“…j’ignore où tu fuis, tu ne sais où je vais…” Charles Baudelaire (L’ultimo tango a Parigi)

recensione del film:
L’ULTIMO TANGO A PARIGI

Regia:
Bernardo Bertolucci

Principali interpreti: Marlon Brando, Maria Schneider, Maria Michi, Giovanna Galletti, Gitt Magrini, Catherine Allégret, Luce Marquand, Marie-Hélène Breillat, Catherine Breillat, Dan Diament, Mauro Marchetti, Peter Schommer, Catherine Sola, Veronica Lazar, Massimo Girotti, Jean-Pierre Léaud – 132 min. – Italia 1972

Il film ha un incipit che richiama alla mia memoria una lirica di Baudelaire (À une passante): La rue assourdissante autour de moi hurlait… Paul (Marlon Brando) cammina lungo un viadotto che attraversa la Senna, scosso dal frastuono assordante della linea esterna del Metro: il suo volto è pietrificato dal dolore: la moglie Rosa si è inaspettamente uccisa. Sul suo stesso percorso incontra fugacemente (Un éclair… puis la nuit!) Jeanne (Marie Schneider), la bella giovinetta che si affretta a sorpassarlo, voltandosi, però, a guardarlo incuriosita dal suo gesticolare solitario. I due si incontreranno ancora, in modo altrettanto casuale e fugace, all’interno di un caffé: lei è lì per telefonare; si ritroveranno infine in quell’appartamento vuoto che entrambi vorrebbero affittare e che diventerà lo scenario della loro passione amorosa. Quello che sappiamo dei due emerge a poco a poco dall’intrecciarsi di più racconti che si inseriscono con sorprendente naturalezza nel film: Paul è un americano squattrinato, che, sposando Rosa e sistemandosi nell’infimo albergo di lei, ha risolto il problema del come vivere a Parigi, accettando, però, tacitamente che la donna, fra i clienti, alloggi il proprio amante. Jeanne è invece fidanzata con Tom, aspirante regista che ora ha un contratto con la televisione per girare un film che dovrebbe parlare di lei, della sua storia molto “normale”, all’interno di una famiglia di piccoli borghesi conservatori, in una casa di campagna, appena fuori Parigi, ancora piena dei ricordi della carriera militare del padre. Jeanne considera con ironia indulgente l’ipocrisia che ha tenuto insieme la vita della sua famiglia, e, pur ritenendo che una spruzzata di modernità potrebbe giovare ai moderni legami matrimoniali (la famiglia pop!), pensa di poterne riprodurre il modello (con tanto di adulterio, quale corollario) sposando Tom, del quale, pure, sa valutare lucidamente mediocrità e limiti: ritiene, infatti, di aver bisogno di lui per dare alla sua vita la rispettabile normalità di facciata cui aspira. L’esistenza di entrambi, dunque, si è svolta, fino a un certo punto, secondo un copione abbastanza risaputo, recitato senza entusiasmo, dando per scontato il sacrificio delle più profonde e naturali pulsioni sull’altare della “normalità”, come quel Marcello, che Bertolucci aveva disegnato nel film di due anni prima, Il conformista. La morte di Rosa, la coscienza dell’inevitabile invecchiare, l’incontro con Jeanne, ancora infantile nel volto espressivo, innocente e provocante nel vestitino sexy, ricoperto dal lungo cappotto, ora insinuano in Paul un’improvvisa voglia di voltare pagina, di vivere una storia d’amore vero, senza compromessi, un amore “assoluto”, cioè sciolto da ogni legame di spazio e di tempo, in quella sorta di Eden senza giardino che diventerà l’appartamento degli incontri con lei. Là dove ingiallite coperte celano le tracce delle vite di chi era vissuto in quelle stanze, anch’essi celeranno nome e passato e qualsiasi altro elemento potenzialmente rivelatore della loro individuale identità, diventando pura energia, vitalità primigenia e innocente, diretta esclusivamente a ricercare nell’altro gioia e piacere, senza costrizioni o norme, come se, rifuggendo dal principio di realtà, il piacere allo stato puro potesse offrire agli amanti l’ ambito in cui si riesce ad abbandonare ogni tabù per realizzare il sogno della più totale libertà, quel non luogo, in cui ci si può rifugiare a costruire un presente di felicità pura senza memoria e senza progetti. Eppure, l’insoddisfazione è in agguato: la buffa ricerca di un linguaggio “naturale”, evocativo dei richiami degli animali innamorati, non colma il senso di vuota solitudine che li attanaglia dopo l’amore, fin dal loro primo incontro, ma indicata, addirittura, come leitmotiv del film dalle due tavole di Bacon che significativamente accompagnano i titoli di testa. L’amore è più complicato di quello immaginato dai due innamorati: non si accontenta della sola conoscenza carnale, né della complicità sessuale, vuole sapere tutto dell’altro, della sua storia dei suoi sogni dei suoi progetti, poiché tende a imbrigliarlo in una prospettiva temporale che ne condizioni il futuro. La realtà, cacciata fuori dal bow window parigino, non tarderà a presentarsi prepotentemente, facendo tragicamente fallire il tentativo di felicità senza storia di Paul e di Jeanne. L’ultimo tango a Parigi nel 2012 compie quarant’anni. E’ stato uno dei più celebri film del nostro cinema, per motivi che, purtroppo, hanno avuto poco a che vedere con la sua straordinaria e complessa bellezza: le vicende giudiziarie che ne hanno determinato il sequestro, nonché la condanna definitiva al rogo (!), coll’ eccezione di una sola copia, lo hanno circondato di un’aura morbosa, che non ha reso giustizia alla sua qualità artistica e all’impegno profuso da quanti ci hanno lavorato con cultura e intelligenza: il suo regista in primo luogo, che ha duramente pagato la propria libertà creativa con la privazione, per ben cinque anni, dei diritti politici, oltre che con l’ostracismo culturale. Bertolucci ha splendidamente diretto uno staff di grandi collaboratori, decisivi per la riuscita dell’opera, dallo sceneggiatore, al fotografo, al musicista, agli attori, magnifici interpreti che hanno dato vita a personaggi indimenticabili.

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il medico delle donne (Hysteria)


recensione del film.
HYSTERIA

Regia:

Tanya Wexler

Principali interpreti:
Maggie Gyllenhaal, Hugh Dancy, Jonathan Pryce, Rupert Everett, Ashley Jensen.
– 100 min. – Gran Bretagna, Francia, Germania 2011

Il film non è un capolavoro, ma è divertente ed è altra cosa da quanto ci viene proposto dal trailer e dai numerosi “prossimamente” delle sale, il che mi fa pensare che le promozioni cinematografiche presentino ogni nuova pellicola al peggio, poiché solleticano più le curiosità morbose e pruriginose del pubblico che il suo gusto o la sua cultura (alla larga da questi oggetti misteriosi, per carità!). Il risultato è che un film come questo, che con grazia e garbo ricostruisce accuratamente alcuni aspetti importanti della Londra di fine Ottocento, attira molti spettatori che, illudendosi di vedere scene particolarmente osé, cominciano a ridere sguaiatamente ancor prima che gli attori aprano bocca o si muovano. Nonostante tutto ciò, è piacevole vedere questo lavoro, che è ben costruito, e ci restituisce la verità storica della Londra “fin de siècle”, quando in pieno vittorianesimo puritano e ipocrita, emersero le importantissime lotte sociali condotte dalle suffragette per il diritto femminile al voto, nonché per l’emancipazione delle donne e dei loro bambini dall’indigenza e dall’ignoranza. A questa importante missione si dedica nel film, anima e corpo, Charlotte, una delle figlie del dottor Dalrymple, cioè di colui che curava le signore borghesi di Londra, infelici e depresse per la presunta malattia isterica (prima che gli studi di Freud chiarissero le vere origini di questo disturbo femminile, si pensava che malinconia, tristezza e depressione dipendessero dall’ utero particolarmente irrigidito). Nel corso del film si alternano intrecciandosi le vicende di due mondi paralleli: quello dei quartieri miseri e sordidi di Londra, nei quali si svolge l’opera filantropica di Charlotte, e quello della ricca casa – studio di suo padre, che ne detesta le bizzarrie umanitarie, consolandosi con la tranquilla presenza dell’altra figlia, la più giovane, Emily, tutta casa, pianoforte e studi frenologici. Quando il vecchio Darlymple decise di lasciare il proprio studio, trasmise al suo designato successore, il giovane medico, appena licenziato dall’ospedale dei poveri, Mortimer Grenville, i segreti della cura grazie alla quale era riuscito a “guarire” l’isteria delle sue pazienti: un massaggio esercitato con pressione crescente sulla vulva delle signore, fino al “parossismo”, termine che, secondo la terminologia medica del tempo, avrebbe dovuto indicare l’avvenuto ammorbidimento dell’utero, ma vero e proprio orgasmo, in realtà. Il lavoro di Mortimer ebbe immediato successo, ma gli causò gravi dolori alla mano deputata al massaggio: le invenzioni di un amico, col pallino delle applicazioni elettriche agli oggetti di uso quotidiano, gli diede l’idea di aiutarsi con uno strumento costruito appositamente, un vibratore, che venne dapprima, fra mille cautele, utilizzato in studio, ma che successivamente divenne uno strumento portatile, fonte per lui di guadagno e di indipendenza dal vecchio Darlymple, ciò che gli permise di dedicare le proprie attenzioni a Charlotte e alla sua causa, lasciando al suo destino la sdolcinata Emily. Non voglio aggiungere altro: il film va visto, perché diverte con intelligenza, talvolta maliziosa, non è mai volgare, come lascerebbe immaginare l’argomento trattato. La regista, Tanya Wexler, americana di Chicago e residente a New York, non proprio esordiente, ma poco nota presso il grande pubblico, potrebbe aver trovato l’occasione giusta per farsi apprezzare.

la psicanalisi dal buco della serratura (A dangerous method)

recensione del film:
A DANGEROUS METHOD

Regia:
David Cronenberg.

Principali interpreti:
Michael Fassbender, Keira Knightley, Viggo Mortensen, Vincent Cassel, Sarah Gadon, Katharina Palm, Christian Serritiello, Franziska Arndt, Clemens Giebel, Andrea Magro – 93 min. – Gran Bretagna, Germania, Canada 2011.

Non ho ragione di dubitare delle parole di Cronenberg, il regista del film, circa l’accuratezza storica colla quale il lavoro è stato costruito: non solo alcune delle numerosissime lettere tra Freud e Jung sono state accuratamente meditate e trasposte nel film, ma la ricostruzione stessa degli ambienti, dei costumi e dei luoghi è precisissima e ampiamente documentabile. Mi lascia perplessa, invece, il senso complessivo di questa operazione, poiché mi chiedo quale sia il contributo del film alla conoscenza del pensiero di questi due grandi del ‘900, che a un certo punto della loro vita divisero le loro strade in conseguenza della diversa visione che Jung venne elaborando circa il concetto di libido. Quale fu il ruolo di Otto Gross nella teorizzazione junghiana? quale quello di Sabina Spielrein? La loro importanza mi sembra sovradimensionata nel film, rispetto alla realtà perché fa derivare dall’incontro di Jung con questi due suoi pazienti (che certamente per lui furono inquietanti soggetti di studio, che lo turbarono anche emotivamente), addirittura il suo emanciparsi da Freud.
In verità, il film, che pure, rispetto ad altri dello stesso regista, mantiene un tono classico e abbastanza composto, fa venire in mente, piuttosto, che nessuno può essere considerato grande se visto dal buco della serratura, che non riesce a difendere gli aspetti più umanamente fragili neppure degli uomini più geniali.
Un film, perciò, accurato, molto ben costruito, altrettanto ben recitato, (sia pure con qualche eccesso enfatico da parte di Keira Knightley), suggestivamente ambientato e fotografato, ma dal quale i due geni escono umanamente e anche professionalmente alquanto malconci.

“ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” (Un chien andalou)

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il treno per il Darjeeling

recensione del film
IL TRENO PER IL DARJEELING

Titolo originale
The Darjeeling Limited

Regia:
Wes Anderson

Principali interpreti:
Owen Wilson, Adrien Brody, Jason Schwartzman, Anjelica Huston, Amara Karan, Camilla Rutherford, Irrfan Khan, Bill Murray, Natalie Portman, Wally Wolodarsky, Waris Ahluwalia, Barbet Schroeder, Mr. A.P. Singh, Kumar Pallana, Dalpat Singh, Trudy Matthys, Irfan Khan
– 91 min. – USA 2007.

Il viaggio di tre fratelli lungo le strade dell’India, che è anche un vero percorso di formazione che avviene attraverso la definitiva separazione dai genitori. La morte del padre lascia dietro di sé un peso insopportabile, metaforicamente espresso dal carico di bagagli che seguirà i tre per tutto il viaggio e che solo alla fine essi decideranno di abbandonare (finalmente!). Il distacco dalla madre, voluto da lei, è ineluttabile e costituisce per tutti e tre una lezione di vita, grazie alla quale essi dovranno misurarsi per la prima volta, forse, con quello che Freud definisce il principio di realtà. Solo quando la madre, infatti, li inviterà a guardare davanti a sé e dentro di sé, senza parlare (e perciò senza mentire) si paleseranno ai loro occhi davvero le immagini dei loro desideri profondi, delle loro vere aspirazioni e solo allora essi troveranno la forza di abbandonare il peso del passato e di vivere nel presente. Questa complessità psicologica è raccontata con sorprendente leggerezza, così che il film si snoda in un narrare veloce e nervoso, accompagnato da un fotografia che più bella non potrebbe essere, ma anche molto raffinata e malinconica, degno sfondo allo stato d’animo triste e malinconico dei tre picari in viaggio.