Doppio amore

recensione del film:
DOPPIO AMORE

Titolo originale:
L’amant double

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vacth, Jérémie Renier, Jacqueline Bisset, Myriam Boyer, Dominique Reymond, Fanny Sage, Jean-Édouard Bodziak, Antoin e de La Morinerie, Jean-Paul Muel – 110 min. – Francia 2017.

Chloé (Marine Vacth) era una giovane e fragile donna che viveva da sola, forse ossessionata da un oscuro passato familiare che la rendeva insicura e chiusa; sicuramente perseguitata da un dolore fisico lancinante che da sempre aveva accompagnato la sua vita e che la sua ginecologa aveva attribuito a un disturbo di origine psichica, raccomandandole di affidarsi a Paul Meyer (Jérémie Renier), giovane e stimato psicanalista. Poche sedute erano state sufficienti sia per farla sentire un po’ meglio, sia perché Paul si innamorasse di lei, ciò che aveva determinato la fine di un rapporto professionale ormai inammissibile e l’inizio della loro storia.
Chloé si era dunque trasferita col suo bel gattone certosino nell’appartamento di lui, all’ultimo piano di un moderno palazzo parigino e aveva iniziato la sua nuova vita, talvolta infastidita dalle intrusioni di un’anziana vicina di pianerottolo gattofila e impicciona. L’insoddisfazione per le lunghe assenze di Paul, impegnato nel suo lavoro, la difficoltà per l’insopportabile solitudine (acuita dalla ricomparsa del solito lancinante dolore) e per le attenzioni un po’ inquietanti della signora della porta accanto l’avevano indotta a trovarsi un’occupazione e a riprendere le sedute di psicanalisi, all’insaputa di lui, con un altro professionista. Aveva scelto di farsi curare da Louis Delord (lo stesso Jérémie Renier), nell’aspetto molto simile a Paul (scopriremo essere, infatti, il suo gemello malvagio), il cui ufficio era poco lontano dal museo di arte contemporanea, nel quale Chloé si era impiegata come sorvegliante di sala.
Da questo momento il film diventa un thriller molto teso, con momenti di forte erotismo, condotto con sobria e fredda eleganza dal regista.

François Ozon è visibilmente intrigato dalla suggestione che suscita la coppia dei gemelli Paul-Louis (che nel corso del film troverà un corrispettivo femminile nel palesarsi del comportamento schizofrenico di Chloé) e quindi dal tema del “doppio”, continuamente ribadito dalla presenza, nell’elegante scenografia, di miriadi di specchi che, moltiplicando l’immagine dei principali personaggi, evidenziano la dissociazione patologica della loro personalità.
Grazie, inoltre, alla sua ampia cultura cinefila, Ozon impreziosisce il racconto con continue e pertinenti citazioni da pellicole illustri, dal cui repertorio egli attinge a piene mani, avendo quel tema percorso tutte le epoche della storia della cultura e del cinema, fin dalle sue origini. Ispirandosi al “muto” Lo Studente di Praga – 1913 – , alle gemelle di Lo specchio scuro – 1946 –  alle più note opere di Lang, Hitckock, Polanski, De Palma, Cronenberg, pertanto, egli crea una trama di rimandi ben riconoscibili che, proprio per la loro evidenza, attenuano in parte la tensione e il mistero della pellicola, un po’ banalizzandola. Il film, perciò, pur essendo apprezzabile per il nitore e la classica compostezza delle immagini, che ne rende accettabile il contenuto piuttosto prevedibile e l’erotismo talvolta molto esplicito, nonché il raffinato gusto citazionista, non è, a mio avviso, tra i migliori del regista, sebbene realizzato con intelligenza e cura. La sua visione, in ogni caso, non annoia e, a tratti, può riservare qualche bella sorpresa.

Annunci

Frantz

schermata-2016-09-23-alle-15-17-11

 

recensione del film:
FRANTZ

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Pierre Niney, Paula Beer, Ernst Stötzner, Marie Gruber, Johann von Bülow, Anton von Lucke, Cyrielle Clair, Alice de Lencquesaing – 113 min. – Francia 2016.

Due brevi premesse:
eviterò, per quanto possibile, qualsiasi anticipazione sugli sviluppi della vicenda, perché l’effetto sorpresa, al termine dei molti depistaggi intenzionalmente disseminati nel corso del film, è fondamentale per comprenderlo e apprezzarlo;
– credo che per capire bene le ragioni dei depistaggi di Ozon sarebbe utile ripensare al complesso gioco dei rapporti fra realtà e finzione che lo stesso regista mette in scena e teorizza nel corso di quel film, cosparso di trappole per lo spettatore, che porta il titolo italiano Nella casa (2012)*.

Siamo in una località tedesca nel 1919, all’indomani della bruciante sconfitta della Germania dopo la Prima guerra mondiale. La pesantezza dell’umiliazione subita si unisce al dolore per la perdita dei figli: il lutto è in tutte le famiglie del villaggio; la birreria, per molti anziani, costituisce il luogo dell’aggregazione possibile dove, magari, coltivare accesi propositi revanscisti.
Una giovane donna, Anna (Paula Beer), ha perso il proprio fidanzato, Frantz, caduto, come si apprende nel corso del film, in una trincea nei pressi della Marna. Ora Anna vive con i genitori di lui, gli Hoffmeister, ovvero il medico Hans (Ernst) e la moglie Magda (Marie Gruber) che l’hanno accolta come una figlia: anche lei, come loro, è legata profondamente al ricordo di quel giovane speciale che la guerra si era portato via. Frantz infatti era un giovane pacifista per educazione familiare, colto e cosmopolita, violinista di valore; per rispetto della sua memoria Anna rinnovava ogni giorno i fiori freschi al cimitero. Qualcun altro, da qualche tempo, quotidianamente stava portando fiori su quella tomba: era il parigino Adrien Rivoire (Pierre Niney), che aveva già tentato, invano in quanto francese, di farsi ricevere da Hans per parlargli del figlio. Anna, ritenendo che probabilmente Adrien avesse conosciuto Frantz durante il suo lungo soggiorno parigino prima della guerra, aveva convinto Hans ad accoglierlo e ad ascoltarlo. Ne era nata, a poco a poco, un’amicizia profonda: Frantz veniva costantemente fatto rivivere attraverso il ricordo doloroso di Adrien che evocava l’antica conoscenza parigina, le visite al Louvre, le soste davanti alla pittura di Manet, la sua passione per il violino… Tutti nella famiglia Hoffmeister, la stessa Anna, erano incantati alle sue parole, commossi per il pudico imbarazzo che le accompagnava e sembravano aver ritrovato un po’ di serenità.
Il soggiorno nel piccolo paese, per Adrien, non era facile, tuttavia: l’odio anti-francese era troppo diffuso e stava diventando aggressivo, ciò che lo avrebbe indotto a tornare in Francia, dopo aver lasciato una lettera di spiegazioni, finita tra le mani di Anna. Da questo momento si avviano gli importanti sviluppi del film, sui quali, come ho già detto, non rivelerò alcunché. Vorrei precisare, però, che tutto quello che lo spettatore immagina, per quanto smaliziato e conoscitore di Ozon, non corrisponde al gioco intrecciato degli eventi e dei personaggi, poiché come ho già detto, il regista ci porta volentieri su false piste, mantenendo viva la nostra attenzione fino all’ultima scena. Chi sia davvero Adrien, che cosa faccia nella vita, come abbia conosciuto Frantz, quale sia il suo futuro in Francia, lo scopriremo un po’ alla volta, con Anna, l’unico personaggio che alla fine del film avrà completa coscienza di tutto ciò che era accaduto e che di conseguenza potrà decidere liberamente di sé.
Il film, un vero racconto di formazione per Anna, narra in modo equilibrato e lineare una storia a tratti assai difficile, condotta con tecnica narrativa attentissima, così da mantenere vivo e teso l’interesse in sala per circa due ore, lasciando qualche spazio alle morbidezze del mélo. Il regista utilizza un raffinato e bellissimo bianco e nero, ravvivato a tratti da un tenue colore di forte impatto emotivo. La ricostruzione storica e sociale è molto scrupolosa, ma non neutra, perché avviene dal punto di vista tedesco di Anna, che, non diversamente dagli Hoffmeister, continua a coltivare quegli ideali di pace e di dialogo che le avevano reso caro Frantz.  Questo le avrebbe permesso di percepire la pericolosità dei fermenti nazionalistici presenti nella Germania sconfitta e umiliata dopo Versailles, e di scegliere per il proprio futuro. Nella grandissima recitazione di tutti gli attori, si segnalano quelle superbe di lei, Paula Beer (che per questo ha ricevuto il premio Mastroianni a Venezia dove il film è stato presentato in concorso), e di Adrien, credibilissimo nel suo tormento e nella sua pietà. Da vedere sicuramente.


__________________

*se, comprensibilmente, i miei lettori non hanno voglia di leggere quella mia vecchia recensione, mi perdonino, allora, l’auto-citazione:
“Le correzioni di Germain (è il professore protagonista del film) si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica.”

Una nuova amica

Schermata 2015-03-23 alle 23.22.28recensione del film:
UNA NUOVA AMICA

Titolo originale:
Une nouvelle amie

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Romain Duris, Anaïs Demoustier, Raphaël Personnaz, Isild Le Besco, Aurore Clément, Jean-Claude Bolle-Reddat, Bruno Pérard, Claudine Chatel, Anita Gillier, Alex Fondja, Zita Hanrot, Pierre Fabiani, Mayline Dubois, Anna Monedière, Brune Kalnykow, Joanie Tessier, Kimberly Boily, Kessy Boily – 107 min. – Francia 2014.

Nel bellissimo avvio del film, straordinaria citazione da Il grande freddo, l’obiettivo scorre lentamente sul volto della bella e giovane Laura (Isild Le Besco), sulle sue labbra carnose disegnate dal rossetto*, sui suoi meravigliosi occhi verdi, per spostarsi sull’anulare inanellato, sulla coroncina di fiori fra i suoi capelli e sul suo abito bianco da sposa. La mano che improvvisamente si era posata su quegli occhi per chiuderli era quella di David (il bravissimo Romain Duris), il marito affranto che aveva voluto vestirla. In questo modo apprendiamo che Laura se n’era andata per sempre, lasciando dietro di sé molto altro dolore: i genitori, una bimba di pochi mesi, e un’amica inconsolabile, Claire (Anaïs Demoustier). Una serie di flashback ci parla poi  dell’amicizia fra Laura e Claire che si erano conosciute da piccole sui banchi della scuola primaria e che da allora erano diventate inseparabili, tanto che, dopo gli anni degli studi, avevano condiviso divertimenti e conoscenze e si erano addirittura sposate nella stessa chiesa e nello stesso giorno, promettendosi ancora e sempre eterna solidarietà. Nel ricordo di Laura, dunque, si collocava la promessa di Claire: David e la piccina avrebbero potuto, in ogni caso, contare su di lei.
Il guaio è che alla sua prima visita alla casa dell’amica, l’attendeva una sorpresa: la bionda ed elegante signora che stava amorevolmente porgendo il biberon alla bimba altri non era che David, che, dopo aver tentato goffamente di spiegarsi, le confessava la sua antica passione per i travestimenti femminili, ignorata da tutti, ma conosciuta da Laura che l’aveva accettata e, mantenendo il segreto, lo aveva sposato. Claire, molto turbata, non si era rassegnata a questa realtà, che riteneva perversa e indegna di un vero padre. Lo sviluppo del film segue da quell’iniziale spaesamento i progressivi cambiamenti dell’animo di Claire nei confronti di David, il riconoscimento, non esplicitato, delle ragioni dell’ambiguità di lui, diviso fra l’identità maschile e l’ammirazione di molti aspetti della femminilità, la complicità confidenziale che era anche condivisione del segreto (come era stato per Laura), l’attrazione per il maschio che continuava a essere presente in lui e che ora anche lei apprezzava per il coraggio davvero insolito di rivelarsi con dolce innocenza, ciò che lo aveva reso ai suoi occhi davvero unico, diverso da tutti gli altri.

Ozon ci parla,  ancora una volta, con grazia ed eleganza impareggiabili, in un mare di citazioni cinefile (da Hitchkock ad Almodovar), di uno dei suoi temi prediletti, quello dell’identità sessuale, comunemente etichettata con i generi (il maschile e il femminile) dalla società, più attenta alle semplificazioni di comodo, che all’anarchica realtà dell’animo umano, in cui impulsi maschili e femminili convivono in entrambi i sessi, a dispetto delle classificazioni semplicistiche. Strettamente legato a questo è il tema dell’ intercambiabilità dei ruoli rigidamente assegnati convenzionalmente ai maschi o alle femmine: già presente soprattutto nel bellissimo Le Refuge, nel quale il regista ci aveva messi in guardia dal considerare “naturali” concetti e comportamenti che sono invece storicamente determinati. Qui Ozon, adottando il leggero registro della tenera ironia, ribadisce la sua sorridente provocazione, aiutato dalle magnifiche interpretazioni di Romain Duris e Anaïs Demoustier. Film delizioso.

*Il rossetto diventa nel corso del film una ricorrente presenza simbolica

otto belle vipere! (Otto donne e un mistero)

Schermata 12-2456655 alle 23.24.16recensione del film:
OTTO DONNE E UN MISTERO

Titolo originale:
8 Femmes

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart, Fanny Ardant, Virginie Ledoyen, Danielle Darrieux, Ludivine Sagnier, Firmine Richard – 101 min. – Francia 2002.

Natale ci regala molti cinepanettoni e molti film per le famiglie, che, forse colpevolmente, mi interessano poco. Naturalmente nelle sale si possono trovare anche buoni film, ma li ho visti tutti e recensiti quasi tutti (non ho recensito Dietro i candelabri, buon film che non mi ha lasciato molto, forse per l’antipatia che mi ha sempre suscitato Valentino Liberace): non mi rimanevano che i DVD di qualche film d’antan, come questo di Ozon, regista che apprezzo, prima di tornare presto alle abituali recensioni dei film nelle sale.

Come tutte le famiglie, anche quella del film in questione si ritrova al gran completo per il pranzo di Natale. Qui siamo nella campagna francese, in una lussuosa villa nella quale il padrone di casa abita, insieme alla bella moglie un po’ attempata, Gaby (Catherine Déneuve), alla figlia Catherine (Ludivine Sagnier), alla suocera (Danielle Darrieux) e alla cognata Augustine, la scontrosa e isterica sorella di Gaby (Isabelle Huppert). L’arrivo dell’altra figlia, la giovane Suzon (Virginie Ledoyen) e, più tardi, della sorella di lui, Pierrette (Fanny Ardant) completa la presentazione dell’intera compagine familiare. La festa, però, non potrà svolgersi, avendo una delle cameriere, Louise (Emmanuelle Béart), scoperto che il padrone di casa a, cui sta portando la colazione in camera, è riverso sul letto in un bagno di sangue, colpito da un pugnalata alla schiena. Altre scoperte si susseguono: i fili del telefono sono stati tagliati, il riscaldamento non si accende, fuori una fitta nevicata impedisce di uscire per comunicare con l’esterno, ciò che rende impossibile, quindi, chiamare la polizia mentre una profonda inquietudine si diffonde fra i presenti. Solo fra loro è, però, da ricercare l’assassino (questo pare certo, poiché l’attentissimo cane non aveva abbaiato, avendo evidentemente riconosciuto la persona che si era introdotta in casa con il proposito omicida). Sarà la figlia più giovane dell’ucciso ad avviare le prime indagini sull’accaduto, cercando di verificare l’ alibi di tutti i presenti, compreso quello della fedele governante nera, Chanel (Firmine Richard): è suo intento, infatti, chiarire gli spostamenti di ciascuno, ma, cosa ben più importante, accertare se qualcuno covasse odio o risentimento rancoroso nei confronti del suo amato genitore.

Il film sembrerebbe procedere in due direzioni, entrambe molto convenzionali: la prima è quella del giallo classico in cui gli indizi, innumerevoli, non diventano mai prove, potendo essere, infatti, continuamente ribaltati e perdendo, quindi, di consistenza; la seconda, che si ispira alla più tradizionale misoginia, è la rivalità astiosa fra le otto donne, le cui inconfessabili e segrete debolezze sono per lo più note all’ universo femminile meschino, pettegolo e ipocrita che si aggira nella casa e intorno a essa, ma sono sempre anche accuratamente occultate e taciute a tutti gli altri, per offrire, almeno all’apparenza, il quadro di una famiglia molto “per bene”, come si conviene fra gente ricca o presunta tale.
In realtà, fin dalle prime scene il film è costruito come un musical le cui sequenze sono accompagnate dal ritmo delle canzoni più note all’epoca in cui il film venne girato, che vengono interpretate dalle diverse otto attrici, che quindi si cimentano con intelligenza e ironia in un genere cinematografico piuttosto ibrido, al quale non sono certo abituate.
Il film, concepito in un primo momento come il remake del film Donne, di George Cukor, girato nel 1939, mantiene dell’originario progetto solo l’idea di un cast esclusivamente femminile, diventando invece l’adattamento da parte di Ozon  di un testo teatrale, piuttosto in voga, scritto negli anni ’60 da Robert Thomas, in cui del giallo rimane assai poco, sostituito da una verve ironica che nel film diventa il malizioso e intelligente umorismo della sceneggiatura, ben sorretta dalle bravissime attrici, capaci di suscitare la nostra curiosità intorno a una vicenda ricca di colpi di scena e di inattese conclusioni.

una gran bella età? (Giovane e bella)

Schermata 11-2456607 alle 00.08.48recensione del film:
GIOVANE E BELLA

Titolo originale:
Jeune et Jolie

Regia:
François Ozon

Principali interpreti:
Marine Vatch, Géraldine Pailhas, Frédéric Pierrot, Fantin Ravat, Johan Leysen, Charlotte Rampling -94 minuti- Francia 2013

In quattro capitoli (accompagnati da quattro diverse canzoni di Françoise Hardy), che coincidono con le quattro stagioni dell’anno, a partire dall’estate, Ozon ci racconta un anno cruciale della vita di Isabelle (interpretata superbamente da Marine Vatch), diciassettenne che frequenta il liceo, ed è molto bella e fragilissima, come quasi tutte le ragazze a quell’età, quando, alle trasformazioni del corpo corrisponde anche un cambiamento profondo della percezione che ciascuna ha di sé e perciò la ricerca della propria identità diventa molto importante. Isabelle è una ragazza di “buona famiglia”, come si definiscono comunemente, e anche un po’ acriticamente, le famiglie dell’alta borghesia; abita con la madre (separata), il fratello Victor, un po’ più giovane di lei e con il compagno della madre. Durante l’estate, in vacanza, Isabelle decide che è arrivato il momento di avere la sua prima esperienza sessuale con un giovane tedesco che la corteggia: la delusione che ne riporta, insieme al senso di frustrazione, si accompagna a una grande curiosità di riprovarci. E’ spinta dal desiderio di conoscere il piacere negato la prima volta e anche dalla voglia di capire se quel suo corpo è apprezzato dagli uomini, se la sua bellezza ha qualche valore, se le è possibile vivere da adulta, nonostante sia costretta ogni giorno a misurarsi con la dipendenza familiare chissà per quanto tempo ancora. Attraverso Internet, perciò, costruisce una rete di conoscenze solo sue, di uomini in cerca di ragazzine, con i quali si prostituisce, presentandosi col nome di Lea e chiedendo un corrispettivo in denaro mediamente alto, che non spende, ma custodisce in un luogo segreto del proprio armadio. A differenza di alcune sue compagne, che si vendono per comperare un pezzo prestigioso per il proprio guardaroba, Isabelle non consuma i suoi guadagni, quindi, ma sembra ricavarne la conferma della raggiunta condizione di adulta in grado di vivere di risorse proprie di fronte a una società e a una madre che tendono a prolungare la sua infanzia oltre ogni limite di decenza.

Cominciano perciò a delinearsi, senza che il regista se lo proponga deliberatamente, le motivazioni profonde di una scelta molto insidiosa, che sono probabilmente da individuare oltre che nel disagio di tutti i giovani del mondo occidentale, costretti a rimandare all’infinito qualsiasi progetto di vita autonoma, anche in un atteggiamento genitoriale tra l’amichevole e il paternalistico, di chi ha rinunciato, però, sostanzialmente al proprio ruolo di indirizzo delle scelte dei figli, e di controllo non invasivo dei loro comportamenti, specialmente in un’età così delicata, di fronte a stimoli indotti, oltre che dalla fisiologica curiosità e dai  naturali impulsi, dalla onnipresente pubblicità che diffonde ovunque, martellante e ossessiva modelli assai discutibili, soprattutto attraverso gli strumenti della modernità che i giovani adorano: cellulari, o Internet, che non è solo il potente strumento di informazione e di crescita che tutti noi apprezziamo. Forse Isabel ne uscirà con l’aiuto dello psicologo; forse con l’ultimo decisivo e molto commovente colloquio con l’unica vera figura materna del film (grandissima Charlotte Rampling), che riuscirà a parlarle con vero amore, da donna a donna, con molta calma, ricordando quell’anziano cliente che, involontariamente, l’aveva messa nei guai. La famiglia, come sempre nelle pellicole di questo regista, ne esce a pezzi.
François Ozon è un eccellente affabulatore: ci racconta di solito piccole o grandi storie con “l’esprit de finesse” e anche la grazia di chi guarda lo scorrere della vita, cogliendone aspetti buffi o seri, talvolta drammatici, con grande leggerezza: con affettuosa simpatia segue i personaggi senza giudicarli e descrive i loro comportamenti senza spiegarli con la sociologia. In realtà questo suo narrare  riesce spesso a penetrare più a fondo di molte analisi cosiddette scientifiche, perciò, dopo aver visto i suoi film, ci pare di aver capito qualche cosa di più di certi aspetti del mondo che abbiamo intorno a noi e che erano sembrati incomprensibili. Credo che ciò valga per molti suoi film, come  Otto donne e un mistero, Le refuge, Potiche, o  Nella casa, oltre che per quest’ultimo, presentato a Cannes lo scorso maggio.

A questo Link il lettore interessato può trovare il testo della bellissima poesia di Arthur Rimbaud (Roman – Romanza) che viene fatta leggere al liceo di Isabelle, seguita dalla sua traduzione in italiano (ma in francese è molto più bella, anche se la traduzione è splendida!)

lo scrittore (Nella casa)

Schermata 04-2456401 alle 23.30.23recensione del film:

NELLA CASA

Titolo originale:

Dans la maison

Regia:

François Ozon

Principali interpreti:

Fabrice Luchini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emanuelle Seigner, Denis Menochet – 105 min.- Francia 2012.

Un professore di letteratura francese, Germain, tornando al lavoro dopo le vacanze estive, apprende dal preside che il suo liceo, il liceo Flaubert, è diventato una “scuola pilota”. In conseguenza di ciò, fra le altre novità, tutti gli studenti dovranno indossare una bella uniforme, per distinguersi dagli altri liceali, grazie alla loro appartenenza proprio a questa scuola. Al di là della divisa che li renderebbe tutti “uguali” (una bellissima sequenza animata ce li mostra così uguali che rassomigliano alle celeberrime zuppe Campbell dell’arte pop di Andy Warhol) si direbbe che quegli studenti appartengano soprattutto al poco glorioso mondo di chi impara poco e presume molto: non sanno scrivere correttamente, non sanno ragionare, non sanno far di conto, né se ne preoccupano; sembrano, anzi, sempre pronti a dar giudizi affrettati e superficiali sugli insegnanti e su quei rarissimi loro compagni che non si adeguano all’andazzo corrente. Uno di questi è Claude, il ritratto stesso della solitudine: abbandonato dalla madre, un padre invalido; nella classe è nell’ultimo banco (nessuno gli si siede accanto), gli piace apprendere e soprattutto sa scrivere molto bene, suscitando l’interesse di Germain, che, come molti colleghi, all’inizio del nuovo corso, aveva chiesto ai propri studenti, per conoscerli un po’ meglio, una breve descrizione del loro ultimo weekend. L’espediente retorico grazie al quale Claude riesce ad attirare l’attenzione del suo prof. è il modo curioso di chiudere la propria pagina: un interlocutorio Continua, fra parentesi, che fa pensare alla volontà di mantenere con l’insegnante un dialogo aperto, il che puntualmente avviene. Claude racconta della sua passione a osservare (e successivamente a descrivere), dalla panchina del parco di fronte, ciò che avviene nella casa del suo compagno Rapha, essendo attratto dall’apparenza piccolo borghese di quella sua famiglia, unita e tranquilla. Gli incontri fra Germain e Claude, che continua a raccontare per scritto ciò che vede e ciò che immagina nella casa di Rapha, diventano quasi un rito, dopo le normali lezioni, tra le pareti della scuola. Germain è uno scrittore fallito: ha scritto un libro che non ha avuto successo e ora è affascinato dal racconto che procede dalla penna di Claude, che riesce ad approfondire la conoscenza della famiglia di Rapha offrendosi di spiegargli la matematica, scusa con la quale può entrare nella sua abitazione, osservarla ben bene e insieme osservare i comportamenti dei genitori del suo compagno: Rapha padre (si chiama come lui il che non è senza significato) ed Esther, la graziosa madre casalinga dai troppi sogni irrealizzati.

Le correzioni di Germain si spostano dal piano formale (come si potrebbe raccontare meglio ciò che si è osservato) a quello più sostanziale (come si potrebbe costruire meglio il racconto, spostando situazioni e personaggi, non tanto secondo verità o verosimiglianza, ma secondo l’invenzione e l’immaginazione dello scrittore). Nella pellicola di Ozon, che tali correzioni mette in scena per noi, pertanto, compaiono, diventando film esse stesse, le diverse infinite possibilità che dall’osservazione della realtà si aprono non solo alla scrittura, ma anche al fare cinema: in una parola alla creazione artistica. Il film è molto bello, perché la riflessione sull’arte e sulla creazione artistica si trasformano in un racconto cinematografico, talvolta teso e inquietante, talvolta ironico e divertente e talvolta anche drammatico, pieno di una sua verità, che non è però la verità di tutti, ma quella esclusiva dell’artista che crea la sua realtà, componendo e scomponendo gli elementi che arrivano dall’osservazione. Il racconto è molto ben costruito, coinvolgente, ma non troppo, perché anche allo spettatore viene chiesto di distinguere fra realtà e finzione, in un gioco di specchi leggero e intelligente, interessantissimo sempre. Magnifiche le interpretazioni di Fabrice Luchini, il professore, e di Ernst Umhauer, lo studente solitario, che non rassomiglia a nessun altro.

l’adorabile statuina (Potiche – La bella statuina)

Recensione del film:

POTICHE – LA BELLA STATUINA

Titolo originale:
Potiche

Regia:François Ozon

Principali interpreti:
Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Judith Godrèche – 103 min. – Francia 2010.

Film delizioso, raccontato con levità, quasi una moderna fiaba. Come sempre, in Ozon, lo scherzo non è gratuito: riflettiamo sui ruoli e sulle convenzioni sociali,e, ancora una volta, sulla maternità, ridendo e scherzando…
La grande Catherine non avrebbe meritato la Coppa Volpi a Venezia?

C’era una volta, a Sainte Gudule, un uomo (Robert), convinto che il ruolo della donna fosse quello della bella statuina, decorativo soprammobile del salotto, che il ruolo del maschio fosse quello di guadagnare per la famiglia, che il ruolo del proprietario di una fabbrica fosse quello del padrone antisindacale feroce e dispotico.
C’era una volta una donna bella e piena di vita (Suzanne) che aveva tentato di evadere dalla lussuosa prigione che il maschio, marito e padrone aveva costruito attorno a lei, ma che alla fine ci aveva rinunciato, perché la maternità le aveva imposto prioritariamente un ruolo insostituibile.
Quella donna, ancora bella, ma un po’ appesantita, dopo aver allevato due figli, cerca di trovare qualche interesse, che motivi la sua vita, nella poesia, nel contatto con la natura, nel prendersi cura della salute del marito.
Il marito, invecchiato a sua volta, continua a esercitare con padronale iattanza le “sue” prerogative su di lei, sugli operai della “sua” fabbrica e anche sulla segretaria, che non sarebbe “sua”. ma che non osa dirgli di no.
La fiaba moderna (siamo nel 1977), però, non permette che le cose continuino così all’infinito: il caso, dispensatore di giustizia, costringerà Robert a letto per curarsi e Suzanne a occuparsi della direzione dell’azienda di famiglia, con grande soddisfazione degli operai, che solo per merito suo sospendono lo sciopero, del figlio, che nell’azienda introdurrà la propria creatività, fino ad allora sterile, del sindaco comunista del paese di Sainte Gudule, Maurice Babin che aveva avuto una breve storia con Suzanne e che ne era rimasto innamorato. Purtroppo il marito, guarito dalla malattia, ma non dalla presunzione e dalle pretese autoritarie, tornerà a rivendicare il suo ruolo proprietario, ma la nuova Suzanne, questa volta, saprà trovare il modo di affrancarsi vivendo realizzata, felice e contenta. La pièce è raccontata in modo brioso e spiazzante: spesso il regista sembra divertirsi a rovesciare le attese degli spettatori, determinando un alternarsi di effetti comici e malinconici, che conferiscono al film una straordinaria finezza: non è farsa e non è commedia sentimentale: è un film di Ozon, che ancora una volta ci invita a riflettere sui ruoli e sulle convenzioni sociali, questa volta con molte invenzioni, leggerezza e ironia. Gli interpreti sono davvero strordinari: Suzanne e Babin sono la coppia Deneuve – Depardieu, invecchiata dai tempi dell’Ultimo metro, ma, se possibile, ulteriormente migliorata; perfetti nel rievocare un passato non più proponibile, suggellato da un ultimo ballo tenero, malinconico e sorridente. Robert ha avuto in Fabrice Luchini un grande interprete, e ha dichiarato di essersi ispirato, per recitare questa parte, a un noto uomo italiano…

ruoli e convenzioni (Il rifugio)

Recensione del film:

IL RIFUGIO

Titolo originale: Le refuge

Regia: François Ozon.

Principali interpreti:
Isabelle Carré, Louis-Ronan Choisy, Pierre Louis-Calixte, Melvil Poupaud, Claire Vernet. – 88 min. – Francia 2009.

Due giovani parigini, Mousse e Louis si amano da tempo e da tempo si drogano, senza troppe difficoltà, perché, essendo ricchi, non sono costretti a rubare o a prostituirsi. I loro privilegi sociali, però, non li rendono invulnerabili: dopo l’ennesima assunzione di eroina il fisico di Louis non regge. Si salverà, con difficoltà, Mousse, che all’ospedale apprenderà di essere incinta. Questo antefatto si chiude con i funerali di Louis e con un breve e freddo incontro fra Mousse e la madre di Louis, che le promette aiuto nel caso decidesse, come le sembrerebbe ovvio, di abortire. Il seguito del film si sposta sulle spiagge basche tra la Francia e la Spagna, in un paesetto dove Mousse, che non ha abortito, intende trascorrere in pace la propria gravidanza. Questa seconda parte del film è disseminata di indizi che rivelano che il rapporto di Mousse con la maternità è quanto meno problematico e che è comunque separato dalla saldissima convinzione (che mai l’abbandona), di portare a compimento la gravidanza: sono le motivazioni di questa sua scelta a rendere perplessi: per un aspetto Mousse vorrebbe far rivivere nel suo corpo, almeno per un po’, Louis, che non c’è più; per un altro, è curiosa di vedere la nuova creatura, di capire a chi assomiglia, come avrà gli occhi…motivazioni, insomma simili a quelle di altre donne, ma accompagnate da un’ inquietudine particolare, che diventa acuta dopo che, durante un casuale incontro sulla spiaggia, una donna, con una certa esaltazione enfatica, le prodiga consigli sul suo futuro ruolo materno. L’ha raggiunta, in questo luogo, il fratello gay di Louis, Paul, che stabilisce con lei un complesso rapporto, inizialmente conflittuale, poi sempre più affettuoso: sono entrambi soli, non accettati dal resto della società, un gay e una drogata, che non ha ancora deciso se smettere. Le confidenze fra i due rivelano ciò che non ci si aspetta: la madre di Louis, ostile alla gravidanza di Mousse, era stata in realtà una donna frustrata nello spasmodico desiderio di un secondo figlio; il gentilissimo Paul desidererebbe davvero l’affetto di un figlio, mentre Mousse anela ancora alla propria libertà e non si sente pronta a fare la madre. Il film, dunque, ci chiede che cosa significa il ruolo di madre in un mondo nel quale la condizione femminile è profondamente cambiata; ci chiede inoltre se altri soggetti che hanno dentro di sé quella profonda tenerezza che convenzionalmente viene ancora ritenuta una prerogativa esclusivamente femminile, non possano essere a loro volta altrettanto degni di svolgere quel ruolo. Mi pare che questa domanda, che si può considerare una provocazione intellettuale e culturale del regista Ozon, sia diventata, però, un film commovente e poetico, recitato benissimo dal giovane Paul, nella vita musicista e non attore, cui si devono le musiche del film, e da Isabelle Carré (incinta per davvero), umanissima Mousse.