo i gelidi e grigi paesaggi della Germania e della Danimarca, illuminati, ogni notte, però, dalla calda rete di solidarietà internazionale ben organizzata e pronta a suggerire, a soccorrere, ad aiutare. Questo road-movie insolito e singolare, reso possibile grazie a un’operazione di Crowdfunding, ovvero di finanziamento dal basso, mette in luce l’ipocrisia dei governi europei, a parole pronti all’accoglienza, ma nei fatti decisi ad applicare pene durissime (fino a 15 anni di detenzione!) a chiunque si adoperi per trasportare i rifugiati lungo le strade europee verso la Svezia, ciò che ha reso necessaria la messa in scena grottesca del finto corteo nuziale, nella fiducia che, così camuffato, nessuno sarebbe stato bloccato. Il film ha attraversato le nostre sale come una meteora nello scorso autunno, ed è stato riproposto per pochi giorni in una sala di Torino, dove ho avuto modo di vederlo e apprezzarlo.
Se vi capita, dategli un’occhiata: in parte servirà ancora a coprire i costi della “spedizione”, ma soprattutto potrebbe rivelarsi utile a rafforzare la nostra umana solidarietà. Così, almeno, in questi giorni così tristi per tutti i rifugiati che non trovano accoglienza nelle nostre città, io spero fortemente!

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migranti (La gabbia dorata)

Schermata 11-2456612 alle 15.59.24recensione del film:
LA GABBIA DORATA

Titolo originale:
La jaula de oro

regia:
Diego Quemada-Diez

Principali interpreti:Brandon López, Rodolfo Dominguez, Karen Martínez, Carlos Chajon, Ramón Medína, Héctor Tahuite.
-102 min. – Messico 2013

Un racconto bellissimo e disperato sull’emigrazione nel mondo, film-verità che è anche invito a riflettere su di noi, sul senso di ciò che facciamo, sulla vita affannosa e disumana che i ricchi del mondo industrializzato stanno imponendo ai meno fortunati, agli ultimi degli ultimi, disposti a ogni sacrificio per arrivare a essere gli ultimi degli ultimi nelle nostre terre promesse. Il regista messicano Diego Quemada-Diez, alla sua prima opera, ma non nuovo nel mondo del cinema (ha, in passato, collaborato con Ken Loach, Oliver Stone, Alejandro González Iñárritu e Fernando Meirelles), ricostruisce con documentaristica asciuttezza l’emigrazione verso gli Stati Uniti, a piedi, di alcuni ragazzini guatemaltechi: Juan, Samuel e Sara, giovanissima che, sacrificando i suoi lunghi capelli e fasciando strettamente il suo seno nascente, cerca di farsi credere maschio, per sfuggire alle insidie che tutte le donne, giovani, o vecchie, belle o brutte incontrano lungo la strada. Presto si accompagnerà a loro un altro adolescente, Chauk, un indio silenzioso che si esprime solo con la propria lingua e che con parecchia diffidenza, e dopo momenti di forte tensione all’interno del gruppo, verrà accolto. Juan e Chauk, in realtà, si contendono le attenzioni di Sara, di cui Juan conosce il segreto, quasi subito, però, intuito anche da Chauk: impareranno, a loro spese, a far prevalere le ragioni della solidarietà piuttosto che quelle della rivalità. Il percorso avventuroso dovrebbe portarli negli Stati Uniti, a Los Angeles: un nuovo il sogno americano, dunque, seduce i più poveri del mondo, che per sfuggire alla disperazione, immaginano la vita “meravigliosa” che dovrebbe arridere ai loro occhi dopo tanto faticoso spostarsi, fra umiliazioni di ogni tipo, inseguendo treni in corsa per guadagnare qualche chilometro, o affidandosi a camionisti quanto mai infidi, o addirittura diventando inconsapevoli corrieri di droga, dormendo nei tubi destinati alle fognature, che lasciano intravedere un lontano barlume di luce… Il percorso dei ragazzi non è solitario: lungo la loro strada incontreranno migliaia di altri migranti affollati sui tetti dei treni, pigiati nei camion, o nascosti nei boschi, guardinghi, spesso insieme alle loro famiglie, che corrono continui rischi, non diversamente da coloro che, quotidianamente, sbarcano, se riescono ad arrivare vivi, sulle nostre coste. Non dirò altro, perché un po’ di curiosità giova al cinema, soprattutto se si tratta di un film pieno di tensione vera, come questo.

La pellicola, dunque, affronta, raccontando una piccola storia molto documentata, il dramma epocale dei nostri giorni: lo spostarsi di masse sterminate di uomini che continuano ad attraversare i continenti sospinti dalla fame e dalla mancanza di prospettive per il futuro. I protagonisti del film sono giovanissimi attori (premiati a Cannes come Miglior Cast), ma interpretano, magistralmente diretti da Quemada-Diez, i loro difficili ruoli con molta verità, così da suscitare la trepida identificazione degli spettatori. Da vedere e da meditare.